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Tyson Fury: ‘Maverick Fury can do no wrong but Anthony Joshua fight will seal immortality’

After his seventh-round defeat of Deontay Wilder, a unique place in sporting history awaits Tyson Fury if he secures a unification fight against Anthony Joshua.

La guerra ai test Invalsi e il suicidio politico della sinistra

Un Paese che sta perdendo posizioni avrebbe bisogno di più confronti e stimoli. Invece l'azzeramento di fatto delle prove voluto da LeU va nella direzione opposta. Parafrasando il principe di Salina: gli italiani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti.

Ci sono vari modi per suicidarsi in politica e l’Italia ha più della sua parte di queste formule finali, riguardanti gruppi e culture, non casi individuali che esistono ovviamente ovunque. 

Si può parlare del suicidio politico, più strisciante che repentino, di destra e di quello di sinistra.

Come episodio di questa seconda categoria, la cronaca fa registrare la soddisfazione con cui l’onorevole Nicola Fratoianni, deputato di Liberi e Uguali, a sinistra del Pd, ha annunciato il 12 febbraio scorso la vittoria in commissione Cultura e Scuola, alla Camera, di un suo emendamento che mette fuori gioco in Italia il ruolo, per quanto riguarda l’ultimo anno delle scuole superiori e il loro esame conclusivo, del test Invalsi, acronimo di Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione.

I TEST INVALSI E L’ALLERGIA AL NOZIONISMO

Si tratta di prove identiche su tutto il territorio  nazionale e analoghe a quanto viene fatto altrove in Europa e nell’area Ocse per valutare il livello di formazione. Riguardano tre materie fondamentali: italiano, matematica e inglese. Le prove si tengono in genere tra marzo e maggio ogni anno,  questo da una dozzina d’anni, in seconda e quinta primaria (elementari), in terza media, al secondo e all’ultimo anno delle superiori. C’è un rapporto con i programmi scolastici anche se l’accento è su comprensione dei testi e capacità di ragionamento. Non sono strettamente nozionistiche,  termine che per molti fa scandalo. Prendendo però la classica definizione   di cultura come «quello che rimane quando si sono dimenticate le nozioni», è certo che un po’ di nozioni inizialmente servono, a meno di voler credere nella cultura innata e quindi, in definitiva, nell’inutilità della scuola

I TEST PISA VEDE L’ITALIA A METÀ CLASSIFICA

Su un binario parallelo ai test Invalsi, ma con un percorso autonomo, solo ogni tre anni e solo per gli allievi 15enni, secondo anno di superiori quindi, c’è poi l’analogo test Pisa, acronimo di Programme for International Student Assessment. Si tratta di una serie di prove non nozionistiche, ma di comprensione di testi e di ragionamento, per lingua nazionale, matematica, scienze e ora anche l’abc della finanza.

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Cominciati nel 2000, sono gestiti dall’Ocse, l’organizzazione parigina cui fanno capo 36 Paesi fra i più industrializzati fra i quali ovviamente l’Italia, con il test adottato anche da altrettanti Paesi non membri, per un totale di circa 70. Mezzo mondo quindi, Cina compresa. Se la Repubblica Popolare primeggia, l’Italia è verso metà classifica. Il test Pisa consente un ampio e immediato confronto internazionale, ed anche per questo è ancor più detestato, ma non ha conseguenze scolastiche dirette. 

LA “VITTORIA” DI FRATOIANNI

La vittoria di Fratoianni, che ha visto la maggioranza allinearsi dietro l’emendamento LeU all’articolo 1, comma 28 della legge 107/2015, inserito nel Milleproroghe, è stata non solo quella di impedire che il test Invalsi dei ragazzi di 18-19 anni, l’ultimo anno delle superiori, venga considerato da quest’anno parte integrante del giudizio finale, ma di imporre che i risultati vengano da ora in poi “secretati”. Non ve ne sarà traccia non solo nel giudizio finale ma neppure l’esito verrà più comunicato ai ragazzi e alle loro famiglie. Questi test hanno soprattutto un significato, quello di un confronto da scuola a scuola, da regione a regione, da Paese a Paese, da anno ad anno. Sono certamente schematici, rigidi, incompleti. Ma anche, entro certi limiti, oggettivi. Un testo, una frase, o la si capisce o no. Ora sono stati resi inutili. Tutti uguali, chi li supera bene e chi no. In Italia finora è costantemente emersa una sensibile differenza tra le scuole del Nord, con risultati superiori alla media Ocse – confronto immediato per la prova triennale Pisa ed estrapolabile da analoghi test eseguiti altrove per quelle Invalsi – e quelle delle altre aeree del Paese. La regioni del Centro Italia si attestano sulla media, e quelle del Sud e delle isole sotto la media. 

IL GAP TRA NORD E SUD

La mossa di Fratoianni ha visto prima il rinvio ancora di un anno del curriculum dello studente annunciato cinque anni fa dalla riforma detta Buona Scuola e che dovrebbe completare il giudizio dato dai voti al momento del diploma finale. Poi l’azzeramento di fatto delle prove Invalsi, che si terranno sempre visto anche che non sono così impopolari (l’anno scorso partecipò il 96% degli studenti), ma sarà come non si fossero mai tenute. L’obiettivo è abolirle, con Fratoianni che si è rammaricato di non essere ancora riuscito nell’intento. «C’è ancora molto lavoro da fare», ha detto il 12 febbraio, «ma intanto abbiamo compiuto un primo passo, a tutela degli studenti e del loro corpo docente». Tutelati evidentemente contro l’invasività e lo spirito anti-ugualitario del binomio Invalsi-Pisa.

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Fratoianni si è dichiarato fiero di «avere ristabilito due principi fondamentali» e cioè che «la valutazione delle conoscenze sono prerogativa del corpo docente e in particolare del consiglio di classe, in quanto frutto di un lavoro che tiene conto del profilo e della storia personale di ogni studente». E poi il colpo di grazia: «Gli studenti non sono numeri».  Gli studenti vanno valutati o no? Soprattutto al Sud ci sono state anche proteste contro queste prove, di studenti e insegnanti, e lo slogan era ed è appunto «gli studenti non sono numeri». Si resta interdetti a fronte a tutto questo, soprattutto se affiancato alla realtà di voti finali di diploma dove al Sud non di rado abbondano le votazioni massime con lode, in misura tripla o quadrupla rispetto a molte scuole del Nord. 

L’APPOGGIO DEL GOVERNO

Il governo poi ha detto bravo a Fratoianni. La Pd Anna Ascani, viceministra dell’Istruzione, ha dichiarato che il governo ha «fortemente voluto che i risultati delle prove Invalsi rimanessero fuori dal curriculum dello studente», previsto fra un anno e allegato al diploma. Il motivo è chiaro: «I test Invalsi non servono a valutare docenti e studenti». E a che servono allora? Sono, dice Ascani, «uno strumento conoscitivo che fornisce una fotografia dello stato di salute del nostro sistema di istruzione». Ma allora perché secretarli?

