Cuba nel buio dell'apagón: la strategia Trump del "regime collapse"
Intervista a Lucia Capuzzi
AP Dal 29 gennaio Cuba è senza petrolio: l’ordine esecutivo di Donald Trump ha trasformato l’isola in un laboratorio della nuova dottrina del “regime collapse”, non più cambio di regime, ma l’implosione del regime. Lucia Capuzzi, firma di “Avvenire” per l’America Latina, ricostruisce l’intreccio tra sanzioni americane, errori del governo, il peso del conglomerato militare Gaesa e il ruolo silenzioso della Chiesa di Papa Leone.
L'Apagón e la paralisi del paese
Lei parla di Cuba come di un “laboratorio geopolitico” dove l’emergenza umanitaria diventa strumento di pressione. L’apagón - il blackout permanente che colpisce nove milioni di abitanti - non significa solo assenza di luce, ma sospensione di ogni pulsione vitale: movimento, lavoro, sanità, istruzione, igiene. Quanto incide, su questa paralisi, lo stop alle forniture di petrolio imposto da Washington dalla fine di gennaio? E in che misura la responsabilità è da imputare, invece, agli errori di gestione del governo dell’isola?
"Cuba è in crisi da prima del 29 gennaio, quando, con un ordine esecutivo, Donald Trump ha dichiarato l’isola una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti e ha minacciato ritorsioni contro i paesi che la rifornissero di petrolio. È in crisi sostanzialmente dal primo mandato di Donald Trump per una serie di fattori. Primo: la reimposizione, da parte di Trump, di una serie di sanzioni che hanno messo fine all’esperimento di normalizzazione avviato da Barack Obama e Raúl Castro a partire dal 2014.
In secondo luogo, c’è un’enorme responsabilità del governo cubano, prima di Raúl Castro e poi di Miguel Díaz-Canel, suo successore, eletto dal partito e quindi non dai cittadini, all’insegna della continuità. Gli errori di Raúl Castro sono dovuti al fatto che, sull’onda della normalizzazione, ha avuto paura di perdere il controllo.
In questo le pressioni dei militari, di cui Raúl fa parte, sono state determinanti. In particolare quelle del potentissimo consorzio Gaesa, una realtà creata dallo stesso Raúl, originariamente per finanziare le forze armate quando crollò l’Unione Sovietica, e poi diventata l’attore determinante nell’economia cubana. Nessuno sa con precisione quanto Gaesa controlli: si parla di circa il 40% dell’economia, ma potrebbe essere di più.
Questo consorzio, temendo la concorrenza, ha premuto su Raúl perché frenasse sulle riforme, riforme economiche e ovviamente riforme politiche. Díaz-Canel ha ereditato questa situazione in un momento sfavorevole dal punto di vista internazionale, perché era tornato Trump alla Casa Bianca e aveva reimposto le sanzioni. Esplode il Covid e quindi c’è il grande crollo del turismo, da cui dipendeva e dipende l’economia cubana, in particolare perché Gaesa ha deciso di investire totalmente nel turismo e possiede di fatto le grandi catene. Continua a investire nel turismo, sebbene il numero dei viaggiatori a Cuba sia in calo costante a partire da poco dopo la pandemia, dal 2020. Questo è il quadro in cui si inserisce il blocco energetico decretato da Donald Trump il 29 gennaio. Già prima, con il cambio al vertice di Caracas, si erano di fatto bloccate le forniture di petrolio venezuelano, da cui dipendeva un terzo dell’energia dell’isola; con il blocco totale a partire dal 29 gennaio, di fatto non entra più petrolio a Cuba. Questo è un colpo decisivo al sistema già fragile dell’isola, che resta sostanzialmente senza energia. E senza energia vuol dire paralisi totale: paralisi dell’economia, paralisi dei trasporti, sfacelo di quanto si era salvato dai decenni precedenti".
Dal “regime change” al “regime collapse”
In un suo articolo, lei fa una distinzione decisiva: non più il classico “regime change”, ma il “regime collapse”, ovvero il soffocamento economico fino al crollo dell’apparato politico e istituzionale. Una strategia teorizzata da Mauricio Claver- Carone e oggi rivendicata dal Segretario di Stato Marco Rubio davanti alla Commissione Affari esteri del Senato. In che cosa questo approccio segna una discontinuità rispetto alla “Dottrina Monroe” e ai cambi di regime made in Usa che si sono succeduti, in America Latina, in media uno ogni ventotto mesi nell’ultimo secolo?
