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Antonello Falqui, quando il bianco e nero colorava l’Italia

Con i suoi programmi, da Canzonissima a Milleluci e Studio Uno, il grande regista scomparso ha fatto sognare generazioni di connazionali. Creando una televisione piena di talento, professionalità e pazzia che non ha lasciato eredi. Ma solo tanta nostalgia.

Ci son di quei nomi che profumano d’epoca. Racchiudono passaggi storici, società che cambiano, si divertono, passano dal Dopoguerra post rurale alla post modernità da bere e da trangugiare. Antonello Falqui è un nome così, scomparso a 94 anni.

Mina e Antonello Falqui durante la trasmissione Rai ”Milleluci”.

Un secolo lungo il suo, lunghissimo, e fecondo altrettanto. Professionalmente inaugurato con la televisione, prima ancora che la televisione fosse: ancora in fase sperimentale, ma il giovane Falqui, figlio d’un critico e scrittore, era già lì, a sperimentare, proveniente dal Centro Sperimentale di Cinematografia.

FALQUI HA ACCOMPAGNATO I NOSTRI MIGLIORI ANNI

Il nuovo, futuribile mezzo l’ha rapito dalla facoltà di Giurisprudenza, e le due vite andranno sempre insieme: è lui a inaugurarla, la tivù, col primo Arrivi e Partenze con cui dirige un giovane occhialuto italoamericano, tale Mike Bongiorno, scoperto da Vittorio Veltroni. Da quel momento, Antonello Falqui accompagna i migliori anni della nostra vita: c’è lui dietro i programmi che diventano modi di dire che cambiano gli italiani, Musichiere, Canzonissima, Studio Uno, i cicli degli Stasera: Stasera Rita (Pavone), Stasera Patty Pravo, Gianni Morandi, eccetera.

Lo staff della prima edizione del Musichiere: da sinistra Patrizia Della Rovere, Garinei, Antonello Falqui, Giovannini, Patrizia De Blanck e Mario Riva (LaPresse).

Sono gli anni della grande televisione in bianco e nero, tra i Sessanta e i Settanta, «quando», per scippare le parole a Giorgio Gaber, «si faceva un tipo di televisione sontuosa, meravigliosa, attenta a ogni dettaglio e oggi quella televisione lì non si fa più». 

UNA VITA GRANDE, DIVERTENTE E DIVERTITA

Falqui prosegue, Sai che ti dico?, con gli irresistibili Sandra e Raimondo, Milleluci (ah, quella Carrà e quella Mina insieme!), Dove sta Zazà e Mazzabubù entrambe con l’immensa Gabriella Ferri, il ciclo di Bambole, non c’è una lira, in sei puntate, tratto dalla commedia teatrale, e avanti ancora dentro gli Anni 80 e 90.

Antonello Falqui con Mina nel 1961 (foto LaPresse).

Quando Falqui, ormai assurto al ruolo di storico, memoria vivente del mezzo televisivo, giustamente si riposa. Mai del tutto, quelli così hanno sempre una scintilla da scoccare, fino alla fine. Il suo congedo testimonia di una vita grande, divertente e divertita: «Sono partito per un lungo lungo lungo viaggio, potete venire a salutarmi lunedì 18 novembre alle 11 alla chiesa di Sant’Eugenio a viale Belle Arti a Roma». Parole che qualcuno ha messo sui social.

Sono partito per un Lungo Lungo Lungo Viaggio……potete venire a salutarmi LUNEDI 18 NOVEMBRE alle ore 11 alla…

Posted by Antonello Falqui on Friday, November 15, 2019

UN’ITALIA INGENUA, BUGIARDA E SENTIMENTALE

Dalla televisione che non c’era alla post televisione di internet, del tablet. Parole di un uomo sereno, consapevole di essere stato una compagnia di vita per i suoi connazionali: arrivava il sabato sera e la schedina era un rito e il giro delle botteghe liturgia, e dopo le serrande si calavano, una per una, cadeva un dolce silenzio sulla città sconcertata e ci si tappava in casa e arrivava la trasmissione che ci divertiva, ci intontiva, il lunedì a scuola ne avremmo replicato tutte le battute. Un’Italia più ingenua, che si vedeva apparecchiare scenette e balletti da gente come Antonello Falqui, Gino Landi, Mario Landi, Romolo Siena, fiato alle trombe Turchetti! Un video immaginario: le facce stravolte, indimenticabili di Walter Chiari, Paolo Panelli e Bice Valori, Alberto Sordi, Franca Valeri, le gemelle Kessler, «la notte è piccola per noi, troppo piccolina», e cento altri in un‘Italia sfocata, scintillante, eccitata, crudele, bugiarda e sentimentale che si perdeva in vapori d’etere e di misteri, segreti che avremmo saputo tardi o forse mai. 