UNA VISIONE DEL MONDO GATTOPARDESCA

Il suicidio politico, sul medio e lungo termine, di queste scelte è facile da identificare. Un Paese che sta perdendo posizioni nella competizione internazionale, anche per il drammatico invecchiamento della sua popolazione, ha bisogno di più e non di meno confronti e stimoli. Nessuno ci regalerà nulla. Invece dietro le mosse di Fratoianni e colleghi, e il plauso di Ascani e quindi del governo, emerge chiaramente la visione del mondo e della vita così chiaramente espressa ne Il Gattopardo dal Principe di Salina nel suo famoso o famigerato colloquio con il piemontese Chevalley, là dove dice: «Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i siciliani vogliono [la dove “siciliani” sta ormai come parabola dell’Italia intera, ndr], ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali…il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che voglia scrutare gli enigmi del nirvana». E poi la botta: «I siciliani [gli italiani, molti italiani, ndr] non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti», e non vogliono venir disturbati nella «loro compiaciuta attesa del nulla». 

IL SUICIDIO POLITICO DELL’ESTREMA DESTRA

La cronaca recente non ha esempi specifici e circoscritti altrettanto chiari del suicido di destra. La destra estrema, gli eredi del Msi a sua volta per vari aspetti erede nonostante tutto del Pnf, ha tuttavia una sua storica vena “suicida” sempre valida, che non le consente di sfruttare appieno le opportunità che il lungo, anche se non eterno, ruolo di opposizione le darebbe. Si tratta di una compagine grossomodo oscillante tra il 3-5%, nocciolo duro dei mussoliniani, e il 10% dove adesso forse si trova in un momento di particolare fortuna. Vedremo se riuscirà ad andare oltre. Finora, e in 60 e più anni, questa destra non c’è mai riuscita e per un motivo chiaro: la collocazione storica di Benito Mussolini. Non può non parlarne bene, essendo questo il collante ultimo di quel nocciolo duro dei voti, pur cercando di parlarne il meno possibile. Ma paga il prezzo di non avere dato una collocazione più realistica a chi fece con guerre perdute già sulla carta, e dall’Italia dichiarate, circa 440 mila morti italiani, e lasciò un Paese in rovina. Ma questa è un’altra storia, che pure va al nocciolo della questione della destra estrema italiana così come vi arriva l’egualitarismo estremo di certa sinistra, entrambe poi galleggianti su un indigesto brodo di male intesa italianità

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L’emergenza coronavirus in Italia sulla stampa estera

Il nostro Paese è il quarto al mondo per numero di contagi. Dal Guardian alla Bbc, passando per El Mundo e lo Spiegel così i quotidiani e i siti internazionali raccontano l'epidemia.

Oltre 130 casi, ma il bilancio cresce di ora in ora. L‘Italia è il quarto Paese al mondo per numero di contagiati da coronavirus, il primo in Europa.

Il governo nella tarda serata di sabato 22 febbraio ha blindato le due zone di focolaio: 10 comuni nella bassa Lodigiana e Vo’ Euganeo, in provincia di Padova dove si è registrato uno dei due decessi.

L’emergenza è rimbalzata sui giornali stranieri dove ci si interroga anche sul “mistero” del boom dei contagi. Infatti quello che era stato individuato come possibile paziente zero, l’uomo ritornato dalla Cina e asintomatico che avrebbe infettato un 38enne di Codogno, non risulta aver mai contratto il Covid-2019.

Ecco una carrellata dei primcipali quotidiani e siti online.

L’apertura del Guardian.

Il Guardian dà notizia del boom di contagi e delle misure «draconiane» messe in atto per contenerli ricordando le conseguenze sulla Milano Fashion Week e sulle partite di Serie A.

Il sito della Bbc.

Restando nel Regno Unito, il sito della Bbc si concentra sul decreto del governo pubblicando la mappa delle aree in quarantena che interessano almeno 50 mila persone.

El Pais titola sulla chiusura delle scuole a Milano.

El Paìs punta l’attenzione sulla chiusura delle scuole a Milano, dedicando all’emergenza italiana l’apertura dell’edizione online.

Lo spagnolo El Mundo si interroga sul mistero del contagio italiano.

Lo spagnolo El Mundo dedica un approfondimento sul «mistero» dell’origine dei focolai in Italia.

Lo Spiegel si concentra sul Carnevale di Venezia.

Lo Spiegel si concentra sul Carnevale di Venezia che rischia di terminare domenica 23 invece che martedì prossimo.

L’austriaco der Standard.

L’austriaco di Der Standard fa il punto sul bilancio dei contagiati e sulle misure del governo.

La notizia dell’emergenza italiana sul francese Le Figaro.

Le Figaro ricorda ancora la stretta dell’esecutivo italiano per contenere i contagi. Mentre in Francia ci si prepara a una possibile epidemia. «Il ministro della Salute Olivier Véran», scrive il quotidiano, «si è detto particolarmente attento alla situazione italiana».

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Coronavirus: Mass masked wedding in the Philippines

The annual event saw added coronavirus precautions as more than 200 couples tied the knot.

Cocktail profumati: la nuova tendenza della mixologia

Essenze e fragranze edibili che in sinergia con l’alcol danno vita a specialità dal bouquet inebriante. Il bere diventa così anche un'esperienza olfattiva. Come spiega il bartender Oscar Quagliarini.

Anche i cocktail si mettono il profumo. La mixology amplia gli orizzonti e potenzia la sua componente olfattiva: via libera dunque a essenze e fragranze edibili che, in sinergia con l’alcol, danno vita a polibibite dal bouquet inebriante.

Già nel 2012, in un articolo del The New York Times intitolato «Perfumes to Sip as Well as Sniff», la giornalista Alice Feiring attribuiva a Mandy Aftel, un’ex psicoterapeuta, la creazione di una raccolta di 600 profumi estratti da fiori, spezie, erbe, cortecce, resine e utilizzati nell’alta mixologia e nella ristorazione stellata.

Non sostanze di sintesi, ma profumi naturali che nel cibo e nelle bevande, a differenza di quanto avviene sulla pelle dove scompaiono quasi subito, con una sola goccia possono far esplodere un drink o un piatto, come per magia.

Molte maison chiedono di realizzare profumi edibili ispirati ai grandi classici (iStock).

OSCAR QUAGLIARINI, APRIPISTA IN ITALIA

A fare da apripista a questa nuova tendenza, in Italia, è stato il lungimirante Oscar Quagliarini, asso del bartending internazionale. Oltre a essere il barman della pizzeria cocktail bar Grazie e dell’Herbarium dell’Hotel National Arts et Mestiers, entrambi a Parigi, e del Bar de La Rinascente a Milano, è il titolare di Le Garagiste a Senigallia, una sartoria della liquoristica dove vengono creati, su misura, bitter, vermouth e profumi. La sua passione per le fragranze gli ha permesso di creare nuove essenze per potenziare la connessione tra la profumeria e la mixologia.

