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Mario Draghi si difenderà da Renzi e Salvini

Il leader di Italia viva non solo accarezza un suo ruolo all'opposizione e il sogno di una grande destra, ma adesso si gioca pure la carta della candidatura a premier dell'ex presidente della Bce. Come aveva fatto il segretario della Lega. Usando il suo rispettabilissimo nome solo per fare un po' di casino.

Matteo Renzi avrebbe detto ai suoi, scrive oggi sul Corriere della Sera Maria Teresa Meli, che sarà bello fare opposizione.

Lo dice a noi che all’opposizione ci siamo stati fino al governo Prodi a parte quei mesi disperati del governo Andreotti mentre Aldo Moro era nelle prigioni delle Br.

Sì, è vero all’opposizione si sta bene e ci si ingrassa pure. Servono alcuni attrezzi, però. Serve una attrezzatura culturale che dia al partito che sta all’opposizione un’aura di forza necessaria, serve un progetto di lungo respiro che tenga in piedi la speranza, serve alternare momenti di filibustering con la collaborazione parlamentare per far fare cose utili per il popolo. Chi sta all’opposizione deve cioè essere una persona seria. Non si sta all’opposizione per giocare.

RENZI HA PERSO CREDIBILITÀ ED È SEMPRE PIÙ SOLO

È questo il primo vero problema che ha Renzi. Nessuno in Italia pensa più che lui sia una persona seria e anzi si moltiplicano quelli che pubblicamente dicono che si sono sbagliati ad appoggiarlo. Questi non mi piacciono. Scappare dopo le sconfitte non è mai bella cosa. Mi fa quasi più simpatia Roberto Giachetti che non avendo mai vinto nulla appena vede una sconfitta ci si avventa sopra.

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IL SOGNO DELLA GRANDE DESTRA

Un’altra ragione perché non sarà bello stare all’opposizione per Renzi e le sue girl è che quel luogo è affollato di gente che non ha bisogno di lui. L’ex premier, uno dei numerosi ego-mostri che girano per la politica italiana, è convinto che con il suo arrivo farebbe una flebo salvifica a Forza Italia, stingebbe il nero di Giorgia Meloni, e convincerebbe Matteo Salvini a bere di meno. Insomma, già si sente di dire ai nuovi amici di avventura: «Ora basta, la ricreazione è finita». Ma colui che disse questa frase, che chiuse un moto di popolo, era un generalone, un padre della patria, uno che parlava, come si dice dalle mie parti, «come un testamento» ovvero come dice Lino Banfi «una parola è poco e due sono troppe».

ANCHE L’EX ROTTAMATORE SI È GIOCATO LA CARTA DRAGHI

L’arrivo di Renzi nel circo in cui si esibiscono Mario Giordano, Paolo Del Debbio, Nicola Porro, Vittorio Feltri e altri stupendi cabarettisti di destra aggiunge poco allo spettacolo. Cosa può dire Renzi di più e di peggio sul Pd? Quelli sono più avanti. Renzi però crede di essere furbissimo e ha lanciato, in vista della caduta del governo Conte, la candidatura di Mario Draghi. La stessa cosa che mesi fa fecero sia Salvini sia Giancarlo Giorgetti. Io ho notizia, da fonte sicura, che Mario Draghi sia stato visto recentemente in una falegnameria di Roma mentre ordinava due bastoni molto nodosi. Vuoi vede che vuole suonarli sulla testa di questi cretini che, non sapendo che diavolo fare, o dire, usano il suo rispettabilissimo nome per fare un po’ di casino?

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Storia e funzionalità del modello “sindaco d’Italia” di Renzi

Il leader di Italia viva propone l'elezione diretta del premier. Slogan di Segni, la formula fu ripresa anche da D'Alema, Prodi e Veltroni. Darebbe più poteri al capo del governo. Ma in Israele l'idea è fallita. E per diversi costituzionalisti anche da noi non è applicabile. L'analisi.

Un capo di governo eletto direttamente dal popolo e di cui si sappia il nome «un minuto dopo il risultato delle elezioni»: è la proposta che Matteo Renzi ha portato a Porta a porta. «Siccome non si può andare avanti così con le scene che abbiamo visto, fermi tutti: faccio un appello a tutte le forze politiche. Dico: portiamo il sistema del sindaco d’Italia a livello nazionale. Si vota una persona che sta lì cinque anni ed è responsabile. Per me la soluzione è l’elezione diretta del presidente del Consiglio», è stato il tono dell’appello. E per arrivarci il leader di Italia viva ha annunciato l’inizio di una raccolta di firme.

L’ORIGINE: DA UN’IDEA DI SEGNI

Lo stesso termine “sindaco d’Italia” indica che l’idea viene dal modello di elezione diretta di sindaci e presidenti di Regione. Il primo caso è a due turni, l’altro a un turno unico, ma entrambi sono riforme che hanno funzionato e che a cui i cittadini si sono abituati. Vennero fatte in contemporanrea alla riforma elettorale per il parlamento, in seguito alla stessa campagna iniziata da Mariotto Segni. E dopo queste riforme si parlò di un passaggio da una Prima a una Seconda Repubblica: anche perché Tangentopoli aveva nel frattempo completamente scombussolato il sistema dei partiti, pur se la Costituzione non era stata formalmente toccata.