SPETTACOLI RIMASTI NELLA NOSTRA MEMORIA GENETICA

Antonello Falqui era uno dei demiurghi. Ci ha reso più sopportabile la difficile transizione democratica, ha aiutato tre o quattro generazioni a crescere senza prendersi troppo sul serio, magari inseguito dai rimbrotti di una classe intellettuale che ci vedeva ottundimento, manipolazione delle masse: ma che si doveva fare con quel popolo ancora acerbo, che si riuniva in 50 in un bar davanti a una scatola magica? Le cose hanno bisogno di tempo. I mutamenti hanno bisogno di tempo. Quegli spettacoli, tra il geniale e lo sciocchino, però sono rimasti e non solo nella nostra memoria genetica: non è venuto niente di meglio a sbiadirli.

UNA TIVÙ DI PAZZI PIENI DI TALENTO

«Quella televisione lì oggi non si fa più». Perché era un’epoca di pazzi, ma veri. Tognazzi e Vianello anche loro praticamente inaugurano la televisione italiana, Un due tre e siamo nel 1954, bavagli vaticani e democristiani a piovere. Eppure, già parodie carogna, magliaie, ciclisti, mondine, tronci della Val Camonica, chissà come fanno a farle passare.

Antonello Falqui riceve il premio Via Condotti nel 2004 (LaPresse).

Nel 1959, il Presidente Giovanni Gronchi nel palco reale della Scala casca dalla sedia e, inesorabile, pochi giorni dopo, Ugo rifà la scena con il finto candido Raimondo che lo apostrofa: «Ma chi ti credi di essere?». Il programma finisce lì, in quel momento.

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Quando i due tornano in camerino, ci trovano già le lettere di siluramento. Li tengono in ghiacciaia un anno e mezzo, poi li richiamano: «Abbiamo deciso di perdonarvi, avete qualcosa di nuovo per la televisione?». Pronti, Tognazzi e Vianello rispondono: «Sì, ci sarebbe una cosettina sul papa» che è il bergamasco Angelo Roncalli, e a Bergamo, lo sanno tutti, si smoccola che è un piacere e Ugo, spietato: «Mi sun de Bèrghem, porco…». Fuori! Pazzi completi, incontrollabili, meravigliosi. Mica solo loro. Guardali nel video immaginario, quelle facce parlano. E quelli come Antonello Falqui a dover contenere, dirigere, organizzare una banda di scatenati senza ritegno e con troppo talento. O ci crepi, o ti diverti una vita. Per questo un 94enne artista degli artisti può congedarsi dal mondo con tanta garbata serenità. Come chi sa che aveva una missione da compiere nella vita, e l’ha compiuta.


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Addio ad Antonello Falqui, il padre del grande varietà all’italiana

Il grande regista è scomparso a 94 anni. In Rai dal 1952, firmò programmi culto come StudioUno, Il Musichiere e Canzonissima.

Studio Uno, il Musichiere, Canzonissima, Milleluci. In una parola la storia della televisione italiana. La Rai di Mina, Walter Chiari, di Paolo Panelli e Bice Valori, di Franca Valeri e delle gemelle Kessler. Artisti e programmi che hanno segnato un’epoca e che portavano tutti la sua firma. Antonello Falqui se ne è andato a 94 anni nella notte tra il 15 e il 16 novembre, con la stessa leggerezza e ironia con cui aveva vissuto e aveva fatto vivere generazioni di italiani. La notizia della scomparsa del regista padre del varietà all’italiana ha fatto il giro del web nel modo più singolare: «Sono partito per un lungo lungo lungo viaggio», recita il post apparso sul profilo Facebook, «potete venire a salutarmi lunedì 18 novembre alle 11 alla chiesa di Sant’Eugenio a viale Belle Arti a Roma».

