Inchiesta di Genova e finanziamenti a Hamas: "Ecco come funziona la rete ombra in Europa"
"Hamas ha imparato a muoversi nello spazio grigio tra legalità e clandestinità, adottando un linguaggio comprensibile all’Occidente e sfruttando cause umanitarie reali", dice Alberto Pagani
Ansa L’indagine della Procura di Genova sul finanziamento di Hamas, con l’arresto di Mohammad Hannoun, non rappresenta un evento inatteso ma il punto di arrivo di un lungo lavoro investigativo e di intelligence internazionale. Hamas emerge come un sistema transnazionale strutturato, dotato di un vasto patrimonio economico gestito attraverso aziende legali, associazioni e canali finanziari opachi, inclusi hawala e criptovalute. In Europa, parte della raccolta fondi passa da organizzazioni formalmente umanitarie e da iniziative ad alto impatto mediatico, spesso alimentate dalla buona fede dei donatori. Secondo il professor Alberto Pagani, analista di Intelligence e docente all’Università di Bologna, il rischio principale non è solo il finanziamento del terrorismo, ma la sua progressiva normalizzazione nel dibattito pubblico occidentale.
Professore, l’operazione coordinata dalla Procura di Genova ha sorpreso l’opinione pubblica. È davvero così inaspettata?
Per l’opinione pubblica può apparire sorprendente, ma per chi studia da anni i meccanismi del terrorismo internazionale non lo è affatto. La rete estera di Hamas è da tempo oggetto di attenzione da parte di intelligence, autorità finanziarie e studiosi. L’indagine di Genova rappresenta piuttosto il punto di arrivo di un percorso già tracciato, in cui l’analisi politica e strategica ha lasciato spazio a riscontri giudiziari concreti. Non siamo di fronte a una svolta improvvisa, ma alla formalizzazione penale di dinamiche note e monitorate da tempo.
Il nome di Mohammad Hannoun ricorre spesso. Era già attenzionato prima dell’inchiesta italiana?
Sì, era un soggetto già noto ai circuiti di sicurezza occidentali. Già nell’ottobre 2024 gli Stati Uniti lo avevano inserito nella blacklist del Dipartimento del Tesoro, accusandolo di convogliare fondi verso Hamas tramite associazioni formalmente benefiche. Questo ha portato al congelamento di beni e alla chiusura di conti correnti anche in Italia. In questo contesto, l’intervento della magistratura italiana non è un’anomalia, ma una conseguenza naturale dell’obbligatorietà dell’azione penale prevista dal nostro ordinamento.
Si parla di Hamas come di un vero e proprio sistema economico. È corretto?
È una definizione corretta e necessaria per comprenderne la natura. Hamas non è soltanto un’organizzazione armata, ma un sistema transnazionale che integra dimensione militare, sociale ed economica. Le stime delle agenzie di intelligence occidentali parlano di un patrimonio compreso tra i 500 milioni e il miliardo di dollari. Queste risorse sono gestite attraverso una rete di aziende legali, investimenti e strutture finanziarie che permettono all’organizzazione di restare operativa anche sotto un regime di sanzioni internazionali.
Qual è la funzione di questo “fondo sovrano ombra”?
Questo fondo serve a garantire la resilienza dell’organizzazione. Da un lato finanzia l’attività militare, in particolare l’ala armata di Hamas; dall’altro sostiene il welfare controllato a Gaza, come scuole, moschee e sussidi alle famiglie dei militanti. Questo sistema consente a Hamas di mantenere il controllo sociale sul territorio e di presentarsi come attore politico indispensabile. Parallelamente, una parte delle risorse viene utilizzata per attività di influenza e lobbying all’estero, soprattutto in Europa.
In che modo questi fondi arrivano materialmente a Hamas?
I canali di finanziamento sono molteplici e studiati per eludere i controlli antiriciclaggio. In Europa un ruolo centrale è svolto dalle associazioni umanitarie, che raccolgono donazioni apparentemente lecite. A questi flussi si affiancano sistemi informali come l’hawala, basati sulla fiducia e quindi difficilmente tracciabili, e l’uso crescente delle criptovalute. L’obiettivo è aggirare il sistema bancario tradizionale e frammentare i passaggi finanziari per rendere opaca la destinazione finale del denaro.
Che ruolo hanno le associazioni palestinesi e pro-Pal in Europa?
Le associazioni palestinesi in Europa svolgono una funzione complessa. Da un lato operano come strumenti di rappresentanza politica e culturale, dall’altro possono diventare veicoli di raccolta fondi e di influenza sull’opinione pubblica. È naturale che esistano contatti e relazioni, ma il problema emerge quando queste strutture vengono utilizzate per sostenere economicamente o legittimare politicamente un’organizzazione terroristica. Le inchieste mostrano come alcune associazioni abbiano superato questa linea di confine.
Molti donatori sono consapevoli di ciò che stanno finanziando?
Nella maggior parte dei casi no. Molti cittadini europei donano in buona fede, mossi da immagini di sofferenza civile e da un sincero impulso umanitario. Proprio questa buona fede rappresenta un elemento centrale del sistema di finanziamento. Le micro-donazioni, raccolte su larga scala, sono difficili da ricondurre a un finanziamento diretto del terrorismo. Il meccanismo funziona perché l’elusione non è nel singolo gesto, ma nella struttura complessiva che convoglia quelle risorse.
L’iniziativa della Flotilla rientra in questo schema?
Dal punto di vista analitico sì. Iniziative come la Flotilla hanno una dimensione umanitaria e simbolica che non va negata, ma possono essere utilizzate anche come strumenti di copertura finanziaria e di pressione politica. Raccogliere fondi per una “missione di pace” è molto più semplice e meno rischioso che farlo per scopi militari. Inoltre, l’impatto mediatico e diplomatico di un intervento militare israeliano in acque internazionali rientra pienamente in una logica di provocazione strategica.
Che lezione dobbiamo trarre da queste vicende?
La lezione principale è che Hamas ha sviluppato una straordinaria capacità di adattamento. Ha imparato a muoversi nello spazio grigio tra legalità e clandestinità, adottando un linguaggio comprensibile all’Occidente e sfruttando cause umanitarie reali. Il rischio non è solo il finanziamento del terrorismo, ma la sua normalizzazione nel dibattito pubblico europeo. Comprendere questi meccanismi è fondamentale per difendere sia la sicurezza sia la credibilità delle autentiche iniziative umanitarie.
Finanziamenti ad Hamas, la ricostruzione dell'operazione della Polizia
Fonte: www.rainews.it
