Lo scrigno di Maisan: la vita sospesa tra le macerie e il filo spinato
Dal palazzo demolito alla stanza di dieci metri quadri nell’ex università. Il dramma degli sfollati in Cisgiordania nel racconto di chi ha perso tutto
“Questo è per te, per quando andrai in Italia, così potrai raccontare a tutti che questo è un dono dal campo di Jenin”. Maisan mi mostra il suo prezioso scrigno dei ricordi, quelli di una bambina che sta diventando adolescente dentro un campo profughi di Jenin, territorio occupato della Cisgiordania. E' riuscito a portarlo con sé dopo che a gennaio di quest'anno le truppe israeliane in una delle periodi di operazioni di terrorismo hanno fatto irruzione nella loro abitazione e li hanno cacciati via, senza preavviso.
Il palazzo è stato demolito a novembre e a questa famiglia con 4 figli da 13 e 3 anni è stata assegnata una delle stanze dell'ostello nell'ex area universitaria, passando da una casa di 180 metri quadrati ad una stanza di poco più di 10.
"Guarda, qui mangiamo e dormiamo - dice il padre - la sera ci sdraiamo sui materassi, questo invece è l'angolo studio per le ragazze, qui il cucinotto e il bar. Ai miei figli dico che è una situazione temporanea, che in fondo non è la fine del mondo, ma sulla nostra casa vogliono costruire una strada.
Dicono che sono operazioni antiterrorismo, ma perché distruggere le case di famiglie che non hanno colpe?"
Dopo il 7 ottobre del 2023, rai terrestri e lamenti delle forze armate israeliane sono aumentati in tutta la Cisgiordania, soprattutto Cenin, considerata dagli occupanti una delle aree in cui la resistenza si mescola con i miliziani del Shi'ar Islamico. Migliaia di famiglie sono state scollate, interi quartieri distrutti, interdetti alla popolazione e presidiati da cecchini dell'esercito che giorno e notte sono autorizzati a sparare a chiunque tenti di superare il limite. Questo è il filo spinato che divide la parte ancora abitata dalla parte espropriata.
Dall'altra parte di questo filo spinato non c'è più nessuno se non i militari israeliani che controllano la zona. Alla sede del comitato popolare per gli sfollati di Jenin si cerca di dare sostegno come si può. Nelle stanze le foto della prima Naqba, la diaspora del 48, si mescolano con quelle di questi ultimi mesi.
Mohammed al-Sabah aveva 16 anni quando è stato arrestato e condannato durante la prima intifada. Rilasciato per 26 anni di carcere è tornato a Jenin e ora è il responsabile del servizio assistenza degli oltre 18 mila scollati del campo. La difficoltà di gestione è enorme, si tratta di persone che hanno perso tutto.
“Noi, con quel poco che abbiamo, cerchiamo di garantire almeno un alloggio, istruzione e un supporto psicologico a donne e soprattutto ai bambini, che crescono senza sapere che nel loro futuro”.
Fonte: www.rainews.it