Sono partito per un Lungo Lungo Lungo Viaggio……potete venire a salutarmi LUNEDI 18 NOVEMBRE alle ore 11 alla…

Posted by Antonello Falqui on Friday, November 15, 2019

IN RAI DAL 1952

In Rai Falqui aveva cominciato a lavorare dal 1952, pioniere di un mondo allora ancora tutto da inventare. Nato a Roma il 6 novembre 1925, figlio del critico e scrittore Enrico Falqui, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza, che lasciò prima della laurea affascinato dal mondo del cinema. Dal 1947 al 1949 frequentò il corso di regia del Centro Sperimentale di Cinematografia. Cominciò la carriera nel mondo dello spettacolo nel 1950 come aiuto regista di Curzio Malaparte nel film Cristo proibito. Due anni dopo l’arrivo in Viale Mazzini, lavorando inizialmente nella sede di Milano.

LA TIVÙ CHE FACEVA SOGNARE L’ITALIA

Era l’alba della televisione: le prime trasmissioni, infatti, vennero inaugurate il 3 gennaio 1954. Si occupò prim dei documentari, ma la celebrità arrivò con i varietà amatissimi dal grande pubblico, che all’epoca si riuniva nelle poche abitazioni o locali pubblici dotati di un televisore per guardare i programmi. Prima il Musichiere condotto da Mario Riva, in onda dal 1957 al 1960. Poi quattro edizioni di Canzonissima (1958, 1959, 1968, 1969), altrettante di Studio Uno (1961, 1962-63, 1965 e 1966), forse il più famoso e celebrato, e Milleluci (1974). Antonello Falqui aveva compiuto lo scorso 6 novembre 94 anni, e il giorno dopo si rammaricava sui social per non aver potuto festeggiare il compleanno in compagnia dei molti suoi amici, dando loro appuntamento per il 2020. Il post successivo è quello che annuncia la sua scomparsa, il suo «lungo viaggio».

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La Rai in crisi si aggrappa alla verve di Fiorello

La nuova striscia del comico siciliano è attesa dai dirigenti Rai come una speranza a cui aggrapparsi in un momento di crisi. Tra calo di ascolti e polemiche interne che mettono in discussione i vertici di tivù e radio di Stato.

Lunedì 28 ci sarà la tanto attesa presentazione del progetto Fiorello – con lo showman presente a viale Mazzini – che abbraccia RaiPlay e Radio 2 fino a Natale e per un poco anche Rai1. Infatti lunedì 4 novembre si comincia proprio con la prima delle cinque (solo cinque) pillole di 15 minuti su Rai1. Tutti aspettano Rosario e la sua carica esplosiva per risolvere una parte dei propri problemi. Insomma, una sorta di salvatore, la possibile panacea di tutte le magagne. E ognuno ha validi motivi per sperarlo.

OCCHIO AL CONTRATTO

L’ad Fabrizio Salini cerca di respirare un po’ dopo 15 mesi tutt’altro che facili (anche se le cifre del contratto ancora non firmato da Fiorello non dovrebbero fargli dormire sonni tranquilli, la Corte dei conti è già allertata). Teresa De Santis, che sta trattando l’ingaggio di Nunzia De Girolamo, moglie del ministro piddino Francesco Boccia, come inviato di Linea Bianca, spera di alzare un po’ gli ascolti depressi della rete ammiraglia (anche se 15 minuti sono pochini).

RADIO RAI IN CALO DI ASCOLTI

La direttrice del digitale Elena Capparelli, vicina al consigliere Giampaolo Rossi (Fratelli d’Italia), che in cantiere al momento non ha altri progetti, nonostante RaiPlay fosse destinata ad essere la piattaforma fiore all’occhiello della nuova Rai. E infine soprattutto Roberto Sergio, il direttore di Radio Rai, che con la scusa di Fiorello si è rifatto tutti gli studi di via Asiago ma che raccontano ugualmente in ambasce per la imminente uscita degli ascolti delle radio. Da quando c’è lui – ed è tutto un Cencelli di conduttori e programmi – gli ascolti sono in forte discesa.

POLEMICA SUGLI INVITI ALLA CONFERENZA STAMPA

Intanto, a riprova che attorno all’operazione Fiorello c’è una fortissima tensione emotiva, si è aggiunta la polemica sugli inviti alla conferenza stampa, con il numero dei giornalisti limitato a 50. In più ci si sono messi i consiglieri d’amministrazione, che l’invito lo hanno ricevuto solo la sera venerdì 25 ottobre, suscitando le vibrate lamentele di Beatrice Coletti, che nel cda è in quota 5 Stelle.

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