Trump e Venezuela: terre rare e transizione energetica USA. Intervista a Giuseppe Sabella
Dopo il blitz militare si è parlato molto del petrolio venezuelano, quasi fosse la ragione per cui gli USA sono intervenuti in Venezuela. In realtà, il vero nodo strategico sono le terre rare e minerali critici
Afp Dopo il blitz militare degli americani a Caracas, che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, si è parlato molto del petrolio venezuelano, anche perché per primo lo ha fatto Donald Trump, quasi fosse la ragione per cui gli USA sono intervenuti in Venezuela. In realtà, le oil companies statunitensi da subito si sono dimostrate caute rispetto agli annunci del presidente degli USA. Il vero nodo strategico non è solo il petrolio: sono le terre rare e minerali critici. Ne abbiamo parlato con il direttore di Oikonova, Giuseppe Sabella, autore del libro “La grande transizione del capitalismo” (Rubbettino 2025), più comunemente nota come transizione energetica.
Il ceo di Exxon Mobil Darren Woods ha detto che è “impossibile” investire in Venezuela. Perché allora gli USA hanno promosso questa operazione?
La motivazione principale non è il petrolio in sé. Gli Stati Uniti mirano a controllare le cosiddette “materie prime critiche”, fondamentali per la transizione verde e la tecnologia digitale. Coltan, terre rare, cobalto, nichel, manganese, tantalio e niobio sono essenziali per microchip, batterie, motori elettrici, turbine eoliche e componentistica aerospaziale. Il petrolio ha un ruolo secondario: può generare entrate immediate e abbassare l’inflazione energetica, aiutando l’economia a sostenere i costi della transizione. Ma non ha un grande futuro.
Questi materiali di cui il Venezuela sarebbe così ricco sono davvero così strategici?
Assolutamente. Il manganese, ad esempio, è cruciale per batterie e leghe metalliche; il tantalio e il niobio servono per batterie elettriche e tecnologie fotovoltaiche ed eoliche; il niobio è fondamentale per la superconduttività. Senza questi materiali non possiamo immaginare semiconduttori, motori elettrici o turbine eoliche efficienti. Oggi, chi controlla questi minerali controlla anche le catene industriali della transizione tecnologica.
In che modo questa operazione ridefinisce gli equilibri di potere nel continente americano e nella competizione fra USA e Cina?
La Cina domina da decenni il traffico globale di minerali strategici, investendo in filiere industriali e infrastrutture in Sudamerica e Africa. Con l’accesso alle risorse venezuelane, gli USA possono iniziare a costruire una filiera americana chiusa, capace di produrre tecnologie green senza subire embarghi o rincari imposti da Pechino. È una strategia di lungo periodo, perché trasformare questo potenziale in supply chain operative richiederà anni di investimenti, stabilità normativa e infrastrutture solide. Inoltre, molte miniere dell’Arco Minero del Orinoco sono controllate da bande criminali, il che aggiunge complessità e rischi legali.
Quanto potrà influire questo controllo sulla transizione energetica globale?
Negli ultimi due anni, gli investimenti globali in energie pulite hanno raddoppiato quelli nei combustibili fossili; il 91% dei nuovi impianti industriali è realizzato secondo criteri di sostenibilità ambientale - che, in particolare, significa riduzione delle emissioni di co2 - e alimentato da energia rinnovabile. Questo significa che il futuro non è nei fossili, ma in batterie, fotovoltaico, reti di accumulo e mobilità elettrica. Anche se il blitz venezuelano sembra concentrarsi sul petrolio, il flusso globale di capitali segue logiche di decarbonizzazione e tecnologia digitale. La Cina guida ancora con circa il 30% degli investimenti mondiali, seguita dall’Europa con il 20% e dagli USA con il 15%.
L’economia dei fossili è destinata a scomparire?
Sì, lo hanno capito anche i grandi produttori di petrolio arabi. Non c’è crescita reale nel fossile: il 40% degli investimenti serve solo a rallentare il declino naturale dei giacimenti esistenti. Le oil companies americane, come dicevo in precedenza, sono molto caute riguardo agli obiettivi venezuelani. Tuttavia, il petrolio di Caracas può generare entrate immediate e sostenere i costi della transizione. Negli USA, la paura di sostituire la dipendenza dal petrolio arabo con quella dai minerali cinesi ha rallentato la transizione verde; con le risorse venezuelane questo rischio si riduce, aprendo la strada a investimenti in gigafactory e tecnologie pulite.
Quali settori industriali trarranno maggior vantaggio da questo nuovo scenario?
Tutte le attività produttive, in particolare, sono legate al digitale e all’energia. Tuttavia, tre settori tradizionalmente trainanti rimangono siderurgia, edilizia e automotive, tutti dipendenti da minerali critici. Chi controllerà queste risorse potrà influenzare la produzione globale e le catene industriali del futuro.
Oltre al Venezuela, quali paesi diventano centrali in questo nuovo ordine economico?
Brasile, Argentina, Cile, Perù e Colombia sono tutti ricchi di minerali strategici e fanno parte della Belt and Road Initiative cinese. Contenere l’influenza di Pechino in Sudamerica non sarà semplice, ma l’accesso americano alle risorse venezuelane rappresenta un primo passo per arginare il dominio cinese.
Qual è il ruolo dell’Europa? Può giocare un ruolo autonomo o resta vincolata agli USA e alla competizione con la Cina?
L’Europa non è ancora autonoma nel controllo delle materie prime critiche e delle tecnologie chiave, ma può giocare un ruolo strategico di primo piano puntando su innovazione, produzione ad alto valore aggiunto e sostenibilità delle filiere. In particolare, la sua forza risiede nella capacità di integrare manifattura avanzata, software industriale, standard tecnici e regolazione di mercato in un unico ecosistema competitivo. Batterie, semiconduttori industriali e software per la progettazione, la simulazione e il controllo dei processi produttivi sono settori in cui l’Europa può crescere, costruendo un vantaggio basato non sui costi più bassi, ma su qualità, affidabilità, sicurezza e sostenibilità. In altre parole, l’Europa non è costretta a scegliere tra Washington e Pechino: può affermare una propria posizione di leadership tecnologica e regolatoria, diventando un attore indispensabile nelle catene globali del valore grazie alla capacità di garantire filiere trasparenti, resilienti e compatibili con gli obiettivi climatici e industriali di lungo periodo. Certo, è importante che la burocrazia europea sia attenta a non rallentare i processi.
Fonte: www.rainews.it
