Venti di guerra sui Caraibi: il Venezuela denuncia il "sequestro" del petrolio e l'estorsione Usa
Mentre Maduro lancia un duro monito alla Casa Bianca, l'ombra del conflitto globale si allunga sulle rotte energetiche. Allarme rosso per i prigionieri politici a El Rodeo
@afp La crisi tra Stati Uniti e Venezuela entra in una fase critica che scavalca i confini regionali per trasformarsi in una potenziale deflagrazione mondiale. Nel cuore di questa escalation, il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha risposto frontalmente al suo omologo Donald Trump, dopo l'ordine impartito alle forze navali statunitensi di bloccare le risorse petrolifere del Paese sudamericano. Con un discorso trasmesso a reti unificate, Maduro ha esortato il leader USA a ritirarsi dalle mire espansionistiche, affermando che Trump "starebbe meglio nel suo Paese" a occuparsi delle emergenze economiche e sociali interne piuttosto che minacciare Caracas.
La guerra del petrolio e il rischio di scontro globale
Il governo venezuelano ha formalizzato la denuncia di quello che definisce il "sequestro e il furto" di due navi cisterna in alto mare, cariche di circa quattro milioni di barili di petrolio. Attraverso una lettera letta dal ministro degli Esteri Yván Gil, il 'chavismo' ha avvertito la comunità internazionale che questi "atti di aggressione" e l'uso dell'energia come arma di guerra non colpiranno solo l'approvvigionamento di Caracas, ma destabilizzeranno l'intero mercato energetico globale.
L'avvertimento di Maduro è stato perentorio: se il mondo tollererà la "pirateria e il saccheggio delle risorse di Stati sovrani", la deriva sarà verso uno scontro globale di proporzioni imprevedibili. Al Consiglio di Sicurezza ONU, il rappresentante venezuelano Samuel Moncada ha rincarato la dose, definendo la strategia di Trump come "la più grande estorsione della nostra storia", un ricatto armato volto a forzare il popolo venezuelano a cedere la propria terra e le proprie risorse.
Diplomazia sotto traccia: il ruolo di Mosca
Mentre i toni si alzano, si muove nell'ombra la diplomazia delle grandi potenze. Il viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha confermato che Russia e Stati Uniti stanno discutendo del dossier Venezuela durante i contatti di lavoro. Mosca sta trasmettendo formalmente a Washington le proprie preoccupazioni, utilizzando i canali del Consiglio di Sicurezza ONU per inviare segnali di moderazione, sebbene non esista ancora un dialogo mirato specificamente alla risoluzione della crisi.
L'orrore a El Rodeo I: prigionieri come scudi umani
Parallelamente allo scontro navale e diplomatico, emerge una drammatica emergenza umanitaria all'interno delle carceri venezuelane. I familiari dei prigionieri politici detenuti nel carcere di El Rodeo I — dove si trova rinchiuso da oltre un anno anche il cooperante italiano Alberto Trentini — hanno presentato segnalazioni urgenti agli organismi internazionali.
Secondo le denunce raccolte dall'Osservatorio Venezuelano delle Prigioni (OVP), i detenuti sarebbero sottoposti a trattamenti inumani volti a spezzarne la resistenza psicologica. Le testimonianze sono agghiaccianti: i funzionari penitenzieria avrebbero minacciato i prigionieri di essere "i primi a morire" in caso di intervento militare straniero, ventilando l'ipotesi di utilizzarli come veri e propri scudi umani. Oltre alle violenze fisiche, l'OVP segnala la negazione sistematica delle visite e dell'assistenza medica, denunciando un "limbo legale" in cui le autorità negano persino la presenza fisica dei detenuti nella struttura, configurando così il rischio di sparizioni forzate.
Fonte: www.rainews.it