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La prima linea è stata studiata per il Jerry Thomas di Roma: una fragranza immediatamente riconducibile allo speakeasy capitolino, concepita per essere intonata sia con l’arredamento, sia con lo staff. La prossima farà la sua comparsa a maggio ed è stata elaborata per il ristorante stellato milanese Contraste.

LE RICHIESTE DELLE MAISON

Quagliarini ha iniziato a lavorare sulle potenzialità dei profumi quasi 10 anni fa, quando intuì di dover seguire nuove vie, magari spostando la prospettiva dal gusto all’olfatto. Ha iniziato così a indagare le fragranze, le ha destrutturate per carpirne la composizione, ricreandole attraverso processi di macerazione idroalcolica. Gli si è così aperto un mondo totalmente inesplorato, quello dei profumi naturali per la mixologia. Fece così la sua apparizione, nove anni fa, la prima carta con due cocktail “profumati”. Oggi sono tante le maison produttrici di profumi – da Lancôme a Hermes e Dior – che gli chiedono di riprodurre le loro fragranze in versione idroalcolica ed edibile, in formato spray.

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Le materie prime naturali vengono fatte macerare con alcol distillato e acqua, che devono essere bilanciati con cura prima di essere sottoposti al vaporizzatore. «Bisogna stare molto attenti ai tempi di infusione», spiega Quagliarini a Lettera43.it, «durante la macerazione vengono rilasciati dei tannini che rendono i profumi sgradevoli. L’idea di ricreare i profumi per cocktail con oli essenziali può essere pericolosa perché gli oli hanno una concentrazione altissima e, se sbagli il dosaggio, puoi provocare anche choc anafilattici. Il dosaggio è fondamentale: bisogna ottenere una fragranza molto volatile, soft, senza cadere nell’effetto saponetta».

Apripista in Italia è stato Oscar Quagliarini (iStock).

DAL BERGAMOTTO AL PATCHOULI FINO AL BERGHINOTTO

Qualche esempio? Il cocktail ispirato all’Eau Sauvage di Dior, un profumo sinonimo di eleganza e virilità, dall’impronta floreale, con la fresca presenza di bergamotto, patchouli, sandalo, muschio di quercia e vetiver.

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Ispirandosi a questa eau de toilette, Quagliarini ha creato un cocktail a base vodka, con pompelmo, sciroppo di basilico home made, Q Vermouth bianco alla lavanda con uno spray di Vetiverb8 (realizzato con vetiver e bergamotto). Dalla fragranza Sables di Annick Goutal, un’overdose di elicrisio, patchouli, muschio di quercia, sandalo, mente piperita, vaniglia, che riporta l’immaginario alle dune della Corsica, è nato un cocktail a base gin alterato di elicrisio, gocce di limone, cordiale al patchouli, bolla di sandalo, vaniglia e un trito di mandorle tostate che riproducono l’effetto della sabbia. Dal classico Anni 70 Eau du Sud di Annick Goutal, l’eau fresca di agrumi (bergamotto, pompelmo e limone), menta, basilico, verbena, patchouli e vetiver, è nato un cocktail a base vodka con limone, zucchero muscovado al vetiver, succo di mandarino, tonic e gocce di Berghinotto edible fragrance ® (ottenuto con macerazione idroalcolica originale di bergamotto e chinotto). Insomma, finalmente possiamo ficcare il nostro naso anche nei cocktail.

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How lake gases are powering homes in Rwanda

Methane is being extracted from Lake Kivu in Rwanda to generate electricity.

Come l’Italia si sta blindando contro l’emergenza coronavirus

Gli infettati solo in Lombardia salgono a 89, 112 su base nazionale. Positivo un 17enne in Valtellina. Il Nord si isola: divieto di allontanamento dalle due zone focolaio: il Lodigiano e Vo’ Euganeo in Veneto. Sospese le attività sportive nelle due regioni colpite. Tutti gli aggiornamenti.

I casi di coronavirus in Italia aumentano e sono destinati a crescere ancora: domenica 23 febbraio è stata superata quota 100, 89 infettati solo in Lombardia, 112 su base nazionale. Intanto il Nord sta provando a contenere l’emergenza blindandosi: il governo ha disposto il divieto di allontanamento dalle due aree considerate focolai, e cioè per adesso 10 comuni del Lodigiano e Vo’ Euganeo nel Padovano.

Predisposte nelle stesse zone anche limitazioni dei trasporti, la chiusura delle scuole e delle attività commerciali, eccezion fatta per quelle di pubblica utilità. Sospese in tutta Italia le gite scolastiche, anche verso l’estero, e stop alle manifestazioni sportive in Lombardia e Veneto, comprese le tre partite di Serie A Inter-Sampdoria, Atalanta-Sassuolo e Verona-Cagliari. A Milano decisa la chiusura delle università.

GLI AGGIORNAMENTI IN DIRETTA SUL CORONAVIRUS IN ITALIA

10.08 – FONTANA: «IN LOMBARDIA 89 INFETTATI»

«I numeri della notte porta a 89 infettati in Lombardia»: lo ha detto il presidente della Lombardia Attilio Fontana a SkyTg24 e quindi su base nazionale «purtroppo si superano sicuramente i 100».

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Gli effetti collaterali della Brexit su cittadini, imprenditori e animali

L'uscita del Regno Unito dall'Ue non è fatta solo di indicatori economici, ma anche di storie tra il tragico e il paradossale che segnalano l’inizio della nuova era. Dai centenari di origini italiana nel mirino dei controlli ai pensionati ridotti sul lastrico, fino a specie rare che perdono ogni forma di protezione. Come gli okapi. Il punto.

Se «la rivoluzione non è un pranzo di gala» come ebbe a dire una volta Mao Zedong, anche la Brexit alla fine non si sta rivelando esattamente un pic-nic al parco.

Secondo un recente studio delle Università del Sussex e di Loughborough, l’economia britannica nell’ultimo decennio ha avuto il rallentamento più significativo dai tempi della Rivoluzione industriale.

La crescita produttiva dopo la crisi dei mercati del 2008 è stata quasi due volte più lenta rispetto al decennio nero dell’economia inglese, il periodo 1971-1981 che culminò con la stagione shakespearianamente nota come «l’inverno del malcontento» nel 1978-79. 

PARADOSSI DA BREXIT

La Brexit non è fatta solo di indicatori economici, ma anche di storie tra il tragico e il paradossale che segnalano l’inizio della nuova era. 