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Dopo le elezioni del 1994, del 1996 e del 2001, però, il sistema dei due terzi di seggi uninominali e un terzo proporzionale soprannominato Mattarellum fu sostituito nel 2006 da un sistema proporzionale con premio di maggioranza soprannominato Porcellum. Nel gennaio 2014 la Corte costituzionale dichiarò però l’illegittimità costituzionale parziale della legge, annullando il premio di maggioranza e introducendo la possibilità di esprimere un voto di preferenza.

CONSULTELLUM E POI ITALICUM

La legge elettorale proporzionale così risultante, soprannominata Consultellum, rimase in vigore, senza peraltro essere mai stata effettivamente utilizzata, per l’elezione della Camera, fino alla sua sostituzione con l’Italicum a decorrere dal primo luglio 2016, e per l’elezione del Senato fino al novembre del 2017.

LA SCURE DELLA CORTE COSTITUZIONALE

L’Italicum prevedeva un sistema proporzionale con eventuale doppio turno, premio di maggioranza, soglia di sbarramento e 100 collegi plurinominali con capilista bloccati, con la possibilità per lo stesso candidato di partecipare all’elezione in 11 collegi. Nel gennaio 2017 la Corte costituzionale dichiarò però incostituzionale sia il turno di ballottaggio sia la possibilità per i capilista bloccati che fossero stati eletti in più collegi di scegliere discrezionalmente l’effettivo collegio di elezione.

IL ROSATELLUM E LA NUOVA POSSIBILE LEGGE

Senza essere stata mai utilizzata, anche qesta legge è stata abrogata in seguito all’entrata in vigore del Rosatellum, con cui si è votato nel 2018, e che ha reintrodotto un 37% di seggi uninominali. Ma di nuovo si sta discutendo su una possibile nuova legge elettorale (il Germanicum?), che sarebbe comunqe necessaria se va in porto il taglio dei parlamentari.

LA PROPOSTA: RIDARE CREDIBILITÀ ALLE ISTITUZIONI

«Eleggiamo il sindaco d’Italia», spiega il sito di Italia viva che raccoglie le firme. «L’Italia non può restare ancora ferma bloccata dai litigi quotidiani dei partiti. E noi che siamo parte di questo spettacolo siamo i primi a riconoscerlo. Per questo proponiamo di cambiare. Il mondo fuori da noi corre. Le sfide del futuro richiedono un Paese capace di decidere. I cittadini hanno votato per partiti che hanno visto i propri rappresentanti – tutti – allearsi con forze politiche radicalmente diverse. La distanza tra gli impegni pre-elettorali di non fare accordi con nessuno e la realtà del giorno dopo sta diventando insopportabile e rischia di minare non solo la credibilità delle istituzioni, ma soprattutto la fiducia delle persone verso la politica».

I MOTIVI: CON LE REGOLE ATTUALI NON SI PUÒ GOVERNARE DA SOLI

La critica è che «con le regole di oggi nessuno può governare da solo. E infatti negli ultimi anni si sono succeduti governi con maggioranze diverse ma con il medesimo tasso di litigiosità. Così l’Italia dell’economia che stava faticosamente riprendendosi è tornata alla crescita zero». Italia viva quindi osserva: «C’è solo un modello istituzionale che piace alla grande maggioranza degli italiani e che consente di governare per cinque anni dopo la vittoria elettorale: è il modello delle amministrazioni locali. I sindaci possono governare, i sindaci devono farlo. E chi viene eletto per questo incarico sa di poter lavorare per anni con tranquillità perché protetto da un sistema istituzionale che garantisce la stabilità».

PETIZIONE PER UNA MODIFICA NELLA NOSTRA CARTA

La petizione chiede che l’elezione diretta del presidente del Consiglio dei ministri sia introdotta non con sola legge, ma tramite modifica costituzionale: una “blindatura” che richiederebbe a quante più forze politiche possibile di lavorarci assieme.

PIÙ POTERI AL PREMIER: ANCHE LA REVOCA DEI MINISTRI

Renzi da Bruno Vespa ha specificato che il presidente del Consiglio eletto direttamente dal popolo «potrà revocare i ministri. Con il sistema di oggi serve una mozione di sfiducia o le dimissioni. Il premier sarebbe un premier più forte, come i sindaci. Il presidente della Repubblica terrebbe la funzione di garanzia, verrebbe meno quello di designazione».

LE REAZIONI: CONTRARIO IL PD

Malgrado l’appello, Partito democratico e Liberi e uguali hanno manifestato ostilità. Pur in passato renziano di ferro, il capogruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci ha detto che «le riforme istituzionali non sono la prima emergenza del Paese». Secondo lui la legislatura deve andare avanti «dedicando tutte le energie del governo e del parlamento alla crescita e al lavoro». Meglio dunque se Renzi concorda «su priorità che sono indiscutibili» e se Italia viva contribuisce con le sue proposte «a questa maggioranza in modo leale».

