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L’inchiesta sulle case della Difesa occupate dagli ex militari

Nel mirino dei pm 3.600 alloggi: i membri dell'esercito non lasciano l'abitazione pubblica dopo che vengono congedati o vanno in pensione. In molti usano l'escamotage dell'ex ministra Trenta.

Militari che senza alcun titolo, perché congedati o in pensione, continuano a mantenere l’alloggio di servizio, sfruttando anche i ritardi nei controlli. Sono 3.600 – sugli oltre 16 mila che il ministero della Difesa mette a disposizione dei militari – gli immobili in tutta Italia finiti al centro dell’inchiesta della Procura di Roma, come riporta il Corriere della Sera, secondo cui in molti userebbero lo stesso «escamotage dell’ex ministra Elisabetta Trenta che aveva trasferito il contratto al marito». Ma ci sono casi in cui la casa sarebbe stata ceduta ai figli o alla moglie. Gli immobili si trovano per la maggior parte in aree di pregio e «la Difesa non riesce a liberarli, nonostante», spiega il quotidiano, «altri appartenenti alle forze dell’ordine ne abbiano diritto». Chi abita queste case, pur senza avere i requisiti, gode di canoni d’affitto inferiori a quelli di mercato, senza contare che molte spese non vengono conteggiate. Sono inoltre 5 mila le occupazioni ‘senza titolo’ che sono state abbandonate perché mancavano i soldi per la manutenzione.

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Il premier ucraino si è dimesso dopo le critiche a Zelensky

Goncharuk, in una registrazione divenuta di dominio pubblico, si era lamentato per la scarsa conoscenza dell'economia da parte del presidente.

Il premier ucraino, Oleksiy Goncharuk, ha presentato le sue dimissioni dopo la diffusione di un’intercettazione in cui lamentava una scarsa conoscenza dell’economia da parte del presidente Volodomyr Zelensky.

Goncharuk, tuttavia, si è difeso su Facebook, affermando che l’audio «ha creato artificialmente l’impressione che io e il mio team non rispettiamo il presidente. Questo non è vero. Ho assunto il mio incarico per mettere in atto il programma del presidente».

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Sulle autostrade guerra a mezzo stampa tra Aspi e Patuanelli

Il ministro dello Sviluppo economico: «La revoca non è ripicca ma conseguenza dell'insicurezza». Intanto Autostrade presenta un piano di investimenti e di assunzioni. Tomasi: «Senza concessione andiamo in default»

Colpo su colpo, prosegue persino a mezzo stampa, la battaglia in corso tra Autostrade per l’Italia e il governo sulla possibile revoca delle concessioni autostradali. Intervistato da Repubblica, il 17 gennaio il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, conferma il suo sì alla revoca delle concessioni ad Autostrade, annuncia una chiamata collettiva ai capigruppo della maggioranza: «Scriviamo insieme il piano industriale dei prossimi dieci anni».

PATUANELLI: «REVOCA NON È RIPICCA MA EFFETTO DEL CROLLO»

Alla domanda se come Cinque stelle sono disposti a trovare una mediazione nella vicenda della revoca della concessione ad Autostrade che divide il governo, risponde: «Non si tratta di mettere bandierine. La revoca è la conseguenza dei 43 morti nel crollo del ponte Morandi. Lo stato manutentivo delle strade gestite da Aspi fa percepire un senso di insicurezza ai cittadini che salgono in macchina», «al di là di casi particolari – aggiunge – è innegabile che le verifiche sulle manutenzioni fatte da Aspi sono state più che negative. Non è una ripicca». Alla domanda se a pagare devono essere i dipendenti, risponde: «Continuerà a esserci una rete autostradale e la necessità di manutenerla e di gestirla», il problema sta nel sistema delle concessioni che non ha funzionato. Patuanelli torna quindi sull’idea di una nuova Iri: «Annuncio che, anche per parlare di questo, nelle prossime ore manderò un invito a tutte le forze di maggioranza: dobbiamo scrivere insieme il piano industriale dei prossimi dieci anni, scegliere le priorità di sviluppo economico del Paese».

TOMASI (AUTOSTRADE): «CON LA REVOCA FACCIAMO DEFAULT»

Dall’altra parte sempre sul quotidiano di Corso Colombo risponde l’amministratore delegato di Autostrade, Roberto Tomasi: «Senza le concessioni e con l’indennizzo previsto dal decreto Milleproroghe l’azienda andrà in default». Il 16 gennaio il consiglio di amministrazione della società ha dato ieri il via libera alle linee del piano strategico 2020-2023 di «trasformazione dell’azienda» con un piano di mille assunzioni e 7,5 miliardi di investimenti. Sul fatto che le agenzie internazionali di rating valutano già l’affidabilità sul debito di autostrade come junk, spazzatura, Tomasi mostra la sua «preoccupazione per il futuro dei settemila dipendenti dell’azienda che lavorano con dedizione e per la possibilità di essere una risorsa per questo Paese». «Nonostante tutti gli sforzi che stiamo facendo – aggiunge – non sarà se»mplice recuperare i downgrading finanziari. Penso che non sempre ci sia consapevolezza della complessità di questa società e del Gruppo Atlantia, delle implicazioni sociali e degli impatti che un’eventuale revoca potrebbe comportare». Sui report truccati, ammette: «Una vicenda deprecabile. Siamo intervenuti rimuovendo i responsabili». «Sull’entità della riduzione dei pedaggi – spiega quindi – valuterà Atlantia. Per la manutenzione vogliamo spendere il 40 per cento in più». Rivolgendosi al governo, Tomasi sottolinea più volte che «serve pacificazione» e infine, sulla sicurezza, afferma di poterla garantire: «Sì. Ciò non vuol dire che non dobbiamo continuare a lavorare sulla manutenzione e sui controlli. Le attività di controllo svolte da enti terzi dimostrano che i ponti e i viadotti della nostra rete sono sicuri al 100%».

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I big della politica infiammano la campagna elettorale in Calabria

Il 26 gennaio si vota per eleggere il nuovo presidente della Regione. Intanto parte il rush finale dei leader dei principali partiti. Da Salvini a Di Maio, passando per Giorgia Meloni.

In Calabria la campagna elettorale per le Regionali entra nel vivo. Il 26 gennaio, infatti, la Regione del Mezzogiorno è chiamata alle urne per eleggere il suo nuovo presidente. In vista del rush finale sono attesti i big della politica nazionale. Il tutto senza polemiche tra partiti e nei partiti.

L’AFFONDO DI MELONI E SALVINI

Nella giornata di giovedì 16 gennaio 2020 è stata la volta di Matteo Salvini e Giorgia Meloni arrivare in Calabria per appoggiare i candidati della destra. Il leader della Lega, i cui interventi sono previsti anche per la giornata di venerdì 17, ha partecipato ad un’iniziativa a Lamezia Terme, mentre la figura di spicco di Fratelli d’Italia si è recata a Crotone. Salvini ha basato il suo discorso, come già accaduto nel recente passato, sul caso Gregoretti e sulla sentenza con cui la Consulta ha bocciato il referendum sulla legge elettorale. Il leghista ha anche battibeccato con alcuni contestatori invitandoli a fischiare Renzi e Zingaretti invece che lui. Poi si è messo incurante a fare i consueti selfie con i suoi sostenitori.

