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Vox, la destra spagnola “contesa” da Salvini e Meloni

Il partito di estrema destra per storia e valori è più vicino a Fratelli d'Italia che alla Lega. Ad allontanare Abascal dal Carroccio pesano soprattutto le radici indipendentiste dei leghisti e il loro sostegno alla Catalogna.

Giorgia Meloni non ha nemmeno aspettato lo spoglio delle elezioni spagnole e, basandosi sugli exit poll, ha sottolineato la «grande affermazione di Vox» 14 minuti dopo la chiusura dei seggi.

I complimenti di Matteo Salvini sono arrivati un po’ più tardi, alle 21.36, corredati dalla foto con il leader del partito Santiago Abascal.

Dai temi cardine alla retorica, sia la Lega sia Fratelli d’Italia hanno molto in comune con Vox, la formazione di estrema destra che in meno di un anno è passata da 0 a 52 deputati in parlamento, diventando con il suo 15% la terza forza politica del Paese. E tutto l’interesse a trovare una sponda al di là dei Pirenei.

LA DESTRA IN SPAGNA SI È ALLINEATA AI SOVRANISTI SUI MIGRANTI

Come evidenzia il think tank Carr (Centre for Analysis of the Radical Right), la Spagna è stata per anni immune all’affermazione di partiti di destra radicale, secondo molti perché le istanze dell’elettorato più reazionario erano già incarnate dal Partido Popular (Pp). Dal 2014, però, un manipolo di dissidenti del Pp ha scelto di abbandonare la «derechita cobarde» (piccola destra codarda, ndr): secondo loro i popolari erano troppo moderati e succubi della sinistra, troppo timidi nel difendere i valori storici della destra spagnola.

In maniera simile a quella della Lega e di Fratelli d’Italia, la narrazione di Vox tende a dipingere come «anti-spagnolo» chi non persegue idee nazionaliste

La crescita repentina di Vox ricalca quella di tanti partiti di destra in Europa e nel mondo, compresi quelli italiani. Molto simile è il repertorio di temi e narrazioni, con qualche variazione. Si parte dalla questione migratoria, un tema che in Spagna come in Italia risulta parecchio divisivo, e vi si associa un attacco costante alle non meglio specificate «oligarchie di Bruxelles», suggerendo così una relazione fra le politiche dell’Unione europea e i fenomeni migratori e in contrapposizione agli interessi dei cittadini. Un’operazione pienamente riuscita nell’Ungheria di Viktor Orbán e che sta dando i suoi frutti in Francia, Italia e Germania.

Sulla sinistra, il leader di Vox Santiago Abascal saluta i suoi sostenitori durante la nottata elettorale.

L’insistenza ossessiva sulle «radici cristiane dell’Europa» non è certo una novità e nemmeno il lemma España lo primero, che ricorda da vicino sia l’America First di Trump che il nostrano Prima gli italiani. In maniera simile a quella della Lega e di Fratelli d’Italia, la narrazione di Vox tende a dipingere come «anti-spagnolo» chi non persegue idee nazionaliste e, per contrapposizione, a identificare il partito come autentico rappresentante della volontà popolare, soffocata dai media mainstream e dalle élite culturali del Paese. Quelli che per Salvini sono «i giornaloni e i professoroni», nella retorica di Abascal diventano la «dictadura progresista» che allunga le mani su stampa e televisione. Alle aspirazioni sovraniste si aggiungono temi culturali specifici della Spagna, come la difesa della caccia o della corrida, considerati patrimoni tradizionali messi in pericolo dalle ingerenze straniere.

FRATELLI D’ITALIA, IL PARTITO PIÙ VICINO ALLE POLITICHE DI VOX

Oltre alle convergenze generali, ci sono quelle particolari. I tre deputati di Vox eletti al Parlamento europeo appartengono al gruppo Conservatori e Riformisti (Erc), lo stesso di Fratelli d’Italia. Come il partito della Meloni, quello di Abascal fa della «difesa della famiglia tradizionale» un punto cardine del suo progetto politico. In Spagna, dove il movimento femminista ha molto più seguito rispetto all’Italia, questo si traduce non solo nei rifiuti di aborto, eutanasia e matrimoni omosessuali, ma anche con la contestazione della Legge sulla violenza di genere del 2004, che per Vox concede troppo spazio a denunce false e vittimizzazioni.

Con toni ancora più accesi dei nazionalisti italiani, Vox lancia spesso l’allarme per una presunta «invasione islamica»

Il nazionalismo di Vox va di pari passo con un approccio molto discusso alla storia patria. Ferme restando le ovvie differenze fra Italia e Spagna e fra i rispettivi regimi autoritari del Novecento, appare chiaro il trait d’union con la destra del nostro Paese. Fratelli d’Italia non difende apertamente il lascito del fascismo, (come invece fanno movimenti quali CasaPound e Forza Nuova), ma ritiene il 25 aprile una «festa divisiva» e ha candidato alle ultime Europee un pronipote di Benito Mussolini. Per molti questi sono esempi di una strategia volta ad accattivarsi le simpatie dei nostalgici del Ventennio.

Il flirt con i «nietos de Franco», i nipoti di Franco, come sono chiamati in Spagna i sostenitori del dittatore spagnolo, risulta ancora più evidente nel caso di Vox: uno dei suoi cavalli di battaglia è l’abrogazione della Legge di memoria storica, una normativa volta a condannare il regime franchista e a riconoscere forme di compensazione alle vittime. L’opposizione alla riesumazione della salma di Francisco Franco, un tema caldo della campagna elettorale, è solo l’ultima delle prese di posizione in questo senso: normale allora che il discorso di Santiago Abascal dopo le elezioni venga accolto dagli Arriba España e che a qualche manifestazione di partito faccia capolino una bandiera franchista, proibita dalla costituzione spagnola.

Pur rifiutando l’etichetta di partito xenofobo, Vox non manca di suggerire la classica associazione fra immigrazione e criminalità

Con toni ancora più accesi dei nazionalisti italiani, Vox lancia spesso l’allarme per una presunta «invasione islamica» del territorio nazionale. In Spagna questo messaggio si appropria dell’epica della Reconquista, il periodo storico culminato nel 1492 in cui gli Arabi vennero cacciati dalla penisola iberica. Pur rifiutando l’etichetta di partito xenofobo, come del resto fanno le formazioni politiche italiane, Vox non manca di suggerire la classica associazione fra immigrazione e criminalità, in alcuni casi fornendo dati parziali o scorretti.

ABASCAL E SALVINI: UNA RELAZIONE COMPLICATA

Se l’asse con Fratelli d’Italia è lineare, quello con la Lega presenta invece un profilo più problematico. Fra Salvini e Abascal c’è piena sintonia rispetto al tema dell’immigrazione: rimpatri forzati, difesa delle frontiere e precedenza ai connazionali sono parole d’ordine per entrambi i partiti. Anche le boutade si assomigliano: quando il leader della Lega paventava il blocco navale per fermare le partenze dall’Africa, quello di Vox proponeva la realizzazione di un «muro impenentrabile» nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla. Quasi speculare è pure la campagna per la sicurezza: Abascal, come Salvini, ritiene la difesa sempre legittima e afferma orgoglioso di portare una pistola con sé.

