Iran, quando l’economia diventa politica: la crepa nel patto sociale della Repubblica islamica
Intervista ad Andrea Molle
AFP In Iran il crollo del rial, l’inflazione e le sanzioni non sono solo un problema economico: diventano la prova del fallimento del sistema. Il fatto che la protesta parta dai bazaar segnala una frattura profonda nella coalizione sociale che regge il regime. I cambi al vertice economico appaiono più “capri espiatori” che svolte reali, perché le cause sono strutturali. Senza un’alternativa organizzata, lo scenario più plausibile è un logoramento lungo: repressione, concessioni cosmetiche e crescente vulnerabilità agli shock.
Ne parliamo con Andrea Molle, politologo della Chapman University (USA).
Quanto conta davvero il fattore economico (crollo del rial, inflazione, sanzioni) nel far esplodere le proteste, e quando diventa una crisi apertamente politica?
Il fattore economico è centrale, ma non nel senso riduttivo di una “rivolta del pane”. Il crollo del rial, l’inflazione persistente e l’effetto cumulativo delle sanzioni agiscono come detonatore, non come causa ultima. In Iran l’economia non è mai neutra. È immediatamente letta come espressione di un sistema di potere, di scelte strategiche e di priorità politiche. Finché la crisi economica può essere percepita come temporanea o “gestibile”, resta confinata nel registro del malcontento sociale. Diventa crisi politica quando si sedimenta l’idea che non esista più una via d’uscita interna al sistema, che il peggioramento non sia accidentale ma strutturale. A quel punto l’economia smette di essere una variabile tecnica e diventa la prova empirica del fallimento del patto tra regime e società: sacrifici senza prospettiva, mobilitazione senza ritorno, resistenza senza premio. È lì che il discorso pubblico si sposta dalla gestione al senso stesso del potere.
Che valore ha il fatto che le proteste siano partite dai bazaar, storicamente considerati un pilastro del sistema? È un segnale di rottura del “patto sociale”?
Il fatto che la protesta emerga dai bazaar è forse il segnale più politicamente significativo. Storicamente i bazaar non sono un segmento marginale o ideologicamente ostile al regime: al contrario, sono stati uno dei suoi pilastri sociali, una base di stabilità, intermediazione e legittimazione. Quando protesta chi ha interesse alla continuità, significa che il sistema non garantisce più nemmeno la sopravvivenza minima dei suoi sostenitori naturali. Questo non è semplicemente malcontento, ma è una rottura del patto sociale implicito su cui si è retta la Repubblica islamica, quello per cui le élite politiche e religiose offrivano ordine, protezione e accesso economico in cambio di lealtà e accettazione. Se anche questo blocco sociale si sfila, il problema non è più la repressione della piazza, ma la disgregazione della coalizione che rende governabile il Paese.
La rimozione/uscita di scena del vertice della banca centrale è un vero cambio di rotta o solo un “capro espiatorio” per prendere tempo?
La rimozione o l’uscita di scena del vertice della banca centrale va letta principalmente come un atto simbolico, non come un cambio di paradigma. È una classica operazione di scarico della responsabilità: personalizzare la crisi per depoliticizzarla, offrire un volto al fallimento per preservare l’architettura del potere. Questo tipo di mossa può avere un’utilità tattica, quella di rallentare la pressione, dare l’illusione di controllo, guadagnare tempo, ma non incide sulle cause profonde. Il problema iraniano non è una cattiva gestione monetaria isolata, bensì un modello economico subordinato a priorità ideologiche e geopolitiche che drenano risorse senza generare sviluppo. Finché questo non cambia, ogni sacrificio individuale serve solo a posticipare il momento della resa dei conti.
La retorica della “guerra totale” contro USA, Israele ed Europa è solo propaganda o indica una vulnerabilità interna crescente? E come si intreccia con la strategia regionale (proxy, tensioni nel Golfo)?
La retorica della guerra totale contro Stati Uniti, Israele ed Europa non è solo propaganda: è anche un indicatore di fragilità interna. Quando un regime insiste sull’assedio esterno è spesso perché fatica a spiegare il presente ai propri cittadini. La minaccia esterna serve a ricompattare, a giustificare sacrifici, a trasformare il fallimento interno in eroismo difensivo. Tuttavia questa strategia si intreccia in modo sempre più problematico con la dimensione regionale: il ricorso ai proxy, le tensioni nel Golfo, il confronto indiretto con Israele sono strumenti di deterrenza, ma hanno un costo economico e politico crescente. Per una popolazione impoverita, il contrasto tra ambizioni regionali e vita quotidiana diventa sempre più stridente. Più il regime appare forte all’esterno, più rischia di sembrare distante e indifferente all’interno. È una spirale: la vulnerabilità interna alimenta l’aggressività retorica, che a sua volta accresce l’isolamento e le pressioni economiche, aggravando il malessere sociale.
Il paragone con il 1978–79 regge? Quali sono oggi le somiglianze e soprattutto le differenze (assenza di un’alternativa organizzata)? Quale scenario è più plausibile: repressione, riforme, o “trascinamento” fino a un punto di rottura?
Il paragone con il 1978–79 regge, anche se solo in parte. La somiglianza principale sta nella dinamica di accumulo: anche allora la rivoluzione non esplose per un singolo evento, ma per una somma di fratture economiche, sociali e simboliche che resero il regime incapace di immaginare il futuro. Oggi, come allora, il potere appare privo di una narrazione credibile di lungo periodo. La differenza decisiva, però, è l’assenza di un’alternativa organizzata. Nel 1979 esisteva una leadership, una rete, un’ideologia pronta a occupare il vuoto. Oggi il dissenso è diffuso, profondo, ma frammentato. Questo rende meno probabile un collasso rapido e più plausibile uno scenario di trascinamento: repressione intermittente, concessioni cosmetiche, militarizzazione del discorso pubblico e progressivo consumo della legittimità residua. Le riforme vere richiederebbero una revisione radicale dell’impianto ideologico del sistema, quindi appaiono improbabili. Il rischio non è tanto una rivoluzione imminente, quanto una lenta erosione che rende il regime sempre più dipendente dalla coercizione e quindi, paradossalmente, sempre più vulnerabile a shock futuri.
Fonte: www.rainews.it
