I cattolici americani e Trump: un rapporto cambiato nel tempo
I cattolici negli Stati Uniti non sono un blocco monolitico. In questo momento lo scontro Trump-Leone XIV li sta dividendo e, per ora, sembra penalizzare più il presidente che il Papa
I cattolici rappresentano uno dei gruppi religiosi più numerosi negli Stati Uniti (circa 53 milioni, intorno al 20% dell’elettorato) e da decenni sono uno “swing vote” decisivo, soprattutto nei “battleground states”. Nel 2024 Trump, contrariamente al 2020, ha ottenuto la maggioranza dei voti cattolici: 55% Trump vs 43-44% Harris (secondo exit poll AP, NBC, Washington Post e Pew Research).
Tra i cattolici bianchi il sostegno è stato ancora più forte (intorno al 60%). I cattolici ispanici (circa il 45% del totale cattolico USA) hanno votato più per Harris, ma con un leggero spostamento verso i repubblicani rispetto al passato.
Questo voto cattolico è stato uno dei fattori chiave della vittoria di Trump. Organizzazioni come Catholic Vote e Catholics for Catholics hanno mobilitato attivamente il loro elettorato su temi come aborto, immigrazione e valori tradizionali.
Ma la tendenza cambia e con le tensioni con il Papa e con il calo di consenso la situazione si è complicata. Leone XIV (Robert Francis Prevost, il primo pontefice americano della storia) ha criticato pubblicamente alcune scelte di politica estera dell’amministrazione Trump (in particolare la guerra contro l’Iran e le posizioni sui conflitti). Il presidente ha risposto con attacchi duri sui social, definendo il Papa “debole sulla criminalità” e “pessimo in politica estera” o anche “è stato eletto perché ci sono io” e ha condiviso contenuti controversi.
Inoltre l’amministrazione ha anche cancellato fondi federali (11 milioni di dollari) a Catholic Charities in Florida per l’assistenza ai migranti, un gesto visto da molti come ritorsione.
Ma quali sono le conseguenze concrete?
Sondaggi recenti (marzo-aprile 2026, tra cui Fox News e Shaw/Beacon) registrano che l’approvazione di Trump tra i cattolici è scesa sotto il 50% (48% approva, 52% disapprova). Nel 2024 era sopra il 55%.
Anche tra i cattolici conservatori e quelli che avevano votato Trump si registrano sgomento e frustrazione. John Yep di Catholics for Catholics (vicino all’entourage trumpiano) ha parlato di «tristezza» e «mancanza di rispetto verso la nostra fede».
I cattolici USA non sono un blocco monolitico (bianchi vs ispanici, praticanti vs non praticanti, conservatori vs moderati), ma in questo momento lo scontro Trump-Leone XIV li sta dividendo ulteriormente e, per ora, sembra penalizzare più il presidente che il Papa. Una situazione che resta fluida e potrebbe influenzare le elezioni di midterm del 2026.
Padre Raymond J. de Souza il 17 aprile 2026, ha scritto su NCRegister: “La blasfemia è peggiore che sparare a qualcuno sulla Fifth Avenue? Potremmo scoprirlo presto. La forza politica del presidente Donald Trump è dovuta in gran parte alla feroce lealtà dei suoi sostenitori. Per quanto grave possa essere lo scandalo, verrebbe ignorato, giustificato o in qualche modo minimizzato, in quanto considerato comunque preferibile all’alternativa. Già prima delle prime primarie presidenziali del 2016, Trump si era meravigliato di questo fenomeno. «Ho le persone più fedeli», disse Trump nel gennaio 2016 in Iowa. «Potrei stare in mezzo alla Fifth Avenue e sparare a qualcuno, e non perderei nessun elettore, ok?» Più di 10 anni dopo, si è rivelato abbastanza vero. Ora, con i commenti aggressivi del presidente riguardo a Papa Leone XIV, combinati con l’immagine blasfema che lo raffigura come Gesù, quella lealtà viene messa alla prova”.
Una prova che vede sempre più in difficoltà il tycoon che sente la “presenza” del Pontefice non solo nelle parole sulla pace, contro la guerra ma anche negli atti quotidiani che riguardano stati come la Virginia, un esempio di come le dinamiche elettorali possano variare notevolmente tra elezioni locali e nazionali, dove Prevost ha nominato Monsignor Evelio Menjivar-Ayala, ex immigrato illegale, tra i nuovi vescovi degli Stati Uniti, precisamente alla guida della diocesi di Wheeling-Charleston.
