Un po’ ministri, un po’ Alice nel Paese delle Meraviglie. Anche quest’anno, poche ore dopo averla approvata in una riunione lampo del Consiglio dei ministri, i titolari dei principali dicasteri di spesa giurano di non aver mai visto quella manovra lì, quella che taglia i conti, riduce, lima e comprime. E allora c’è da chiedersi dov’erano, benedetti figliuoli, mentre si varava la legge a Palazzo Chigi, si scrivevano le norme, si computavano le tabelle. Tutti distratti? Tutti discalculici? Tutti in pausa pranzo?

L’incomprensibile irritazione per i tagli
Piccolo riassunto. La manovra viene varata dal Consiglio dei ministri mercoledì 28 ottobre in una riunione che dura dalle 15,15 alle 16,56. sono 175 pagine, 157 articoli, più la relazione tecnica di 198 pagine. I giornali mettono in luce le insufficienti risorse alla sanità, i tagli alla scuola e alla rivalutazione delle pensioni. Dalle diverse categorie si levano critiche, dalle Regioni pure, comprese alcune di centrodestra (l’assessore lombardo al Welfare Guido Bertolaso ha parlato di «tagli insostenibili»). Da lunedì sui giornali spuntano retroscena in cui i ministri, da Giuseppe Valditara a Orazio Schillaci fino a diversi big leghisti, si dicono «sorpresi» e «irritati» con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, autore della stretta. Si attendono sviluppi, la manovra è appena approdata in Parlamento e solitamente qualche modifica viene approntata. Vedremo quali.

In tempo elettorale, la manovra è figlia di nessuno
In realtà due sono i limiti dietro cui si nasconde il vero motivo per cui la manovra Meloni 2027 è figlia di nessuno. Il nodo principale è che i soldi sono pochi, i tagli tanti e nessuno vuole assumersi a pochi mesi dalle elezioni la paternità politica di sacrifici e ristrettezze, dunque meglio scaricare sul ministro Giorgetti che ha le spalle larghe, tanta pazienza (Usque tandem, si chiedono in molti) e soprattutto la fiducia della premier e dei mercati. Dietro al nodo politico di una manovra pre-elettorale, però c’è un vizio tutto figlio della attuale politica fast and furious.

Il cambio di passo con Berlusconi
Facciamo un passo indietro. C’era un tempo in cui la manovra si approvava dopo diverse ore di riunione del consiglio dei ministri. Finiva sempre di notte, con conferenza stampa il mattino successivo, occhiaie e facce sbattute. Insomma, poco smart ma molto letta e combattuta. Poi Silvio Berlusconi, uomo del fare, decise che quella scena lì non gli piaceva, non era glamour, e dunque via, una manovra si approva in un’ora, niente maratone, si dà l’ok alle ‘copertine’ delle norme e si va in tv ad annunciare la meraviglia. E dunque i malumori che ogni manovra si trascina dietro, perché mai si accontentano tutti-tutti-tutti, si sono spostati al giorno dopo.

Sono passati 30 anni ma va ancora in onda lo stesso show
Sono passati 30 anni ma va ancora in onda lo stesso show. La manovra si approva in un’ora (Meloni ha aggiunto i 41 minuti) e si va in diretta col volto fresco ad annunciarla. Peccato che i ministri molto probabilmente non l’abbiano letta, o per lo meno non abbiano letto tutte le tabelle, oppure non abbiano capito cosa stavano approvando, quanti tagli, quanti trasferimenti. E allora forse, ormai per il prossimo anno, una prece: metteteci il tempo che ci vuole, fate lo sforzo di lavorarci un intero pomeriggio se serve, confrontatevi, usate la calcolatrice, litigate e riappacificatevi, abbiate anche il coraggio di dire al Giorgetti di turno che no, la sanità non si può tagliare, o perlomeno non così. Ma risparmiateci non una manovra così così – capita a ogni coalizione – ma almeno le lacrime di coccodrillo, gli spin freddi e ipocriti ai giornali del tipo «il ministro è irritatissimo», perché davanti a questi esprit de l’escalier, l’interrogativo «allora a cosa serve un ministro?» attraversa la mente di molti.
