Tutto pronto per l'attacco Usa all'Iran, tra forze dispiegate e attesa delle decisioni di Trump
La flotta navale e aerea in assetto. Il generale Camporini: "Già da oggi sarebbe tecnicamente possibile. Ma escludo la formula del blitz come in Venezuela. Cosa accadrebbe nella 'seconda fase' dipende dalla volontà politica di Washington"
Ansa Sembra tutto pronto: l'imponente dispiegamento di forze aeree, navali e militari intorno all'Iran ormai induce a credere che il tanto temuto (da una parte) e atteso (dall'altra, soprattutto dall'interno) attacco americano a Teheran sia imminente. Il posizionamento della flotta della Marina statunitense, le manovre nelle basi di terra, la disponibilità di uomini e i voli cargo di rifornimento e supporto, unite a un “effetto accerchiamento” in Medioriente, che va dal Mediterraneo orientale al Golfo Persico, lascia presagire un'operazione ormai predisposta e pronta a scattare.
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“Il dispiegamento di forze messo in atto - spiega il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore dell'Aeronautica militare (2006-2008) e della Difesa (2008-2011) - è tatticamente complesso, per completare il quale ci vuole tempo, cioè per far arrivare le navi a portata utile. Ma già da oggi, credo, il posizionamento può essere tale da garantire uno strike. Si tratta soltanto di capire se e quando”. È quindi possibile che l'attacco non ci sia, nonostante tutte queste operazioni? “Se muovo le mie pedine - argomenta Camporini - poi non sono costretto a usarle. Di certo, l'assetto attuale accresce il concetto di incertezza, che in questa fase prevale”.
L'Armada di Trump, ha scritto il Wall Street Journal, ha raggiunto un dispiegamento di forze che non si vedeva dalla guerra contro l'Iraq del 2003. Quello fu un conflitto lungo. Rischia di diventare più lungo del previsto anche questo “blitz”? “Questo dipende dalla volontà politica, non è legato all'entità delle forze coinvolte” chiarisce l'esperto militare in passato a capo delle Forze armate italiane. “Un'operazione più lunga e complessa è fattibile se ci sono le risorse in loco, dipende essenzialmente da cosa ha in testa Trump. E credo che questo nessuno possa saperlo...”
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A conferma dell'ipotesi “attacco prolungato”, ci sarebbero anche i voli di rifornimento alle basi e agli altri mezzi militari americani in Medio Oriente, effettuati nelle scorse settimane; soprattutto, voli cargo con materiale di supporto, per affrontare operazioni che durano nel tempo. È una conferma che non va sottovalutata? “Certo, fa parte dello schieramento - sottolinea Camporini -, un'operazione militare ha successo non solo se le forze in prima linea sono adeguate, ma anche se la catena logistica è stata predisposta in modo opportuno. Dal momento che la ricorrenza ce lo ricorda, sento di dover dire che il fallimento dell'operazione russa in Ucraina, cominciata il 24 febbraio 2022, è stato dovuto, tra le altre cose, anche al fatto che non era stata predisposta una catena di rifornimento adeguata. Ricordate la lunghissima colonna di mezzi, che poi si scoprì sarebbero rimasti senza benzina? Operazioni così complesse vanno fatte per bene. E gli Stati Uniti stanno dimostrando di voler seguire questa prassi”.
A proposito di Ucraina, nelle prime fasi dell'invasione furono usati da Mosca gli elicotteri d'assalto. È successo anche in Venezuela a inizio anno, nel blitz che ha portato alla cattura di Nicolas Maduro. Gli Usa ricorrerebbero a questi mezzi anche contro l'Iran? Camporini non ha dubbi: “È un'ipotesi ma più probabile in operazioni complesse come quella in Venezuela, con un'incursione che ha previsto anche l'ingresso di uomini in territorio straniero. Adesso non sarebbe fattibile, sarebbe eccessivamente rischioso. Insomma, non lo vedo probabile”.
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Venendo al dispiegamento di forze, ci sono due grandi portaerei che sono state spostate in vista dell'eventuale operazione verso “l'area di combattimento”: la USS Gerald Ford, la nave da guerra più avanzata al mondo, usata anche per l'attacco in Venezuela, che ha superato Gibilterra nel fine settimana e si sta avvicinando al Mediterraneo orientale, scortata da tre cacciatorpediniere. E la USS Abraham Lincoln, anch'essa con una scorta di tre cacciatorpediniere, ferma in attesa nel Golfo dell'Oman. Quest'ultima servirebbe per far decollare i caccia che gli Usa userebbero per bombardare i siti strategici del potere degli Ayatollah? “Si, questo è l'assetto per come è stato preparato” spiega il generale dell'Aeronautica ed esperto militare. E aggiunge: “Ci sono ulteriori possibilità, col ricorso a ulteriori risorse come i B-2, bombardieri a lungo raggio, usati per colpire le facilities nucleari iraniane lo scorso giugno, che effettuerebbero azioni mirate dopo aver fatto rifornimento in volo”.