MELONI CONTRO IL GOVERNO GIALLOROSSO

Giorgia Meloni, oltre a difendere Salvini sulla vicenda della nave Gregoretti, ha risposto al leader della Lega sull’assegnazione dell’assessorato all’Agricoltura, che lo stesso Salvini rivendicherebbe. «Gli assessori si decidono alla fine della campagna elettorale. Prima bisogna vincere e poi bisogna vedere i ruoli dei singoli partiti. E dopo ancora si decide quali siano le figure migliori per gli incarichi», ha spiegato per poi aggiungere che «io non vengo qui a dire quali assessori voglio per Fratelli d’Italia. Dobbiamo concentrarci per vincere la battaglia elettorale. Perché, per quanto io sia ottimista, non do mai le battaglie vinte in partenza. Prima le combatto e poi le vinco».

L’ARRIVO DEL PD E DEL M5S

Intanto sabato è previsto l’arrivo a Lamezia Terme del capo politico del Movimento 5 stelle Luigi Di Maio. Che però arriva in Calabria preceduto dalle polemiche innescate dal presidente della Commissione antimafia Nicola Morra sulla candidatura di Francesco Aiello alla presidenza della Regione. Morra ha negato il sostegno per la sua parentela con un boss della ‘ndrangheta ucciso cinque anni fa. «Al di là di ogni polemica strumentale l’appuntamento con Luigi Di Maio servirà a conoscere le nostre proposte per la Calabria», ha detto il deputato Paolo Parentela, cooordinatore della campagna elettorale dei pentastellati.

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Le mire (e gli uomini) di Spadafora su Sport e Salute

Dopo aver sistemato i suoi fedelissimi Loukarelis a capo dell'Unar e De Maio alla direzione dell'Agenzia Nazionale Giovani, il ministro sponsorizza Rozera, ora direttore generale Unicef Italia, come successore di Sabelli.

Dopo aver sistemato il suo fedelissimo braccio destro Trianda Loukarelis a capo dell’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) e il suo giovane delfino, il cantautore Mimì De Maio, alla direzione dell’Agenzia Nazionale Giovani, il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora (già da molti rinominato O’ministro come fu per Cirino Pomicino, viste le sue continue presenze nel territorio che gli ha dato i natali, dove torna – ogni volta con una casacca diversa – per fidelizzare l’elettorato) ha adesso in programma di giocarsi una ben più importante partita su Sport e Salute, l’azienda controllata dal Mise che si occupa dello sviluppo dello sport in Italia.

SPADAFORA AL POSTO DI SABELLI SPONSORIZZA ROZERA

Infatti dopo l’addio, non senza polemiche, del presidente Rocco Sabelli, pare che Spadafora stia proponendo al numero 1 del Coni Giovanni Malagò la figura di Paolo Rozera come nuovo direttore generale, una carica che attualmente egli ricopre in Unicef.

Sì, perché il fattore comune di tutti questi giochi di poltrone cari al ministro dello Sport, è che nel curriculum degli interessati pare debba essere necessaria la sola esperienza lavorativa nella Ong di cui è stato presidente dal 2008 al 2011.

LAURA BALDASSARRE VERSO L’UNICEF

Tutti gli interessati sono cresciuti con Spadafora e altrove non hanno mai lavorato (nel caso di Rozera fa eccezione la sua esperienza di arbitro di basket di qualche anno fa). Il tutto con il beneplacito dell’attuale presidente dell’Unicef Francesco Samengo, che è già pronto a sostituire Rozera con chi vorrà indicargli O’ministro; magari con Laura Baldassarre, anche lei storica seguace spadaforiana, che dopo un giro all’Authority per l’Infanzia e un altro al Comune di Roma, è tornata in sede in attesa di un adeguato ricollocamento interno.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere

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L’audio di Piazza Pulita che imbarazza la Lega a Ferarra

A una consigliera comunale "dissidente" sarebbe stato offerto un lavoro a tempo indeterminato in cambio delle sue dimissioni. Bonaccini: «Sembra una cosa grave».

«Tu ti togli dal cazzo, come giustamente, ingiustamente anzi, il vice sindaco auspicava. E noi ti diamo un lavoro». L’audio, mandato in onda su La7 dalla trasmissione Piazza Pulita, mette in imbarazzo la Lega a Ferrara, nell’ultimo miglio della campagna elettorale per le elezioni regionali in Emilia-Romagna.

A parlare è Stefano Solaroli, vice capogruppo del partito di Matteo Salvini in consiglio comunale. Mentre la persona che in cambio di un posto di lavoro dovrebbe farsi da parte è Anna Ferraresi, consigliere comunale “dissidente” del Carroccio a Ferrara. In ballo un contratto a tempo indeterminato come hostess in una società di servizi.

Solaroli, nell’audio, va avanti così: «Tu sai che c’è quel servizio del trenino e che c’è bisogno di una hostess che accolga le persone e gli spieghi un po’ come funziona. A me sei venuta in mente te prima di tutto perché sei una rompicazzo, così ti cavo dai coglioni e non ti vedo più. Tu sai che è incompatibile con il ruolo di consigliere. Questo non te lo devo dire io. Nicola (Lodi, vice sindaco leghista di Ferrara, ndr) è d’accordo. Ne ho parlato con Alan (Fabbri, sindaco leghista di Ferrara, ndr) e mi ha detto: “Se a lei va bene, a me va bene”. Se lo sputi fuori mi brucio io, eh».

«Se le accuse venissero confermate, ci troveremmo di fronte a una situazione in cui la politica utilizza il Comune come un ufficio di collocamento per beghe e lotte interne», ha attaccato Simone Benini, candidato del M5s alla presidenza dell’Emilia-Romagna, «Fabbri dovrebbe dimettersi immediatamente».

Più cauto il candidato del centrosinistra, Stefano Bonaccini: «Non ho ancora visto il servizio di Piazza Pulita, da quello che leggo sembra una cosa grave, soprattutto da parte di chi in questi giorni dichiara che se vince non ci sarà più bisogno di tessere di partito o di sindacato».

Il sindaco di Ferrara, Alan Fabbri, ha preso subito le distanze dal comportamento del suo vice capogruppo: «Si tratta di una vicenda certamente deprecabile, ma che mi vede totalmente estraneo e che rimane tutta da verificare. Solo quando la vicenda sarà più chiara prenderò le dovute decisioni in merito e assumerò eventuali provvedimenti. Nel frattempo mi riservo di querelare chiunque abbia intenzione di infangare il buon nome della nostra amministrazione».

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Il primato della Borgonzoni: essere più incompetente della Raggi

Sarebbe del tutto inconcepibile che una regione di rango europeo si affidasse a una candidata estranea all'abc della buona amministrazione e sorretta da un leader che bacia eroticamente salami. Se dovesse vincere in Emilia-Romagna significherebbe davvero che la sinistra sta sulle palle a tutti.

