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La Russia spicca un mandato d'arresto per il giudice italiano Aitala. Anm: "Governo intervenga"
È il firmatario del mandato contro Putin. Altri otto magistrati finiscono nella lista dei ricercati russi. L'Associazione nazionale magistrati in una nota chiede al Governo di interrogare la Russia
Ansa Il giudice italiano della Corte Penale Internazionale, Salvatore Aitala, che aveva spiccato dall'Aja il mandato di cattura per il presidente russo Vladimir Putin, è stato condannato in contumacia assieme ad altri suoi colleghi dal tribunale di Mosca a 15 anni di carcere, per aver "perseguito persone innocenti" e per "tentata violenza contro persone che godono di protezione internazionale".
Nel giorno in cui l'Ue decide il congelamento degli asset russi, arriva la notizia della condanna di Aitala, riportata dai quotidiani Avvenire e Il Fatto Quotidiano.
Immediato il commento della Giunta esecutiva centrale dell'Associazione nazionale magistrati: "Auspichiamo - si legge in una nota dell'Anm - che il governo italiano chieda immediatamente spiegazioni al governo russo sulle circostanze che hanno portato il giudice Aitala a essere condannato in contumacia dal tribunale di Mosca. Aitala lavora per la Corte Penale Internazionale, un organismo che è nato in Italia, a Roma, e che rappresenta un baluardo del diritto a livello mondiale".
"Ci auguriamo - conclude l'Anm - che l'appartenenza di Aitala a questo organismo non sia divenuto un pretesto per esercitare un'odiosa forma di ritorsione della Russia nei confronti suoi e del nostro Paese".
E di ritorsioni parla senza mezzi termini la portavoce del ministro degli Esteri russo, non nuova a roboanti minacce: "La nostra risposta sarà immediata. La Banca di Russia ha pubblicato una dichiarazione dettagliata sulla questione il 12 dicembre. Misure concrete sono già in fase di attuazione", ha affermato Maria Zakharova in una nota pubblicata sul ministero degli Affari esteri e rilanciata dall'agenzia Ria Novosti.
L'incriminazione e le foto da “ricercato”
Il 21 maggio 2023 l’Ufficio investigativo presso la Procura generale russa aveva incriminato in contumacia i giudici della Cpi. All'epoca l’Ufficio investigativo russo, che aveva anche diffuso foto segnaletiche dei giudici, tra cui anche quella di Aitala, affisse come “ricercati”, aveva scritto che la decisione di emettere il mandato era stata "consapevolmente illegale" e si qualificava come “l'accusa penale di una persona notoriamente innocente, unita all'accusa illegittima di una persona di un reato particolarmente grave, nonché alla preparazione di un attacco a un capo di uno Stato estero che gode di protezione internazionale, con lo scopo di complicare le relazioni internazionali”.
Il tribunale presieduto dal giudice che ha mandato in Siberia Navalny
Il tribunale che ha condannato i giudici della Cpi è presieduto dal giudice Andrei Suvorov, lo stesso che in passato aveva mandato nella colonia penale in Siberia il dissidente Alexei Navalny, dove poi è morto in circostanze mai davvero chiarite, e che persegue sistematicamente oppositori politici.
Con Aitala sono stati condannati altri otto magistrati della Corte e della procura internazionale, fra cui l’ex presidente della Cpi Petr Józef Hofmański, il successore Tomoko Akane, e il secondo vicepresidente Reine Alapini-Gansou. Tutti inseriti in una lista di ricercati internazionali, con la possibilità che Mosca chieda all’Interpol di emettere un mandato globale.
La Corte penale internazionale aveva emesso nel marzo 2023 il primo mandato di cattura per Putin e per la commissaria ai diritti dei bambini Maria Lvova-Belova, accusati di deportazione illegale di minori ucraini. Mosca aveva respinto il provvedimento definendolo “nullo” e aveva avviato un procedimento penale contro i giudici della Corte. Ora arriva la sentenza che alza lo scontro anche sul piano del diritto internazionale.
Quando Aitala disse: “La Storia ci chiederà conto di dove fossimo quando avveniva un attacco alla civiltà dei diritti”
Sono passati sei mesi da quando il giudice Aitala pronunciava all'Università di Bologna le parole “Where were you? Voi dove eravate”? Quando tra qualche anno la Storia chiederà dove fossero giuristi e intellettuali, mentre “avveniva un attacco alla civiltà dei diritti”: come sarà descritto questo tempo in cui “una coincidenza di interessi tra autocrazie e alcune democrazie dichiara guerra ad un ordine di civiltà”?
Quel giorno di giugno il vicepresidente della Cpi non è entrato nei casi specifici e molto delicati di cui si è occupato, ma ha parlato delle resistenze di alcuni Stati di non collaborare con la Corte perché “considerano il Tribunale internazionale un organo politico”. Ammetteva allora di “non stupirsi” di alcune mancate cooperazioni in situazioni di potenziale conflitto tra “interessi politici interni anche validi” e i diritti. Qualcuno leggeva in quelle parole anche un riferimento al caso Al Masri, che l’Italia non ha consegnato a L’Aja, ma riaccompagnato in Libia con volo di Stato.
Ora vedremo, se in queste ore di febbrili trattative per un accordo di pace tra Russia e Ucraina, mentre l'Italia accetta “con riserva” il congelamento degli asset russi varato dall'Ue, il nostro Governo sceglierà di replicare alla provocazione di questo mandato d'arresto nei confronti del giudice catanese impegnato ai vertice di quel Tribunale internazionale con il quale i rapporti restano tesi proprio a causa della mancanza di consultazioni bilaterali sul caso Al Masri.
Fonte: www.rainews.it