LEGGI ANCHE: Le conseguenze della Brexit sulle donne

Il primo giorno del nuovo corso del Regno Unito, un anonimo cittadino di Norwich, città a nord-est di Londra, ha festeggiato appendendo un cartello nel suo caseggiato in cui augurava «Happy Brexit Day» e in cui invitava con toni un po’ inquietanti i residenti del suo quartiere a parlare inglese o ad andarsene. L’episodio ha avuto come conseguenza un’indagine della polizia e una serie di manifestazioni di solidarietà nei confronti degli abitanti, non anglofoni, minacciati dallo sconosciuto brexiter. Molti residenti dell’area hanno sostenuto che lo sciagurato monito alla fine ha avuto come unico effetto quello di «unire molto di più le persone». 

LEGGI ANCHE: Johnson rispolvera l’idea del ponte Scozia-Irlanda del Nord

Ha fatto parlare di sé anche un sostenitore della Brexit che vistosi bloccato all’aeroporto olandese di Schiphol per un’ora, ha tuonato, sui social, contro il fatto che quello che stava accadendo non era quello per cui aveva votato. In realtà, nonostante lo stizzito viaggiatore sia stato sommerso da migliaia di risposte irridenti, la sua attesa nulla aveva a che fare con l’uscita dall’Ue del Regno Unito. Nell’aeroporto erano infatti in corso delle esercitazioni che stavano rallentando tutte le attività dell’hub di Amsterdam.

Il premier britannico Boris Johnson (Getty Images).

I DUE CENTENARI D’ORIGINE ITALIANA NEL MIRINO DEI CONTROLLI

Il periodo di transizione sta però generando disagi autentici e non previsti. Chiedetelo a Giovanni Palmiero, italiano di cittadinanza ma residente londinese dal 1966, che ha la bella età di 101 anni. Il ministero degli Interni della Corona, come raccontato dal Guardian, ha registrato Palmiero come immigrato da un anno, invitandolo a regolarizzare la sua posizione in presenza dei genitori. Vicenda altrettanto incredibile quella di Antonio Finelli, un altro venerabile immigrato italiano di 95 anni e residente in Inghilterra da ben 68 anni, nonché titolare di una pensione di anzianità inglese, che è stato invitato a provare di essere residente nel Paese. Era sbarcato nel 1952, quando la Gran Bretagna era disperatamente alla ricerca di lavoratori per accelerare la ricostruzione post bellica. Arrivato in un porto del Kent era stato accolto con un sandwich e una settimana di salario anticipato. Quasi 70 anni dopo ha dovuto presentare 80 pagine di documenti per dimostrare di essere britannico.

La statua del Duca di Wellington all’esterno della galleria di Arte moderna di Glasgow (Getty Images).

QUEI 300 MILA CHE CHIEDONO LA SECONDA NAZIONALITÀ

In attesa del “leave” molti cittadini britannici hanno tentato di correre ai ripari chiedendo un passaporto di una nazione Ue per mantenere i loro privilegi. Un’inchiesta del Sunday Times ha rivelato come dal referendum del giugno 2016 più di 284 mila britannici abbiano fatto domanda di una seconda nazionalità. I numeri sono forse assai più alti poiché la cifra si riferisce solo ai 13 Paesi europei che hanno reso pubblici i dati. Il numero più alto (261mila) ha riguardato l’Irlanda. Qualcuno ha avuto delle brutte sorprese. Un cittadino che ha chiesto di ottenere il passaporto austriaco si è visto subito recapitare una richiesta di prestare servizio militare nell’esercito. In Austria esiste ancora la leva obbligatoria. Qualora decidesse di trasferirsi a Vienna e dintorni prima del suo 35esimo compleanno, la mimetica lo attende. Sono state registrate anche 5.500 richieste di passaporti tedeschi. Alcune di queste appartengono a discendenti di vittime della persecuzione nazista che per la Costituzione tedesca hanno diritto a ottenere la cittadinanza. 

Un sostenitore della Brexit.

PENSIONATI SUL LASTRICO PER IL LEAVE

Ma quella che i tabloid inglesi hanno iniziato a definire “Brexit blues” si fa sentire anche oltre la Manica. Drammatica la storia di due pensionati britannici che vivono da anni in Francia nella regione della Charente-Maritime. Secondo quanto ha riportato la stampa francese, Barry Carleton, 79 anni, e sua moglie Patricia, 77, sono stati portati quasi in rovina dalla Brexit. I due coniugi infatti hanno vissuto per anni sull’isola di Mann, un’ area sottoposta a un particolare regime fiscale. Oggi vivono grazie alle loro pensioni inglesi che devono essere però, proprio per le particolari norme dell’isola, pagate in sterline presso una banca britannica. Il crollo della valuta inglese e l’impossibilità di farsi accreditare i soldi su un contro francese li ha messi quasi sul lastrico. Non potendo più pagare i debiti affrontati per ristrutturare la loro casa,  sono stati costretti a pianificare il ritorno in una patria da cui avevano scelto di allontanarsi più di 10 anni fa anche per stare vicini alla figlia, residente francese. Assai meno grave, ma curioso, l’imprevisto occorso a due studenti di medicina inglesi della Sheffield University in visita a Parigi in questi giorni. La biglietteria del Louvre ha negato loro l’ingresso di favore riservato agli studenti europei perché non più nella Ue.

Souvenir dedicati alla Brexit (Getty Images).

LA NORTON DEL BREXITER GARNER IN LIQUIDAZIONE

Per la serie le ultime parole famose. L’imprenditore Stuart Garner, titolare dello storico marchio di motociclette inglesi Norton aveva sostenuto a più riprese che la Brexit sarebbe stata una «grande opportunità», avrebbe dato nuovo slancio alle produzioni locali e che non ci sarebbero stati problemi a negoziare nuovi accordi commerciali. Nelle scorse settimane si è trovato costretto a mettere in liquidazione la sua azienda, duramente colpita dall’incertezza economica di questi mesi. La crisi del marchio ha anche portato alla luce una serie di irregolarità sulla gestione dei contributi previdenziali dei dipendenti che rischiano di costare molto caro a Garner.

brexit cosa cambia
Alla mezzanotte del 31 gennaio 2020 la Brexit è diventata ufficiale. (Ansa)

OKAPI IN PERICOLO

Non solo storie umane. Anche il regno animale è coinvolto in questa rivoluzione. Lasciare l’Unione significa per la Gran Bretagna anche abbandonare alcune regole che tutelavano la fauna e le specie protette. La deregulation sui temi ambientali mette a rischio, secondo gli esperti, animali sotto tutela come i ricci, i ghiri e un uccello chiamato zigolo giallo. Ma sono anche a rischio i pinguini e le balene che presso le isole Falkland, territorio britannico, erano sotto la salvaguardia delle norme varate a Bruxelles. Ancora più curioso il destino degli okapi, un rarissimo mammifero in via di estinzione simile alla zebra ma imparentato con la giraffa. L’animale, originario del Congo e ormai scomparso da molte aree dell’Africa, in Europa è oggetto di un progetto di conservazione. La Brexit metterà probabilmente fine al programma di incremento della specie che vedeva coinvolti gli zoo inglesi, dove vivono circa 15 esemplari dell’animale. Che gli anti-Brexit abbiano trovato una mascotte per la loro battaglia?

