Robert Mueller, ex direttore FBI morto a 81 anni: investigò sul Russiagate
La famiglia chiede privacy, mentre Trump esprime soddisfazione sui social per la scomparsa dell'uomo che lo indagò come procuratore speciale
Ansa Robert S. Mueller III, l'ex direttore dell'FBI e procuratore speciale che condusse l'indagine sul Russiagate, è morto ieri all'età di 81 anni. La famiglia ha annunciato la notizia con un comunicato sobrio e commosso: “Con profonda tristezza comunichiamo che Bob è venuto a mancare. La sua famiglia chiede che venga rispettata la propria privacy”.
Mueller, nato il 7 agosto 1944 a New York e cresciuto in un sobborgo agiato di Filadelfia, ha avuto una carriera straordinaria segnata da disciplina, servizio pubblico e rigore. Laureato a Princeton e alla NYU, si arruolò nei Marines durante la guerra del Vietnam, dove comandò un plotone di fucilieri guadagnandosi la Stella di Bronzo, il Cuore Viola e due Medaglie al Merito della Marina. Dopo il congedo ottenne una laurea in legge alla University of Virginia e intraprese una rapida ascesa come procuratore federale, affrontando casi di alto profilo contro figure come il dittatore panamense Manuel Noriega e il boss mafioso John Gotti.
Nel 2001, nominato direttore dell'FBI dal presidente repubblicano George W. Bush appena una settimana prima degli attentati dell'11 settembre, Mueller trasformò l'agenzia in una macchina anti-terrorismo, servendo per 12 anni (il secondo mandato più lungo dopo J. Edgar Hoover) sotto presidenti di entrambi i partiti. Barack Obama gli chiese di rimanere oltre il limite decennale, fino al 2013.
Dopo anni nel settore privato, nel 2017 il viceprocuratore Rod Rosenstein lo richiamò al servizio pubblico come procuratore speciale per indagare su possibili coordinamenti tra la campagna presidenziale di Donald Trump del 2016 e la Russia. Per quasi due anni Mueller condusse un'inchiesta silenziosa e controversa, evitando conferenze stampa e apparizioni pubbliche nonostante gli attacchi continui di Trump e dei suoi sostenitori.
Il rapporto finale di 448 pagine, consegnato nell'aprile 2019, documentò “contatti sostanziali” tra la campagna Trump e operativi russi, nonché interferenze di Mosca nelle elezioni, ma non trovò prove sufficienti di una cospirazione criminale coordinata. Mueller incriminò però 34 persone, tra cui sei stretti collaboratori di Trump (come Paul Manafort, Michael Flynn e altri), e descrisse in dettaglio i tentativi del presidente di ostacolare l'indagine, pur astenendosi dal concludere su una violazione penale a causa della policy del Dipartimento di Giustizia che impedisce l'incriminazione di un presidente in carica.
La morte di Mueller ha immediatamente riacceso le divisioni politiche. Su Truth Social, Donald Trump ha commentato: “Robert Mueller è appena morto. Bene, sono contento che sia morto. Non potrà più fare del male a persone innocenti!”. Il post riflette la duratura ostilità di Trump verso l'indagine che lo definì “caccia alle streghe” e che, a suo avviso, danneggiò ingiustamente la sua presidenza.
Mueller lascia un'eredità ambivalente: per molti un simbolo di integrità istituzionale e dovere civico; per altri l'incarnazione di un'inchiesta politicizzata e divisiva. Il suo stile riservato, il volto severo e il silenzio ostinato durante l'indagine hanno contribuito a creare un alone di mistero attorno a uno degli episodi più controversi della storia recente americana.
Fonte: www.rainews.it
