Péter Magyar, l’ex fedelissimo che ha messo fine ai 16 anni di potere di Orbán
Quasi un parricidio politico nel voto che rovescia il regno di Orbán: luci e ombre di un vincitore assoluto. L’Europa osserva con speranza e prudenza
Oggi gli ungheresi hanno votato in una delle elezioni politiche più decisive della loro storia recente. La vittoria è andata Péter Magyar, 45 anni, l’uomo che in soli due anni è passato da insider del sistema Orbán a principale sfidante del premier più longevo d’Europa. Avvocato, padre di tre figli, ex diplomatico e marito (divorziato nel 2023) dell’ex ministra della Giustizia Judit Varga, Magyar incarna una delle ascese politiche più spettacolari e controverse degli ultimi tempi.
Nato nel 1981 in una famiglia conservatrice di alto profilo – il nonno era un noto avvocato e conduttore tv, il padrino di battesimo era l’ex presidente Ferenc Mádl – Magyar cresce con il poster di un giovane Viktor Orbán in camera. Studia legge alla prestigiosa Università Cattolica Pázmány Péter, entra nel Fidesz nel 2002 e scala rapidamente i ranghi: console a Bruxelles, ruoli chiave al Ministero degli Esteri, alla Presidenza del Consiglio e alla guida di enti statali come la banca di sviluppo e l’agenzia prestiti agli studenti. Nel 2006 sposa Judit Varga, destinata a diventare una delle donne più potenti del regime: ministra della Giustizia dal 2019, figura chiave della linea illiberale di Orbán.
Tutto cambia nel febbraio 2024, quando esplode lo scandalo delle grazie presidenziali. La presidente Katalin Novák (alleata strettissima di Orbán) aveva graziato Endre K., complice nella copertura di abusi sessuali su minori in un orfanotrofio di Bicske. Judit Varga, all’epoca ancora ministra della Giustizia e – seppur già separata da Magyar – aveva controfirmato la grazia come previsto dalla procedura. Lo scandalo, che colpiva in pieno la narrazione “pro-famiglia e anti-pedofilia” del Fidesz, costrinse Novák alle dimissioni e Varga a ritirarsi dalla vita pubblica, rinunciando anche alla candidatura alle europee.
Fu proprio in quel momento che Magyar, ancora formalmente dentro il sistema, pubblicò un durissimo post su Facebook in cui accusava il governo di «nascondersi dietro le gonne delle donne» (riferimento esplicito a Novák e alla sua ex moglie). Pochi giorni dopo annunciò le dimissioni da tutti gli incarichi pubblici e iniziò una campagna di denuncia contro corruzione, clientelismo, controllo sui media e deriva autoritaria del “sistema Orbán”. «Ho vissuto dentro la macchina per vent’anni – disse – e ora la racconto dall’interno».
Da quel gesto nacque la sua rivoluzione. Prese in mano il piccolo Partito Tisza (Tisztelet és Szabadság, Rispetto e Libertà), lo trasformò in un movimento di massa e alle europee del 2024 ottenne quasi il 30%, umiliando l’opposizione tradizionale. Da allora non ha più smesso di crescere.
Le accuse di violenza domestica
La sua ascesa però porta con sé un’ombra pesante. Judit Varga, dopo la separazione, lo ha accusato più volte di violenza fisica ed emotiva, ricatto psicologico e “terrore” durante i 16 anni di matrimonio. Ha parlato di aggressioni verbali, spintoni (anche mentre era incinta), oggetti lanciati in momenti di rabbia e di un controllo ossessivo che l’avrebbe portata sull’orlo del baratro. Le accuse sono state ripetute anche nel 2025, dopo udienze in tribunale. Magyar ha sempre negato categoricamente tutto, definendole una vendetta orchestrata dal governo Orbán per screditarlo. Al momento non esiste alcuna condanna penale a suo carico, ma le dichiarazioni dell’ex moglie continuano a dividere l’opinione pubblica.
Cosa possiamo aspettarci dalla sua vittoria
Magyar non è un liberale di sinistra né un rivoluzionario. Si definisce un conservatore “anti-sistema” nato dentro il sistema. Promette un cambio di regime soft ma concreto: ripristino dello stato di diritto, lotta alla corruzione endemica, sblocco immediato dei fondi UE congelati da Bruxelles, ingresso nell’eurozona entro il 2030 e riduzione della dipendenza energetica dalla Russia entro il 2035 (pur mantenendo relazioni “pragmatiche” con Mosca). Sulla migrazione vuole essere ancora più duro di Orbán: abolire il programma dei lavoratori stranieri extra-UE. Sull’Ucraina resta cauto: niente armi, niente ingresso rapido nell’Ue.
Il suo stile è energico, diretto, da “uomo del popolo”: ha attraversato il Paese con sei comizi al giorno, parlando un linguaggio semplice, attaccando sia Orbán sia la vecchia opposizione di sinistra (che considera fallimentare quanto il regime). È un comunicatore formidabile sui social, capace di parlare ai delusi di destra e a chi vuole semplicemente normalità europea.
Per molti ungheresi stanchi di 16 anni di Orbán rappresenta la speranza concreta di voltare pagina senza traumi. Per i critici è solo un opportunista con un passato scomodo e un carattere controverso. Oggi le urne hanno scritto una nuova pagina della storia ungherese ma saranno i fatti a mostrare se il sistema che ha contribuito a costruire sarà più forte di lui. L’Europa osserva con un misto di speranza e prudenza: un cambio a Budapest potrebbe sbloccare fondi, normalizzare rapporti e indebolire l’asse illiberale del continente. Ma nessuno si aspetta una democrazia modello da un giorno all’altro.
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Fonte: www.rainews.it