Il partito di Abascal è fortemente centralista, propone la soppressione degli statuti autonomici e auspica il ritorno allo Stato di tutte le competenze. Una visione che stride con quella della Lega

Al di là delle politiche condivise, ad accomunare Salvini e Abascal sono strategie comunicative e artifici retorici molto simili. Al pari del suo omologo, il leader di Vox non ha paura di sfidare il politicamente corretto e anzi ne fa un suo punto di forza, come quando sostiene la necessità di rimpatriare perfino i minori non accompagnati che sono entrati illegalmente nel territorio spagnolo. E come quella della Lega, la comunicazione di Vox punta in una duplice direzione: conquistare passo dopo passo l’elettorato moderato, senza alienarsi le simpatie di quello più oltranzista. Per farlo Abascal propone spesso frasi che si prestano a molteplici interpretazioni. Dire «non siamo né fascisti né antifascisti», lascia aperte molte porte, così come citare il comunismo per “neutralizzare” l’accusa di fascismo, un espediente molto caro pure al leader italiano. Entrambi vogliono trasmettere l’idea dell’uomo forte che guida la nazione, una concezione che as sume una sfumature “militare” grazie all’ostentato (e sempre ben divulgato) cameratismo con gli agenti delle forze dell’ordine.

Fra Vox e Lega esiste però un problema di fondo, che si ripresenta ciclicamente. Il partito di Abascal è fortemente centralista, propone la soppressione degli statuti autonomici (soprattutto in riferimento a Catalogna e Paesi Baschi) e auspica il ritorno allo Stato di tutte le competenze. Una visione che stride con quella della Lega, nata come un partito secessionista e ancora federalista nello spirito. In Spagna non è passato inosservato il «pensiero al popolo catalano» che Salvini ha espresso nella recente manifestazione delle destre unite di Roma. La presunta simpatia dei leghisti per l’indipendentismo (in realtà retaggio molto vago e sconnesso dei tempi della Lega Nord) viene usata come arma dai detrattori di destra di Vox, come accaduto anche nel dibattito pre-elettorale. Su questo tema, vitale per Vox e fonte di parte del suo consenso, Abascal ha risposto a muso duro, chiedendo a Salvini di «non comportarsi come un burocrate e di non intromettersi nella sovranità spagnola». Un ringhio che nasconde un ghigno: Vox è entrato a pieno titolo nel club della destra europea e terrà fede al suo nome facendosi sentire ancora più forte.

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L’opposizione sta portando consiglio a Matteo Salvini?

Prima la svolta europeista (fuori tempo massimo), poi l'apertura a Draghi come futuro presidente della Repubblica. Il segretario della Lega, per convenienza, sembra aver cambiato registro. Sempre che non si tratti solo di un bluff per rassicurare i mercati e gli elettori.

Stare un poco all’opposizione ha qualche vantaggio per un politico perché aiuta a riflettereMatteo Salvini sta riflettendo? Alcuni segnali recenti lo indicano, ma tuttavia sono al momento insufficienti per chi ritiene che la Lega salviniana abbia causato seri danni al Paese con le sue stentoree e spesso futili polemiche anti-Ue e anti-euro. 

LA CONVERSIONE EUROPEISTA NELL’INTERVISTA AL FOGLIO

Il primo segnale è arrivato a metà ottobre con un’intervista a Il Foglio dove Salvini sottoscriveva in modo esplicito sia il carattere irreversibile dell’euro sia l’interesse dell’Italia a restare nella Ue non «per passione ideale» ma perché «nel mondo di oggi l’Italia, fuori dall’Europa, è destinata a non contare nulla, a essere una provincia del mondo». Era facile rilevare, e Lettera43.it lo ha fatto, come parlando così Salvini si allineasse ma con 70 anni circa di ritardo a quanto i cosiddetti padri dell’Europa, da Robert Schuman a Jean Monnet ad Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer, più molti altri di quella generazione e delle successive, avevano sempre pensato e capito ben prima di lui. Per loro il progetto europeo poteva anche essere un sogno, ma era soprattutto e in modo urgente una necessità.

AFFAMATA E INERME: ECCO L’EUROPA DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Bisognerebbe masticare un po’ di storia ogni tanto, e avere un’idea di che cos’era l’Europa dopo la Seconda Guerra mondiale: poco più di un nulla, affamata, inerme e smarrita, compresa alla fine anche la rovinata finanziariamente Gran Bretagna. A questo si era ridotto in 30 anni, dal 1914 al 1945, il piccolo continente che aveva dominato il mondo. Nell’universo del 1945-50, con la preminenza di una superpotenza a tutto tondo come gli Stati Uniti e di una potenza militare come l’Unione Sovietica, gli Stati nazionali europei a parte le loro miserevoli circostanze avevano una precisa caratteristica valida per tutti, quanto a dimensioni: erano obsoleti.

LA “RESISTENZA” DI BORGHI & CO

Salvini ci ha messo il suo tempo per arrivarci, ma chissà, forse – speriamo – ci sta arrivando.  Subito dopo il riconoscimento implicito da parte del segretario della Lega delle buone ragioni storiche del progetto europeo, il fidatissimo Gian Marco Centinaio, ex ministro dell’Agricoltura e a un certo punto fra i papabili come candidato italiano alla Commissione Ue, lo confermava: su euro e Ue «la parentesi è del tutto chiusa». Claudio Borghi e  pochi altri protestavano e ricordavano che l’opposizione alla perfida Ue e la sfiducia, a dir poco, nell’euro erano nell’anima e nelle carte leghiste, e immarcescibili; e invitavano a non dare peso a «manovre giornalistiche»  di basso rango.  

Salvini potrebbe aprire per finta a Draghi per non spaventare i mercati in caso di voto anticipato, per esempio dopo una sperata smagliante vittoria in Emilia-Romagna

L’APERTURA NEI CONFRONTI DI DRAGHI

Parlare di manovre giornalistiche diventa però impossibile dopo che il Capitano in persona, Matteo Salvini, ha sdoganato in tivù (Fuori dal coro di Mario Giordano del 6 novembre) con il suo why not, perché no, l’ipotesi di Mario Draghi presidente della Repubblica, alla scadenza fra due anni del mandato di Sergio Mattarella

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Mario Draghi, ex presidente della Bce.