A proposito di forza aerea, si parla degli F-35, il “top di gamma” degli aerei da guerra. E poi, gli F-15 e gli F-16. Qual è la differenza tra questi modelli di velivoli militari e come verrebbero impiegati? “Sono macchine che hanno una diversa configurazione concettuale e operativa” illustra l'ex capo di Stato maggiore dell'Aeronautica italiana. “Gli F-35 sono più bombardieri che caccia, i 15 e i 16 sono idonei alla conquista della superiorità aerea e vengono impiegati nella difesa contro eventuali intercettori, per contrastare quindi gli attacchi che arriverebbero dall'Iran. Hanno insomma compiti diversi ma accuratamente calibrati. Certo, gli F-35, scortati dagli F-15, sono una risorsa difficile da contrastare” conclude Camporini.
All'epoca dell'invasione di George W. Bush contro il regime di Saddam Hussein, c'erano anche molti soldati (oggi quelli dispiegati tra le basi Usa in Giordania e Arabia Saudita oscillano tra i 30 e i 40mila). Ciò conferma che, tra le varie ipotesi in campo, quella dell'invasione di terra (come si usa dire, dei boots on the ground, è la più remota? Il generale Camporini non ha dubbi: “Sì, sicuramente. Sarebbe pura follia...”. Anche perché, una parte del personale delle basi è stato fatto evacuare: come va interpretata questa decisione? “L'Iran ha capacità missilistiche di superficie considerevoli, difese aeree adeguate. Qualche missile può raggiungere alcuni obiettivi, ad esempio quelli dove ci sono le truppe Usa. Allontanarli da queste basi quindi è stata una misura di precauzione”.
Come si muoverebbero le forze armate statunitensi, secondo la sua esperienza di stratega militare? Un attacco iniziale via aerea, supportato dalla Marina? Come proseguirebbe una eventuale “seconda fase”, smantellato il regime degli Ayatollah? “È una domanda a cui è impossibile rispondere in questa fase. Perché si dovrebbe immaginare lo scopo politico che si prefiggerebbe Washington. Se cioè l'operazione è dimostrativa o se c'è la volontà di un regime change. Mi pare improbabile che sia quest'ultimo il caso, perché nel caso di cambio di regime bisogna avere un supporto interno e chi gestirebbe il nuovo assetto. Certo, improbabile non vuol dire impossibile. L'operazione per far cadere gli Ayatollah sarebbe complessa e articolata, poiché deve colpire i gangli nervosi del regime. Non dimentichiamo che si tratta di un regime articolato, che ha una parte governativa e militare forte e strutturata e i Pasdaran, che sono autonomi e rispondono direttamente alla Guida Suprema”.
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Colpisce, comunque, che in un contesto di colloqui e del tentativo di provare la strada diplomatica per scongiurare lo scontro, si stia parlando al tempo stesso di un attacco... “Bè, lo si è visto anche nel caso del recente strike contro i siti nucleari di qualche mese fa. Anche allora erano in corso dei colloqui. C'era anche una dead line e l'attacco è avvenuto prima della scadenza di quella dead line...”
Come ci si aspetta che reagisca Teheran? Nei giorni scorsi si è visto il potenziamento delle difese antiaeree iraniane, per intercettare i missili lanciati contro il proprio territorio. L'Iran dispone di missili che potrebbero colpire le navi Usa se si avvicinassero troppo alle coste (motivo per cui se ne tengono a distanza di sicurezza)? E i missili balistici, a medio e lungo raggio, avrebbero come target, potenzialmente, le basi di terra di Muwaffaq Salti (Giordania) e Prince Sultan (Arabia Saudita)? “Si, questo mi immagino - conclude Camporini -, la capacità di difesa è di primo livello. La protezione alle flotte è assicurata in modo tale che dia garanzie mai assolute ma sicuramente adeguate. Le basi Usa sono un obiettivo fisso, con difese di ottimo livello ma la difesa non può mai essere al 100%. Nel caso dell'aggressione di Teheran a Israele di giugno 2025, furono lanciati dall'Iran 1000 missili: la maggior parte venne intercettata e abbattuta ma una trentina arrivarono comunque al suolo”.
Fonte: www.rainews.it
