Usa, rischio shutdown: scontro su fondi DHS e riforme ICE dopo Minneapolis, crepa MAGA sulle armi
Intervista ad Andrea Molle
Ansa A Washington cresce il rischio di shutdown parziale: i democratici vogliono vincolare i fondi al DHS a riforme operative su ICE (body-cam, identificazione, mandati giudiziari e stop ai pattugliamenti non coordinati) dopo il caso Minneapolis. Intanto le parole di Trump sulle armi aprono una frattura con parte dell’elettorato pro-Secondo Emendamento, creando una crisi interna di credibilità nella coalizione MAGA. Ne parliamo con Andre Molle, politologo della Chapman University.
Perché questo braccio di ferro sui fondi al DHS rischia davvero di trasformarsi in un parziale shutdown: quali sono i meccanismi politici che rendono lo scontro così esplosivo?
Il punto fondamentale da comprendere è che qui non si discute solo di una voce di bilancio: la scadenza del 30 gennaio 2026 funziona da cliff-edge perché, in assenza di finanziamento approvato (o di una continuing resolution, cioè una proroga temporanea dei finanziamenti), le agenzie coinvolte entrano in regime di cosiddetto funding lapse. Questo significa sospensione delle attività “non essenziali”, personale mandato a casa (o costretto a lavorare senza paga immediata, a seconda delle funzioni), contratti congelati e una catena di effetti a cascata su logistica e capacità operative. Nel caso del DHS, l’impatto è politicamente ancora più sensibile perché si intreccia con funzioni di polizia di frontiera, enforcement e sicurezza interna: anche quando molte attività restano formalmente “essenziali”, lo shutdown produce comunque frizioni pratiche (backlog, rallentamenti amministrativi, incertezza sul personale, esposizione mediatica). A rendere lo scontro “esplosivo” è poi l’architettura del Senato dove spesso non basta avere la maggioranza semplice di 51 voti e per far procedere un provvedimento serve superare i colli di bottiglia procedurali. In pratica, ogni volta che la maggioranza vuole chiudere il dibattito e andare al voto deve passare per la cosiddetta cloture, che richiede una maggioranza qualificata (di norma 60 voti). Qui sta il potere di interdizione del’opposizione che, se decide di non collaborare, può rallentare o bloccare i passaggi chiave senza neppure “vincere” una votazione finale. È un leverage enorme perché trasforma il negoziato da “quanto spendiamo e come” a “quali condizioni politiche accettiamo per evitare il caos”. Quindi la miccia è doppia: una deadline reale (senza CR scatta l’interruzione di fondi) e un meccanismo istituzionale che consente a una minoranza coesa di alzare il prezzo. È per questo che una trattativa su DHS e regole operative (ICE, trasparenza, mandati, identificazione) non resta mai tecnica: diventa rapidamente una prova di forza tra due narrative contrapposte—da un lato “non ricattate la sicurezza con lo shutdown”, dall’altro “non finanziamo senza accountability”—con costi immediati visibili al pubblico e incentivi politici a non cedere per primi.
Le condizioni poste dai democratici su ICE - body-cam, identificazione, mandati giudiziari, limiti ai pattugliamenti senza coordinamento locale - sono una richiesta realistica o un modo per alzare il prezzo della trattativa?