La Lega punta a scippare un primato al Movimento 5 stelle. Indubbiamente Virginia Raggi è la sindaca peggiore della storia di Roma, ha battuto persino Gianni Alemanno, e credo sia fra le peggiori nell’intero panorama italiano. Vedere la serie storica e fare le comparazioni.

La cosa che più ha colpito in questi anni è la sua totale indifferenza non solo alle critiche ma anche all’evidenza dei suoi fallimenti. E la città ha borbottato, qualche volta ha protestano, poi ha deciso di aspettare che passi la nottata. Matteo Salvini è un competitivo naturale. Come avrebbe potuto ancora accettare che il fratello separato Luigi Di Maio si attestasse, per interposta Raggi, al vertici di una classifica italiana?

Da qui l’idea di Lucia Borgonzoni, nota prima della candidatura per le sue comparsate televisive che mostravano la sua totale estraneità all’abc della politica e dell’amministrazione. Del resto lei stessa si era vantata di non leggere libri, forse convinta dal suo capo che è meglio un moijto sul comodino che un libro di Italo Calvino. Ebbene questa signora ha buone possibilità, sospinta dal vento elettorale leghista, di diventare presidente dell’Emilia-Romagna scalzando Stefano Bonaccini, che ha la colpa di essere competente e di non dire cazzate.

BORGONZONI, UNA CANDIDATA DEL TUTTO INADEGUATA

La campagna elettorale della Borgonzoni è tipo “vedo e non vedo”, in questo senso è molto sexy. Talvolta la portano in giro preferibilmente muta e quando non riescono a farla tacere lei riesce a dire cose che in tempi normali e in un Paese normale la spingerebbero immediatamente verso le scuole serali. Invece sembra che la battaglia sarà all’ultimo sangue. Ci hanno spiegato che voteranno Borgonzoni i penultimi (che in questo modo confermeranno la legittimità di questa singolare posizione) e l’Emilia interna, arrabbiatissima perchè non vede luce nel welfare riformista regionale.

Se la Borgonzoni dovesse vincere l’unica analisi del voto ci porterebbe alla tesi che ormai la sinistra sta sulle palle a tutti

Non so. Ho difficoltà a fare l’analisi del voto dopo le urne, figuratevi prima. Possono dire solo che se la Borgonzoni dovesse vincere l’unica analisi del voto ci porterebbe alla tesi che ormai la sinistra sta sulle palle a tutti. Perché era persino comprensibile che un pezzo di sinistra votasse la sconosciuta Raggi, è del tutto inconcepibile che una regione di rango europeo si affidi alla Borgonzoni sorretta da un leader che bacia eroticamente salami (citare Freud?).

BONACCINI PUÒ DIMOSTRARE CHE UN BUON POLITICO VALE PIÙ DELLE CHIACCHERE

Le ragioni per cui la sinistra può stare talmente sulle palle da portare alla vittoria della Borgonzoni sia su Bonaccini sia sul primato della Raggi sono diverse ma nell’espressione “stiamo sulle palle” si mescolano fatti politici, fenomeni psicologici, ripulse personali, insomma quel grumo di antipatie costruite in lunghi anni di potere. Io credo in Bonaccini a cui è affidato il doppio compito di difendere il baluardo emiliano-romagnolo e di dimostrare che se alcuni di noi stanno sulle palle al popolo, altri no.

Da sinistra, Stefano Bonaccini, Bianca Berlinguer e Lucia Borgonzoni (foto Roberto Monaldo/LaPresse).

Bonaccini ha tutte le caratteristiche per fare l’impresa. Ha fatto e detto cose serie. Non rappresenta quell’ idealtipo di funzionario comunista bacchettone. Soprattutto ci risparmierà la scena terribile che avremmo fra qualche anno di una Bergonzoni cacciata con i forconi perché se la Raggi può contare sulla pazienza cinica dei romani, gli emiliano-romagnoli presi per il sedere non la butteranno in chiacchiere. Fra i tanti discorsi da fare sulla sinistra che deve nascere spetterà a Bonaccini applicare una antica regola della nostra tradizione culturale: mostrare come la prassi sia in grado di innovare la teoria e quindi un buon amministratore vale più delle chiacchiere di tanti politici e politologi di destra e di sinistra.

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Undici soldati Usa in ospedale per l’attacco dell’Iran

Lo ha spiegato alla Cnn il capitano Urban. Il Pentagono in un primo momento aveva negato danni alle persone, ma i militari hanno sintomi di commozione cerebrale.

Undici soldati americani sono stati ricoverati in ospedale dopo avere accusato sintomi di commozione cerebrale ad alcuni giorni dall’attacco missilistico iraniano alla base irachena di Al-Asad. Lo ha confermato alla Cnn il capitano Bill Urban, portavoce del comando centrale degli Stati Uniti, che sovrintende alle truppe in Medio Oriente. Il Pentagono, all’indomani dell’attacco, aveva affermato che vi erano stati danni alle strutture ma non alle persone.

SOTTOPOSTI ALLO SCREENING PER LESIONI CEREBRALI

«I sintomi sono emersi alcuni giorni dopo il fatto e sono stati trattati con abbondante cautela», ha precisato Urban interpellato dalla Cnn sulla discrepanza dalle prime informazioni fornite dal Pentagono. Era stata inizialmente la coalizione anti-Isis a dichiarare in una nota che «mentre nessun membro del servizio americano è stato ucciso nell’attacco iraniano dell’8 gennaio alla base aerea di Al Asad, molti sono stati curati per sintomi di commozione cerebrale dall’esplosione e sono ancora in fase di valutazione». Il portavoce del Pentagono ha poi precisato che otto persone sono state trasportate al Landstuhl Regional Medical Center in Germania e tre sono state inviate a Camp Arifjan in Kuwait per «accertamenti». «La procedura standard prevede che tutto il personale presente sul luogo di una esplosione venga sottoposto a screening per lesioni cerebrali traumatiche e, se è il caso, viene sottoposto ad un livello di assistenza più elevato», ha detto. «Tutti i soldati nelle immediate vicinanze dell’esplosione sono stati visitati e valutati secondo la procedura standard, secondo il Dipartimento della Difesa. Se saranno ritenuti idonei al servizio dopo lo screening, torneranno in Iraq».

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Le quotazioni di Borsa italiana e spread del 17 gennaio 2020

La giornata dei mercati europei e americani in diretta.

Attesa per l’apertura della Borsa italiana, dopo che alla vigilia la Borsa di Milano ha segnato un risultato positivo chiudendo a +0,7%, in controtendenza con le altre principali Piazze europee, piatte o in rosso. Un risultato ottenuto nonostante il rialzo dello spread a 165 punti.

