È l’eterno ritorno dell’uguale. Tra condoni, ‘manine’ e assalto alla diligenza del Mef, la discussione sulla manovra si svolge in un tempo circolare: ogni fine anno si ripresentano gli stessi schemi e, a volte, persino gli stessi temi. Ma quella che il Parlamento si accinge a discutere, trattandosi di una manovra pre-elettorale, sembra portare il confronto su piani diversi che offrono una lettura dello stato dei rapporti interni al centrodestra in vista del voto politico del 2027.

Il ruolo di Giorgetti nella stabilità del governo Meloni
Diversi ritengono che la stabilità del governo di Giorgia Meloni sia stata costruita, oltre che sulle innegabili capacità politiche e comunicative della presidente del Consiglio, su due architravi: il rapporto tra la premier e i due vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, e quello con il ministro leghista dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.

Nel primo caso, il comune interesse a governare ha garantito la tenuta della maggioranza. Nel secondo, a parte lo scivolone di Giorgetti sull’emendamento sulle preferenze alla legge elettorale (non lo votò in prima lettura alla Camera), l’asse è solido e, soprattutto, ha garantito stabilità al governo davanti ai mercati internazionali. L’ex ministro di Mario Draghi, il bocconiano leghista che ama parlare solo del suo lago (quello di Varese) e dei conti in ordine, è servito alla premier soprattutto per tenere a bada l’hybris salviniana e le bordate dei ‘ventriloqui’ del segretario: prima quelle di Andrea Crippa, poi quelle di Claudio Borghi.

I sospetti di Salvini sul titolare del Mef
Visti i rapporti da sempre altalenanti, il riflesso di Giorgetti su Salvini è servito a Meloni anche per stringere un rapporto personale con il capo leghista. E ha funzionato come colonna portante del governo. Ma negli ultimi mesi è tutto cambiato. Prima c’è stato il mancato voto all’emendamento sulle preferenze presentato da Fratelli d’Italia, che avrebbe incrinato lievemente la fiducia di Meloni in Giorgetti. Poi è arrivata l’estate tumultuosa dei ribelli ‘nordisti’ contro Salvini.

Il segretario sospetterebbe che dietro la rivolta per sostituirlo o, comunque, dietro la richiesta di una leadership più collegiale avanzata da Attilio Fontana e Massimiliano Romeo ci sia il ‘suo’ ministro. Del resto, se il primo giorno del congresso leghista si è risolto in un processo al capogruppo al Senato, nel secondo l’imputato era Giorgetti. E non si può dire che l’uomo di Cazzago Brabbia non abbia replicato all’attacco, parlando per la prima volta di «problemi evidenti nella Lega» e del Ponte sullo Stretto che andrebbe progettato tenendo conto che la «politica è l’arte del possibile, non l’arte dell’impossibile».
Le critiche leghiste alla manovra e il nodo del relatore
Quando poi alcuni retroscena hanno dato Giorgetti a rischio ricandidatura alle Politiche, Salvini ha liquidato le ricostruzioni come «bugie» senza però sentire il bisogno di lodare il ministro o di farlo sentire indispensabile. Non solo. Da prima del congresso, nei corridoi di via Bellerio, non si fa altro che parlare di Giorgetti e della sua presunta disponibilità a entrare in un ipotetico governo di larghe intese nel caso le prossime elezioni finissero con un pareggio (non a caso, dal palco del MiCo Salvini ha scandito: «Mai più governi come quello guidato da Draghi»). Ed eccoci alla legge di bilancio più contestata dalla Lega da quando Giorgetti siede alla scrivania di Quintino Sella in via XX Settembre. Mai Salvini si era spinto a criticare così apertamente il Mef come in questi giorni: l’uscita del ministro Giuseppe Valditara che ha affermato di essere sorpreso dei tagli al personale scolastico, le proteste di Claudio Durigon sui fondi insufficienti per le pensioni, i retroscena, non smentiti, in cui si accusa il titolare del Tesoro di aver «tradito» la fiducia.

Poi c’è la questione del relatore. Giorgetti avrebbe voluto Silvana Comaroli nella squadra della manovra. Ma la deputata cremonese ha appoggiato Massimo Garavaglia, lo sfidante di Salvini al congresso, e quindi risulta indigesta ai salviniani, che potrebbero costringere il presidente della commissione Attività produttive Alberto Gusmeroli a passare brevemente alla commissione Bilancio per il tour de force parlamentare.

Il paradosso di FdI che difende un leghista
Insomma, pare in atto un insistente tiro al piccione contro il ministro. Una strategia elettorale che però potrebbe avere conseguenze imprevedibili. Meloni lo ha capito e ha schierato il ‘suo’ Marco Osnato in difesa di Giorgetti. Ma si è arrivati al paradosso: la Lega fa trapelare che i «tecnici e i parlamentari del partito sono al lavoro per individuare le risorse necessarie a evitare i tagli ipotizzati agli organici del mondo della scuola» (scusate, toc-toc, ma non è un vostro collega di partito il ministro dell’Economia?) e – ciliegina sulla torta – FdI difende un leghista. A questo punto che lo candidino loro, potrebbe dire un qualsiasi salviniano ortodosso, se non fosse già stato detto.