Le condizioni che i democratici stanno cercando di inserire nel disegno di legge sui finanziamenti del DHS e in particolare per ICE riflettono una combinazione di richieste politicamente spinose e istituzionalmente significative. Da un lato, numerose richieste sono realistiche nel senso che esistono già modelli operativi o standard che molte forze di polizia adottano nel quotidiano: per esempio, l’uso obbligatorio di body-cam e di identificazione visibile è una pratica consolidata a livello statale e locale e mira a aumentare trasparenza e responsabilità in operazioni che implicano l’uso della forza. Analogamente, la richiesta che l’ICE coordini le proprie attività con la polizia locale e non effettui “roving patrols” indiscriminate in area urbana punta a una maggiore integrazione con partner di polizia già responsabili di contesti urbani, riducendo potenziali conflitti giurisdizionali. Queste misure, di fatto, potrebbero essere implementate con regolamenti e standard operativi se vi fosse volontà politica, e alcune sono già state incluse in forma meno vincolante in versioni precedenti del pacchetto di bilancio come finanziamenti per formazione e body-cam. Dall’altro lato, molti dei punti chiesti dai democratici sono massimalisti nel senso che non si limitano a suggerire buone pratiche o linee guida amministrative, ma richiedono vincoli legislativi stringenti che incidono direttamente sull’autonomia operativa dell’agenzia. Due esempi chiave: In primo luogo l’obbligo di mandati giudiziari per determinate operazioni di fatto alza l’asticella rispetto alla prassi attuale, nella quale l’ICE può basarsi su mandati amministrativi propri dell’agenzia. Questo tipo di modifica non è un semplice standard di trasparenza, ma un vincolo normativo che cambia la base giuridica dell’autorità di intervento sul campo, potenzialmente rallentando operazioni in cui oggi non è richiesto un giudice. Secondo poi, l’esplicitazione di criteri d’uso della forza uniformi e vincolanti, applicando standard di polizia locali o statali anche alle attività federali, introduce un livello di controllo che storicamente è più frequente nelle forze di polizia locali che non nei corpi federali con mandato nazionale. Ciò implica non solo modifiche alle procedure, ma potenzialmente meccanismi di sanzione interna e di supervisione indipendente. In sintesi, l’elemento realistico delle richieste democratiche consiste nel fatto che tecnicamente molte di queste misure sono implementabili e già esistono contesti normativi comparabili; il lato massimalista consiste nel fatto che esse sono formulate come requisiti vincolanti di legge, non come opzioni di policy o raccomandazioni. Questo distingue una trattativa “normale” da un’escalation negoziale, perché spostare pratiche amministrative in vincoli legislativi richiede un compromesso politico molto più profondo - uno che tocca il modo in cui l’ICE opera quotidianamente e limita la flessibilità dell’amministrazione di applicare le proprie priorità di enforcement.
Il caso di Minneapolis ha compattato il fronte democratico: quanto pesa, nella politica americana, un evento di questo tipo nel ridefinire rapidamente l’agenda su sicurezza e immigrazione?
Il caso di Minneapolis pesa moltissimo perché, nella politica americana, eventi di questo tipo funzionano da eventi focali in senso quasi letterale giacché rompono la routine del dibattito, catalizzano l’attenzione mediatica nazionale e trasformano una questione latente in un’urgenza politica. Non è solo la gravità dell’episodio in sé, ma la sua leggibilità simbolica: immagini forti, parole-chiave facilmente comunicabili (“agenti mascherati”, “assenza di identificazione”, “uso della forza”, “diritti costituzionali”) e una sequenza narrativa immediata che rende difficile per i decisori rifugiarsi in formule tecniche o rinvii procedurali. In quel momento, il costo politico del “non dire nulla” o del restare ambigui cresce improvvisamente, perché l’opinione pubblica - e soprattutto i media - chiedono prese di posizione chiare. Questo meccanismo ha due effetti simultanei. Il primo è di agenda-setting. Temi che prima erano confinati a commissioni, report o attivismo specializzato (regole operative di ICE, mandati amministrativi, coordinamento con le polizie locali) entrano nel circuito centrale della politica nazionale, legandosi a una storia concreta e riconoscibile. Il secondo, forse ancora più importante, è di coalition management. Per il Partito Democratico, il caso di Minneapolis diventa un collante interno che permette alla leadership di tenere insieme componenti diverse del caucus (concetto simile ma non sinonimo di gruppo parlamentare) - progressisti, moderati, membri eletti in distretti competitivi - offrendo un riferimento comune che giustifica una linea dura senza doverla presentare come puramente ideologica. Non si chiede “una riforma astratta di ICE”, ma una risposta a un fatto specifico che ha già suscitato indignazione pubblica. In questo senso, l’evento non serve solo a “spostare il tema”, ma a legittimare politicamente richieste altrimenti difficili da difendere in una trattativa di bilancio. Vincoli che, in condizioni normali, sarebbero stati liquidati come tecnicismi o come forzature della sinistra diventano invece presentabili come misure di responsabilità minima e di tutela dello Stato di diritto. È qui che il caso di Minneapolis cambia l’equilibrio perché riduce lo spazio per compromessi vaghi, aumenta la pressione sulla leadership a mostrarsi coerente e trasforma una negoziazione su fondi e procedure in un test pubblico di credibilità politica e morale.