CONTRASTATE LE BORSE ASIATICHE

Le Borse asiatiche sono contrastate dopo il Pil della Cina che fa registrare un rallentamento della crescita, con il dato più basso degli ultimi 30 anni. Sullo sfondo restano le incertezze sui futuri rapporti tra Usa e Cina sul fronte commerciale dopo la firma del mini accordo sui dazi. Chiude in rialzo Tokyo (+0,45%), con il Nikkei che torna sopra la soglia dei 24 mila punti, grazie ai nuovi massimi di Wall Street, e la debolezza dello yen, dando slancio ai titoli che più dipendono dall’export. Sul mercato valutario la divisa nipponica si assesta ai minimi in 8 mesi sul dollaro, trattando a 101,20, e a 122,67 sull’euro. Debole la Cina con Shanghai (+0,05%) piatta e Shenzhen (-0,3%) in calo. Invariata Hong Kong (-0,03%) mentre sono in lieve rialzo Seul e Mumbai (+0,1%). Sul versante macroeconomico in arrivo i dati sulla bilancia commerciale inflazione dell’Eurozona e Italia. Dagli Stati Uniti attesa la produzione industriale, fiducia dei consumatori e indice Jolts sul mercato del lavoro

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Fca tratta con i cinesi di Hon Hai Precision per le auto elettriche e connesse

Le due aziende sono in procinto di firmare un accordo preliminare: all'orizzonte potrebbe esserci una joint venture paritetica.

Fca conferma “di avere in corso discussioni con Hon Hai Precision per la costituzione di una joint venture paritetica per lo sviluppo e produzione in Cina di veicoli elettrici di nuova generazione e l’ingresso nel business IoV (Internet of Vehicles). Le parti – precisa una nota di Fca – sono in procinto di firmare un accordo preliminare che disciplinerà le ulteriori discussioni intese al raggiungimento di un accordo vincolante e definitivo nei prossimi mesi. Non vi è tuttavia garanzia del fatto che tale accordo sarà raggiunto o lo sarà entro tale termine.

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Base di Capo Teulada: un disastro senza colpevoli

Nei 7 mila ettari della base sarda l'inquinamento è accertato. Impossibile, però, stabilire di chi sia la responsabilità. Ora la spiaggia è libera ma il pm ha chiesto l'archiviazione dell'inchiesta partita da esposti che denunciavano l'insorgenza di tumori riconducibili all'attività del poligono. La storia di un paradiso perduto.

A inizio 2019 la liberazione della spiaggia di Capo Teulada dalle servitù militari. Alla fine dello stesso anno la richiesta di archiviazione per l’indagini (da parte del pm) sul disastro ambientale nella base del Sulcis, Sud Ovest della Sardegna.

Tutto risolto, quindi? No, perché nei 7 mila ettari del poligono (il secondo per estensione italiano) l’inquinamento nel territorio è accertato. Impossibile, invece, stabilire di chi sia la responsabilità, individuare dei colpevoli.

Questa la conclusione del magistrato della Procura di Cagliari, Emanuele Secci che, nel 2012, aveva aperto l’inchiesta.

DAGLI ESPOSTI ALLA RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE

Tutto nacque da una ventina di esposti: alcuni abitanti ed ex militari di leva denunciavano leucemie, linfomi di Hodgkin e altri tumori riconducibili alle attività al di là del filo spinato. Indagati i capi di Stato maggiore che hanno guidato la base tra il 2009 e il 2014, un ciclo recente: Giuseppe Valotto, Claudio Graziano, Danilo Errico, Domenico Rossi e Sandro Santroni. A loro carico accuse di omicidio colposo e lesioni (stralciate nel corso del tempo) e di disastro ambientale.

LEGGI ANCHE: Il punto sulla Rwm, la fabbrica delle bombe in Sardegna

Ma se per il magistrato è impossibile dimostrare «il nesso causale tra patologia e alcuni decessi», non si arrendono i malati e i parenti delle vittime che si oppongono all’istanza di archiviazione.

LA STORIA DEL POLIGONO SARDO

Sabbia bianca, cale diverse l’una dall’altra, chiuse da cespugli di macchia mediterranea: eppure il litorale di Teulada è apparso solo di recente nella geografia del turismo balneare. Perché qui, dal 1956, si spara in cielo, mare e terra e non si bonifica. Un territorio affidato all’esercito, a disposizione della Nato, in cui si davano appuntamento gli eserciti internazionali per maxi operazioni di addestramento come la Trident Juncture. Da ottobre a primavera sbarcavano i mezzi cingolati direttamente sulla battigia, in aria rombavano i caccia bombardieri. Non solo: negli ultimi anni sono stati costruiti scenari reali in linea con i conflitti attuali. Ed ecco quindi il villaggio mediorientale e quello balcanico. La base è poi diventata un centro europeo d’addestramento ad alta tecnologia, il principale.

Una immagine d’archivio di una esercitazione con mezzi corazzati nel poligono di Capo Teulada in Sardegna (Ansa).

I “SOUVENIR” DI GUERRA SULLA SPIAGGIA

Ma facciamo un passo indietro, ai decenni precedenti, sebbene l’inchiesta si concentri su una frazione degli ultimi 10 anni. A Teulada le esercitazioni vanno avanti dalla sua nascita senza eccessive tutele, né per l’ambiente, né per le persone; i “souvenir” delle esercitazioni sono ancora ovunque: nella sabbia e in acqua. Al punto che d’estate non è difficile trovare code di missili a poca distanza dalla riva, proiettili, portelloni di carriarmati ormai arrugginiti. Succede a Cala Zafferano e in altre aree: interdette, ma di fatto raggiunte dai bagnanti, via mare.

PENISOLA DELTA, L’AREA OFF LIMITS

E poi c’è un’area ritenuta anche dai militari inaccessibile: una piccola penisola, chiusa da Capo Teulada. Meglio conosciuta come penisola Delta, off limits (per persone e mezzi) perché utilizzata come discarica, abusiva, da sempre. Lì, si sono concentrate le esercitazioni a fuoco, anno dopo anno. Basti pensare che in un periodo campione tra il 2008 e il 2016 ci sono state più di 860 mila esplosioni, secondo la ricostruzione della Procura di Cagliari. E nessuno ha mai ripulito nulla, così sono rimasti anche i materiali inesplosi. Il pericolo quindi non è solo ambientale.

La conclusione di una esercitazione al poligono (Ansa).

LA BONIFICA MAI REALIZZATA

Bonificare ora? Già nel 2016, nell’ambito della Commissione nazionale di inchiesta sull’uranio impoverito, era stato dichiarato impossibile perché antieconomico. Proprio per la Commissione quella penisola era «il simbolo della maledizione che per troppi decenni ha pesato sull’universo militare». L’allora presidente Gian Piero Scanu (Pd) auspicava: «Mai più una gestione del territorio affidata in via esclusiva all’autorità militare, senza interlocuzioni con l’amministrazione dell’ambiente, con la Regione e con le autonomie locali. Garantire al meglio la sicurezza e la salute dei militari non è un sogno, ma un atto dovuto alle nostre forze armate per l’impegno e lo spirito di sacrificio dimostrati ogni giorno al servizio del Paese». Da allora c’è un percorso condiviso tra Regione e Difesa andato avanti nonostante i cambi politici di governo nazionale e locale, eppure i risultati sono limitati. La Sardegna resta terra di esercitazioni e la micro-penisola Delta è sacrificata per sempre: vi si trovano cadmio, piombo, rame, stagno in quantità pericolose. E ci sarebbero sostanze radioattive.