Potrebbe anche essere una mossa solo tattica, “aprire” per finta a Draghi per non spaventare i mercati nel caso di voto anticipato, per esempio dopo una sperata smagliante vittoria in Emilia-Romagna il prossimo 26 gennaio. Ma intanto Draghi, la “bestia nera” che ci ha affamato con il suo stramaledetto euro “moneta sbagliata”, Draghi nemico del popolo e simbolo delle élite anti-democratiche del denaro, Draghi il peggio dei peggio insomma, ora sembra un buon candidato a simbolo e garante dell’unità nazionale. E, date le opinioni e il curriculum, certamente della piena appartenenza dell’Italia a euro e  Unione europea. 

UN DURO COLPO PER GIORGIA MELONI

Spiazzata, l’alleata Giorgia Meloni non ha potuto solo ribadire quanto già detto da Salvini, sull’ipotesi però di Draghi non al Quirinale ma a Palazzo Chigi, e cioè che per diventare capo politico occorre farsi eleggere dal popolo. Per Meloni chi va al Quirinale «deve avere alle spalle una storia di difesa dell’economia reale e dei nostri interessi nazionali» e Draghi, proveniente dice lei «dal mondo della grande finanza internazionale», non ce l’ha. Meloni, a differenza della Lega, discende da una precisa filiera nazionalista e mussoliniana per lei mai obsoleta, e non potrà mai digerire il crescente passaggio di sovranità a Bruxelles e a Strasburgo, in una dimensione europea che a suo avviso non esiste, è una truffa. Meloni vive in un mondo di sacri confini. Draghi non avrà mai i voti di Fratelli d’Italia, ha ribadito.

Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

ADDIO ALLE BATTAGLIE ELETTORALI

Il colpo per Giorgia Meloni è stato doloroso perché più che di una parentesi, come l’ha definita Centinaio benevolmente, il duro no all’euro, le infinite dichiarazioni di morte imminente della Ue nella campagna per il voto europeo del maggio scorso e gli attacchi allo stesso Draghi presidente Bce sono stati una precisa linea non strettamente leghista ma certamente molto salviniana, e codificata nei documenti congressuali. Su questo fronte anti-europeo Salvini ha costruito il 40% almeno della sua campagna elettorale del 2017-2018 e di quella campagna elettorale bis che sono stati i suoi 14 mesi di governo; il restante 60% è stato giocato sull’immigrazione.

L’ANTI-EUROPEISMO NON CONVINCE LA BASE STORICA DELLA LEGA

L’anti-europeismo spinto e soprattutto le polemiche anti-euro, campione Claudio Borghi portato da Salvini a un ruolo importante alla Camera dei deputati, non hanno però mai convinto, tanto per cominciare, la base storica leghista, quella imprenditoriale del Nord in particolare. Sono aziende e aziendine che spesso hanno un mercato europeo importante e non vogliono intoppi su quel fronte. L’euro poi anche in Italia è più popolare che impopolare. E il voto europeo ha mostrato i limiti del sovranismo, sempre forza di tutto rispetto ma che non ha sfondato.  È comprensibile che Salvini, e soprattutto persone più attente a questi aspetti e di cui lui si fida, abbiano cominciato a trarne le conseguenze. Se la linea verrà confermata ben oltre qualche rapida dichiarazione che potrebbe anche essere insincera e strumentale, si tratta di un passaggio molto significativo. E Meloni non può farci molto perché non romperà su questo l’asse con Salvini che potrebbe portarla al governo. 

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Claudio Borghi.

IL TRUCE CAPITANO SI STA RAFFINANDO?

Il “truce” Salvini, come viene spesso definito, si sta affinando un po’?  L’ipotesi di Draghi al Quirinale, un ruolo che forse l’ex presidente Bce non  rifiuterebbe a differenza di Palazzo Chigi, avrebbe numerose e grosse implicazioni per lo più positive, soprattutto se Salvini tornasse al governo. Draghi sarebbe una grossa copertura sul fronte Ue e dei mercati e sarebbe, ancor più importante, il chiaro segnale che le due anime dell’Italia, quella più sovranista e quella più europea, si parlano, collaborano e scendono a ragionevoli compromessi, sulla linea del «cambiamo l’Europa, ma teniamocela ben stretta». Sarebbe una mossa giusta sul terreno migliore della politica, che è quello pragmatico del possibile. Avrebbe tuttavia delle chiare implicazioni per qualsiasi governo, poiché difficilmente Draghi accetterebbe senza l’impegno politico ad affrontare finalmente il debito pubblico, cominciando a farlo scendere non solo sul Pil, ma in cifra assoluta. Un’impresa da far tremare i polsi ma che paradossalmente, stando così come oggi i rapporti di forza, solo un esecutivo a sfondo sovranista, o neo sovranista, potrebbe affrontare.

L’ANNUNCIATO DIETROFRONT SOVRANISTA

Comunque, in attesa di conferme sul nuovo corso europeo di Salvini e soprattutto della conferma che non si tratta di bugie per cercare di tranquillizzare i mercati e più della metà degli elettori, si può aggiungere un’annotazione: c’era da aspettarselo. Era prevedibile e previsto (si veda su Lettera43.it del 24 febbraio I sovranisti italiani faranno presto dietrofront  su ue, debito ed euro). Chi non vince la partita, se lungimirante, in genere scende a patti. Se dovrà ammettere che Salvini è lungimirante, mezza Italia lo farà certamente volentieri. 

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Massimo Montanari su sovranismo, cucina e tradizione

Rivendicare presunte radici gastronomiche in realtà non porta a nulla. Anzi. Secondo lo storico «negare cittadinanza a ricette nuove, chiudersi alle sperimentazioni significa stravolgere il senso e l’identità della cultura italiana». L'intervista.

Da Matteo Salvini che ha trasformato il cibo in cavallo di propaganda con i suoi selfie alle polemiche sui pretesi cedimenti della tradizione italiana all’islam, il sovranismo ha allargato la battaglia per il primato nazionale anche alla tavola. Ma con che fondamenti? A sentire Massimo Montanari, storico dell’Alimentazione, pochi, se non nessuno. Lo dimostra la querelle che ha tenuto banco per giorni sul tortellino di pollo. La variante al maiale, quella “tradizionale”, è davvero così canonica? «“Canonico” è un aggettivo che non mi piace, così come “autentico” o cose del genere», spiega Montanari a Lettera43.it. «La cucina è il luogo della libertà e quando qualcuno annuncia che vuole “codificare” una ricetta io mi metto subito in allarme, perché quello che potrebbe sembrare un appello alla storia è in realtà la negazione della storia».

Massimo Montanari è autore de “Il Mito delle origini. Breve storia degli spaghetti al pomodoro” (Laterza).

DOMANDA. Quindi la storia è a rischio, ma per motivi diametralmente opposti a quelli gridati dai salviniani…
RISPOSTA. Tutto ciò che si ritiene immodificabile è morto, perché la vita è movimento, e la storia cambiamento. La cucina, poi, è per definizione il luogo della libertà, di gusti sempre diversi e continuamente reinventati. E il tortellino – così come il tortello, o la torta, geniali invenzioni del Medioevo – che cos’altro è se non un semplice contenitore, all’interno del quale si può introdurre qualsiasi cosa?

