Viktor Orban, campione sovranista al banco di prova di un voto cruciale: il primo che può perdere
Da sincero liberale a leader ultraconservatore, ha vinto le ultime tre elezioni politiche con la maggioranza dei due terzi, risultato che gli ha permesso di trasformare lo Stato e varare un sistema di “democrazia illiberale”
NICOLAS TUCAT / AFP
Da giovane liberale, che nel 1989 chiedeva in pubblico il ritiro delle truppe sovietiche dall’allora Ungheria comunista, a leader simbolo della destra sovranista internazionale. Viktor Orban, 62 anni, premier ultranazionalista, arriva al voto del 12 aprile cercando la quarta rielezione consecutiva e confermandosi una delle figure più influenti e controverse della politica europea degli ultimi decenni.
In Parlamento da 36 anni, ha ristrutturato lo Stato e compresso le libertà
Fondatore nel 1988 di Fidesz, Orban entrò in Parlamento dopo le prime elezioni democratiche del 1990. Espletato un primo mandato da premier tra il 1998 e il 2002, è tornato al potere nel 2010 con una maggioranza dei due terzi, che gli ha permesso di riscrivere la Costituzione (nel 2011, ispirata a valori cristiani e nazionalisti). Ha poi ridefinito i collegi elettorali a vantaggio di Fidesz, ha varato norme contestate sulla stampa, mentre uomini a lui vicini occupavano progressivamente i principali centri di potere del Paese. Quest’ultimo aspetto costituirebbe, in prospettiva, l’ostacolo principale all’avvio di un netto cambio di rotta, in caso di vittoria di Peter Magyar: l’eventuale nuovo premier ungherese, infatti, avrebbe molta difficoltà a far approvare leggi e riforme, ad esempio per il diritto di veto del Consiglio di bilancio sulle norme in materia di finanza pubblica; o per quello del capo dello Stato, in caso di sfiducia (il presidente è un uomo di Fidesz).
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Avviando una profonda ristrutturazione dello Stato, Orban ha creato un sistema sempre più centralizzato e personalistico, definito da alcuni politologi “feudale”. Il Paese che ha modellato a sua immagine e somiglianza gli è infatti rimasto fedele, con le zone rurali e meno popolate a costituire il blocco elettorale di supporto più incrollabile.
Secondo i critici di Orban, le riforme che ha promosso hanno indebolito la separazione dei poteri, limitato la libertà di stampa e rafforzato il controllo dell’esecutivo sulle istituzioni chiave, a partire dalla Corte costituzionale. In tutte le istituzioni del Paese e le imprese statali, il premier sovranista ha collocato persone di sua fiducia, vicine a Fidesz e obbedienti esecutori del suo volere.
Si elencano, poi, tra le tante misure che gli vengono contestate, quelle contro le Ong finanziate dall’estero e con la “Lex CEU”, che ha finito per spingere la Central European University a trasferirsi a Vienna. Nel 2021 è arrivata la controversa legge sulla “difesa dei minori”, criticata per le restrizioni ai diritti della comunità Lgbtq+.
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Contro le politiche dell’Ue, in sintonia con Trump e con gli altri leader conservatori
Dal 2010 Fidesz ha vinto tutte le elezioni politiche: nel 2014, nel 2018 e nel 2022, consolidando un sistema che Orban definisce di “democrazia illiberale”, indicando come modelli Russia, Cina e Turchia. Il suo, infatti, può essere considerato il governo dell’Ue più filorusso, sia per ragioni ideologiche che economiche (l’Ungheria importa il gas di Mosca a prezzi vantaggiosi e si è sempre opposto in sede europea alle sanzioni contro il Cremlino). Durante la pandemia, infatti, Budapest si distinse dalla linea comune europea, puntando anche su vaccini russi e cinesi. L’anno scorso fece discutere la “missione di pace” di Orban tra Kiev, Mosca e Pechino, senza coordinamento con gli alleati europei.
Ostile all’immigrazione – soprattutto dopo la crisi migratoria del 2015, quando legò l’arrivo dei rifugiati al terrorismo e difeso l’uso dell’esercito contro l’immigrazione illegale -, Orban è stato fautore di muri, controlli alle frontiere e retorica sulla sovranità nazionale. Il premier ungherese si è ancorato a valori conservatori e (supposti) cristiani, sempre più in rotta con Bruxelles, soprattutto dal 2022, quando il braccio di ferro si è intensificato. Il primo ministro uscente accusa l’Ue di comportarsi come un “impero”. Contesta le politiche europee su migrazione e diritti di genere e chiede di restituire maggiori competenze agli Stati nazionali. La sua linea gli ha garantito credito nell’universo sovranista internazionale: ha mantenuto una stretta sintonia con Donald Trump, che ha sostenuto nelle elezioni americane del 2016 e del 2020, congratulandosi poi con lui anche dopo il ritorno alla Casa Bianca nel 2024.
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Sullo sfondo, restano le tensioni con l’Ucraina e la vicinanza politica a Vladimir Putin: tra le altre cose, Budapest ha ritardato per mesi l’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato. In Europa invoca da tempo un’alleanza tra le destre, da Giorgia Meloni a Marine Le Pen. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ha ostacolato quanto possibile gli aiuti militari ed economici a Kiev, parlando negli ultimi mesi di un tentativo di Bruxelles e dell’Ucraina di trascinare l’Ungheria in guerra.
Sul lungo potere di Orban pesano ripetute accuse di corruzione che investono il suo entourage, uno dei punti su cui insiste di più lo sfidante Peter Magyar. La Commissione europea continua a tenere congelati fondi destinati a Budapest (oltre 20 miliardi di euro) per preoccupazioni sullo stato di diritto e sulla corruzione, mentre l’Ungheria resta tra i Paesi peggio classificati nell’Ue negli indici internazionali sulla percezione della corruzione.
Fonte: www.rainews.it
