Terna, l'ad Di Foggia rinuncia alla liquidazione: un passo indietro dopo le polemiche
L'amministratrice delegata uscente sceglie la linea del rigore istituzionale e rinuncia all'indennità di fine mandato. Il passaggio alla Presidenza dell'Eni avverrà senza la liquidazione "d'oro" da Terna
GIULIA PALMIGIANI / IMAGOECONOMICA Il caso dell'indennità di fine rapporto dell'amministratrice delegata di Terna si avvia verso una risoluzione che punta alla distensione. Con una nota ufficiale, la società ha reso noto che Giuseppina Di Foggia, giunta al termine del suo mandato, ha manifestato la disponibilità a sottoscrivere un accordo per la rinuncia formale alla propria liquidazione. Si tratta della rinuncia a 7,3 milioni di euro.
L'azienda ha precisato che ulteriori dettagli verranno diffusi solo una volta completate le procedure previste dalla normativa vigente. La decisione arriva in un momento delicato, con Terna che ribadisce il proprio impegno nel rispettare rigorosamente i principi di corporate governance. La mossa dell'ad uscente sembra voler porre fine alle discussioni legate alla gestione dei vertici delle grandi partecipate di Stato. Giuseppina Di Foggia, la cui uscita da Terna prevede l'approdo alla presidenza di Eni aveva sollevato un polverone di reazioni proprio per la questione legata al trattamento di fine mandato. La Presidenza di Eni, sebbene sia la principale delle aziende a partecipazione statale, ha emolumenti inferiori a quelli di Terna.
Il Trattamento di fine mandato non è un obbligo di legge, ma un accordo tra società e manager stabilito nell'atto di nomina. Se un manager lascia una società per assumere la presidenza o la guida in un'altra partecipata dello stesso "perimetro" pubblico (ad esempio, passando da Terna a Eni come in questo caso), la riscossione della liquidazione può diventare oggetto di polemica politica. Non esiste un divieto assoluto di legge a percepirla, ma il D.Lgs. 175/2016 (Testo Unico sulle Partecipate) impone criteri di "onerosità ragionevole" e tetti alle indennità di uscita.
Diverse forze politiche avevano sollevato dubbi sull'opportunità di indennità particolarmente elevate in un periodo di sofferenza economica per molte famiglie italiane. Le sigle del settore elettrico avevano chiesto maggiore sobrietà, sottolineando la necessità di un segnale di equità verso i dipendenti dell'azienda.
La decisione, resa nota da Terna, rappresenta un tentativo di disinnescare una miccia politica diventata incandescente. Le opposizioni, guidate da Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, avevano duramente attaccato quella che veniva percepita come una "staffetta privilegiata": lasciare un ruolo operativo apicale per uno di garanzia (la presidenza) mantenendo benefit economici milionari.
Così Di Foggia era finita sotto la lente d'ingrandimento non solo per i positivi risultati operativi, ma anche per la gestione della sua uscita, è diventata un test per la sensibilità del governo sulle nomine.
Con questa rinuncia la manager sembra voler proteggere la propria reputazione professionale e, contemporaneamente, alleggerire il governo da un possibile imbarazzo politico. Terna ha comunque chiarito che ogni accordo con l'ex AD avverrà nel pieno rispetto dei principi di corporate governance, per evitare ombre sulla gestione della transizione.
Fonte: www.rainews.it