FRECCIATINA DI FRANCESCHINI VIA TWITTER

Senza entrare in dettagli Dario Franceschini, capo delegazione del Pd all’interno dell’esecutivo, via Twitter ha icasticamente paragonato Renzi allo scorpione che nella favola di Esopo aveva chiesto un passaggio alla rana, che poi aveva punto pur al costo di annegare.

Per suo conto il rappresentante di Leu al governo, il ministro della Salute e segretatrio di Articolo 1-Mdp Roberto Speranza, ha ricordato che «il modello dell’Italicum è stato già bocciato definitivamente dagli italiani il 4 dicembre 2016. Non si torna indietro».

FAVOREVOLI: FORZA ITALIA E FRATELLI D’ITALIA

Per Forza Italia, la capogruppo alla Camera Mariastella Gelmini ha preso atto di come «dopo anni» Renzi sia venuto sulle «posizioni storiche» forziste. Aggiungendo però: «È ovvio che Italia viva, per essere credibile su questi temi, deve sciogliere il nodo in merito al sostegno al governo Conte 2. Renzi per essere coerente e concreto deve far cadere questo esecutivo. Provvedimenti scandalosi come lo stop alla prescrizione o il decreto intercettazioni non possono e non devono andare avanti».

Prima si ponga fine a questa esperienza, si vada al voto, e poi un nuovo parlamento lavori alle riforme


La posizione di Fratelli d’Italia

Per Fratelli d’Italia, il capogruppo alla Camera Francesco Lollobriga si è detto favorevole, ma ha respinto la proposta di larghe intese: almeno per il momento. «Solo un nuovo parlamento può mettere mani alle riforme», ha spiegato. Prima di aggiugere: «Noi, a differenza di Renzi, abbiamo sempre avuto una posizione chiara sull’elezione diretta del premier o del capo dello Stato. È naturale la nostra disponibilità a convergere su questa proposta, ma non vorremo che sia una scusa per tenere in vita un governo che fa danni all’Italia. Per questo prima si ponga fine a questa esperienza, si vada al voto, e poi un nuovo parlamento lavori alle riforme».

LA LEGA RILANCIA: MODELLO PRESIDENZIALISTA

La Lega dal canto suo ha rilanciato, chiedendo a Renzi di schierarsi direttamente per la sua proposta presidenzialista: «Sull’elezione diretta del presidente della Repubblica abbiamo raccolto 100 mila firme in un fine settimana. Quindi chiunque sostenga questo cambiamento di modernità ed efficienza proposto dalla Lega può andare in tutti i Comuni italiani a firmare», ha commentato Matteo Salvini.

DI MODA IN PASSATO: D’ALEMA, PRODI E VELTRONI

Il “sindaco d’Italia” fu uno slogan di Mariotto Segni. Anche Leoluca Orlando, quando uscì dal fronte del maggioritario per passare alla difesa del proporzionale, specificò però che restava a favore dell’elezione diretta degli esecutivi. In seguito la formula fu di nuovo ripresa da Massimo D’Alema quando fu presidente della fallita Commissione bicamerale per le riforme istituzionali del 1997. Poi da Romano Prodi e Walter Veltroni, come leader del centrosinistra nel 2006 e 2008.

C’È GIÀ STATO L’OBBLIGO DI INDICARE LEADER E PROGRAMMA

In teoria, l’elezione diretta del presidente del Consiglio fu implicitamente introdotta con il Porcellum, che prevedeva per le coalizioni l’obbligo di indicare il leader e il programma, aggiungendo un premio di maggioranza a quella arrivata prima. Il principio costituzionale per cui la rappresentanza del Senato è regionale impedì però di stabilirvi un premio di maggioranza nazionale, e in più il divieto costituzionale di vincolo di mandato permetteva che eletti e partiti uscissero dalle coalizioni.

LE MAGGIORANZE PERSE DA BERLUSCONI E BERSANI

Già nel 2006 Prodi vinse con una maggioranza risicata al Senato, che poi perse in capo a due anni. Ma anche Silvio Berlusconi dopo aver vinto nel 2008 con una maggioranza molto più ampia la perse, e nel 2013 Pier Luigi Bersani non poté diventare presidente del Consiglio pur avendo vinto le elezioni.

COME BLINDARE I GOVERNI: GLI ESEMPI ALL’ESTERO

In effetti nel mondo la posizione dei capi di governo piuttosto che con l’elezione diretta viene blindata o attraverso sistemi elettorali che assicurano una maggioranza, secondo il modello britannico. O con procedure di sfiducia costruttiva che impediscono di rimuovere un capo di governo se non si elegge contestualmente il suo successore, secondo il modello tedesco e spagnolo. In alternativa, si va sui sistemi presidenziali puri in stile Usa. O semi-presidenziali alla francese. Lì a essere eletto dal popolo è il capo dello Stato, anche capo del governo: nella variante semi-presidenziale, con un primo ministro.

