Con l’arresto di Maduro salta il “ponte” Caracas–Teheran
Crollano pilastri del patto Iran–Venezuela (militare, droni, energia, sanzioni) e si aprono effetti a catena su rotte, finanza e anche sugli interessi cinesi nel debito e nelle risorse. Intervista ad Alberto Pagani
AFP Crollano pilastri del patto Iran–Venezuela (militare, droni, energia, sanzioni) e si aprono effetti a catena su rotte, finanza e anche sugli interessi cinesi nel debito e nelle risorse. Ne parliamo, in questa intervista, con il professor Alberto Pagani (docente all’Università di Bologna e analista di intelligence).
Con questo arresto Washington ha cambiato “categoria” al Venezuela: in che senso non è più vista come una semplice dittatura locale?
Gli Stati Uniti non considerano più il Venezuela solo una “dittatura locale”, ma una piattaforma avanzata ostile: una sorta di “portaerei iraniana” nel cuore delle Americhe. In questo quadro, la cattura di Nicolás Maduro da parte delle forze speciali statunitensi non è un fatto interno venezuelano, ma come un’azione che recide un “cordone ombelicale” strategico tra Caracas e Teheran.
Perché la caduta di Maduro è un colpo “paragonabile alla perdita di un fronte di guerra” per l’Iran?
Perché il Venezuela si presenta come il principale avamposto iraniano in America Latina: non solo un partner commerciale, ma una piattaforma di proiezione nel “giardino di casa” degli USA, usata per operazioni di intelligence e logistica vicino ai confini statunitensi. Inoltre questo shock si lega anche alla perdita di altri pilastri: dopo la caduta di Assad in Siria (indicata come avvenuta nel 2024), anche la fine del regime venezuelano fa crollare elementi dell’“Asse della Resistenza” globale e chiude una “rotta transatlantica” iraniana, costringendo Teheran a ripiegare entro i propri confini.
Qual è stato il “cuore operativo” della convergenza tra Stato venezuelano e reti criminali/paramilitari legate all’Iran?
Il fulcro è Hezbollah, che è anche un hub logistico e finanziario che in Venezuela non agirebbe solo come gruppo terroristico, ma come rete di servizi al regime. Hezbollah, infatti, avrebbe usato il territorio venezuelano per trafficare cocaina verso Europa e Medio Oriente, trattenendo una quota dei profitti per finanziare operazioni militari, e avrebbe sfruttato reti come il Tren de Aragua per il riciclaggio.
Che ruolo avrebbero avuto passaporti e identità venezuelane nei legami Iran–Venezuela?
Per anni, il regime di Maduro avrebbe distribuito passaporti e carte d’identità venezuelane a membri di Hezbollah e della Forza Quds, consentendo loro di viaggiare in America Latina e nel mondo con identità protette. Con lo stop a questa distribuzione, Hezbollah perderebbe una leva cruciale di infiltrazione nell’emisfero occidentale; e i combattenti rilocati in Venezuela negli ultimi mesi (secondo “rapporti di intelligence” ) rischierebbero cattura o estradizione, perché i documenti sarebbero stati forniti illegalmente dal regime.
Quali sono le possibili altre perdite per l’Iran?
In primis l’isola di Margarita come zona franca con basi logistiche, centri di addestramento e imprese di facciata collegate a clan (Rada e Nassereddine) legati a Hezbollah. Inoltre la fine della protezione del Sebin (servizi segreti venezuelani) e l’avvio di una “pulizia” istituzionale da parte di un governo ad interim sostenuto dagli USA, che cercherebbe figure legate a Hezbollah o alla Forza Quds. Si parla anche di cellule nell’area della “triplice frontiera” (Argentina–Brasile–Paraguay), che Hezbollah avrebbe provato a mobilitare, ma che sarebbero state in gran parte neutralizzate dalla pressione di sicurezza locale coordinata con gli Stati Uniti.
Quali elementi dell’alleanza formale Iran–Venezuela sono compromessi dall’arresto di Maduro?
C’è un Patto di Cooperazione Ventennale firmato nel giugno 2022 (2022–2042) e l’arresto fa crollare due pilastri di questo patto: militare e petrolifero. Sul piano militare: consulenza iraniana, connessione Quds–Caracas, addestramento di intelligence e milizie (Colectivos) su controllo digitale e guerra asimmetrica, con riferimento al modello dei Basij; e una linea di assemblaggio di droni (come Mohajer-6) presso la base aerea El Libertador a Maracay. Sul piano economico-energetico: consulenti e tecnici iraniani per raffinerie venezuelane (come El Palito), esportazioni di greggio e “flotte fantasma”, e pagamenti in oro per aggirare Swift e sostenere sia il mercato interno venezuelano sia le esigenze finanziarie iraniane.
In che modo la fine del “ponte venezuelano” colpisce direttamente Hezbollah e l’elusione delle sanzioni iraniane?
C’ è una catena: società fantasma a Caracas usate dalla Forza Quds per acquistare componenti occidentali sotto embargo; voli diretti gestiti da compagnie sanzionate come Mahan Air e Conviasa, che l’intelligence USA considererebbe canali per armi, contanti e personale; e un ecosistema finanziario in cui sarebbero transitati circa 7,8 miliardi di dollari negli ultimi anni per finanziare proxy iraniani. Con rotte aeree/navali interrotte e depositi in Siria sotto attacco, il “ponte aereo” verso Hezbollah risulterebbe “quasi totalmente bloccato”. Inoltre Hezbollah perderebbe accesso ai proventi del narcotraffico (Cartel de los Soles) e al riciclaggio; e le rotte della cocaina verso Africa ed Europa finirebbero sotto pressione diretta dell’operazione “Southern Spear” della Marina USA.
Secondo lei l’arresto di Maduro crea problemi anche alla Cina: quali e perché?
Perché Pechino si troverebbe davanti a un cambio di regime che mette a rischio asset e crediti: il Venezuela deve alla Cina circa 60 miliardi di dollari. La Cina è “fredda e pragmatica”: condanna ufficiale dell’“interferenza esterna”, ma nessuna intenzione di intervenire militarmente per difendere un regime ormai caduto. La priorità diventerebbe garantire continuità: funzionari cinesi sarebbero già in contatto con i rappresentanti di María Corina Machado per assicurarsi che il prossimo governo onori il debito e continui a fornire petrolio e minerali (oro e coltan), indipendentemente da chi governa. In questa cornice, l’arresto di Maduro non destabilizza solo l’asse Iran–Venezuela: costringe anche la Cina a riposizionarsi rapidamente per proteggere i propri interessi economici nel Paese.
Fonte: www.rainews.it
