Chi è Reza Ciro Pahlavi? L'erede della monarchia iraniana che vuole un Iran democratico e laico
Esule negli Stati Uniti, il 65enne erede del "Trono del Pavone" finito con la rivoluzione khomeinista del 1979, è considerato da alcuni l'uomo giusto per una transizione democratica dopo regime
AFP “Sono pronto a tornare in Iran” ha detto Reza Ciro Pahlavi, figlio dello scià deposto dalla rivoluzione del 1979. Ora che dopo un suo iniziale appello a scendere per le strade, buona parte del popolo iraniano ha inneggiato a un ritorno alla monarchia. “Lunga vita al re” urlano alcuni manifestanti per le strade.
Pronto a tornare in Iran per unirsi alle proteste contro il regime che vanno avanti da oramai due settimane. Ad annunciarlo è lui stesso in un post su X in cui parla persiano.
"Avete ispirato l'ammirazione del mondo con il vostro coraggio e la vostra fermezza", ha scritto rivolgendosi agli iraniani scesi in piazza, "la vostra, ancora una volta, gloriosa presenza nelle strade è stata una risposta schiacciante alle minacce del leader traditore e criminale della Repubblica Islamica".
Ora, servono "una presenza più mirata e, allo stesso tempo, bisogna tagliare i canali finanziari" della Repubblica islamica. L'erede al trono ha dunque chiesto ai "lavoratori e gli impiegati dei settori chiave dell'economia, in particolare dei trasporti, del petrolio, del gas e dell'energia, di iniziare uno sciopero a livello nazionale".
"In base alla vostra risposta, annuncerò i prossimi inviti all'azione", aveva annunciato nel primo l'appello. E per scendere in strada decine di persone hanno perso la vita. Sono almeno oltre 450 dicono le ong che monitorano le violenze fuori dall'Iran, dove internet è bloccato da ore.
Ma Pahlavi non si ferma: ha invitato i dimostranti "a scendere in piazza anche sabato e domenica 10 e 11 gennaio, a partire dalle 18:00".
Il prossimo step - secondo il principe - non è più solo manifestare ma "prepararci a conquistare e difendere i centri cittadini" e dunque bisogna prepararsi a rimanere in strada". Lui che a giugno scorso a Parigi città dove vive sua madre l'ex regina Farah Diba (anche lei ha postato un messaggio di incoraggiamento sui social), era intervenuto in una conferenza stampa per assicurare che mai tornerà la monarchia in Iran, ma che lui si sarebbe fatto garante di una transizione democratica che vuole mettere d'accordo le diverse anime dell'opposizione iraniana, già molto divise al loro interno.
Ma la sua figura resta divisiva. Fuori e dentro il grande Paese islamico-persiano non sono tutti a favore di un suo rientro. Oltre ai nostalgici della monarchia ci sono i riformisti, i conservatori. Molti osservatori continuano a sottolineare la mancanza di una "vera leadership" da parte dell'opposizione e la difficoltà di realizzare nel concreto uno scenario post-Repubblica islamica.
Ma dice il principe esule negli Usa: "Mi sto preparando a tornare in patria per stare con voi, la grande nazione dell'Iran, quando la nostra rivoluzione nazionale sarà vittoriosa. Credo che quel giorno sia molto vicino".
In migliaia in strada a Teheran dopo l'appello del principe Pahlavi dagli Usa
Dopo la guerra dei 12 giorni di giugno sull'Iran, in cui morirono diversi generali iraniani di alto rango e furono azzerati i siti dell'arricchimento dell'uranio, Pahlavi ha intensificato gli sforzi per intestarsi una leadership dell'opposizione dentro e fuori il Paese.
Già qualche anno fa, ai tempi della protesta del velo del 2022, aveva detto ai nostri microfoni che per l'Iran sarebbe stato necessario mettere in ginocchio il regime degli ayatollah con un “governo transitorio in grado anche di preparare il terreno per future elezioni e per un'assemblea costituente”.
Dopo il suo appello del 6 genaio scorso in cui chiedeva agli iraniani di intonare un richiamo allo Scià, secondo le immagini arrivate a noi, un ingente numero di manifestanti ha di fatto marciato attraverso la capitale iraniana e altre città inneggiando a un suo ritorno.
Dunque è possibile che le piazze abbiano deciso di rispondere positivamente alle parole del principe, se non altro per rovesciare l'attuale regime degli ayatollah che in molti vedono oramai troppo corrotto e repressivo. Insieme alle grida anti-regime come "Morte al dittatore" e "Questo è un anno sanguinoso, Seyyed Ali Khamenei sarà rovesciato" - si sono sentiti con più forza anche slogan come "Questa è la battaglia finale, Pahlavi sta tornando".
Reza Ciro Pahlavi a Rainews.it: "Fondamentale arrivare a elezioni libere in Iran"
Figlio primogenito di Farah Diba e di Mohamed Reza Pahlavi, lo scià detronizzato dalla Rivoluzione islamica del 1979, preparato fin dalla nascita a ereditare il Trono del Pavone, il 65enne Reza vive in un sobborgo vicino a Washington DC.
Frequentatore abituale dei caffè locali, spesso accompagnato dalla moglie Yasmine e dalle sue tre figlie, senza guardie del corpo visibili, è da decenni in esilio negli Stati Uniti dove è arrivato che aveva 19 anni.
Tuttavia la sua figura è ancora controversa a causa di quello che la sua famiglia ha rappresentato negli anni in cui il re era sul trono: corruzione, spreco di denaro pubblico, forte nazionalismo, controlli di polizia fortemente repressivi anche allora con la famigerata Savak. Si insediò nel 1953 col colpo di Stato che depose il Primo Ministro nazionalista Mohammad Mossadeq fautore nel 1951 della nazionalizzazione del petrolio iraniano (National Iranian Oil Company - NIOC) creata per sottrarre il controllo alla britannica Anglo-Iranian Oil Company (AIOC). Da lì nacquero le "Sette Sorelle" ovvero un consorzio internazionale per la gestione del petrolio di proprietà statale iraniana. Pahlavi padre fu molto amico di Enrico Mattei. Ma questa è un'altra storia.
Mohammed Reza fu al centro del gossip internazionale per aver ripudiato la prima regina, Soraya, incapace di dargli un figlio maschio. Poi sposò Farah Diba che gli diede invece, Reza Ciro e altri due fratelli, Ali-Reza e Leila, in seguito morti entrambi suicidi.
Tuttavia in molti ricordano le foto degli anni precedenti alla rivoluzione in cui grazie al sovrano Pahlavi, le donne vestivano all'occidentale e potevano scegliere di indossare o no il velo islamico. Cosa impensabile oggi nella Repubblica islamica dove il velo è ancora simbolo del potere della sharia.
Allo stesso tempo, l'unico erede rimasto del Trono del Pavone, è fortemente inviso da una fetta importante della società iraniana - soprattutto le giovani generazioni - che vede con sospetto i suoi rapporti con Israele e Stati Uniti e che considererebbe un suo eventuale rientro in patria come un'operazione imposta dall'esterno per creare un governo "fantoccio".
Fonte: www.rainews.it
