Bombe Nato sulla Tv di Belgrado 27 anni fa
Alle 2.30 del 23 aprile 1999, le bombe NATO cadevano sulla RTS , la tv pubblica di Belgrado, uccidendo 16 persone. C'era la guerra per il Kosovo. Un documentario di Sladjana Zaric oggi fa luce sulle verità nascoste di quel conflitto
Tiziana Boari Una guerra umanitaria. Fu questo a giustificare nel 1999 la guerra contro la Serbia, quella che cambiò le regole del gioco e trasformò la NATO da un’alleanza difensiva ad una coalizione militarmente offensiva che intervenne senza il placet dell’ONU . Per la prima volta nella storia. I bombardamenti iniziarono 27 anni fa il 24 marzo sul Kosovo e Belgrado.
Poi il 23 aprile, un mese dopo, avvenne qualcosa di assolutamente inaspettato.
Alle 2.30 del mattino l’edificio della tv pubblica serba, la RTS di Belgrado, fu centrata da bombe NATO che sorpresero al lavoro e uccisero 16 persone, tutti dipendenti. Tra loro nessun giornalista, solo tecnici e operai. Molti giovani.
La torre bruciò, l’edificio bruciò . Di due giovani dipendenti, un addetto alla sicurezza e un tecnico, non si riuscì mai a trovare neanche la minima traccia di dna. Tutti polverizzati.
A portarmi di nuovo a Belgrado dopo 27 anni è stata la giornalista Sladjana Zaric, autrice di “Breaking Point. The war that changed the rule” . Il documentario è stato trasmesso per la prima volta il 24 marzo scorso in occasione dell’anniversario dell’inizio della guerra del 1999 e cerca di dare una risposta a chi oggi ancora si chiede il perché di quella guerra, di quei bombardamenti durati per 78 lunghi giorni.
C’era o non c’era una emergenza umanitaria in Kosovo a giustificare quell’ingerenza militare così pesante? Le testimonianze dei protagonisti dell’epoca che in quella guerra si trovarono a vario titolo coinvolti svelano dopo quasi trent’anni a una società come quella serba una verità che fu immediatamente riconosciuta ma che mai entrò nella narrazione ufficiale di quel evento storico: l’emergenza umanitaria fu un’invenzione , un escamotage creato ad arte per assumere il controllo di quel territorio e spingere ad est la NATO che proprio in Kosovo avrebbe creato una delle sue basi più importanti, Bondsteel. A scriverlo allora erano in pochi e tra questi la sottoscritta, sul campo a Prishtina come Media Development Advisor per la missione di Osservazione dell’Osce in Kosovo dal dicembre 1998 al marzo 1999.
Il documentario di Sladjena Zaric ospita, oltre alla testimonianza della sottoscritta, anche quelle in italiano del generale Biagio Di Grazia , a lungo attachè militare dell’ambasciata italiana a Belgrado e dell’ex parlamentare e giurista Domenico Gallo, ai tempi parlamentare della Commissione Difesa. voci come quella di Jan Oberg, ricercatore nel settore della risoluzione pacifica dei conflitti e consulente del leader kosovaro Ibrahim Rugova. Ad aprire è il tedesco Willy Wimmer, deputato cristiano democratico e vicepresidente dell’Osce all’epoca della crisi.I rapporti dei militari tedeschi furono chiari, afferma: in Kosovo era tutto tranquillo, non c’era alcuna emergenza umanitaria. Un altro tedesco intervistato è il giornalista e producer Jo Angerer, autore del documentario “Tutto iniziò da una bugia”, quella della catastrofe umanitaria appunto, prodotto dalla Ard nel 2000. Parlano poi voci illustri come lo storico britannico James Pettifer, Charles Kupchan che ai tempi era direttore della sezione europea del National Security Council durante la presidenza Clinton e ora è professore di politica internazionale alla Georgetown University. Del fatto che l’UCK fosse di fatto la forza di terra della NATO Kupchan è convinto. Parlano anche il colonnello finlandese Pekka Visuri . Yevgeny Primakov Jr, parla da parte russa, è deputato alla Duma e nipote omonimo di Evgenij Maksimovic Primakov, già premier russo, che giocò un ruolo fondamentale nelle trattative con Milosevic per arrivare alla pace di Kumanovo, quella che sancì la fine della guerra nel giugno 1999.
I protagonisti storici ci sono tutti e parlano direttamente. L’autrice è rigorosamente invisibile per dare voce a coloro che allora fecero la storia. Una storia che oggi rischia di ripetersi, in altri luoghi con modalità analoghe.
Fonte: www.rainews.it