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La moda ai tempi del coronavirus: mascherine e conti in perdita

L'epidemia approda in Italia nel mezzo della settimana della moda di Milano. E rischia di mettere in ginocchio un settore che si è affidato troppo alla Cina.

Fino a quando non s’è saputo del ceppo di Codogno e nelle seconde e terze file alle sfilate sono comparse le mascherine protettive (le prime non vogliono offendere lo stilista e stoicamente ne fanno a meno, confidando nel destino) alle sfilate di Milano Moda Donna in corso il tema del coronavirus Covid-19 si è limitato ai risvolti economici della paralisi industriale che va colpendo un Paese dopo l’altro a partire, come ovvio, dalla Cina, dove si concentra ancora buona parte della produzione italiana di moda, a dispetto di quanto si dice da anni sul cosiddetto “reshoring”, cioè il rientro della filiera tessile entro i sacri confini.

POCHI PRODUCONO TUTTO IN ITALIA

A produrre tutto in Italia sono davvero in pochi, per esempio Ermanno Scervino che, dice il ceo Toni Scervino, «ha una filiera a chilometro 50», cioè la distanza fra Firenze e Prato. Bella immagine, non fosse che parecchi filati arrivano dalla Cina, insieme con macchine tessili e infiniti altri componenti di cui solo adesso, con le fabbriche chiuse, tutti si stanno rendendo conto. Nessuno può più dirsi totalmente autosufficiente e autarchico; Il mondo globale è globale davvero, e soprattutto interconnesso e interdipendente.

TONFO ATTESO PER IL SECONDO TRIMESTRE

Il grande tonfo, ormai pare assodato, arriverà nel secondo trimestre, quando si faranno i conti dei danni prodotti dallo stop più o meno massiccio della filiera e dalla chiusura dei negozi. La media di luci spente dei grandi marchi della moda e della gioielleria italiani è di venti-trenta boutique nella sola Cina, a cui vanno aggiunti Hong Kong e Macau e Tokyo. Da questo nuovo flagello, su cui si è soffermato volentieri anche Dario Argento, consigliere inatteso  di Massimo Giorgetti per la nuova collezione di Msgn, si potrà però trarre una lezione, che Mario Boselli, presidente onorario di Camera Nazionale della Moda e presidente dell’Istituto Italo Cinese, molto legato alla filiera del tessile import-export fra i due Paesi, indicava in un ripensamento delle fonti di approvvigionamento di materie prime e di semi-lavorati, e anche della produzione.

UNA SCELTA POCO LUNGIMIRANTE

Aver concentrato la gran parte della manifattura in Cina e nei suoi Paesi satelliti si è dimostrato poco lungimirante, oltre che profondamente dannoso per la filiera italiana, che negli ultimi 15 anni ha perso decine di migliaia di addetti, recuperandone pochissimi solo nell’ultimo periodo. Se questo choc si tramuterà in un recupero della manifattura italiana non è ancora dato sapere; di certo, chi dovesse intraprendere questa strada dovrebbe anche accontentarsi di una marginalità più bassa. Molto più bassa. 

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Amani Festival: The DR Congo music festival celebrating life

Organisers of the Amani Festival want to show a different side of the Democratic Republic of Congo.

What will Trump’s visit do for US-India ties?

This visit is a genuine opportunity to explore how the two countries can shape the 21st Century.

Dubs or subs? Parasite renews debate on how to watch foreign films

Subtitles are the film connoisseur's choice - but Netflix is sounding the dub-a-dub-dub for dubbing.

We will ‘fight to the death’ to save the Amazon rainforest

Teenagers from the Amazon rainforest speak about their hopes for the future.

Dead within three hours of arrival at a Russian prison

Despite claims that Russian prisons are cleaning up their act, inmates and their families tell a different story.

Kobe Bryant: How basketball legend inspired young players

Three young basketballers from different corners of the world tell us how important Kobe Bryant was to them.

La corsa a quattro per il post Merkel fra Laschet, Merz, Spahn e Röttgen

Dopo l'addio annunciato dalla delfina Akk, il futuro dell'Unione cristiano-democratica di Germania è affare loro. Un moderato centrista nel segno della continuità, un rigido "padrone" più a destra per recuperare i voti finiti ad Afd, il 40enne outsider gay simbolo del cambio generazionale e l'ex ministro ostile ad Angela. Guida alla successione della cancelliera.

Una poltrona per quattro. O forse per cinque, anche se l’ultimo della fila – il governatore della Baviera Markus Söder – sembra aver già inserito la retromarcia per lasciar strada al quartetto targato Nordreno Westfalia (Nrw). E pare che in ogni caso, vista la crisi incalzante dei conservatori, la soluzione del rebus dovrà essere trovata non certo sotto Natale, ma già in estate, ben prima di quanto avesse prospettato Annegret Karr Karrenbauer (Akk), l’ancora leader della Cdu, l’Unione cristiano-democratica di Germania, destinata a lasciare presto quindi il posto a uno dei quattro contendenti in lizza, tutti originari della più popolosa regione tedesca: Armin Laschet, Friedrich Merz, Jens Spahn e Norbert Röttgen.

LA CDU NON È PIÙ UN PARTITO DI MASSA CHE VALE IL 40%

Almeno questo è il quadro, ancora nel pieno inverno e in un momento in cui i cristiano democratici della cancelliera Angela Merkel stanno attraversando la peggiore fase da qualche anno a questa parte. Non solo questioni di numeri: la Cdu non è più il partito di massa che veleggiava oltre il 40% ed è abbondantemente sotto il 30, ma anche e soprattutto di uomini (e donne) e di contenuti. Il disastro in Turingia che ha condotto all’annuncio di Akk di voler lasciare la testa del partito e non partecipare alla corsa al Kanzleramt è solo il sintomo di una malattia che ha portato in depressione la formazione e che Frau Merkel non ha saputo curare.

L’ORIZZONTE: LE ELEZIONI FEDERALI DEL 2021

Anzi, secondo alcuni sarebbe proprio lei il virus, colpevole di essersi appiattita verso il centro e di aver fatto male i conti per la successione, scegliendo proprio la ex governatrice della Saarland, rivelatasi alla prova dei fatti un disastro. Comunque sia, la Cdu deve ripartire ora da zero e l’orizzonte è quello delle elezioni federali del 2021, su cui pende però la possibilità di un anticipo, qualora la cancelliera faccia un passo indietro.

germania merkel successione cdu Akk
Annegret Kramp-Karrenbauer, detta Akk. (Getty)

INTANTO LA SPD È ORMAI OMBRA DI SE STESSA

Il nodo è quello ormai noto del nome del prossimo capo del partito che sarà anche candidato cancelliere: i conservatori hanno annunciato di voler tentare la quadratura del cerchio, affermando di voler risolvere le questioni personali interne e garantire il termine naturale della legislatura, obbiettivo difficile da raggiungere e che adesso è affidato alla grazia dei quattro moschettieri che dovranno trovare un compromesso condiviso per evitare di trascinare ancora più basso la Cdu e seguire il destino tragico dell’altro ex partito tradizionale di massa, la Spd – il Partito Socialdemocratico di Germania – ormai ridotta a un ombra di se stessa.

