Omicidio Nada Cella, Cecere condannata a 24 anni. Due anni a Soracco per favoreggiamento
Emessa la sentenza attesa sul caso di Nada Cella, la segretaria di Chiavari uccisa nel 1996 studio di via Marsala: Anna Lucia Cecere, ex insegnante, è stata condannata a 24 anni per omicidio e Marco Soracco a due anni per favoreggiamento
Anna Lucia Cecere, ex insegnante, è stata condannata a 24 anni per l'omicidio di Nada Cella, la giovane segretaria massacrata a Chiavari (Genova) il 6 maggio 1996 nello studio dove lavorava: quello del commercialista Marco Soracco, condannato a due anni per favoreggiamento.
A un anno dall'inizio del primo processo mai celebrato sul caso, è uscita l'attesa pronuncia. La pm Gabriella Dotto aveva chiesto l'ergastolo per Cecere (difesa dagli avvocati Giovanni Roffo e Gabriella Martini) e quattro anni per Soracco.
Al momento del pronunciamento della sentenza di primo grado, Anna Matia Cecere non era presente in aula, mentre lo era il commercialista.
Anna Lucia Cecere era accusata di omicidio volontario, aggravato dalla crudeltà e dai futili motivi. L'aggravante dei futili motivi è stata riconosciuta ma quella della crudeltà no.
Secondo l'accusa, la ragazza sarebbe stata uccisa dalla Cecere che, invaghita del commercialista, avrebbe visto in lei una potenziale rivale e che, eliminando Nada, avrebbe potuto anche potuto ricoprire il suo posto di lavoro.
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Dopo lunghi mesi di udienze in Corte d'Assise, dove sono stati ascoltati decine e decine di testimoni, il 15 gennaio 2026 è stato scritto un primo punto sulla vicenda che per quasi 30 anni è rimasta un caso irrisolto.
La frase “ce l'abbiamo fatta” e un pianto liberatorio sono state le reazioni a caldo di Silvana Smaniotto, mamma ultraottantenne di Nada Cella, alla notizia della sentenza nel processo in corte d'assise d'appello per la morte di sua figlia. A riferirlo le avvocate di famiglia, Sabrina Franzone e Laura Razetti. "Ci ha creduto fino alla fine e, nonostante non stesse bene, è stata il nostro motore", hanno spiegato le legali. La donna è rimasta a casa per problemi di salute, accudita dall'altra figlia, Daniela
Non si è fatto attendere il commento di Soracco: "Se Cecere è un'assassina sono contento sia stata condannata, ma non mi aspettavo la mia condanna, pensavo fosse riconosciuta la mia estraneità", ha detto il commercialista dopo la sentenza. "Prendiamo atto della decisione e faremo appello - ha concluso-. Ma è inaccettabile".
"Giustizia è fatta. Speravo ma non me l'aspettavo. Non ho ancora capito quello che è successo, Nada non torna più ma giustizia è fatta". Lo ha detto Silvia Cella, cugina di Nada Cella. "È una cosa emozionante, stranissima. Sono passati 30 anni, qualche anno fa non lo avrei mai sperato. Pensavo che Nada fosse stata dimenticata". "Trent'anni sono tanti - ha concluso Silvia Cella - perché quello che gli investigatori hanno ora lo avevano anche 30 anni fa. Per cui sarebbe stato molto più semplice. Hanno lavorato sulle stesse cose gli investigatori e la Procura e hanno fatto un lavoro epocale, immenso, perché, sentendo le persone dopo 30 anni, i ricordi svaniscono, si ricordano cose diverse, è difficilissimo".
Anna Lucia Cecere già all'epoca dei fatti era stata indagata, ma solo per soli 5 giorni. La posizione della donna era subito stata archiviata e, nel 2021, rimessa sotto la lente d'ingrandimento con la riapertura delle indagini, su intuizione della criminologa Antonella Delfino Pesce.
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La riapertura del caso
Era il 6 maggio del 1996 quando la 24enne Nada Cella fu brutalmente assassinata. A ritrovarla, in un lago di sangue, fu il suo titolare Marco Soracco, inizialmente sospettato per l’omicidio e ora condannato per favoreggiamento.
Anna Lucia Cecere, che subito dopo il delitto si trasferì a Boves (in provincia di Cuneo), all’epoca fu indagata ma la sua posizione subito archiviata. Due testimoni dissero di averla vista uscire trafelata dal palazzo, scena del crimine, e i Carabinieri intercettarono subito la donna che stava già cercando un avvocato. Quando i militari perquisirono il suo l’appartamento, trovarono dei bottoni con base metallica incastonata, una stella a cinque punte e la scritta “Great Seal of the State of Oklahoma”, esattamente come quello trovato vicino al corpo di Nada Cella. La pista però venne scartata perché ritenuta fantasiosa.
La criminologa Antonella Delfino Pesce, anni dopo, incuriosita dal fatto che non si fosse mai indagato su una donna, nonostante il Dna repertato sul luogo del delitto fosse femminile, ritrovò questo verbale e, grazie alle sue intuizioni, nel 2021 venne riaperto il caso con l'ascolto di nuovi testimoni, tra cui anche la madre del commercialista titolare dello studio.
Nonostante i “non luogo a procedere” con cui la Gup Angela Nutini aveva chiesto l’archiviazione dell’inchiesta perché, a suo parere, non c’erano elementi tale da poter procedere contro la Cecere, la Corte d’Appello decise di rinviare a giudizio la donna, ribaltando la prima sentenza, senza motivare la decisione.
A questa mancata motivazione si appellò Andrea Vernazza, avvocato di Soracco, presentando una istanza di legittimità costituzionale, ma la sua istanza venne respinta dal collegio della Corte d’assise presieduta dal giudice Massimo Cusatti e iniziò il nuovo iter giudiziario.
Fonte: www.rainews.it