IN ISRAELE L’ESPERIMENTO È FALLITO

Una elezione diretta del capo del governo separatamente dal voto per la Knesset fu introdotta in Israele nel 1992. Nel 1996 e 1999 gli israeliani votarono dunque per deputati e primo ministro, nel 2001 per il solo primo ministro: fu eletto Ariel Sharon, ma restava una Knesset in cui i laburisti erano primo partito, e il vincitore dovette costituire un goverrno di unità nazionale. Nello stesso 2001 l’elezione diretta del primo ministro fu dunque abolita.

E IN ITALIA? SARTORI STORICO CRITICO

Noto antipatizzante dell’idea, l’insigne politologo Giovanni Sartori commentò: «L’elezione diretta del premier fu inventata in Israele con l’intento di contrastare la frammentazione partitica dovuta a un proporzionalismo che è il più proporzionale al mondo. Israele si è gia rimangiato dopo tre elezioni questo esperimento, che è risultato disastroso». In Israele il proporzionale è ineliminabile, per via di una società altamente frammentata, con minoranze che non si possono escudere dsalla Knesset: dagli arabi ai religiosi passando per sefarditi o “russi”.

PER MOLTI COSTITUZIONALISTI È IMPRATICABILE

Scriveva ancora Sartori: «Che l’esperimento sia fallito nell’unico Paese che l’ha tentato risulta del tutto indifferente ai nostri aspiranti premier. E ai suddetti non importa un fico che per una lunghissima maggioranza di costituzionalisti la formula del “sindaco d’Italia” sia ingannevole e impraticabile».

SERVIREBBERO COMUNQUE DIVERSI AGGIUSTAMENTI

Anche se in teoria il sistema di elezione diretta israeliano era esplicito e quello italiano del Porcellum solo implicito, il secondo avrebbe dovuto essere più solido. Incentivava infatti i partiti ad allearsi, e garantiva al vincitore un premio di maggioranza. Il tallone d’Achille fu però l’obbligo della fiducia da parte di entrambe le Camere: una particolarità che c’è solo in Italia. La riforma costituzionale di Renzi puntava appunto a rimuovere l’obbligo della fiducia in Senato, ma fu bocciata per referendum. Anche adesso la riforma dovrebbe essere completata da vari aggiustamenti costituzionali. Il riferimento alla legge dei sindaci lascia intuire che verrebbe richiesto perlomeno un doppio turno.

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Renzi chiede un incontro a Conte per mettere fine al «teatrino»

Il leader di Iv chiede un incontro al premier Conte. Per mettere fine al «teatrino». Poi però non si presenta al voto di fiducia al decreto intercettazioni in Senato. Che passa con i sì anche di Italia viva.

Dopo la bombetta lanciata a Porta a Porta, Matteo Renzi ha chiesto un incontro al premier Giuseppe Conte. «Ci siamo scritti in questi giorni e credo che la cosa più pulita, più seria sia quella di vederci di persona la settimana prossima», ha detto il leader di Italia viva. «Gli porteremo il nostro decreto per lo sblocco dei cantieri e lui farà le valutazioni che crede e noi faremo le nostre».

«Le telenovelas funzionano quando poi c’è un elemento di chiarezza», ha aggiunto. «La settimana prossima conto di poter mettere la parola fine a questo teatrino». E, ancora: «Noi non abbiamo il desiderio di rompere, ma cerchiamo di trovare dei compromessi, finché sarà possibile. Un chiarimento si imporrà. Mi ero dato un arco di tempo fino a Pasqua. Forse sono stato troppo morbido». Renzi ha sottolineato come la sua compagine sia stata «argine del buonsenso». «Continueremo a farlo», ha aggiunto, «sia che stiamo nella maggioranza sia che stiamo nell’opposizione».

All’osservazione di Piero Grasso che faceva notare come votare la fiducia al governo sul decreto intercettazioni equivalesse a confermare la fiducia anche al Guardasigilli Alfonso Bonafede, Renzi ha risposto che no, «il decreto intercettazioni non è di fiducia a un singolo ministro. Grasso non è ancora fra le fonti normative». E poi l’affondo: «Se Grasso ha interesse a vedere una mozione di sfiducia a un ministro non ha che da attendere», ha detto il senatore di Rignano ribadendo la volontà di sfiduciare Bonafede se non ci sarà un passo indietro sulla prescrizione.

Detto questo al voto di fiducia sul decreto legge intercettazioni al Senato non si è presentato (risultava in congedo). Assente anche la new entry di Italia viva Tommaso Cerno. L’Aula ha confermato la fiducia al governo con 156 voti favorevoli, tra cui quelli dei renziani, 118 contrari e nessuna astensione.

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Basta con i giochi di Renzi, l’Italia si merita le elezioni

Intendiamoci: ridurre il numero dei parlamentari, abolire il bicameralismo perfetto, dare al Quirinale più poteri in conseguenza di una investitura popolare non sono in sé un colpo di Stato. Gli assomigliano se vengono proposti come pillole da far ingurgitare a una opinione pubblica a cui viene negato lo scontro principale, quello elettorale fra la destra e la sinistra.