LO SPETTRO DEL FOSFORO BIANCO

Come il fosforo bianco di proiettili utilizzati nel corso di alcune fasi di addestramento. Questa la testimonianza nel 2017 davanti alla Commissione dell’ex caporalmaggiore Vittorio Lentini, dipendente civile della Difesa: «Sparavamo sulla penisola interdetta del poligono militare di Capo Teulada munizioni con la sigla Nato-Wp (white phosphorus, ndr); io stesso le ho infilate nelle bocche da fuoco del mio blindo Centauro». Munizioni chimiche vietate dalle convenzioni internazionali, che hanno «avuto effetti devastanti quando sono state usate dagli americani sulla popolazione di Falluja, in Iraq». Era il 2005: ustioni multiple e interne nei corpi delle vittime. Sui terreni e sui corpi (ora malati) di chi le ha testate non è dato sapere. O meglio: non è ancora il momento del «nesso causale».

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Perché il referendum respinto è un sollievo per Conte

Il no della Consulta al voto chiesto dalla Lega sul maggioritario evita l'ennesima decisione che gli italiani avrebbero preso pro o contro l'ex ministro dell'Interno. Che però ora può far partire la sua campagna contro i "poltronari" di maggioranza. Le ripercussioni.

Pericolo scampato. La Corte costituzionale ha fatto un “favore” al governo respingendo il referendum della Lega per il maggioritario. Era una mina per l’esecutivo: rischiava di diventare l’ennesimo voto pro o contro Matteo Salvini. Ora invece è rimasto “solo” l’ostacolo delle elezioni regionali del 26 gennaio 2020.

VERIFICA DI GOVERNO PIÙ TRANQUILLA

Da Palazzo Chigi è trapelato solo che Giuseppe Conte «ha preso atto» della decisione della Consulta. Ma tutti concordano, tra i giallorossi, che adesso il premier può affrontare con più tranquillità la verifica di governo attesa dopo il voto in Emilia-Romagna e Calabria.

RESTANO I NODI SU PRESCRIZIONE E AUTOSTRADE

In realtà di pericoli ne restano, proprio a partire da un’eventuale sconfitta di Stefano Bonaccini. In più c’è la spina del fianco rappresentata da Italia viva, che dalla prescrizione alla revoca della concessione ad Autostrade, non abbassa il tiro, sapendo tra l’altro di essere determinante in parlamento, numeri alla mano: i renziani continuano a dire che la tenuta del governo (ma non per colpa loro, precisano) è una incognita.

SERVE UNA PROSPETTIVA DI ANNI

Dopo le Regionali per Conte, osserva un ministro, è imperativo provare ad aprire e chiudere la verifica di governo nel più breve tempo possibile: blindare la maggioranza indicando una prospettiva di anni è il modo più efficace per arginare le fibrillazioni nel Movimento 5 stelle e dare il segnale che Salvini può mettersi l’anima in pace perché non si voterà a lungo.

IL PROPORZIONALE INDEBOLIREBBE LA LEGA

Indebolire le prospettive della Lega, anche con una legge elettorale proporzionale, è l’arma migliore – osserva un capogruppo di maggioranza – per arginare le fuoriuscite dal M5s verso la Lega al Senato e mettere al riparo i numeri senza rendere necessari “soccorsi” di responsabili da Forza Italia.

LA QUESTIONE TAGLIO DEI PARLAMENTARI NON FA PAURA

Impensierisce meno la finestra elettorale aperta dal referendum per il taglio dei parlamentari: chi volesse bloccare la riforma dovrebbe tentare subito la spallata al governo, ma dovrebbe pagare il prezzo di un’operazione molto impopolare.

BUONE CHANCE DI APPROVARE IL GERMANICUM

Due sono intanto gli effetti immediati della bocciatura del referendum leghista. Il Germanicum, il sistema proporzionale con sbarramento al 5%, ha ora buone chance di essere approvato. Certo, si può fare con più calma: il taglio dei parlamentari spingerebbe ad accelerare, ma tradizionalmente le leggi elettorali si fanno a ridosso del voto per non destabilizzare la maggioranza.

MA SALVINI HA GIÀ PRONTO IL CONTRATTACCO

Il secondo effetto è più immediato ed è l’apertura della campagna di Salvini contro i “poltronari” di maggioranza: è su quel refrain che il leader leghista vuole puntare per la spallata a Bonaccini. E comunque, avvertono da via Bellerio, prima o poi si tornerà a votare e la Lega sarà ancora forte. Ma tra i leghisti c’è chi ammette qualche timore: per dare più chance al referendum Calderoli di passare, i salviniani hanno firmato anche il referendum contro il taglio dei parlamentari e ora questa mossa si è rivelata un boomerang.

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Taser in dotazione alle forze dell’ordine, c’è il via libera

Previsto l'ok in Consiglio dei ministri prima del passaggio in Consiglio di Stato. Linee guida dei formatori qualificati. Ma non mancano le voci critiche.

Il taser entra ufficialmente nelle dotazioni di polizia, carabinieri e guardia di finanza. La pistola a impulsi elettrici è stata già utilizzata in via sperimentale dalle forze dell’ordine in 12 città. Domani il Consiglio dei ministri approverà in via preliminare il regolamento che disciplina l’impiego dell’arma; dopo un passaggio al Consiglio di Stato per un parere, il provvedimento tornerà in Cdm per l’ok definitivo. A quel punto in tutta Italia il personale in divisa potrà portare in fondina il nuovo strumento di dissuasione.

LINEE GUIDA PER L’UTILIZZO DEL TASER

C’è già una quota di agenti abilitati all’uso del taser. L’addestramento – a cura di formatori qualificati e abilitati dall’azienda produttrice della pistola, modello X2 – è stato svolto presso il Centro nazionale di sperimentazione di Nettuno. Il Dipartimento della Pubblica sicurezza ha emesso delle linee guida per l’uso di quella che viene definita «un’arma propria». La distanza consigliabile per un tiro efficace è dai 3 ai 7 metri. Il taser, è l’indicazione, «va mostrato senza esser impugnato per far desistere il soggetto dalla condotta in atto». Se il tentativo fallisce si spara il colpo, ma occorre «considerare per quanto possibile il contesto dell’intervento ed i rischi associati con la caduta della persona dopo che la stessa è stata attinta».