I repubblicani e l’amministrazione Trump dicono di essere disponibili a negoziare “su alcuni punti”: quali concessioni sono plausibili senza spaccare il fronte conservatore?
Quando repubblicani e Casa Bianca parlano di disponibilità a “negoziare su alcuni punti”, il perimetro reale della trattativa è piuttosto chiaro ed è fortemente condizionato da ciò che può essere venduto politicamente al fronte conservatore senza apparire come una resa. Le concessioni plausibili sono quelle incorniciabili come misure di ordine, professionalizzazione e disciplina interna, non come limitazioni sostanziali della capacità operative. In questo schema rientrano obblighi più stringenti sull’uso delle body-cam, l’identificazione visibile degli agenti, protocolli più dettagliati di de-escalation e procedure di reporting standardizzato dopo operazioni critiche. Sono misure che l’amministrazione può presentare come strumenti per ridurre errori, contenziosi e danni reputazionali, rafforzando la legittimità dell’azione federale invece di indebolirla. Anche un meccanismo di revisione esterna limitato - per esempio focalizzato su casi specifici, con poteri consultivi o di audit e non di intervento operativo - rientra nel campo del negoziabile, proprio perché può essere descritto come garanzia di correttezza e non come ingerenza politica. Questo tipo di concessioni ha un vantaggio chiave: consente alla Casa Bianca di dire di aver risposto alle preoccupazioni sull’accountability senza accettare una ridefinizione strutturale dei poteri di ICE. Molto più difficile, invece, è spingersi su terreni che toccano direttamente la catena decisionale operativa. L’introduzione di mandati giudiziari come standard generale per determinate attività, al posto dei mandati amministrativi, non è percepita come una riforma procedurale ma come un cambiamento di paradigma giuridico che rischia di rallentare o bloccare l’azione sul campo. Allo stesso modo, limiti severi ai “roving patrols” non coordinati con le autorità locali vengono letti, all’interno del fronte conservatore, come una riduzione sostanziale della capacità di “surge” sull’immigrazione e quindi come una sconfessione delle priorità dell’amministrazione. Su questi punti, il costo politico interno per Trump sarebbe alto: verrebbe accusato di aver “legato le mani” agli agenti federali proprio nel momento in cui promette fermezza e controllo. È per questo che, dietro le quinte, prende corpo anche una via d’uscita tecnica: separare il capitolo DHS/ICE dal resto del pacchetto di spesa. Una mossa del genere permetterebbe di evitare che l’intero bilancio federale venga ostaggio di un singolo dossier ad altissima carica simbolica, sbloccando i finanziamenti meno controversi e rinviando lo scontro su ICE a una trattativa dedicata o a un provvedimento separato. Politicamente, sarebbe un modo per guadagnare tempo, abbassare la temperatura dello scontro e ridurre il rischio che un conflitto su enforcement e diritti civili faccia collassare l’intero processo di approvazione del bilancio.
Sul tema armi, le parole di Trump hanno aperto una frattura con una parte dell’elettorato pro-gun: quanto è seria questa crepa e che conseguenze può avere sulla coalizione MAGA?