“Stavolta, nei confronti di Cuba, gli Stati Uniti non applicano quella che è stata a lungo — soprattutto durante la Guerra Fredda, ma anche prima, all’inizio del Novecento — la strategia del cambio di regime per instaurare un regime più favorevole a Washington. L’idea è proprio quella di far collassare Cuba, di non voler intervenire militarmente e di lasciare che l’isola imploda. Questo è l’effetto del blocco petrolifero: Cuba ormai ha dichiarato di avere esaurito le riserve di carburante. E questo rappresenta, anche dal punto di vista della strategia politica, un’innovazione, nel senso che di fatto viene sancito il principio che l’emergenza umanitaria, come quella nata a Cuba, può essere utilizzata come strategia politica per piegare i regimi”.
L’assedio medievale e il prezzo pagato dalla popolazione
Lei evoca un’immagine potente: una “riedizione contemporanea dell’assedio medievale”, in cui è la popolazione civile a sopportare il peso schiacciante della fame. La deputata repubblicana María Elvira Salazar arriva a porre il dilemma in termini brutali: alleviare la sofferenza nel breve periodo o “liberare Cuba per sempre”. Dal punto di vista del diritto internazionale e della morale politica, fino a che punto si può strumentalizzare la sofferenza di nove milioni di persone come leva negoziale?
"Questa è la grande domanda che il regime collapse pone alla comunità internazionale. Le dichiarazioni internazionali sui diritti umani degli ultimi due secoli partono dal presupposto che la persona umana sia fine e non mezzo: in che misura può essere usata per una finalità politica, qualunque essa sia, anche fosse quella — e difficilmente sarà questo il caso — di portare la democrazia a Cuba? L’emergenza umanitaria, il cui peso cade sulle spalle dei civili, riduce questi ultimi allo stremo. In che misura la persona umana, i suoi diritti, possono essere trasformati in mezzo per raggiungere un fine? È un po’ quello che ha sempre distinto i valori occidentali, gli stessi valori proclamati dagli Stati Uniti, con cui si opponevano all’Unione Sovietica per tutta la Guerra Fredda.
L’Unione Sovietica teorizzava che, in fondo, in nome del raggiungimento dell’uomo nuovo, si potessero chiedere sacrifici enormi. Gli stessi Stati Uniti hanno sempre sostenuto che ciò non potesse in alcun modo accadere. Ora si torna lì: la persona umana è mezzo o fine?".
La “primavera” interrotta e le responsabilità di L’Avana
Nel 2014 il disgelo tra Barack Obama e Raúl Castro aveva aperto una stagione di normalizzazione faticosamente costruita. Quel processo si è interrotto con l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, ma anche, lei lo scrive, perché Raúl Castro non ha avuto il coraggio di procedere sulla via delle riforme, per paura di perdere il controllo. Quanto pesa, oggi, quella mancata stagione delle riforme nella vulnerabilità strutturale dell’isola di fronte alla pressione americana?
“La mancanza di coraggio della dirigenza cubana nel portare avanti le riforme necessarie per rendere irreversibile il processo di normalizzazione avviato nel 2014 — durato poco, di fatto tre anni, ma in quei tre anni si era aperta una finestra — pesa come un macigno: è stata una dimostrazione di grande irresponsabilità e di poca lungimiranza. A quegli errori si aggiunge quello di Miguel Díaz-Canel che, con il suo esperimento di unificazione monetaria iniziato nel 2021, ha proceduto male: l’unificazione monetaria era necessaria, ma per come è stata realizzata ha fatto schizzare l’inflazione e aumentare la disuguaglianza a Cuba. Questo è un altro dei paradossi: la dirigenza cubana ha responsabilità enormi, e su questo si innesta una politica statunitense che non inizia oggi, ma inizia con il primo mandato di Donald Trump, di asfissia di Cuba, e che di fatto mette fine a quell’esperimento che avrebbe potuto portare a una stagione nuova. Nessuno sa cosa sarebbe accaduto se l’esperimento fosse andato avanti; però è evidente che Cuba, e soprattutto i cubani, avrebbero una vita migliore di quella che hanno ora, ed è di questo che sono convinti i cubani. Chi è andato in quel periodo a Cuba ricorda quel senso di entusiasmo e di possibilità che si apriva. Purtroppo il fallimento di quell’esperimento ha provocato una delusione enorme dei cubani, e lo conferma l’impressionante esodo di persone che sono andate via dall’isola: un’emorragia di persone, più di due milioni e mezzo hanno lasciato l’isola negli ultimi anni”.