Giocano. Ormai giocano. Che cos’altro pensare di questo Matteo Renzi che propone l’elezione diretta del presidente della Repubblica nel pieno di un casino in cui il tema non esiste.

Ormai lo scontro fra due schieramenti trasversali è difficile da riconoscere. Possiamo solo dividerci in quello delle persone serie e quello dei “rottamatori”.

Intendiamoci: ridurre il numero dei parlamentari, abolire il bicameralismo perfetto, dare al Quirinale più poteri in conseguenza di una investitura popolare non sono in sé un colpo di Stato. Gli assomigliano se vengono proposti come pillole da far ingurgitare a una opinione pubblica a cui viene negato lo scontro principale, quello elettorale fra la destra e la sinistra.

IL SOLITO TORMENTONE DELLA POLITICA ITALIANA

Renzi non ha il coraggio di dire che si è convinto che, fallito il desiderio di dirigere la sinistra, vuole dirigere la destra guidandone l’ala governista e moderata. È il solito tormentone della politica italiana che ci trasciniamo dal 1992. Allora un gruppo azionista e anticomunista sperò di ingabbiare i post berlingueriani impaurendoli con minacce di arresti e ricatti vari, alcuni venivano anche dall’interno. I post Pci caddero nella trappola. Bettino Craxi non capì la natura della crisi comunista perché aveva guardato al Pci come un monolite. Errore bestiale. E la sinistra perse così l’ultimo tram.

SE LA SINISTRA NON VA DAL POPOLO, IL POPOLO VA DALLA DESTRA

Negli anni successivi questo mondo di giornalisti, intellettuali, magistrati guidati dal partito dei giudici (la peggiore iattura italiana) tentarono di prendersi il potere annichilendo il Pds. Con Tangentopoli hanno tentato di costruire una ipotesi di sinistra che fosse a loro immagine e somiglianza. Manette invece di giustizia sociale. Volevano una sinistra “sminchiata” che non facesse a cazzotti col capitale e che facesse proprie tutte le regolette  del liberismo. Poi è finita come è finita. Tony Blair si è rivelato un cretino patentato, la crisi del 2008 ha rivelato gli errori del liberismo clintoniano, si sono affacciati milioni di persone che hanno perso la battaglia per la vita migliore ma che non vogliono morire. Da qui poteva nascere la sinistra. E ci sono voluto altri anni per capire che se la sinistra non va dal popolo, il popolo va dalla destra.

LA QUESTIONE SOCIALE È STATA DIMENTICATA

Ora è tutto chiaro, e invece di occuparsi di queste cose fondamentali dobbiamo perdere tempo con un referendum per idioti, con la proposta di eleggere direttamente il capo dello Stato, con altre astruserie che non danno pane. Il dramma italiano è che i movimenti di protesta, dai 5 stelle alle Sardine, si sono fermati un passo prima di affrontare la questione sociale. Se si avventurassero in questo magma avremmo una vera rivoluzione. E sarebbe quella di cui l’Italia ha bisogno.

QUEI PASTICCIONI CHE CREDONO DI ESSERE STATISTI

La politica ufficiale invece si trastulla con “chiacchiere e tabacchiere di legno”, cerca responsabili per sorreggere o far cadere un governo e così un folto gruppo di pasticcioni si consola credendo di essere statisti. La ricordate la storiellina del topolino che corre affannato e baldanzoso dietro una mandria di elefanti che ovviamente fa con i suoi passi un gran rumore? Un topo suo amico gli si affianca e gli chiede: «Che stai facendo?». E lui: «Non lo vedi? Stamo affa’ un gran casino». Io vedo solo elefanti che fanno rumore e troppi topolini che si credono elefanti.

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Enel, il supporto di Renzi a Starace rischia di nuocergli

La certezza della riconferma è venuta un po' meno. Nel Pd e nel M5s è ancora vivo il ricordo dell'entente cordiale tra l'ad e l'ex rottamatore. E ora che nella maggioranza si è vicini al punto di rottura, il supporto del leader di Iv potrebbe essere controproducente.

Finora il suo nome era rimasto fuori dalla mischia: per tutti la riconferma di Francesco Starace alla guida di Enel era sicura.

E se il manager proprio avesse dovuto lasciare gli uffici romani di viale Regina Margherita lo avrebbe fatto per andare in Eni, al posto di Claudio Descalzi.

Ma nel gran bailamme delle nomine prossime venture, dove come nella maggioranza vige il tutti contro tutti, ora questa sicurezza è venuta un po’ meno. 