Ma allora la tradizione?
Ciò che chiamiamo tradizione si contrappone spesso all’innovazione, ma i due termini non vanno contrapposti tra loro, perché ogni tradizione nasce come innovazione di una tradizione precedente. La scintilla può essere il caso, un’intuizione, una sperimentazione: da quel momento in poi avviene il cambiamento, se e quando la comunità accoglie il nuovo che qualcuno ha immaginato. Non dimentichiamo che “tradizione” è una parola derivata dal verbo latino tradere, consegnare. La tradizione è qualcosa che si consegna e che esiste solo se qualcuno la riceve e la accoglie. In questo senso la tradizione non appartiene al passato, ma al presente. E nessuna consegna impedisce di modificare quello che si è ricevuto. La memoria è oggi e tutte queste parole – memoria, tradizione, ricordo – appartengono al presente. Questo non significa negare l’importanza di ciò che riceviamo dal passato, bensì l’impegno a mantenerlo vitale.

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Quindi lei approva il tortellino al pollo?
Quel contenitore posso riempirlo in mille modi diversi, assecondando gusti e usanze che cambiano nel tempo e nello spazio. A Baku, in Azerbaigian, un tortellino simile a quello bolognese viene farcito con carne ovina. Nel Rinascimento, i tortellini si usavano per accompagnare le carni di volatili. Si potrebbe perfino raccontare che il tortellino al pollo, o al tacchino, fino al XIX secolo fu una presenza normale nella tradizione bolognese, forse addirittura più diffuso di quello con la carne di maiale. La preferenza per quest’ultimo tipo di ripieno fu una scelta ottocentesca, che Pellegrino Artusi, nel 1891, registrò nel suo celebre ricettario, fondamento della cucina italiana moderna. Perché dunque ostinarsi a ritenere “corretta” solo la versione più recente, ignorando altre scelte, altri gusti che ugualmente appartengono alla nostra storia? Ma il punto non è questo.

Il cibo è stato sempre usato anche come strumento di comunicazione politica. Tutto ciò che facciamo è politica, è ideologia

E qual è?
Il punto è che proprio nella varietà delle soluzioni, e nel rispetto di queste varietà, risiede il carattere più profondo della cucina italiana. Lo stesso Artusi non pretende mai di “codificare” le ricette, ma, proponendo le sue scelte, apre larghi orizzonti alla libertà dei gusti, dando per inteso che se qualcuno preferirà modificare quell’ingrediente, quella spezia, quel grasso di cottura sarà assolutamente libero di farlo. È questa l’essenza della nostra cucina, che Artusi interpreta perfettamente. Agire in modo diverso – negare cittadinanza a ricette nuove, chiudersi a nuove sperimentazioni – significa, questo sì, stravolgere il senso e l’identità della cultura italiana.

Possibile che in un momento come questo si dichiarino guerre pure sul cibo?
Non mi stupisco e non mi scandalizzo di questa polemica e di questo scontro, perché il cibo è stato sempre usato anche come strumento di comunicazione politica. Tutto ciò che facciamo è politica, è ideologia. Ci siamo raccontati che viviamo in una società post-ideologica, ma la politica è il rapporto con il mondo, è il nostro modo di partecipare a una polis, di essere comunità e di porsi rispetto all’altro. In questo senso ogni gesto della vita quotidiana è politica, soprattutto quando il gesto è essenziale e primordiale come il mangiare.

Il cibo è quindi uno strumento politico?
Lo è per sua natura. Aprire o chiudere una tavola, offrire da mangiare ad altri o mangiare da soli, guardare la cucina degli altri con attenzione o affermare che solo la propria è buona, tutte queste sono scelte politiche. Il massimalismo gastronomico è la manifestazione di un atteggiamento politico che non mi stanco di combattere, non solo per estraneità ideologica, questa sarebbe una normale dialettica di pensieri discordanti, bensì sul piano dell’analisi storica, che faccio per mestiere. Il messaggio che viene dalla storia in questo senso è molto chiaro, e molto diverso da quello che vorrebbero i fautori di un’identità gastronomica immutabile e incontaminata.

Negare cittadinanza a ricette nuove, chiudersi a nuove sperimentazioni significa stravolgere il senso e l’identità della cultura italiana

Immaginiamo una dieta “sovranista” italiana. Togliamo prodotti di provenienza esotica tipo pomodoro, fagioli, patate, caffè, tè, cioccolato, zucchero, riso, limoni, peperoni. Ma che rimarrebbe?
Ben poco, in effetti. Ma questo non deve farci dubitare della nostra identità, che è evidente e fortissima, anche o forse soprattutto quando parliamo di cucina. La cultura gastronomica italiana si è costituita nel tempo attraverso una straordinaria capacità di accogliere, rielaborare, riproporre elementi di altre culture. L’ho sostenuto con forza anche nel mio ultimo libro, Il mito delle origini, col sottotitolo Breve storia degli spaghetti al pomodoro. La decostruzione storica di questo piatto, che è oggi uno dei principali segni identitari della cucina italiana, ci mostra come questa identità si sia formata lentamente, nel corso di molti secoli, mettendo a frutto apporti di molteplici culture, sparse in luoghi e tempi diversi, dall’Asia all’America, dall’Africa all’Europa, dalle prime civiltà agricole alle innovazioni medievali, fino a vicende di qualche secolo fa, o dell’altro ieri.

Dove porta questo viaggio?
Alla fine si scopre che ricercare le origini della nostra identità, ciò che siamo, non ci porta a ritrovare noi stessi, ciò che eravamo, bensì altri popoli e altre tradizioni, dal cui incontro e dalla cui mescolanza si è prodotto ciò che siamo diventati.

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Dove è che l’influenza esterna è stata più forte in Italia?
In Sicilia, formidabile luogo d’incontro delle più diverse culture, attraverso e oltre il Mediterraneo. Come a dire che più le culture si incrociano, più il risultato è ricco e interessante. Non casualmente, in tutti i Paesi, le aree culturalmente più interessanti, anche dal punto di vista gastronomico, sono quelle di confine.

Il contributo maggiore che l’Italia ha dato alla cultura gastronomica europea e non solo è stata la capacità di valorizzare le verdure. Un apporto decisivo della cultura contadina

E cosa è invece che l’Italia ha dato al mondo?
Gli storici sono concordi nell’affermare che il contributo maggiore che l’Italia ha dato alla cultura gastronomica europea – ma più recentemente anche oltre i confini europei – è stata la capacità di mettere a frutto e valorizzare le verdure. In questo, io sono convinto che si debba riconoscere un apporto decisivo della cultura contadina, che, nella storia della cucina italiana, ha avuto un ruolo particolarmente importante, interagendo in maniera sistematica con la cucina di corte.