MA NON MANCANO LE CRITICHE ALL’INTRODUZIONE

Bisogna inoltre tener conto della «visibile condizione di vulnerabilità» del soggetto (ad esempio una donna incinta) e fare attenzione all’ambiente circostante per il rischio di incendi, esplosioni, scosse elettriche. Domani – con decreto del presidente della Repubblica che porta anche la firma del ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese – saranno introdotte le modifiche al regolamento del 1991 che stabilisce i «criteri per la determinazione dell’armamento in dotazione all’amministrazione della pubblica sicurezza e al personale della polizia di Stato che espleta funzioni di polizia». Tra sfollagente, pistola, fucile, mitragliatore, troverà posto anche il taser. La nuova dotazione è stata sollecitata dai sindacati di polizia. Ma non mancano le voci contrarie, da Amnesty al Garante dei detenuti, Mauro Palma, che in passato ha messo in guardia sull’uso della pistola elettrica, a suo parere «giustificato solo in un ambito limitatissimo di casi».

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Perché i canadesi non vogliono Harry e Meghan

Cittadini e stampa si schierano contro il trasferimento dei Sussex. Dal problema dei costi al nodo costituzionale: le ragioni di una convivenza difficile.

I canadesi sbattono la porta in faccia a Harry e Meghan. Ben il 73% è contrario alla prospettiva di un trasferimento a proprie spese dei duchi del Sussex, che dopo il “divorzio” dalla famiglia reale hanno intenzione di dividersi tra il Regno Unito e il Canada, ex dominio britannico. Idea che non piace neanche alla stampa di Ottawa e dintorni, da cui si levano voci contro Harry e Meghan. Già alcuni giorni fa, il premier canadese Justin Trudeau aveva sollevato il problema della tutela che il Paese nordamericano – legato tuttora alla Corona britannica – dovrebbe garantire alla coppia e al piccolo Archie. Non senza evocare la necessità di «colloqui» ad hoc per stabilire la suddivisione dei costi.

SOLO IL 3% PAGHEREBBE IL TRASFERIMENTO DI HARRY E MEGHAN

Secondo un sondaggio condotto dall’organizzazione no profit Angus Reid Institute, solo il 3% dei canadesi ritiene che il Paese dovrebbe accollarsi i costi di trasferimento e della loro sicurezza sul territorio canadese. Un canadese su quattro crede che la famiglia reale britannica abbia oggi meno rilievo nella vita del Canada, mentre il 41% ritiene che non ne abbia affatto. Oltre al tema dei costi, c’è poi un doppio nodo da sciogliere: quello della cittadinanza (per cui Harry e Meghan dovrebbero fare domanda come qualsiasi altra persona, senza privilegi) e quello costituzionale. Se infatti Ottawa riconosce Elisabetta II come “Regina del Canada”, diverso è il discorso per i suoi eredi, che non hanno alcun ruolo costituzionale. L’arrivo dei Sussex, scrive il quotidiano The Globe and Mail, «tocca una delle questioni costituzionali più spinose della monarchia moderna: come mantenere una chiara distinzione tra le corone britannica e canadese».

THE GLOBE AND MAIL: «L’ESEMPIO VIVENTE DELLA DIFFERENZA TRA NOI E LONDRA»

Lo stesso quotidiano afferma che «se i Sussex sceglieranno di risiedere in Canada, saranno esempi viventi delle differenze tra la nostra istituzione nazionale, la Corona canadese, e l’eredità coloniale che il Principe Harry e la signora Markle rappresentano, la monarchia britannica». In maniera ancora più chiara, il giornale scrive che «la famiglia reale britannica è la nostra famiglia reale perché condividiamo lo stesso essere umano come monarca. Ma piuttosto che rappresentare il Canada come uno Stato indipendente, simboleggia la nostra eredità e il continuo legame con la Regina e il Commonwealth». E, «mentre la regina può indossare le sue onorificenze nei ritratti ufficiali e il suo affetto di lunga data per il Canada è senza dubbio genuino, rimane fondamentalmente britannica».

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Il governo vuole estendere il congedo di paternità a un mese

La proposta della sottosegretaria al Lavoro Puglisi prevederebbe anche un aumento da cinque a sei mesi per la madre.

Il governo studia la possibilità di estendere il congedo obbligatorio per la nascita e l’adozione di un figlio da cinque a sei mesi prevedendo che il papà ne utilizzi il 20% quindi un mese. Lo dice la sottosegretaria al Lavoro Francesca Puglisi che annuncia l’insediamento di un gruppo di lavoro sulla questione già nei prossimi giorni. Le nuove norme, se si troveranno le risorse necessarie, dato che il costo dovrebbe essere significativo, potrebbero essere inserite nella prossima legge di Bilancio. «Dobbiamo passare dalla conciliazione tra i tempi di vita e di lavoro che in genere pesa tutta sulle donne», spiega, «alla condivisione delle cure familiari. Lo fa già la Svezia, ci sono regole per un congedo unico utilizzato però per il 20% dal padre». Al momento il congedo obbligatorio è di 5 mesi per la donna e dal 2020 di 7 giorni per il padre.

Le donne – sottolinea Puglisi – fanno carriera più lentamente perché sono spiazzate dal peso delle cure familiari. Per scardinare questo paradigma e fare sì che il lavoro sia condiviso dobbiamo pensare a politiche di condivisione. L’ipotesi di un congedo di sei mesi è ancora in stato embrionale, siamo all’inizio di una riflessione ma penso che si possano usare i fondi europei che sono a disposizione per aumentare il lavoro delle donne per fare una riforma strutturale di questo tipo”. In Italia c’è un divario di occupazione tra uomini e donne che sfiora i 20 punti, al top in Ue, e queste politiche potrebbero essere utili per spingere le donne sul mercato del lavoro. “C’è una nuova crescita dell’abbandono del lavoro dopo la nascita del primo figlio – dice Puglisi – dobbiamo frenare questo andamento. Lavorare è importante per molti motivi, anche per non essere poi pensionate povere”. Chi non lavora è più debole e può essere spinta a non denunciare anche in caso di violenze familiari “perché non c’é autonomia lavorativa. Mantenere il lavoro – conclude – è fondamentale”.

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La Consulta dice no al referendum sulla legge elettorale voluto dalla Lega

L'annuncio al termine di una lunga Camera di Consiglio. Il Carroccio spingeva per trasformare il sistema in un maggioritario. Ma per i giudici della Corte Costituzionale sarebbe stato «eccessivamente manipolativo».

Non si terrà il referendum sulla legge elettorale sostenuto dalla Lega per abrogare le norme sulla distribuzione proporzionale dei seggi e trasformare il sistema in un maggioritario puro. La Corte costituzionale lo ha dichiarato inammissibile perché «eccessivamente manipolativo». Il quesito referendario era stato proposto da otto consigli regionali (di Veneto, Piemonte, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Abruzzo, Basilicata e Liguria), tutti guidati dal centrodestra.

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La Torre Velasca di Milano passa all’americana Hines

Lo storico grattacielo acquisito da una Unipol per una cifra superiore ai 200 milioni: 50 saranno destinati alla riqualificazione, anche degli spazi circostanti,

Passa nelle mani dell’americana Hines la Torre Velasca, storico grattacielo a pochi passi dal Duomo di Milano. Il colosso del real estate, che già questa estate aveva presentato la migliore offerta a Unipol per rilevare l’edificio, ha finalizzato il preliminare per l’acquisizione a una cifra superiore ai 200 milioni: 150 circa milioni più altri 50 milioni per la riqualificazione, anche degli spazi circostanti.