L’ECCESSIVO DECISIONISMO DEL “NAPOLEONE DELL’ENEL”

Il Bonaparte dell’Enel – in azienda lo hanno ribattezzato Napoleone per il piglio decisionista talvolta un po’ sopra le righe che lo contraddistingue – ha infatti rotto qualche uovo nel paniere. Per esempio, non è piaciuto a nessuno, né al Pd né tantomeno ai 5 stelle, il fatto che abbia posto con un tono da “prendere o lasciare” il tema della riconferma, oltre che sua, della presidente Maria Patrizia Grieco, con cui evidentemente Starace si è trovato a suo agio in questi anni. Si sa infatti che al tavolo delle nomine prudono le mani verso i presidenti uscenti, in particolare proprio Grieco (qualcuno non dimentica i suoi trascorsi socialisti) ed Emma Marcegaglia, per cui entrambe hanno chance vicine allo zero di essere riconfermate.

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«E quindi», è stata la reazione degli addetti alle nomine, «se Starace la mette in questi termini, vanno fuori sia lei che lui». Anche perché a quel tavolo l’ad di Enel non riscuote eccessive simpatie, anzi. 

Matteo Renzi con l’ad di Enel Francesco Starace, nel 2016 (Ansa).

L’ENDORSEMENT DI RENZI RISCHIA DI ESSERE CONTROPRODUCENTE

Nel Pd, come nei 5 stelle, è ancora vivo il ricordo della sua entente cordiale con Matteo Renzi, sia ai tempi della sua nomina in Enel sia ora, visto che l’ex presidente del Consiglio non si esime dal ribadire pubblicamente che Starace è il miglior manager italiano e che «o lo mandiamo all’Eni o gli dovremo chiedere la cortesia di restare all’Enel». Sapendo l’insofferenza di Palazzo Chigi e del Pd verso l’ex rottamatore, tanto da essere arrivati ormai a un punto di rottura, il suo reiterato supporto rischia per Starace di essere assai controproducente.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Aridatece Razzi e Scilipoti e tenetevi Cerno

La mandria di persone che sta passando dal Pd a Iv (e viceversa) sta lacerando ulteriormente il rapporto tra cittadini e politica. Non andare al voto subito è stato inutile: è ora di mandare al diavolo chi elemosina una riconferma in parlamento.

Dovremmo chiedere scusa a Domenico Scilipoti e a quel simpaticone di Antonio Razzi che per anni abbiamo sfottuto e celebrato come simboli del trasformismo.

Non eravamo ancora arrivati a Teresa Bellanova, a Tommaso Cerno e a quelli che stanno lasciando Matteo Renzi per dare una mano a Giuseppe Conte.

I due parlamentari lasciarono Antonio Di Pietro. In sé non è una colpa. E passarono con Silvio Berlusconi a cui rimasero fedeli. Scilipoti lentamente è sparito, Razzi ha calcato le scene ma oggi è in un cono d’ombra. A parte la facondia di Scilipoti e le chiacchiere di quell’anziano ragazzo che si presentava come ambasciatore della Corea del Nord, i due “voltagabbana” ci hanno fatto sorridere e non hanno fatto molti danni.

I VOLTAGABBANA PD E IV, SONO LORO IL VERO DANNO

La piccola mandria di persone che di questi tempi passa dal Pd a Renzi con andata e ritorno, che si appresta a sostenere il governo ovvero la scommessa di destra del “rottamatore”,  un danno grosso, invece, lo sta facendo. Sono loro e i loro dante causa, si chiamino Renzi o Goffredo Bettini o altri ancora, che stanno lacerando ancora di più il rapporto fra cittadini e politica.

SE AVESSIMO VOTATO, SALVINI SI SAREBBE GIÀ AUTOSABOTATO

Si scelse il governo giallorosso per evitare il voto e la vittoria di Matteo Salvini (ma ci dissero che era per non aumentare l’Iva). Un «vasto programma» che tuttavia non ha dato grandi risultati. Renzi si è praticamente suicidato, i voti dei 5 stelle stanno andando a Giorgia Meloni, il Pd si barcamena attorno al 20%. Valeva la pena?

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Se avessimo votato, avremmo avuto probabilmente un governo di destra (senza centro) e in pochi mesi Salvini sarebbe riuscito a farsi cacciare dopo un incidente diplomatico con gli Usa o la Francia, dopo un conflitto sociale molto acuto, dopo una bevuta. E oggi staremmo discutendo di un nuovo voto con la Lega  finalmente libera dal suo energumeno di quartiere. Ovviamente sono solo mie suggestioni, ma resta vero che senza il voto l’Italia non è migliorata malgrado alcuni ministri seri e, lo dico a mio rischio, un presidente del Consiglio che è meglio dei suoi critici.

IL FALLIMENTO DEI 5 STELLE

L’altra ragione, tutta politica per non votare, è stata quella di favorire una ricollocazione dei 5 stelle. È un movimento di popolo con dentro tanta gente di sinistra, ci spiegarono. A conti fatti hanno distrutto Roma, hanno, con Alfonso Bonafede, attaccato i diritti dei cittadini abolendo la prescrizione, si sono presi lo sfizio di fare un dispetto provvisorio a ex senatori e deputati che fra qualche tempo riavranno dai tribunali ordinari le loro indennità ricostruite. Insomma questi bravi ragazzi allevati da Beppe Grillo non erano riformabili. Sono riusciti, persino, sulla giustizia a far fare una bella figura a Renzi. Ora siamo in un vicolo cieco. Il governo può restare in piedi per mesi o cadere e favorire l’ascesa di un altro esecutivo precario. Il voto si allontanerà. Faremo un referendum cretino (io voto No) per diminuire i parlamentari cosa che non ci garantisce di levarci dalle palle Paola Taverna. Così gli italiani si guarderanno attorno e cercheranno la soluzione d’urto che solo la destra può dare.