I McDonald’s, i ristoranti sushi, i kebab avranno un influsso in profondità nella cucina italiana del futuro?
È impossibile dirlo a priori. Queste diverse culture potranno semplicemente convivere fianco a fianco oppure, chissà, riservarci sorprese nel segno di nuove interazioni, di invenzioni che potrebbero avere successo. Le sperimentazioni continuano, e a decidere il successo degli esperimenti alla fine siamo noi che mangiamo. Il gusto è sempre stato sovrano. E per fortuna, il futuro è ancora da scrivere.

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Berlusconi riconosce la leadership di Salvini. Anche in Mediaset

Nei palinsesti del Biscione sotto la supervisione di Siria Magri dilagano le trasmissioni sovraniste. Grande spazio dunque al segretario della Lega. E trattamento non proprio amichevole per Matteo Renzi, reo di aver tentato di scippare voti a Forza Italia con la sua Italia viva.

L’Umbria fa scuola, anche in Mediaset. Forza Italia vale la metà di Giorgia Meloni, ma un ringalluzzito Silvio Berlusconi rivendica la clamorosa vittoria nella regione che fu rossa come un trionfo del centrodestra unito. La cui leadership però non è certo la sua, ma di Matteo Salvini. Non è una novità, ma ora il Cav lo riconosce apertamente. E siccome il suo è sempre stato un partito azienda, ecco che l’azienda fa altrettanto incoronando il capo leghista a riferimento politico numero uno.

NEI PALINSESTI MEDIASET DILAGANO LE TRASMISSIONI SOVRANISTE

Dilagano dunque nei palinsesti (anche come durata) le trasmissioni sovraniste. Claudio Brachino, direttore di Video News, ovvero la struttura che sovrintende l’informazione, viene rimosso dall’onnipotente Mauro Crippa che al suo posto (anche fisicamente, visto che ne ha preso ufficio e segretaria) ha insediato la condirettora Siria Magri. Una che l’azienda la conosce bene, ed è stimata dai vertici al punto che la sua irresistibile ascesa non ha subito alcun contraccolpo (e ci mancherebbe, le colpe dei mariti non devono ricadere sulle mogli) per il fatto di essere la consorte di Giovanni Toti, “il traditore”, quello che ha lasciato il suo mentore pascolianamente «solo come l’aratro in mezzo alla maggese», dopo che Silvio lo aveva fatto suo consigliere politico e da ultimo coordinatore del partito

L’IRRITAZIONE DI RENZI OSPITE A MATTINO5

Acqua passata. Ora Toti può posizionare il suo partitino (nei sondaggi del maratoneta Mentana vale l’1,6%) sulla scia dell’imponente onda sovranista e presto farà la pace col suo ex dante causa, Berlusconi si accredita come faccia mite ed europea di una destra che non ha più tanta voglia di ingaggiare furibonde battaglie con Bruxelles, e Siria acconcia i palinsesti alle nuove configurazioni della politica. Vale per gli amici – oramai praticamente Salvini dorme negli studi del Biscione -, ma anche per i nemici. Come Matteo Renzi, il cui esplicito progetto di svuotare Forza Italia dell’acqua del suo sempre più esiguo pozzo elettorale non è piaciuta al Cavaliere, e nemmeno alle sue televisioni. Così a Mattino5, intervistato in occasione della Leopolda, non gli è stato riservato un trattamento con i guanti. Passi il servizio in esterna dall’ex stazione, che Matteo ha giudicato obiettivo, ma la raffica di impertinenti domande che in studio gli ha riservato il conduttore Francesco Vecchi lo ha fatto non poco arrabbiare. «Io da quelli non ci vado più», avrebbe detto l’ex premier. Proposito che, visti i pregressi («se perdo il referendum lascio la politica») dureranno lo spazio di un Mattino (5). Sempre che, a Cologno, Siria lo inviti ancora. 

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Alle Regionali in Umbria il centrodestra fa il pieno nei Comuni terremotati

Le zone colpite dal sisma hanno votato compatte per Tesei. Bianconi sconfitto anche nella "sua" Norcia. I giallorossi davanti solo in sei Comuni.

Anche l’Umbria terremotata si è schierata compatta con il centrodestra alle Regionali del 27 ottobre e Vincenzo Bianconi, il candidato Pd-M5s, perde pure nella “sua” Norcia. Nel Comune umbro dove risiede e dove si trovano le attività della sua famiglia (anche la storica struttura alberghiera che all’indomani del terremoto fu la prima a riaprire nel centro del borgo), Bianconi ha raccolto 1.008 voti (il 38,24%). Donatella Tesei, sostenuta dal centro destra, ha avuto invece 1.584 voti (60,09%).

A CASCIA IL CENTRODESTRA SFIORA L’80%

Situazione analoga negli altri centri dell’Umbria terremotata: a Cascia, ad esempio, il centrodestra si è imposto con il 79,74% dei voti, lasciando al candidato del patto civico poco meno di 18 punti percentuali e sulla stessa falsariga è andato il voto di Preci (75,29% per Tesei) e negli altri centri del “cratere”, da Cerreto di Spoleto (71,72% per Tesei), a Monteleone (76,63), da Sant’Anatolia di Narco (58,01) a Scheggino (76,28% per Tesei).

I GIALLOROSSI DAVANTI SOLTANTO IN SEI COMUNI

La coalizione Pd-M5s a sostegno di Vincenzo Bianconi, del resto, si è affermata in Umbria solo in sei Comuni su 92: a Lisciano Niccone (con 125 voti contro 123), Montone, Paciano, Panicale, Allerona e Parrano. Proprio fra due giorni, intanto, ricorre il terzo anniversario del sisma e Donatella Tesei, neo governatrice della Regione Umbria, non ha mancato di ricordare, in conferenza stampa, l’imminente ricorrenza della grande scossa. «Il 30 ottobre» – ha annunciato – «sarò a Norcia e negli altri luoghi della Valnerina colpiti dal terremoto». «Il nuovo governo regionale dovrà entrare in fretta dentro le tematiche della ricostruzione, anche alla luce del nuovo decreto sisma a cui anche la Regione è chiamata a partecipare con possibili nuove soluzioni in fase di conversione», ha sollecitato il sindaco di Norcia, Nicola Alemanno.

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Salvini mette nel mirino Conte dopo la vittoria in Umbria

Il leader della Lega: «Se quello che scrive il Financial Times fosse solo parzialmente vero, in qualsiasi Paese ci sarebbero le dimissioni tre minuti dopo».

Matteo Salvini ha tenuto una conferenza stampa a Perugia dopo la vittoria alle elezioni regionali in Umbria. Il leader della Lega ha lanciato un attacco frontale al premier Giuseppe Conte: «In democrazia conta il voto e non ci sono spallate. Ma se quello che scrive il Financial Times fosse solo parzialmente vero, in qualsiasi Paese ci sarebbero le dimissioni tre minuti dopo».