E poi Padre Robert Boxie III sarà il nuovo vescovo ausiliario di Washington: 45 anni, nato in Louisiana, afroamericano, appassionato di tennis e musica classica, aveva criticato duramente la politica di Trump contro il Dei, acronimo che sta per “diversità, equità e inclusione”.
L’altro vescovo ausiliario della capitale sarà Padre Gary Studniewski. Nato in Ohio, 69 anni, ex cappellano dell’esercito nell’area di Capitol Hill, dove si trova il Congresso, aveva definito, su Today’s Catholic, l’insurrezione del 6 gennaio "molto inquietante, molto sconfortante”.
E in attesa della visita del Segretario di Stato Rubio in Vaticano che dovrebbe servire per ricucire la frattura il presidente Trump si lancia ancora all’attacco del primo Papa americano “Mette a rischio molti cattolici”. E la risposta di Papa Leone arriva precisa e puntuale: "annuncio la pace, chi mi critica per questo lo faccia”.
Lo scontro sembra non trovare una via di uscita tra un tycoon abituato a vincere a non ammettere errori e l'uomo di Sant'Agostino che vive di fede e ragione.
La storia delle frizioni tra Stati Uniti e Vaticano
Non si tratta di un fenomeno recente: le tensioni tra Washington e la Santa Sede affondano le radici in oltre due secoli di rapporti altalenanti, segnati da diffidenza anticattolica, interruzioni diplomatiche, alleanze strategiche e divergenze su guerra, migrazioni e valori. Dal 1784 (prima Prefettura Apostolica negli USA) a oggi, il confronto tra “imperi paralleli” – uno spirituale-morale, l’altro economico-militare – ha alternato cooperazione e conflitti.
Le relazioni a partire dal 1797 hanno avuto un percorso altalenante. Nel 1867 la frattura decisiva. Il Congresso USA approva una legge che vieta il finanziamento di missioni diplomatiche presso il Papa. Motivi: Anticattolicesimo dilagante (partito Know-Nothing, paure di “potere straniero” papale) e il Caso Lincoln con il coinvolgimento (reale o presunto) di cattolici nell’assassinio (Mary Surratt e altri).
Poi c’è il lungo “gelo” informale (1870-1984). Dopo l’unificazione italiana (perdita degli Stati Pontifici), le relazioni formali cessano del tutto. Tra il 1939-1950 Franklin D. Roosevelt invia Myron Taylor come rappresentante personale presso Pio XII (missione umanitaria durante la seconda guerra mondiale: aiuti a rifugiati, prigionieri). È un canale informale per aggirare il Congresso.
Nel 1951 Harry Truman tenta di nominare un ambasciatore (generale Mark Clark), ma fallisce per opposizione anticattolica e costituzionale (separazione Chiesa-Stato). E un periodo di “inviati personali” presidenziali: contatti sporadici, ma nessuna normalizzazione. Il Vaticano resta sospettoso; gli USA temono influenze “straniere”.
Poi c’è la “santa alleanza”, fatta anche di crepe (1984-2000)
Il 10 gennaio 1984 Ronald Reagan e Giovanni Paolo II ristabiliscono piene relazioni diplomatiche (ambasciata USA a Roma, nunziatura a Washington). Motivo strategico: lotta al comunismo ateo. È la fine di 116 anni di divieto congressuale. Cooperazione forte durante la Guerra Fredda (Polonia, Solidarnosc). Ma emergono le divergenze: Giovanni Paolo II critica aspetti della politica estera USA (es. armamenti, povertà globale). Non è un’alleanza perfetta.
E poi arrivano le tensioni post-Guerra Fredda (2001-2024), l’opposizione alla guerra in Iraq (2003) di George W. Bush. Il Papa che invoca la “guerra giusta” e denuncia l'unilateralismo.
Con il pontificato di Papa Francesco le critiche a Barack Obama su contraccezione e bioetica e poi lo scontro aperto con Donald Trump (primo mandato): muro al confine Messico, politiche migratorie (“non è cristiano”), cambiamento climatico (Accordo di Parigi), accordo Vaticano-Cina sui vescovi (2018) tanto che Trump definisce Francesco “politico” e “di sinistra”. Tracce di un rapporto difficile anche negli Epstein files in una mail di Steve Bannon, il “mentore” di Trump che scrive che bisogna “abbattere” il Papa argentino.
Il Vaticano difende sempre la propria dottrina sociale contro la realpolitik americana e oggi, in un mondo dove c'è “la terza guerra mondiale a pezzi”, come diceva Bergoglio, questa difesa non è solo più strenua ma anche centrale per la costruzione di nuovi scenari politici, sociali, economici.
Fonte: www.rainews.it