DUBBI SULLE REGOLE DELLA SUCCESSIONE: LA BASE VOTERÀ?

Teoricamente è ancora Akk a gestire il processo di successione, ma la segretaria ufficiale ha perso ormai ogni autorità, senza il supporto della cancelliera che ormai può giocare solo a fare il tifo, senza spostare pedine fondamentali. La partita se la giocano dunque in quattro, fermo restando che è ancora da vedere quale sarà il metodo decisionale interno, se cioè i conti verranno fatti alla fine solo ai piani alti oppure se sarà permesso alla base di esprimere un parere.

ARMIN LASCHET: IL MODERATO CENTRISTA DELLA CONTINUITÀ

L’attuale governatore del Nordreno Westfalia Armin Laschet rappresenterebbe un po’ la continuazione della linea Merkel. Ha ottimi rapporti con la cancelliera, anche se ultimamente non le ha risparmiato qualche critica. Non ha neanche 60 anni, da cinque è uno dei vice capi del partito e da due è ministro-presidente in Nrw, dove governa a braccetto con i liberali della Fdp. Dalla sua ha l’esperienza di governo e l’immagine vincente di uno che in un Land rosso è stato capace di far diventare la Cdu il primo partito, al netto dei demeriti della Spd.

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Armin Laschet. (Getty)

È considerato un moderato centrista, uno capace di conciliare le diverse anime del variegato spettro cristianodemocratico, anche se resta da vedere se la strategia “alla Merkel” sarà quella capace di salvare il partito. Per ora è quello che del quartetto si è tenuto più coperto, sia per ordini di corrente, sia perché rispetto agli altri due contendenti è quello che ha più da perdere. Un passaggio da Düsseldorf a Berlino, non concertato sino in fondo, potrebbe rivelarsi una catastrofe proprio come capitato ad Akk, arrivata dalla Saarland nella capitale con il sostegno solo della cancelliera e poi finita stritolata dei tentacoli della piovra conservatrice.

FRIEDRICH MERZ: UN NOME PER LA SVOLTA A DESTRA

La Cdu in mano a Friedrich Merz, 64enne ex chariman di Blackrock in Germania, sarebbe sicuramente un altro partito rispetto a quello di Angela Merkel. Sterzerebbe più a destra, con decisione, riportando le competenze economiche in primo piano, a discapito di quelle sociali. Niente più “Mutti”, la mammina della nazione, ma un rigido “Vater”, forse più padrone che padre. Merz si era allontanato dal partito nel 2009, dopo dissidi interni e una carriera che sembrava finita proprio a causa dei bastioni messi tra le sue ruote da Frau Merkel. Poi il tuffo nel privato, tra consulenze, lobbismo e incarichi vari, per arrivare al ritorno nel 2018, fiutando il declino della cancelliera, e al fallito tentativo di accaparrarsi la leadership del partito, sconfitto al congresso del 2018 da Akk.

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Friedrich Merz. (Getty)

Ha già promesso di voler recuperare i voti persi della Cdu e andati ai nazionalpopulisti di AfD (Alternative für Deutschland). Difficile dire se ci riuscirà, la questione della destra sovranista molto forte nelle regioni della ex Ddr (guidata per altro in larga parte da personaggi originari della vecchia Germania Ovest, ma questa è un’altra storia), è un po’ più complicata, ma è certo che Merz darebbe al partito un’impronta molto più conservatrice, in tutti i sensi.

JENS SPAHN: L’IMPROBABILE CAMBIO GENERAZIONALE

Jens Spahn è il più giovane del gruppo: 40 anni a maggio 2020, è quello che rappresenterebbe davvero il cambio generazionale in un partito invecchiato e stanco. È il candidato che ha meno chance, anche se nel suo ruolo di ministro della Sanità ha rafforzato la sua immagine. È gay dichiarato, il che comunque non gli ha ostacolato la carriera in una formazione cattolica.

Jens Spahn. (Getty)

Non è nemmeno il primo ministro omosessuale in un governo conservatore, preceduto da Guido Westerwelle, agli Esteri nel recente passato sempre sotto Merkel. In competizione per la guida del partito ha davvero poche chance, ma con l’era di Frau Angela al tramonto è l’intera Cdu che deve ridarsi una sistemata, per cui alla fine ognuno avrà il proprio ruolo.

NORBERT RÖTTGEN: LO SPARIGLIA CARTE NEL MIRINO DI ANGELA

Norbert Röttgen in realtà è l’unico che ha ufficialmente già proposto la candidatura, entrando quasi a gamba tesa nei piani del terzetto che già all’ultimo congresso era in odore di successione. È quello che ha meno possibilità di farcela, anche perché la cancelliera, che l’aveva già silurato quando era ministro azzoppandogli la carriera, si adopererà con tutti i mezzi per sbarrargli la strada.

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Norbert Röttgen. (Getty)

Classe 1965, è molto popolare per essere a capo della Commissione esteri al Bundestag e nel partito può ancora godere di forti appoggi. La sua candidatura è arrivata a sorpresa e per ora ha sparigliato solo le carte. Poi si vedrà. Quello che è certo é che l’era di Frau Angela al tramonto e l’intera Cdu che deve ridarsi una sistemata, per cui alla fine ognuno avrà probabilmente il suo ruolo.

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Prolungata la costudia cautelare per Patrick George Zaky

Lo studente dell'Università di Bologna è stato arrestato l'8 febbraio. Custodia cautelare confermata per altri 15 giorni. Prossima udienza fissata per il 7 marzo.

Patrick George Zaky resta in cella, per almeno altri 15 giorni. A deciderlo è stato il tribunale di Mansura, in Egitto, sul delta del Nilo. Arrestato l’8 febbraio con accuse di propaganda sovversiva, lo studente di 27 anni dell’Università di Bologna ha provato a difendersi. «Non ho mai scritto i post su Facebook per i quali mi accusano di propaganda sovversiva», ha detto il ricercatore egiziano in aula. Alla domanda del giudice: «È tuo l’account?», Zaky ha risposto di «no».

«IN BUONE CONDIZIONI»

Il Procuratore ha ascoltato i legali di Patrick sostenere nuovamente «l’infondatezza delle accuse e i vizi di forma» dell’arresto a loro avviso preceduto da un sequestro delle forze di sicurezza all’aeroporto del Cairo e da falsi nelle verbalizzazione, si è appreso da una fonte informata a margine dell’udienza. «Patrick ha detto di essere in buone condizioni e di non subire maltrattamenti» in carcere, ha riferito ancora la fonte. Circa l’account, il giovane ha ribadito che quello su cui si basa l’accusa ha tre nomi mentre quello che lui curava solo due («Patrick George», senza il patronimico «Zaky»). Fra l’altro ha sottolineato di voler «continuare gli studi» a Bologna.

