Libia, 15 anni dopo la Rivoluzione: il "sogno" infranto tra macerie e speranze
Dalle piazze in festa del 2011 al vicolo cieco politico del 2026: il bilancio di un Paese ancora diviso, tra lo spettro di Gheddafi e l'incognita delle prossime elezioni
@web Il 17 febbraio 2011 le strade di Bengasi e Tripoli si riempivano di un grido unanime: "Libia libera". Oggi, quindici anni dopo l'inizio della rivolta che portò alla caduta e alla morte di Muammar Gheddafi, quel grido sembra essersi trasformato in un sospiro di stanchezza. La Libia celebra questo anniversario importante in un clima paradossale: tra le luci dei droni che illuminano Piazza dei Martiri a Tripoli e l'ombra di un'impasse istituzionale che sembra non avere fine.
A 15 anni di distanza, la Libia non è ancora riuscita a darsi un assetto unitario. Il Paese resta spaccato in due: a ovest il Governo di Unità Nazionale (GUN) di Abdulhamid Dbeibah, riconosciuto dalla comunità internazionale, e a est l'amministrazione sostenuta dal generale Khalifa Haftar.
La novità inquietante del 2026 è la cosiddetta "guerra civile giudiziaria": proprio alla vigilia dell'anniversario, una sentenza della Corte Costituzionale di Bengasi ha disconosciuto la legittimità dei vertici giudiziari di Tripoli, decapitando di fatto l'ultima istituzione che ancora manteneva una parvenza di unità nazionale. Senza una magistratura condivisa, la possibilità di convalidare future elezioni diventa un miraggio giuridico.
Lo stallo politico e il "giallo" Al-Masri
L'attuale scenario politico è dunque paralizzato da un'impasse istituzionale senza precedenti. Il recente "caso Al-Masri" — il leader libico accusato di torture e omicidi, arrestato in Italia e poi rilasciato in circostanze poco chiare — ha scatenato una tempesta politica a Roma e Tripoli. L'episodio ha messo a nudo la fragilità dei rapporti diplomatici: mentre il ministro Nordio difendeva la gestione del caso, il ministro Piantedosi veniva clamorosamente respinto da Bengasi, segno che il governo dell'Est non riconosce più all'Italia il ruolo di interlocutore privilegiato.
L'ombra dei Gheddafi e il "giallo" di Saif al-Islam
Quest'anniversario è segnato da un evento che ha scosso profondamente l'opinione pubblica: l'uccisione di Saif al-Islam Gheddafi, avvenuta lo scorso 3 febbraio. Il figlio del colonnello, che per anni era stato visto da una parte della popolazione come l'unico "ponte" possibile verso una stabilità nostalgica, è uscito di scena in modo violento, portando con sé le speranze di chi vedeva nel ritorno della "famiglia" una soluzione al caos delle milizie.
Quindici anni dopo la caduta di Gheddafi, l'illusione di un'Europa capace di incidere sembra essere "evaporata", per usare le parole di Mario Draghi. Da un lato, il rinnovo automatico del Memorandum Italia-Libia (febbraio 2026) continua a garantire fondi a una Guardia Costiera libica spesso accusata di collusione con i trafficanti e di sistematiche violazioni dei diritti umani nei lager. Dall'altro, l'assenza di una missione internazionale di ricerca e soccorso ha reso la rotta del Mediterraneo centrale sempre più letale.
La Libia del 2026 è un Paese dove il petrolio continua a scorrere, ma la stabilità resta un miraggio. Tra scontri tra milizie per il controllo del territorio a Tripoli e la crescente influenza russa a est, la celebrazione del 17 febbraio appare oggi più come un rito malinconico che come la festa di una nazione liberata.
Fonte: www.rainews.it