RILANCIO E RIQUALIFICAZIONE DELLA PIAZZA

Realizzato nel 1957 in un’area devastata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale su progetto dello studio di architetti BBPR, l’immobile iconico di 27 piani in piazza Velasca si sviluppa su oltre 20 mila metri quadrati. Hines, già protagonista negli anni passati a Milano nello sviluppo di Porta Nuova con la costruzione del grattacielo Unicredit (ora di proprietà del fondo del Qatar) avvierà un intervento di rinnovamento e ammodernamento per trasformare la torre in un asset immobiliare a uso misto di alta qualità, con prevalenza di uffici, anche attraverso la riqualificazione e il rilancio della piazza.

FONDO DI INVESTIMENTO GESTITO DA PRELIOS

Il fondo di investimento messo in campo per l’operazione sarà gestito da Prelios. «Torre Velasca è un edificio storico, un punto di riferimento immediatamente riconoscibile a tutti i residenti e visitatori di Milano. Questa acquisizione ci offre l’opportunità di dare nuova vita alla configurazione e agli interni ormai obsoleti, trasformando la Torre in uno spazio di lavoro moderno e contemporaneo», ha spiegato Mario Abbadessa, senior managing director e country head di Hines in Italia. L’edificio, in questo nuovo millennio, ha già cambiato proprietà due volte. Nel 2002 era stato ceduto da Allianz a Fondiaria Sai, poi col salvataggio della compagnia dei Ligresti, è finito nel portafoglio di Unipol.

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Segnalate pressioni sui periti del giudice che si occupano del crollo di ponte Morandi

Gli autori sarebbero i consulenti degli indagati. Adesso la procura di Genova dovrà valutare se hanno commesso un reato.

Pressioni sui periti del giudice che si occupano del crollo di ponte Morandi, messe in atto dai consulenti degli indagati. Il gip Angela Nutini, responsabile del secondo incidente probatorio sulle cause del disastro che ha provocato la morte di 43 persone, ha segnalato alla procura di Genova il comportamento che sarebbe stato tenuto dai consulenti. E ora il procuratore Francesco Cozzi valuterà se è stato commesso un reato.

VERSO UN’UDIENZA PARTICOLARMENTE TESA

La vicenda rischia di deflagrare il 17 gennaio, nel corso di quella che dovrebbe essere soltanto un’udienza interlocutoria per comunicare la proroga dei termini per il deposito della perizia, ma che ora si annuncia particolarmente tesa. La goccia che ha fatto traboccare il vaso risalirebbe al 19 dicembre 2019, nel corso dell’ultima riunione tra consulenti e periti.

I PERITI: «NON SIAMO SERENI»

I tecnici di parte hanno chiesto di poter effettuare prove di carico su una trave dell’impalcato del ponte, sostenendone i costi. I risultati di tali prove, secondo gli stessi consulenti, avrebbero dovuto essere acquisiti agli atti. Ma i tre periti del gip si sono opposti, sostenendo che non fosse necessario. Dopo quella riunione, i tre periti hanno denunciato al gip «pressioni costanti» provenienti dai colleghi e di «non essere sereni nello svolgimento del loro lavoro».

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I tormenti di Sanermo tra sessismo e lite Gregoraci-Savino

Amadeus prova a rimediare alle gaffe sulle donne «belle» che «stanno un passo indietro agli uomini». Spiegando di essere stato «frainteso». Ma intanto l'ex di Briatore accusa il conduttore de "L'Altro festival": «Mi ha fatta fuori perché Flavio è di destra».

Sanremo senza pace, prima ancora di cominciare. Tra accuse di sessismo, presunte discriminazioni “politiche” e litigate sui social. L’ultimo caso lo ha fatto scoppiare Elisabetta Gregoraci, che era data come conduttrice de “L’Altro festival“, il programma in onda dopo il Festival su RaiPlay. Invece è saltato tutto. E l’ex lady Briatore ha identificato subito il colpevole: Nicola Savino, conduttore radiofonico e tra le altre cose volto de Le iene.

«MOTIVI INESISTENTI, PRETESTUOSI E STRUMENTALI»

Sui suoi profili social la Gregoraci si è sfogata così: «A malincuore, vi informo che ho appena saputo “a cose fatte” che non farò parte del cast de “L’Altro festival” così come annunciato dai media e come da accordo che mi aveva ufficializzato la Rai». Il motivo? «Ve lo spiego: il signor Nicola Savino, con cui avrei dovuto co-condurre il format, ha imposto la sua volontà ed ottenuto con forza e prepotenza la mia esclusione, adducendo motivi inesistenti, pretestuosi e strumentali».

COLPA DI UN EX MARITO DI DESTRA?

In particolare la showgirl ha riportato quella che ha descritto come una «affermazione pronunciata nel corso di una nostra conversazione telefonica privata e che mi ha molto ferito». E cioè che dietro la decisione ci sarebbe «la presunta appartenenza politica alla destra del mio ex marito (Flavio Briatore, ndr), in quanto all’interno del format avrebbe già incluso comici sostenitori di sinistra».

«CALPESTATA LA MIA DIGNITÀ»

La Gregoraci ha quindi scritto di sentirsi «basita e profondamente scossa per quanto accaduto anche perché non ho avuto la possibilità di difendermi poiché è stato fatto tutto alla mie spalle e sono stata trattata come nessuno dovrebbe mai essere trattato, calpestando la mia dignità di donna e di professionista».

«HO BISOGNO DEL VOSTRO SOSTEGNO»

In conclusione: «Ho riflettuto bene se fosse il caso o meno di rendere pubblica questa vicenda; alla fine ha prevalso il desiderio di verità perché è giusto che il pubblico che mi segue da anni sappia tutto e, soprattutto, perché in questo momento più che mai ho bisogno del vostro sostegno».

IL COMMENTO DI BRIATORE (CON INSULTI)

Anche Briatore è intervenuto per commentare lo scontro, prendendo le parti dell’ex moglie e attaccando in maniera molto sintetica Savino: «Coglione arrogante».

E INTANTO AMADEUS PROVA A FARE RETROMARCIA

Al di là dell’imbarazzante (per il Festival) polemica, si è parlato molto anche delle parole che Amadeus ha rivolto – durante la conferenza stampa di Sanremo – a Francesca Sofia Novello, fidanzata di Valentino Rossi, una delle donne che condivideranno con lui il palco. Presentandola ha detto di «averla scelta per la bellezza, ma anche per la capacità di stare accanto a un grande uomo, stando un passo indietro». Affermazioni che sui social sono state pesantemente criticate, con accuse di superficialità e di sessismo. Amadeus è stato dunque costretto a raddrizzare il tiro, o quantomeno a provarci: «Mi dispiace che sia stata interpretata malevolmente la mia frase, sono stato frainteso», ha detto all’Ansa. «Quel “passo indietro”», ha spiegato, «si riferiva alla scelta di Francesca di stare fuori da riflettori che inevitabilmente sono puntati su un campione come Valentino».