AMNESTY: «UNA DECISIONE CRUDELE»

«È una decisione crudele e non necessaria, perché non c’è alcuna possibilità di inquinare prove o di modificare il corso delle indagini», ha detto Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International in Italia. Si apre «lo scenario peggiore», ha detto Noury, «la mobilitazione sarà lunga». Il rinnovo della custodia cautelare in carcere per altri 15 giorni, per prolungare le indagini sul caso di Zaky, è lo scenario «peggiore», nel senso che questi rinnovi potranno andare avanti anche per mesi. «Una decisione brutta e crudele», ha aggiunto Noury, «che non fermerà la mobilitazione per chiedere il suo rilascio. L’appello è quello di rimanere tutti quanti mobilitati, di andare avanti così. Amnesty sta studiando nuove iniziative. Pensiamo che davanti a noi si apre una campagna di medio periodo che può durare anche mesi. Ognuno faccia la sua parte fino in fondo». La prossima udienza è fissata al 7 marzo. Lo rende noto l’avvocato della sua famiglia.

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Quando la discriminazione arriva fin sotto il palco

Per noi persone disabili assistere a un concerto è un'odissea. Ne sanno qualcosa l'attivista Sofia Righetti che ha intrapreso una battaglia legale o Simona Ciappei che sta raccogliendo firme per presentare una proposta di legge. Le cose possono cambiare. Ma la battaglia deve essere condivisa.

Sofia Righetti, attivista con disabilità motoria che ho avuto la fortuna di conoscere, stavolta si è proprio (giustamente) incazzata e ha deciso di fare sul serio.

L’anno scorso, durante il concerto degli Evanescence, non è riuscita a godersi lo spettacolo dall’inizio perché il pubblico, alzatosi in piedi, le ha impedito la visuale e solo a metà concerto è riuscita a convincere il personale addetto alla security a spostare lei e gli altri fan in carrozzina sotto al palco.

Ma Sofia non si è persa d’animo – come leggiamo in un post pubblicato sul suo profilo Facebook – scegliendo di non protestare come singola ma di appoggiarsi all’Associazione Luca Coscioni per fare causa ad Arena srl, Fondazione Arena e Vivo Concerti.

Finalmente posso renderlo pubblico.Vi ho detto che non mollavo? E non ho mollato.Il 20 febbraio 2020 sarò la prima…

Posted by Sofia Righetti on Tuesday, February 11, 2020

L’attivista veronese non è la prima a lamentarsi di criticità legate alla partecipazione a concerti musicali. Di tanto in tanto mi capitano sotto gli occhi notizie di altri amanti della musica dal vivo con disabilità che sono incappati in disavventure simili e soprattutto hanno dovuto subire le stesse discriminazioni o altre somiglianti.

CONCERTI A OSTACOLI

Aree riservate agli spettatori disabili di dimensioni insufficienti a ospitare tutti gli aventi diritto oppure collocate a notevole distanza dal palcoscenico, in posizioni poco “strategiche”. Pochi posti riservati, numerose difficoltà anche per capire a chi rivolgersi per comprare il biglietto destinato alla persona disabile e a chi l’accompagna, obbligo di indicare il nome dell’accompagnatore al momento della prenotazione. Sono queste alcune delle principali criticità che dobbiamo gestire se vogliamo assistere a un concerto.

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CON IL TEMPO TUTTO SI È COMPLICATO

Quando ero più giovane andavo spesso ai concerti dei miei cantanti preferiti. Anche ora mi capita di farlo, seppur meno frequentemente. In effetti anch’io ho notato che la faccenda si è notevolmente complicata: se anni fa riuscivo facilmente a individuare il contatto di chi si occupava della prenotazione e dell’accesso degli spettatori con disabilità ora mi capita spesso di essere rimbalzata da un indirizzo mail a un altro. Inoltre una volta non dovevo preoccuparmi di avvisare della mia presenza con largo anticipo perché non succedeva mai che mi venisse negato l’accesso per capienza insufficiente dell’area riservata alle persone disabili. Ora invece ho imparato a mie spese che, se non sono tempestiva nell’effettuare la prenotazione, lo spettacolo dei miei artisti preferiti dal vivo posso anche scordarmelo. Una volta non avevo neppure bisogno di scegliere in anticipo il nome dell’amica o amico che mi avrebbe accompagnata, informazione, questa, che non sempre possiedo con sicurezza al momento della prenotazione. E poi, in effetti, ho notato che le aree a noi riservate sono collocate in posizioni spesso infelici per usare un eufemismo.

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Un po’ di tempo fa non era così. Perché, se una persona sceglie di assistere a un concerto dal vivo, non è certo per guardarselo dai maxischermi. Ci posizionavano proprio sotto al palcoscenico, oltre le transenne. Era un punto comodissimo che ci consentiva una visuale ottima e ci permetteva anche di accedere alle vie di fuga nel caso fosse servito. Inoltre eravamo vicini sia al personale deputato alla sicurezza sia a quello incaricato del primo soccorso. Praticamente in una botte di ferro.

DISCRIMINATI DA INCOMPRENSIBILI “RAGIONI DI SICUREZZA”

Da parecchi anni questa possibilità è vietata per “ragioni di sicurezza” a me del tutto incomprensibili per le ragioni che ho spiegato. Qualcuno potrà obiettare che anche molti spettatori normodotati assistono allo spettacolo dalle retrovie. È senza dubbio vero ma la differenza è che loro possono scegliere di conquistarsi la prima fila arrivando con largo anticipo davanti ai cancelli d’entrata oppure di accontentarsi di una postazione secondaria. Noi non abbiamo alternativa. L’esigenza di garantire sicurezza per tutti è un dovere per chi è deputato all’organizzazione degli eventi ma non si può pensare di assolverlo negando a priori ad alcuni il diritto di godersi lo spettacolo. Ma c’è chi per fortuna non si è rassegnato di fronte a questa discriminazione e si sta muovendo per cercare di rendere i concerti accessibili davvero a tutti.

ATTITUDE IS EVERYTHING: GUIDA AI CONCERTI ACCESSIBILI

In Inghilterra, patria dei primi movimenti di attivisti per i diritti delle persone con disabilità, l’associazione Attitude is Everything ha creato una guida gratuita ai concerti accessibili. È uno strumento indirizzato a band, artisti e promotori per rendere i concerti e i tour fruibili anche da spettatori con disabilità. Trovo che sia un ottimo modo per generare una responsabilità condivisa nell’organizzazione e nella gestione degli eventi musicali. La musica veicola cultura quindi occorre generare una responsabilità condivisa anche dagli artisti stessi affinché diventi un patrimonio godibile da chiunque.

