Omicidio pusher di Rogoredo, testimoni: "Dal poliziotto richieste quotidiane di denaro e droga"
Per l'assistente capo Cinturrino si rafforza l'ipotesi di omicidio volontario. "Gestì da solo le fasi successive alla morte di Mansouri" hanno dichiarato i 4 colleghi, accusati di favoreggiamento e omissione di soccorso
L'assistente capo Carmelo Cinturrino avrebbe chiesto quotidianamente denaro e droga ad Abderrahim Mansouri, il marocchino di 28 anni ucciso dal poliziotto con un colpo di pistola alla testa il 26 gennaio nel boschetto della droga di Rogoredo durante un controllo antispaccio. Emerge dai racconti di alcuni conoscenti della vittima, ora al vaglio degli inquirenti. Qualcuno avrebbe anche quantificato le richieste che sarebbero state di 200 euro e cinque grammi di cocaina al giorno.
Il 28enne avrebbe confidato a una cerchia di persone, alcune delle quali sentite nell'inchiesta, che a un certo punto avrebbe respinto le richieste di Cinturrino e da quel momento avrebbe iniziato ad avere paura del poliziotto che ora è indagato per omicidio volontario.
"Ci metteva in fila", è la sintesi di uno dei racconti forniti dai tossicodipendenti che conoscevano l'agente 42enne. Nel quartiere non si faceva chiamare con il suo vero nome, Carmelo, ma con le pseudonimo di "Luca". Uno di loro ha raccontato di aver subito il taglieggio anche di "9 euro in moneta" non disponendo di altro denaro contante. Racconti la cui attendibilità va vagliata dagli inquirenti, anche alla luce della provenienza, ma che sarebbero concordanti fra numerose persone che avrebbero subito le estorsioni di denaro e droga.
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Di più: Cinturrino avrebbe mentito ai colleghi, dicendo loro di aver chiamato i soccorsi, mentre il 28enne era a terra agonizzante dopo lo sparo. In realtà, la chiamata è partita più di venti minuti dopo.
Emerge dalle dichiarazioni di quattro agenti, indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, durante l'interrogatorio reso al pm titolare dell'inchiesta. I quattro non avrebbero avuto alcun ruolo nell'omicidio. Ognuno di loro, sebbene con posizioni differenti (uno era vicino a Cinturrino quando ha sparato, gli altri sono arrivati dopo), ha dichiarato che il 42enne ha gestito le fasi successive allo sparo, mentendo sulla chiamata ai soccorsi.
Stando alla ricostruzione della Procura diretta da Marcello Viola, basata anche sulle analisi delle telecamere di quell'area, l'agente che era più vicino a Cinturrino (l'unico teste oculare dell'omicidio, a quanto pare), si sarebbe recato al commissariato Mecenate, tornando al boschetto con una borsa. L'ipotesi è che quella replica di una pistola a salve sia stata messa successivamente sulla scena e che Mansouri non l'abbia mai impugnata, come aveva detto, invece, Cinturrino parlando di legittima difesa. Una ricostruzione che conferma anche le indagini difensive degli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, legali della famiglia della vittima. Nelle indagini, tra l'altro, è stato appurato che Mansouri, poco prima di essere ucciso, era al telefono con un altro presunto pusher, che gli avrebbe detto "attento c'è la polizia scappa". Poi, lo avrebbe richiamato ma il giovane non avrebbe più risposto, perché era già a terra. Da quel momento sono stati calcolati quei 23 minuti di ritardo nell'allertare il 118, per come ricostruito finora dagli investigatori.
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L'ipotesi della pistola a salve portata in una borsa per allestire una messinscena
La riproduzione di una pistola a salve, trovata sulla scena dell'omicidio, potrebbe essere stata portata sul luogo del delitto dentro una borsa che un collega di Cinturrino, quello vicino a lui al momento dello sparo, sarebbe andato a recuperare al commissariato Mecenate. Questa è una delle ipotesi al centro delle indagini.
Il fatto che l'agente sia andato fino al commissariato, quando il 28enne era a terra agonizzante, e che sia tornato con quella borsa risulterebbe da immagini delle telecamere. Nelle prime dichiarazioni come testimone aveva riferito di aver preso dei moduli per fare il verbale di ciò che era accaduto. Il sospetto concreto, invece, è che lì dentro ci fosse quella pistola finta, collocata vicino al corpo pusher ucciso e che sarebbe servita per la messinscena sulla legittima difesa.
Interrogato il poliziotto non ha potuto che confermare il fatto che sia andato al commissariato e tornato con una borsa. Non è chiaro se abbia riferito della pistola, anche se poi le versioni negli interrogatori dei quattro agenti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso sono state ritenute univoche e concordanti.
L'altro presunto pusher che, come emerso, avrebbe chiamato Mansouri per dirgli "scappa c'è la polizia", avrebbe anche sentito quello sparo mentre era ancora al telefono. Poi, sempre a quanto risulta, avrebbe provato a richiamare il 28enne ma senza risposta.
Nelle indagini, inoltre, sono stati sequestrati e analizzati tutti i telefoni dei poliziotti indagati.
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Piantedosi, la polizia farà chiarezza senza sconti su Rogoredo
"Sono compiaciuto che la polizia di Stato sia in grado di fare chiarezza e di non fare sconti a nessuno, di saper dare la migliore risposta a chiunque metta in dubbio la capacità di poter fare chiarezza anche al proprio interno. Poi noi accetteremo con assoluta serenità quello che emergerà". Lo ha detto il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi a margine dell'inaugurazione dell'ufficio polmetro della Questura di Roma alla Stazione Termini in merito alla vicenda di Rogoredo.
Fonte: www.rainews.it
