Ali Khamenei, l'uomo che rappresenta il potere assoluto al centro dell’Iran in crisi
Oggi, a 85 anni, Khamenei resta formalmente saldo al vertice dello Stato, ma la sua figura appare sempre più isolata e contestata, sia all’interno di una società giovane e impoverita, sia sul piano internazionale
afp Ali Khamenei è la Guida Suprema dell’Iran dal 1989, l’uomo che più di ogni altro ha incarnato la continuità e la rigidità della Repubblica islamica dopo la morte del suo fondatore, Ruhollah Khomeini. Nato il 19 aprile 1939 a Mashhad, città santa dello sciismo, Khamenei si forma nei principali centri teologici di Najaf e Qom, maturando precocemente un legame ideologico e politico con il movimento rivoluzionario khomeinista.
Dopo la caduta dello Scià nel 1979, entra rapidamente nel nuovo apparato di potere: membro del Consiglio della Rivoluzione, poi presidente della Repubblica islamica negli anni più duri della guerra con l’Iraq. Alla morte di Khomeini viene scelto come Guida Suprema in un passaggio eccezionale, che richiede una modifica costituzionale per adattare i requisiti religiosi alla necessità politica. Da allora, Khamenei diventa il perno del sistema, concentrando su di sé l’ultima parola in materia di politica interna, sicurezza, magistratura e politica estera.
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Nel corso di oltre tre decenni, Khamenei ha costruito un potere profondo e ramificato, fondato sull’alleanza tra clero conservatore e Guardiani della Rivoluzione, trasformati da forza ideologica a pilastro economico e militare dello Stato. Sul piano interno ha tollerato aperture limitate solo quando necessarie alla sopravvivenza del sistema, opponendosi sistematicamente a riforme che potessero intaccare l’architettura teocratica del potere.
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La sua leadership è segnata da una repressione costante del dissenso, evidente nelle grandi ondate di protesta del 2009, del 2017-18, del 2019 e del 2022-23, fino alle manifestazioni più recenti esplose tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Proteste nate dal collasso economico e dall’isolamento internazionale, ma rapidamente evolute in una contestazione diretta della Guida Suprema, diventata simbolo di immobilismo e autoritarismo.
In politica estera, Khamenei ha mantenuto una linea rigidamente anti-occidentale, fondata sulla diffidenza verso gli Stati Uniti e sull’ostilità strutturale verso Israele. Anche quando ha approvato scelte tattiche come l’accordo nucleare del 2015, lo ha fatto senza mai rinunciare a una visione conflittuale dell’ordine internazionale, rafforzando al contempo l’asse regionale iraniano attraverso milizie e alleati.
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Oggi, a oltre 85 anni, Khamenei resta formalmente saldo al vertice dello Stato, ma la sua figura appare sempre più isolata e contestata, sia all’interno di una società giovane e impoverita, sia sul piano internazionale. La questione della successione, a lungo rinviata e avvolta dal riserbo, incombe su un sistema che non ha mai dovuto confrontarsi seriamente con l’assenza del suo arbitro supremo. In questo vuoto potenziale si gioca il futuro della Repubblica islamica.
Fonte: www.rainews.it