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In Italia Simona Ciappei, 43 anni, pisana, gestisce la pagina Facebook Sottoilpalcoancheio attraverso la quale offre spazio alle persone con disabilità perché raccontino i loro vissuti di discriminazione legati alla partecipazione a un concerto. L’obiettivo di Simona è raccogliere 50 mila firme necessarie per presentare in parlamento una proposta di legge finalizzata a migliorare l’accessibilità degli eventi musicali.

UNITI PER UNA BATTAGLIA CONDIVISA

Sarebbe utile che Sottoilpalcoancheio riuscisse ad attivare collaborazioni e sinergie con le altre realtà che si occupano della difesa dei diritti (e doveri) dei cittadini con disabilità. Spesso infatti ci si muove singolarmente e si fatica a collaborare. Questo però rende meno efficace ogni intervento. Se queste realtà smettessero di coltivare ognuna il proprio orticello e si unissero per combattere battaglie condivise, forse il loro potere di migliorare il contesto socio-politico e culturale in cui viviamo aumenterebbe.

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Valentina Cuppi eletta presidente del Pd

Sindaca di Marazabotto, la sua candidatura era stata proposta dal segretario dem Nicola Zingaretti.

Nessuna sorpresa. Valentina Cuppi, sindaca di Marzabotto, è stata eletta presidente del Pd dall’assemblea nazionale del partito a Roma. La candidata era stata proposta dal segretario dem Nicola Zingaretti.

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La Banda ultralarga è ancora senza incentivi

Nella scorsa legislatura erano stati stanziati 1 miliardo e 300 milioni per i cosiddetti voucher digitali. Da allora nulla si è mosso. Il rischio è che fino alla seconda metà del 2020 resti tutto fermo. Il punto.

I fondi per aiutare famiglie e scuole ad avere la banda ultralarga ci sono. La volontà politica, stando alle votazioni in parlamento, non manca. E la necessità di sfruttare quelle risorse per mettersi in linea con gli obiettivi europei, è impellente.

Ma gli incentivi sulla connessione veloce a Internet sono in stand-by, vittime della burocrazia: navigano a una velocità ultralenta.

Eppure già nella scorsa legislatura erano stati stanziati 1 miliardo e 300 milioni per i cosiddetti voucher digitali. Da allora non ci sono grossi passi in avanti, nonostante l’approvazione di tre risoluzioni nel dicembre scorso che andavano nella direzione di portare avanti l’iniziativa. Così è concreto il rischio che fino alla seconda metà del 2020 resti tutto fermo. 

PER RENDERE APPETIBILE IL SERVIZIO SERVONO INCENTIVI

Il ministero dello Sviluppo economico (Mise) ha garantito di voler destinare prima possibile quei soldi per dare seguito alle misure previste e finanziate. L’intento è quello di aiutare cittadini, scuole e piccoli imprenditori con un sostegno economico per l’acquisto di servizi della banda ultralarga, ossia gli abbonamenti alla connessione a Internet ad alta velocità. Il problema è l’andamento lento della procedura.

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Per questo la deputata del Partito democratico, Enza Bruno Bossio, ha chiesto chiarimenti sulla tempistica presentando un’interrogazione in commissione Trasporti alla Camera: «Gli incentivi sono necessari a rendere appetibile il servizio. Altrimenti è come avere un tram, bello, pulito ed efficiente, ma troppo costoso soprattutto per alcune fasce sociali. Non lo usa nessuno», ha detto la parlamentare dem a Lettera43.it, ribadendo la necessità di usare i voucher digitali fin dai prossimi mesi.

VOUCHER DIGITALI PER SCUOLE E FAMIGLIE CON ISEE SOTTO I 20 MILA EURO

La sottosegretaria allo Sviluppo, Mirella Liuzzi, ha spiegato che l’obiettivo dei voucher digitali è «la copertura di tutte le scuole e di tutti i centri per l’impiego», ponendo «particolare attenzione alle famiglie con Isee sotto i 20 mila euro, attraverso la copertura totale del costo dell’abbonamento, prevedendo una rimodulazione graduale per le famiglie sopra tale soglia». Dunque, grande attenzione alle classi meno abbienti e agli edifici pubblici. Nel dettaglio, ha sottolineato Liuzzi, «questa chiave di riparto di base permetterà di destinare 202 milioni di euro alle scuole e ai centri per l’impiego, mentre la quota dei fondi per le piccole e medie imprese e le famiglie sarà rispettivamente di 536 milioni di euro». Cifre da considerare al netto dei costi di gestione del soggetto attuatore Infratel Italia, la società in house del Mise indicata come soggetto attuatore dei Piani banda larga e ultra larga.

IL GAP INFRASTRUTTURALE CON IL RESTO D’EUROPA

La velocizzazione del progetto è necessaria anche per portare l’Italia al passo con l’Europa. Dal punto di vista delle infrastrutture tecnologiche, la strategia nazionale per la banda ultralarga ha fissato un obiettivo preciso: garantire entro il 2020 la copertura, con reti ultraveloci, ad almeno l’85% della popolazione italiana, compresi edifici pubblici, poli industriali, principali località turistiche e snodi logistici. Il gap infrastrutturale è ancora rilevante. Stando ai dati consultabili sul sito dedicato alla banda ultralarga, nel 2018 l’Italia era ferma al 58% per la tecnologia Next generation access (Nga), che garantisce una connessione superiore ai 30 Megabit al secondo, rispetto all’80% dell’Europa. Va ancora peggio se si parla della connessione superveloce Nga-Vhcn (Very high capacity networks), attestata al 12,1% nella Penisola in confronto al 58% europeo. Dunque, le operazioni da realizzare in contemporanea sono due: il completamento dell’infrastruttura e lo stimolo all’acquisto del servizio, ossia i voucher digitali.

LE RAGIONI DEI RITARDI ITALIANI

La distribuzione delle risorse, seguendo i parametri annunciati, sarà attuata con un decreto del Mise. Il traguardo appare tuttavia lontano da raggiungere. Un passaggio fondamentale è il confronto con gli Enti locali, in particolare le Regioni, che devono segnalare le richieste e le necessità dei territori, con le quali mettere nero su bianco i dettagli sulla ripartizione dei voucher digitali. Ma non solo. Successivamente è necessaria un’altra interlocuzione con l’Unione europea. E in ultima istanza si potrà procedere, come ha spiegato la sottosegretaria Liuzzi, «al lancio della consultazione pubblica al fine di acquisire i pareri degli stakeholder. Gli elementi raccolti forniranno la base della notifica formale e, una volta ottenuta l’approvazione da parte della Commissione europea, sarà pubblicato il Decreto del Ministero dello sviluppo economico». Una serie di step che rinviano l’efficacia dei voucher almeno all’estate prossima.

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