L’ACCUSA DI «TRADIMENTO»

Le elezioni regionali, per Salvini, «hanno anche una valenza nazionale. Ma Conte continua con la sua arrogante distruzione dell’Umbria. Sbagliare è umano, perseverare è diabolico. Ogni giorno si apre un problema nuovo. Chi semina tradimento raccoglie tradimento. Lascio a Di Maio, Conte e Zingaretti i loro dubbi, noi andiamo avanti».

LA REPLICA DI CONTE

Conte, da parte sua, a margine dell’evento dedicato ai sindaci italiani e organizzato da Poste Italiane, ha replicato così: «Il voto in Umbria è un test da non trascurare affatto. ma noi siamo qui a governare con coraggio e determinazione, il nostro è un progetto riformatore per il Paese. Un test regionale non può incidere, se non avessimo coraggio e lungimiranza sarebbe meglio andare a casa tutti».

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Il disastro in Umbria dimostra che l’alleanza strategica M5s-Pd non esiste

Il Conte bis aveva senso se avesse liberato forze desiderose di fermare l’avanzata della destra. Non è accaduto. È stata solo una scorciatoia che ha portato al burrone. Ora a Zingaretti non resta che rifondare un partito di sinistra e socialista. Dall'opposizione.

In Umbria la sconfitta è nettissima e non si tratta solo di un voto locale. L’onda di destra è ancora più forte di prima, persino delle cazzate estive di Matteo Salvini.

Il dato impressionante è il calo drammatico dei 5 stelle che non rimpolpa il Pd che a sua volta perde voti. Fra le ragioni che avevano giustificato l’alleanza di governo, oltre all’obiettivo di mandare a casa il leader della Lega, c’era l’idea che il popolo grillino sarebbe stata la nuova base di una sinistra in crisi. Non è così. Il popolo grillino abbandona Luigi Di Maio e Giuseppe Conte e la base del Pd non si allarga né il concorrente principale, cioè Matteo Renzi, sulla base dei sondaggi sembra aver guadagnato granché. Tecnicamente è un disastro strutturale.

DA PD E M5S SEGNALI DI IRRESPONSABILITÀ

I primi commenti di dem e grillini (pochi), ma soprattutto di Conte rivolti a dire che non cambia niente dopo il voto dell’Umbria sono segnali di irresponsabilità. Il moijto deve essere diventata una abitudine di chi sta al governo. Mi dispiace per gli amici che avevano immaginato come strategica l’alleanza fra Pd e 5 stelle.

La maggiorparte dell’elettorato che si è espresso vuole nettamente riportare al governo la destra tutta intera. Nel campo avverso non c’è una sola ipotesi strategica che stia in piedi

C’è una parte di italiani, cioè quelli che seguono i 5 stelle, che con il Pd non vogliono prendere neppure un caffè. E questo avviene mentre la parte maggioritaria dell’elettorato che si esprime vuole nettamente riportare al governo la destra tutta intera. Nel campo avverso non c’è una sola ipotesi strategica che stia in piedi. Il voto concreto penalizza dem e 5 stelle, il voto virtuale dà poco spazio a Renzi oggi molto avverso a quella alleanza di governo che ha fortemente voluto per poter fare con comodo la scissione.

La neoeletta presidente della Regione Umbria Donatella Tesei festeggia l’esito delle elezioni con il leader della Lega Matteo Salvini a Perugia.

SALVINI È UN POLITICO INCONTENIBILE MA NON UN FASCISTA

Siamo in una di quelle situazioni in cui una classe dirigente si affida due volte al popolo. Gli si affida perché scelga quale proposta preferisce e quali leader vuole che lo rappresentino. Gli si affida perché non si intestardisce a rinviare il voto politico irritando in via definitiva una destra che si sente, giustamente, già vincitrice.

Il governo Conte aveva un senso se avesse liberato forze desiderose di fermare l’avanzata della destra. Non è successo. È stata una scorciatoia che ha portato al burrone

La paura di Salvini non è certo passata dopo questi pochi mesi con Conte che si è buttato a sinistra. Ma Salvini, lo ripeto ossessivamente, non è un fascista, è solo un uomo politico incontenibile che può fare danni. Lo vogliono al governo? Vada al governo. Il governo Conte aveva un senso se avesse liberato forze desiderose di fermare l’avanzata della destra. Non è successo. È stata una scorciatoia che ha portato al burrone. Ora si può fare un passetto più in avanti e si precipita definitivamente o si può provare a salvarsi.

CONTE HA ROVINATO L’IMMAGINE CHE SI STAVA CREANDO

Pd e 5 stelle possono fare anche molte altre alleanze elettorali, ma il tema dell’alleanza strategica non esiste. L’idea dei due popoli che si fondono, cioè di un popolo che cerca capi veri o capi occulti nelle file dei piddini o ex piddini più esperti è una pia illusione. Conte ha commesso l’errore drammatico della vicenda Usa-servizi segreti che ne ha rovinato l’immagine che si stava creando. Ora, come accade ai perdenti, altri scandali intralceranno la sua via. Che fare?

ZINGARETTI DEVE RIFONDARE UN PARTITO DI SINISTRA E RIFORMISTA

Nicola Zingaretti ha un partito che dovrebbe sciogliere e rifondare su una base di sinistra perché l’avanzata della destra, e che destra!, apre una strada a una sinistra radicale e riformista. Non rifiuti neppure il nome, non si combatte la destra con nomi ormai consumati come il Pd o con nomi inventati. Questa roba da rifondare deve essere di sinistra e socialista in modo esplicito. Renzi può giochicchiare quanto vuole ma deve aver capito che non prende voti da Forza Italia. Chi scappa di lì va da Giorgia Meloni. La scissione se voleva dare una scossa al Pd è riuscita, se voleva provocare un sommovimento elettorale è già fallita.

OCCORRE CONVINCERE DRAGHI A DARE UNA MANO AL PAESE

Una sinistra rifondata può fare una proposta di programma, su temi sociali, a quel che diventerà il movimento 5 stelle. Le prime scelte del  governo attuale attorno al cuneo fiscale indicano primi passi programmatici rivolti a parlare ai ceti più indifesi. Un piano straordinario di lavori può fare il resto.

Matteo Renzi può giochicchiare quanto vuole ma deve aver capito che non prende voti da Forza Italia. Chi scappa di lì va da Giorgia Meloni

Bisogna bere l’amaro calice e andare al voto. Bisognerà combattere per non farsi ridurre al lumicino proponendo al popolo di sinistra una forza che mostri di aver imparato dal passato perché è tornata a sinistra e perché ha volti nuovi. Poi si farà opposizione, una opposizione come si deve, a Salvini. Quest’ultimo fallirà per la seconda volta. Nel frattempo una coalizione democratica potrà cercare di convincere Mario Draghi a dare una mano al Paese. Ci vorrà tempo. 