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Perché il Cantiere Taranto stenta a partire

Il decreto per rilanciare la città è bloccato al Mef per mancanza di risorse. In gioco non ci sono solo le tutele per i lavoratori ex Ilva, ma anche bonifiche e sgravi fiscali. Qualcosa sembra muoversi, ma sono tante le promesse rimaste sulla carta. Mentre i dati su disoccupazione, Pil e formazione preoccupano. Una fotografia.

Il cantiere Taranto è fermo. Con il testo del decreto, annunciato a dicembre, ancora bloccato al ministero dell’Economia

Il motivo è lo stesso che aveva portato al primo congelamento: la mancanza di risorse.

Così, in attesa di una soluzione, il dossier è slittato di qualche settimana. Da Palazzo Chigi garantiscono a Lettera43.it che «il decreto è in dirittura d’arrivo, si sta lavorando sugli altri aspetti che compongono il cantiere Taranto», oltre a quelli già individuati con una copertura certa.

IN ATTESA DEL TAVOLO SUL CONTRATTO ISTITUZIONALE DI SVILUPPO

Il sindaco della città, Rinaldo Melucci, nelle ultime ore ha fatto sentire la sua voce. «Taranto vuole conoscere al più presto il proprio destino», ha dichiarato dopo il rinvio del tavolo con il ministero dello Sviluppo economico sul Contratto istituzionale di sviluppo (Cis), previsto il 17 gennaio. Il Cis, siglato nel 2015, è in questo senso una sorta di apripista del cantiere Taranto. Palazzo Chigi ha specificato che «la gestione del tavolo del Contratto istituzionale di sviluppo è stata riportata sotto la presidenza del Consiglio. Domani (venerdì 17 gennaio, ndr) si terrà una riunione tecnica e a stretto giro sarà riconvocato il tavolo». 

Rinaldo Melucci, sindaco di Taranto (Ansa).

La spia della tensione è comunque virata sul rosso e i tarantini attendono che le promesse vengano mantenute. Anche perché resta la questione ex Ilva che fa da ombra a tutto il resto. Pure sullo stabilimento, il governo professa ottimismo: «Il Green deal dell’Ue e il Just Transition Mechanism rappresentano una opportunità per incentivare la riconversione dello stabilimento siderurgico di Taranto nel passaggio verso la decarbonizzazione».

QUEI FONDI DA STANZIARE

Una prima iniezione potrebbe arrivare dal Fondo per lo sviluppo e la coesione che ha una dotazione di 5 miliardi di euro, a partire dal 2021. I soldi possono essere stanziati fin da subito, garantendo una copertura ai progetti, anche in vista dei Giochi del Mediterraneo del 2026 assegnati proprio a Taranto. Ma per farlo è necessaria la volontà politica. La decisione sulla spesa spetta principalmente al ministro del Sud, Giuseppe Provenzano.

GLI INVESTIMENTI: DAL PORTO AL TECNOPOLO

«Dobbiamo mettere a punto il Cantiere Taranto, bisogna fare presto», dice a Lettera43.it la senatrice salentina del Movimento 5 stelle ed ex ministra per il Sud, Barbara Lezzi. «È importante proseguire con gli investimenti previsti. Penso alla questione porto, al restauro del centro storico, e alla necessità di procedere con il Tecnopolo. Sarebbe utile un incontro con imprese, artigiani e cittadini per dare una vocazione alla città. Così non si parlerebbe solo di ciminiere. Anche per i Giochi del Mediterraneo occorre progettare fin da ora la preparazione di un evento così importante», spiega Lezzi.

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L’ex ministra per il Sud Barbara Lezzi, del M5s (Ansa).

E proprio sul Tecnopolo la presidenza del Consiglio annuncia passi in avanti: «Sta per divenire realtà. Venerdì in Consiglio dei ministri si approverà lo statuto della fondazione Istituto ricerche Tecnopolo Mediterraneo per lo sviluppo sostenibile».

LA PRIMA BOZZA DEL DECRETO

La bozza del decreto è circolata per la prima volta il 17 dicembre. Nei 21 articoli ci sono varie misure: dalla tutela dei lavoratori ex Ilva fino al sostegno ai settori ricerca e innovazione, passando per l’impegno su salute e ambiente. Tra le norme figura infatti il potenziamento dei presidi sanitari e il programma di bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione dell’intera area di Taranto. Passando alla fiscalità, il governo vuole finanziare gli interventi per la demolizione delle strutture abusive nella città vecchia ed estendere la zona franca urbana che prevede esoneri contributivi per le piccole imprese che operano nell’area. 

Operai ex Ilva (Ansa).

PREOCCUPANO DISOCCUPAZIONE E BASSO REDDITO

Gli indicatori economici e sociali confermano un quadro complesso e quindi la necessità di un piano per il rilancio. I dati Istat del 2018 riportano di un tasso di disoccupazione pari al 16,7%, il secondo più alto della Puglia (dopo la provincia di Lecce che però vede una diminuzione costante del tasso): un balzo in avanti preoccupante rispetto al 9,6% del 2009. L’unica consolazione è che in confronto al 18,8% del 2015 il trend si è un po’ invertito. Ma non basta. E lo conferma un altro elemento: le altre province pugliesi hanno abbassato, di molto, il tasso di disoccupazione, superando e staccando Taranto. 

LEGGI ANCHE: La Puglia è ora il laboratorio pro-Salvini di Renzi e Calenda

Non va meglio per quanto riguarda i bilanci delle famiglie. Sul reddito lordo pro capite la città di Taranto è in sofferenza: stando ai dati elaborati dal centro studi Twig, nel 2017 era in media di 18.685 euro. Il progetto “Benessere equo e sostenibile (Bes) delle province”, pubblicato nel 2019, ha individuato ulteriori problemi: «Considerando gli indicatori di disagio economico, i provvedimenti di sfratto interessano nella provincia di Taranto 2,6 famiglie ogni mille nuclei, risultando più frequenti rispetto alla media di Puglia (2,4 per mille) e d’Italia (2,0 per mille). I prestiti bancari alle famiglie mostrano localmente un più marcato rischio di entrare in sofferenza (1,9%) nel confronto con il dato regionale e nazionale», si legge nella ricerca. 

IL GAP NELLA FORMAZIONE

E anche sul tema della formazione emergono dei limiti, per quanto condivisi con le città limitrofe: «I ragazzi della provincia che hanno terminato corsi universitari costituiscono il 18% del totale, una quota simile rispetto alla media di Puglia ma più bassa di quella d’Italia, che si attesta intorno al 24,4%». Occorre quindi una visione complessiva del problema, che sappia guardare il futuro. «Se 10 anni fa avessimo dragato il porto di Taranto, oggi l’hub cinese del Pireo starebbe in Italia. Stiamo sprecando una rendita di posizione», ha sentenziato nel corso di un incontro il presidente Svimez, Adriano Giannola

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