Sul tema delle armi, la crepa con una parte dell’elettorato repubblicano, quella sensibile al tema del Secondo Emendamento, gun è reale perché non riguarda una policy specifica, ma un marcatore identitario centrale della coalizione trumpiana. Per molti sostenitori del Secondo Emendamento, il possesso legale di un’arma non è solo un diritto astratto, ma un segnale di cittadinanza responsabile, autonomia individuale e diffidenza storica verso lo Stato Federale. Le parole di Trump e di esponenti dell’amministrazione, lette come un collegamento implicito tra “essere armati” e “essere parte del problema”, vengono quindi percepite come una rottura del patto simbolico: non una regolazione tecnica, ma una delegittimazione morale. È questo che ha innescato reazioni critiche anche da ambienti storicamente alleati - commentatori conservatori, associazioni pro-gun, influencer del mondo 2A - che raramente contestano pubblicamente Trump. Allo stesso tempo, è importante non sovrastimare la portata immediata della frattura. Non siamo di fronte a una defezione di massa, ma a una tensione narrativa: molti elettori pro-gun restano allineati su immigrazione, sicurezza, economia e identità culturale, e sono disposti a “sospendere il giudizio” se il messaggio viene rapidamente ricalibrato. La frattura è dunque gestibile se la Casa Bianca torna a una linea comunicativa classica: difesa esplicita del Secondo Emendamento, distinzione netta tra possesso legale e comportamenti pericolosi, enfasi sulla sicurezza situazionale (contesto operativo, errori di valutazione, catena di comando) piuttosto che sull’arma in sé. In questo scenario, il malcontento può rientrare senza tradursi in costi elettorali immediati. Il rischio politico emerge però nel medio periodo, se prende piede la narrativa secondo cui l’amministrazione starebbe “scaricando” sui proprietari di armi legali la responsabilità di episodi controversi per difendere scelte operative federali. Se questa percezione si sedimenta, la questione smette di essere episodica e diventa un punto di attrito strutturale nella coalizione MAGA: non abbastanza forte da far crollare l’alleanza, ma sufficiente a eroderne la compattezza, soprattutto nella mobilitazione di base e nel rapporto con l’ecosistema pro-gun. In altre parole, Trump non rischia di “perdere” il voto 2A dall’oggi al domani, ma rischia qualcosa di più sottile e insidioso: incrinare la fiducia identitaria di un segmento che, finora, lo ha sostenuto non solo per convenienza politica, ma per affinità simbolica.
Se non ci sarà un compromesso entro il 30 gennaio e scatterà lo shutdown parziale, chi pagherà il costo politico più alto: i democratici che legano i fondi alle riforme o la Casa Bianca che difende l’operatività federale?
Se non ci sarà un compromesso entro il 30 gennaio e scatterà dunque lo shutdown parziale, il costo politico non sarà automatico né simmetrico, ma dipenderà da chi riuscirà a imporre la propria narrazione di responsabilità. I democratici corrono il rischio evidente di essere dipinti come quelli che ancora una volta “chiudono il governo” subordinando i fondi a riforme su ICE, cioè trasformando una scadenza di bilancio in una leva politica su un tema altamente polarizzante. Questa accusa è particolarmente efficace perché lo strumento usato è un filibuster tematico: non un dissenso generale sul budget, ma un blocco mirato legato a condizioni specifiche. Proprio per questo è facilmente etichettabile come ricatto politico, soprattutto presso un elettorato moderato che tende a penalizzare chi appare disposto a sacrificare il funzionamento dello Stato per ottenere concessioni di policy. Dall’altra parte, però, la Casa Bianca e la maggioranza repubblicana non sono affatto al riparo. Nella storia recente degli shutdown, il danno tende a colpire di più chi controlla l’esecutivo, perché le conseguenze sono immediate e visibili: uffici chiusi, servizi rallentati, lavoratori federali senza stipendio, incertezza operativa su sicurezza e immigrazione. Se passa l’idea che l’amministrazione abbia rifiutato misure minime di accountability dopo un caso altamente simbolico e mediaticamente potente, il frame può ribaltarsi: non “i democratici bloccano”, ma “la Casa Bianca si ostina”. In quel caso, la narrativa diventa quella di un esecutivo rigido che antepone la difesa corporativa delle agenzie federali alla credibilità dello Stato di diritto. Il nodo, quindi, è che entrambi i fronti stanno giocando una partita ad alto rischio asimmetrico. Nel brevissimo periodo, lo shutdown tende a logorare di più l’amministrazione in carica; nel medio periodo, però, la strategia democratica è fragile perché espone il partito all’accusa di usare il bilancio come arma su un tema identitario (immigrazione ed enforcement), rafforzando il racconto repubblicano del “governo preso in ostaggio”. In altre parole, nessuno dei due può permettersi di perdere il controllo della narrativa: chi viene percepito come irragionevole o ideologico pagherà il prezzo più alto, non tanto nelle trattative di Washington quanto nell’opinione pubblica che guarda agli effetti concreti dello stallo.
Fonte: www.rainews.it