Gaesa, “El cangrejo” e il freno interno all’apertura
Lei ha rivelato un dettaglio politicamente cruciale: l’interlocutore di Washington a L’Avana è Raúl Guillermo Rodríguez Castro, alias “El Cangrejo”, nipote di Raúl ed esponente di spicco di Gaesa, il conglomerato militare che controlla almeno il 40 per cento dell’economia cubana e frena ogni apertura per non avere concorrenza. Quale negoziato è davvero possibile quando, su entrambi i fronti, gli interlocutori sono — come lei scrive — “i demolitori della normalizzazione” del 2014?
“Il negoziato purtroppo ora è evidentemente impantanato. Da un lato c’è una proposta molto forte americana, che è sostanzialmente quella di sacrificare Díaz-Canel, l’attuale Presidente, che andrebbe via da Cuba, e il potere passerebbe nelle mani di una sorta di figura di transizione, con però il fatto che la famiglia Castro resterebbe comunque ai posti di vertice. Tuttora il potere reale a Cuba, secondo quanto dicono le fonti che conoscono la questione, è nelle mani di Raúl Castro: Díaz-Canel è una sorta di volto giovane, volto nuovo, che però è un esecutore. Questa proposta comunque non sarebbe stata accolta dalla dirigenza cubana, almeno per ora; vero è che la situazione precipita di giorno in giorno, però al momento i negoziati sono fermi. Quello che è importante sottolineare è che non si sta negoziando una democrazia: quello che si sta negoziando è appunto un sistema che sia più favorevole agli americani, non che a Cuba arrivi la democrazia”.
La resa come “premio di consolazione” dopo il flop mediorientale
In definitiva: più che la libertà, l’obiettivo dell’Amministrazione Trump sembra la resa di Cuba. Un “premio di consolazione”, lei lo definisce, dopo il fallimento in Medio Oriente. Un traguardo simbolicamente rilevante per il Sud globale, ma facile da ottenere data la debolezza strutturale del Paese. Quali conseguenze può avere, sugli equilibri dell’America Latina e sulla credibilità stessa degli Stati Uniti come potenza democratica, una crisi cubana gestita in questi termini?
“Gli Stati Uniti di Donald Trump, dal punto di vista della comunità internazionale, gestiscono la politica estera in una chiave mercantilistica, e Cuba sarebbe la conferma. Cuba però, per un Donald Trump che non esce benissimo dal conflitto in Iran, sarebbe un’occasione di incassare un successo facendo capitolare l’isola, per quello che il simbolo Cuba rappresenta: Cuba è l’isola ribelle per definizione, l’isola che dal ’59 resiste all’impero statunitense. In questi termini, una capitolazione di Cuba, la resa di Cuba o “presa di Cuba” come l’ha definita più volte Trump, gli darebbero un successo da esibire in vista delle prossime elezioni di midterm”.
Il ruolo della Chiesa Cattolica
In questo scenario come si pone la Chiesa cattolica non solo a Cuba ma più in generale in America Latina?
“La Chiesa a Cuba svolge un ruolo cruciale nell’assistenza, specie nelle fasi di emergenza — e questa è una delle più gravi, la più grave dopo quella del periodo speciale — e cerca anche sotto traccia di lavorare perché ci sia un negoziato e perché questo negoziato vada avanti, affinché Cuba non imploda e non si trasformi in un altro Haiti, e quindi in un altro caos anarchico nei Caraibi. È molto difficile, perché gli spazi di manovra sono pochi: non a caso Cuba è stata anche al centro della recente udienza di Marco Rubio, di fatto lo stratega della politica internazionale di Trump nei confronti di Cuba, quando è stato ricevuto da Papa Leone. La preoccupazione della Chiesa per quanto sta accadendo a Cuba è abbastanza evidente; nel resto dell’America Latina la presenza della Chiesa e la sua voce continuano a chiedere l’apertura di spazi di dialogo, la tutela della dignità dei migranti, della vita della persona: parole che, ahimè, in questo momento di ritorno al passato in chiave di tutela dei diritti umani e della dignità umana, rappresentano un’alternativa profetica. Ed è importante che questa voce ci sia”.
Fonte: www.rainews.it