ORA SERVONO INTELLIGENZA, TRASPARENZA E LAVORO

Un consiglio finale: cari compagni di sinistra, smettiamola di dire che bisogna metterci l’anima e altre cose poetiche. È sufficiente metterci intelligenza, trasparenza e tanto lavoro. Salvini si è battuto palmo a palmo tutta l’Umbria i 5 stelle vincevano quando facevano la stessa cosa. Il Pci l’ha sempre fatto. La Dc pure. Da casa si possono fare tante belle cose ma non vincere le elezioni. Ovviamente non ce l’ho con Zingaretti che va viceversa ringraziato perché si è trovato in mano un governo e una alleanza che non voleva e con l’autore dell’operazione che è fuggito. Per fortuna che si è portato via Maria Elena Boschi e Teresa Bella(Razzi)nova, le due voto-repellenti. 

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Le dichiarazioni della Lega sui risultati delle elezioni in Umbria

Per Salvini è «un'impresa storica». Borghi saluta i giallorossi.

È un Matteo Salvini raggiante quello che varca la porta dell’albergo di Perugia. Le urne delle Regionali in Umbria si sono chiuse da pochi minuti e la notizia dei primi exit poll è già rimbalzata. La candidata del centrodestra a fortissima trazione leghista, Donatella Tesei, va verso una nettissima vittoria sulla coalizione composta da Partito democratico e Movimento 5 stelle, guidata da Vincenzo Bianconi. «Aspettiamo i dati veri. A occhio abbiamo fatto un’impresa storica», ha affermato Salvini all’ingresso in albergo, dove è stato raggiunto anche dalla candidata presidente Donatella Tesei. A chi gli chiedeva come si sentisse ha risposto «felice». «Sento qualcosa nell’aria», ha aggiunto.

BORGHI: «CIAO CIAO GIALLOROSSI»

Sebbene lo spoglio sia appena iniziato e ci sia ancora da attendere per i risultati ufficiali, i dati sono così netti da lasciare poco adito ai dubbi, e cancellare ogni possibile cautela. Così anche il deputato leghista Claudio Borghi ha deciso di celebrare la vittoria su Twitter: «Ciao ciao giallorossi… nb, sono exit poll, aspettiamo i dati veri». Ma è una postilla che lascia il tempo che trova e di certo non smorza l’entusiasmo nel centrodestra. E ancora, lo stesso Borghi rincara la dose contro gli avversari sconfitti: «Voi capite perchè dicevo che se avessero fatto la cretinata di mettersi insieme io avrei stappato la sei litri…».

IN HOTEL I VERTICI DELLA LEGA UMBRIA

Salvini è nell’hotel dove si trovano anche i vertici della Lega Umbria, tra i quali il segretario regionale, Virginio Caparvi, in attesa dei primi risultati elettorali. Nella sala dell’hotel, a poche centinaia di metri dal palazzo della Regione, numerosi giornalisti e militanti del partito. All’interno è stata allestita anche una sala stampa. Nello stesso albergo pernotta anche il commissario del Pd in Umbria, Walter Verini, che prima dell’arrivo di Salvini è uscito dall’albergo salutando il segretario Caparvi e il senatore Simone Pillon.

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Cosa sapere delle elezioni regionali in Umbria

Il 27 ottobre la regione scossa dallo scandalo Sanitopoli va al voto. M5s, Pd e Iv sostengono insieme Vincenzo Bianconi. Il centrodestra unito punta sulla leghista Donatella Tesei. Guida a una tornata elettorale locale dal sapore nazionale.

Le elezioni in Umbria di domenica 27 ottobre non sono solo le prime Regionali della tornata 2019 dopo la caduta del governo gialloverde ma presentano, a livello locale, la stessa maggioranza che sostiene il nuovo esecutivo. Da un lato ci sono dunque Movimento 5 stelle e Partito democratico e dall’altro un centrodestra a tre punteLega, Fratelli d’Italia e Forza Italia) – che, suggellata l’alleanza con la piazza romana del 19 ottobre scorso, prova a essere più coeso di quanto non sia stato finora.

Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti.

L’INEDITA ALLEANZA PER L’UMBRIA

La disponibilità di correre assieme al Pd alle Regionali umbre è arrivata da Luigi Di Maio lo scorso 15 settembre. Mentre l’ex alleato, Matteo Salvini, dal palco di Pontida arringava il popolo padano, a Roma il neo ministro degli Esteri provava a oscurarlo proponendo al segretario dem Nicola Zingaretti una inedita alleanza locale, pur senza mai nominare il Pd, come del resto aveva già fatto nei discorsi delle consultazioni al Quirinale di agosto. «Tutte le forze politiche di buon senso», fu l’invito di Di Maio, «facciano un passo indietro e lascino spazio a una giunta civica».

SANITOPOLI E GLI ATTACCHI DEL M5S AL PD

Si tratta di un’apertura inattesa, non solo perché avanzata da Di Maio in persona, tra i pentastellati moderati finora più scettici sulla nuova maggioranza, ma anche perché in Umbria la Giunta Pd è implosa sotto lo scandalo “sanitopoli.

L’ex governatrice umbra Catiuscia Marini.

L’esperienza governativa per la Giunta uscente si è infatti conclusa anticipatamente e nel peggiore dei modi, con le dimissioni della presidente della Regione, Catiuscia Marini indagata per il caso dei concorsi truccati nelle Asl umbre e un partito allo sbando commissariato da Roma, con la nomina di Walter Verini. In aprile Di Maio, rimarcando la differenza tra 5 stelle e democratici, diceva: «Il Pd ha usato in questi anni la sanità umbra come bancomat del partito. Le dimissioni della governatrice sono il minimo». In un’altra occasione aveva dichiarato: «La sanità umbra è eccellente ma derubata dal Partito democratico che faceva passare le tracce dei concorsi nelle sue sedi».

IL CANDIDATO GIALLOROSSO È VINCENZO BIANCONI

Di Maio non poteva certo sapere che di lì a poco Salvini avrebbe strappato l’alleanza gialloverde. Mentre sa benissimo che il Movimento 5 stelle finora non è riuscito a espugnare alcuna regione e resta assai debole sul territorio. Da qui l’idea di unire due debolezze (considerato il modo con cui il Pd ha archiviato l’esperienza amministrativa umbra, non è certo dato per favorito) nella speranza di farne una forza politica che si coagulerà attorno alla figura di Vincenzo Bianconi.

Regionali: Umbria; Bianconi
Vincenzo Bianconi, il candidato Pd-M5s

Potrebbe essere difficile convincere la base grillina che si possa siglare una “alleanza per il cambiamento” con chi ha governato per anni la Regione e ne è uscito inseguito dalle inchieste della magistratura. Per questo Di Maio, che nel frattempo su Rousseau ha incassato il “sì” del 61% circa degli attivisti alla coalizione umbra (21.320 scrutini favorevoli rispetto ai 13.716 contrari) continua a ripetere che Bianconi è un candidato «senza tessere di partito in tasca».