BASTA CON CHI ELEMOSINA UNA RICONFERMA IN PARLAMENTO

Ci mancano oggi quelle personalità pubbliche che sappiano parlare al Paese e, mostrando disinteresse personale, spingano per far tornare tutto nelle regole: governo che faccia cose, opposizione che si opponga, nuovi movimenti che si mettano alla prova. Ma soprattutto bisogna mandare al diavolo quelli che stanno facendo il giro delle Sette Chiese per cercare la riconferma al parlamento. Non possiamo giocarci la democrazia per far campare Tommaso Cerno. Queste personalità devono essere credibili politicamente, devono essere dei due campi, deve risultare evidente che non governerebbero mai assieme a meno che non arrivino i marziani e che sappiano muoversi con spirito repubblicano. Sennò, arrangiamoci e  spegniamo quel televisore. Un altro dibattito con Daniele Capezzone, proprio no.

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Il tatticismo di Renzi non ha fatto i conti col M5s in subbuglio

Il leader di Italia viva tira la corda della crisi di governo. Convinto che la paura del voto anticipato prevalga tra i partiti. Ma lo sfaldamento della maggioranza creerebbe un "liberi tutti" tra i grillini. Col ritorno di Di Battista e degli anti-renziani. Il rischio harakiri "alla Salvini" è concreto.

Un gioco pericoloso, sul filo dell’alta tensione, con il più classico dei conti fatti senza l’oste. Matteo Renzi, dalle alture dell’Himalaya, ha preconizzato lunga vita a questa legislatura. Con un altro governo, come se lo avesse già in tasca. Parole che sono state un calmante per i parlamentari di Italia viva, inquieti per il possibile precipitare degli eventi e del Conte 2.

L’EX ROTTAMATORE VUOLE COMANDARE IL GIOCO

L’ex rottamatore è andato ancora all’attacco, convinto di poter dettare i tempi, sfruttando il vuoto di potere nel Movimento 5 stelle e dando dunque per scontato che gli altri lo seguano. Compreso il Partito democratico, a meno che non si materializzino i fantomatici responsabili al Senato.

FINO A SETTEMBRE FINESTRA ELETTORALE CHIUSA

Certo, la paura delle elezioni anticipate e la voglia di evitarle restano le uniche certezze in un periodo molto caotico. Ed è la leva su cui Renzi fa forza, consapevole che comunque fino a settembre la finestra elettorale è praticamente chiusa (ammesso che vincano i “sì” al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari). Ma il leader di Iv ignora una questione: il M5s continua a essere una pentola a pressione. E la (eventuale) deflagrazione dell’esecutivo produrrebbe effetti imprevedibili.

CON CRIMI SAREBBE UN’IMPRESA TENERE IL M5S UNITO

L’ulteriore sfarinamento dei cinque stelle può rendere alquanto complicato cercare una nuova maggioranza. Del resto già nell’estate del 2019 è stata una fatica mettere in piedi l’alleanza, nonostante ci fosse Luigi Di Maio in carica come capo politico e la pressoché unanime convinzione di confermare Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. Ora, con Vito Crimi nel ruolo di reggente e un Conte azzoppato, ci vorrebbe un’impresa per tenere unito il Movimento. Per molti sarebbe l’occasione per un “liberi tutti”.

Beppe Grillo e Vito Crimi. (Ansa)

I MALUMORI INTERNI AI GRILLINI NON SONO FINITI

Spiega a Lettera43.it un parlamentare pentastellato: «I malumori interni non sono finiti con le dimissioni di Di Maio. Tutt’altro. Attendiamo gli Stati generali, che già non si annunciano una passeggiata perché ci sono molti aspetti su cui confrontarci. Ma arrivarci con una crisi di governo complicherebbe le cose…». Mette in evidenza un altro deputato del Movimento: «Abbiamo perso gli elettori, vero, ma non gli eletti. Qualsiasi maggioranza non può prescindere dai parlamentari dei cinque stelle nella loro interezza».

ALTRO CHE SOSTITUZIONE INDOLORE DI CONTE

Insomma, i grillini lanciano un avvertimento: lo sfaldamento della maggioranza potrebbe risultare letale per la legislatura, nonostante la tenace resistenza contro il ritorno al voto. Perché è vero che settembre non è dietro l’angolo, ma nemmeno è una prospettiva a lunga scadenza. E così salterebbero del tutto i piani di Renzi, che immagina una sostituzione quasi indolore di Conte a Palazzo Chigi, continuando a essere al centro della scena fino al 2023.

