A novembre, per vedere George Michael, gli Stray Kids e Jovanotti non è necessario andare in uno stadio o in un palazzetto, basta acquistare un biglietto del cinema. La coincidenza delle tre uscite, dedicate a generazioni e pubblici che difficilmente si ritroverebbero sotto lo stesso palco, suggerisce qualcosa di interessante sul modo in cui nel 2026 si consuma la musica: anche la distanza dall’artista può diventare un prodotto, purché si trovi un formato adatto a venderlo. Ma che cosa si compara esattamente quando si va a vedere un concerto, o comunque la celebrazione di un’artista, al cinema: un’esperienza altrimenti inaccessibile, un’alternativa al live o un altro appuntamento da aggiungere alle spese della nostra passione?
Come un live, ma seduti in sala
Per capirlo analizziamo i tre prodotti più nel dettaglio. George Michael: The Faith Tour, in sala dal 6 novembre, recupera immagini girate in pellicola durante i leggendari concerti parigini del 1988. Il valore del prodotto è l’archivio: la rievocazione di un periodo magico (Faith è tuttora uno degli album più venduti di sempre) nella carriera di una delle più grandi popstar degli ultimi decenni.
Gli Stray Kids – fenomeni dell’ormai famigerato k-pop – portano invece sullo schermo, il 7 novembre, il loro mega-concerto dal Tokyo Dome, con una trasmissione in diretta e differite previste in alcuni territori. Si tratta della celebrazione in tempo reale dell’enorme capacità di attrazione del pop asiatico che ha ormai sostituito quello occidentale nella creazione di idoli per i giovanissimi.
Lorenzo – L’incredibile avventura di Jovanotti, in sala dal 26 novembre al 2 dicembre, è invece un documentario sulla carriera del cantante che forse più di tutti ha percorso gli ultimi decenni di musica italiana destreggiandosi sul crinale tra innovazione e tradizione. In questo caso non parliamo di un concerto ma di un film. Tuttavia il fatto che la pellicola entri ed esca dalle sale in una finestra temporale rapidissima (una settimana tra 26 novembre e 2 dicembre) contribuisce alla creazione di un effetto evento paragonabile a quello di un tour.
Un’alternativa ai costi proibitivi dei live
La distinzione tra i tre prodotti conta, soprattutto se si vuole capire dove finisce la genuinità dell’offerta culturale e dove comincia l’ennesimo giro alla cassa. Nel caso di George Michael, il valore del film è evidente: il cinema restituisce un’esibizione che nessuno potrà più vedere dal vivo e permette a chi allora non c’era di incontrarla in una forma diversa da quella disponibile online. Gli Stray Kids rappresentano l’altra possibilità: usare la sala per allargare la geografia di un concerto. Il palco rimane a Tokyo, il pubblico può trovarsi altrove. Jovanotti promette invece un accesso biografico, una conoscenza dell’artista che il posto sotto il palco non potrebbe garantire.
Le tre produzioni tuttavia condividono una domanda suggestiva: e se il futuro della musica (come business) passasse (anche) dal cinema come luogo di fruizione intermedia tra salotto e concerto? Dopotutto il costo dei grandi live è sempre più proibitivo. Guardarsi un concerto al cinema potrebbe allora diventare un’alternativa interessante per chi non può permettersi biglietti dal costo stellare, a cui spesso si deve sommare il viaggio e una notte in albergo. Da questo punto di vista, la sala offre una possibilità concreta: distribuire su molti luoghi un’esperienza il cui accesso fisico rimane limitato. Una logica non troppo diversa sottintendeva già altri esperimenti in questo senso, approdati negli ultimi anni sulle piattaforme di streaming. Ricordiamo in ordine sparso: Homecoming di Beyoncé, che ha portato il suo concerto al Coachella su Netflix; Folklore: The Long Pond Studio Sessions di Taylor Swift e Happier Than Ever: A Love Letter to Los Angeles di Billie Eilish, entrambi approdati su Disney+, con esibizioni pensate appositamente per lo schermo.

La trasformazione dei fandom in “comunità di senso”
La differenza è che in sala si acquista anche la possibilità di stare con altre persone che condividono la stessa passione. Il cinema offre a una comunità di fan uno spazio e un appuntamento: un’unità di tempo e di luogo dotata di un’ “aura” maggiore del consumo domestico. Un concerto in poltroncina è un “prodotto” che può avere un valore autonomo rispetto alla presenza dell’artista e rappresenta un’ulteriore conferma di una tendenza più ampia, ovvero quella della trasformazione dei fandom in “comunità di senso” sempre più autonome dall’oggetto del loro “culto”.

È solo un altro modo per spremere il pubblico?
Il rischio, se di rischio si può parlare, è che questa nuova modalità di fruizione dei live finisca – è anche questo è parte di un trend più generalizzato – per sancire una divisione sempre più netta basata sul portafoglio: la presenza fisica come esperienza premium sempre più costosa, la partecipazione a distanza come opzione cheap. Il cinema consentirebbe, in questo senso, di “spremere” anche quelle fette di pubblico che sempre più faticano a sostenere il costo dei concerti (consentendo viceversa di alzare ancora di più i biglietti per gli eletti). Il cinema può rendere accessibile un concerto lontano (Dirty Kids), dare nuova vita a un tour memorabile (George Michael), costruire un racconto intorno a un artista amatissimo (Jovanotti). Ma può anche essere semplicemente “sfruttato” per aggiungere una voce d’incasso alle spese di chi coltiva una passione.