LA POLEMICA SUI FONDI DELLA RICOSTRUZIONE

Presidente di Federalberghi Umbria e dell’associazione no profit per la rinascita dei territori colpiti dal sisma I love Norcia, Bianconi è un imprenditore di 47 anni, a sua volta figlio di imprenditori, rampollo di una famiglia di albergatori da sei generazioni. Proprio i suoi hotel sono finiti al centro di una recente inchiesta pubblicata sul Corriere dell’Umbria legata ai finanziamenti per la ricostruzione e a un possibile conflitto di interessi in caso di elezioni. Accuse che Bianconi, le cui attività sono state colpite gravemente dal sisma, ha respinto con sdegno: «Nell’area del cratere su 35 hanno fatto domanda in 19 e 11 hanno ottenuto il contributo quindi non sono solo le mie aziende ad averli ricevuti». Quanto al possibile conflitto di interessi, Bianconi, che in un primo momento aveva replicato con una provocazione («Allora un qualsiasi terremotato non può candidarsi?»), ha promesso: «Se dovessi diventare presidente mi terrei lontano anni luce dal dossier terremoto e da qualsiasi cosa che mi potrebbe riguardare».

A SOSTEGNO DEL CANDIDATO GIALLOROSSO ANCHE RENZI

Andrea Fora, il precedente candidato del Pd che per ordini di scuderia ha fatto un passo indietro per permettere la candidatura dell’attuale esponente giallorosso, si è invece dimesso da Confcooperative Umbria per correre nella lista a sostegno Bianconi per l’Umbria – Patto civico.

Andrea Fora e Vincenzo Bianconi.

Con Bianconi anche Europa Verde e Sinistra civica verde, entrambe riconducibili all’universo della sinistra extraparlamentare. Sciolto anche il rebus di Italia viva. Matteo Renzi, che aveva espresso la volontà di non correre alle Regionali, ha infatti detto che appoggerà il candidato giallorosso.

DONATELLA TESEI, FRONTWOMAN LEGHISTA DEL CENTRODESTRA

La favorita (anche se gli ultimi sondaggi danno Bianconi in costante avvicinamento) è invece l’avvocato 61enne Donatella Tesei. Già senatrice in quota Lega e presidente della commissione Difesa, è stata per 10 anni sindaca di Montefalco.

La candidata per il centrodestra alla presidenza della Regione Umbria, Donatella Tesei.

Matteo Salvini l’ha imposta mesi fa – appena il Pd umbro ha iniziato a scricchiolare per Sanitopoli – a Fratelli d’Italia e Forza Italia. Considerato il successo riscosso dalla Lega alle ultime Europee (oltre il 38%), gli alleati – che a stento a quella tornata hanno raggiunto il 13% assieme – non hanno avuto nulla da obiettare. Donatella Tesei sarà sorretta anche dalle liste civiche Tesei presidente e Umbria civica. Specularmente a quanto accade in casa giallorossa, qui l’incognita – se di incognita si può parlare – è rappresentata da un altro convitato di pietra: Giovanni Toti. Cambiamo, al pari di Italia viva di Renzi, non correrà, ma Toti ha dato indicazioni di sostenere la candidata ufficiale del centrodestra.

L’EX CANDIDATO DEL CENTRODESTRA CORRE DA SOLO

In Umbria correrà anche un candidato ufficioso. Il vero ago della bilancia potrebbe essere Claudio Ricci, che corse per il centrodestra alle Regionali del 2015. Rispetto al democratico Andrea Fora, Ricci non ha preso altrettanto bene l’ordine arrivato da Roma di fare un passo indietro a favore della candidata di coalizione e ha scelto di correre senza vessilli di partito. Lo sosterranno tre liste: Proposta Umbria, Italia civica e Ricci presidente. Nel 2015 prese il 39,27% (contro il 42,78% del centrosinistra), ma all’epoca Ricci poteva contare sui voti di una Lega Nord al 14%, Forza Italia all’8,53% e Fratelli d’Italia al 6%. La lista Ricci presidente prese il 4,49%. Oggi Ricci è dato tra il 5 e il 6%, voti che potrebbe sottrarre alla candidata di Salvini facendo un favore all’esponente giallorosso.

GLI ALTRI IN CORSA: DA POTERE AL POPOLO AI GILET ARANCIONI

Sembrano invece destinati a raccogliere meno del 2% gli altri candidati in corsa: Emiliano Camuzzi di Potere al Popolo, già candidato a sindaco di Terni; Rossano Rubicondi, operaio della Fbm e per anni in Cgil, del Partito comunista di Marco Rizzo; Martina Carletti, che su Twitter si definisce «sovranista costituzionale» per Riconquistare l’Italia; Antonio Pappalardo alla guida dei Gilet arancioni, ex militare dal 2016 è alla guida del Movimento Liberazione Italia che fa riferimento al Movimento dei Forconi.

Antonio Pappalardo con il simbolo del ‘Movimento dei gilet arancioni’.

E Giuseppe Cirillo, sessuologo, psicologo e consulente sentimentale leader del Partito delle buone maniere che il 24 ottobre ha rivelato alla Zanzara di avere fatto sesso con una suora invitando gli ascoltatori a vedere il video su YouPorn.

Giuseppe Cirillo leader del partito delle buone maniere.

QUANDO E COME SI VOTA

I seggi dei 92 comuni umbri si aprono domenica 27 ottobre (si vota dalle 7 alle 23). Con l’entrata in vigore della legge regionale 23 febbraio 2015, n. 4, l’Umbria si è dotata di una nuova normativa elettorale. L’Assemblea legislativa, composta da 20 membri, oltre al presidente della Giunta regionale, è eletta contestualmente al presidente, tramite un’unica scheda, in un unico turno con criterio proporzionale mediante riparto dei seggi tra coalizioni di liste e liste non riunite in coalizione, concorrenti. L’elettore può esprimere uno o due voti di preferenza. Nel caso esprima due preferenze, devono riguardare candidati di genere diverso della stessa lista, pena l’annullamento della seconda preferenza.

TRE POSSIBILITÀ PER GLI ELETTORI

Ciascun elettore può:
votare solo per un candidato alla carica di presidente della Giunta regionale tracciando un segno sul relativo rettangolo. In tale caso il voto si estende a favore della lista non riunita in coalizione ovvero a favore della coalizione di liste collegate al candidato. Votare per un candidato alla carica di presidente, tracciando un segno sul relativo rettangolo e per una delle liste collegate, tracciando un segno sulla lista. Votare a favore di una lista regionale tracciando una X sul contrassegno; in tale caso il voto si intende espresso anche a favore del candidato presidente collegato. Non è invece ammesso il voto disgiunto: il voto espresso per un candidato e per una lista diversa da quelle a lui collegate è nullo così come è nullo il voto espresso per più liste collegate a candidati diversi.

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