PRONTI A TORNARE ALLA CARICA GLI ANTI-RENZIANI COME DIBBA

Uno dei principali nemici di questo esecutivo, Alessandro Di Battista, non spera altro che l’implosione del Conte 2. Dal suo “auto esilio” iraniano sta studiando la strategia per rientrare in grande stile nella vita del Movimento, riportandolo sulle sue posizioni: anti-liberista, anti-europeista, anti-Casta. Di sicuro contro il centrosinistra. Una linea da competitor – e chissà se non da possibile alleato – della Lega. La crisi di governo, insomma, è l’assist perfetto per Dibba che aspetta tornare in scena e cannoneggiare sull’alleanza con l’odiato Pd e l’odiatissimo Renzi.

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Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. (Ansa)

DI MAIO HA UNO STRANO APLOMB, MA SE LE SCINTILLE CONTINUANO…

Nei Palazzi non passa inosservato l’aplomb di Di Maio. Dopo le dimissioni da capo politico, ha solo lanciato la mobilitazione contro i vitalizi, dedicandosi poi quasi esclusivamente al lavoro di ministro degli Esteri. Una compostezza di stile che prima o poi è destinata a interrompersi di fronte alle provocazioni di Italia viva. Altri affondi contro il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, sarebbero inaccettabili. E a quel punto sarebbe messa sul tavolo l’opzione più dura, una sorta di “muoia Sansone con tutti i filistei”: una replica dura a Renzi per lo showdown definitivo e l’archiviazione di questo governo.

RENZI RESTA IL NEMICO GIURATO ANCHE DI GRILLO

Scenario che al titolare della Farnesina non dispiace tanto, perché gli consentirebbe di ritrovare la sintonia con Di Battista. Nemmeno Beppe Grillo avrebbe possibilità di obiettare alcunché: ha riabilitato l’alleanza con il Pd, ma non l’ex sindaco di Firenze che resta nemico giurato.

OCCHIO AL BOOMERANG IN STILE SALVINI-PAPEETE

Renzi continua una partita pericolosa, muovendosi sul crinale di sondaggi tutt’altro che lusinghieri. Le minacce di rottura lanciate a Palazzo Chigi non sono affatto prive di rischi. Osserva un parlamentare della maggioranza: «Negli ultimi mesi ci siamo abituati a tutto. Ma immaginare i cinque stelle a rimorchio di Renzi, in un nuovo governo, rischia di superare la fantasia». Così il tatticismo renziano che ha beffato Matteo Salvini può diventare un boomerang. E colpire Italia viva.

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La battaglia tra Renzi e il governo sulla giustizia non è ancora finita

Continua il braccio di ferro tra il governo e Italia viva. Trovata in extremis l'intesa sul decreto intercettazioni. Ma la partita sulla prescrizione è ancora tutta da giocare.

La battaglia tra il governo e Italia viva è ancora nel vivo e il clima nella maggioranza resta tesa. Il nodo resta quello della giustizia, sospeso tra il decreto sulle intercettazioni e la riforma della prescrizione. In mezzo continuano le frecciate a distanza tra Matteo Renzi e il premier Giuseppe Conte.

SUPERATO L’OSTACOLO INTERCETTAZIONI

L’ultima schermaglia in ordine di tempo è stata quella sul dl intercettazioni. Alla fine, in serata, la maggioranza ha trovato l’intesa grazie a in un subemendamento all’emendamento del relatore firmato dai quattro capigruppo in Commissione, compreso Giuseppe Cucca di Italia Viva. Ma nel pomeriggio non sono mancati attriti. Tutto è iniziato con il ritiro dell’emendamento di Pietro Grasso sull’utilizzo di trojan nelle intercettazioni per essere poi sostituito con una proposta del grillino Giarrusso. La mossa ha fatto subito agitare i renziani: «Ci va bene il testo di Bonafede uscito dal Cdm o un testo che rispetti la sentenza della Cassazione, non capiamo perché ci si intestardisca su altro», aveva fatto sapere una fonte di Iv, poi le ultime mediazioni fino all’intesa finale, che verrà testata il 19 febbraio in Commissione Giustizia del Senato con l’ultimo voto prima del passaggio in Aula.

TUTTA DA GIOCARE LA PARTITA SULLA PRESCRIZIONE

Partita decisamente diversa per la prescrizione, vera faglia tra il premier e Renzi. Sul lodo Conte bis Italia viva ha posto un veto e difficilmente arretrerà, mettendo così la maggioranza sotto pressione: «Se c’è un governo senza di noi, noi rispettiamo il parlamento. Però se non hanno i numeri e se siamo decisivi per la maggioranza, allora dico: ‘Ascoltate anche noi”», ha detto Matteo Renzi parlando coi cronisti nel Transatlantico del Senato, «Il punto è che c’è una norma sulla prescrizione che io non condivido, la porto in discussione in aula e su questo vado avanti fino in fondo». «Sulla giustizia», ha aggiunto con una stoccata a Conte, «io non ho detto: ‘Conte ti minaccio’, ma la reazione del presidente del Consiglio è stata muscolare. Ha detto alcune cose e io ho pensato probabilmente hanno i numeri. Se così fosse, bene».

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