Category Archives: esteri

Libia, nuovi raid contro l’aeroporto di Tripoli

Dei razzi Grad avrebbero colpito lo scalo di Mitiga poco lontano dalla capitale. Accuse alle forze di Haftar. Bloccati arrivi e partenze fino a nuovo ordine.

L’aeroporto internazionale Mitiga, l’unico in funzione a Tripoli, è stato colpito da «sei razzi Grad in una flagrante minaccia alla navigazione aerea e una nuova violazione del cessate il fuoco». Lo ha scritto la pagina Facebook di “Vulcano di collera“, l’operazione di difesa della capitale libica dall’attacco delle forze del generale Khalifa Haftar. A colpire lo scalo sono state le «milizie del criminale di guerra e ribelle Haftar», ha precisato il post citando il portavoce colonnello Mohamed Gnounou senza fornire altri dettagli.

SCALO CHIUSO FINO A NUOVO ORDINE

Nel corso della mattinata la pagina Facebook dell’aeroporto ha annunciato la «sospensione di tutti i voli all’aeroporto internazionale di Mitiga fino a nuovo ordine». «La caduta dei proiettili», si legge nel comunicato, «ha avuto luogo al momento dell’atterraggio, poi avvenuto in sicurezza a Misurata, di un aereo delle Libyan Airlines proveniente dall’aeroporto di Cartagine» in Tunisia, precisa lo scalo. Come noto le forze del generale Haftar hanno più volte bersagliato l’aeroporto, situato a meno di dieci km dal centro, sostenendo che serve per far giungere a Tripoli aiuti militari e combattenti a sostegno del governo del premier Fayez al-Sarraj.

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Cosa sappiamo sull’hackeraggio ai danni di Bezos da parte del principe Bin Salman

Secondo il Guardian l'erede della corona saudita avrebbe inviato un malware al capo di Amazon per sottrarre dati. Tra le informazioni rubate potrebbero esserci anche quelle finite sul National Enquirer.

Nuovo colpo di scena nella vicenda che vede Jeff Bezos puntare il dito contro il regno dell’Arabia Saudita. Secondo un’inchiesta del Guardian, il telefono del fondatore di Amazon e proprietario del Washington Post è stato «hackerato dal principe ereditario saudita» Mohammed bin Salman, cinque mesi prima dell’omicidio del giornalista oppositore saudita Jamal Khashoggi, collaboratore del quotidiano Usa, avvenuto nel ottobre del 2018.

FURTO DI DATI ATTRAVERSO UN MALWARE

Il regime saudita aveva già negato in passato di aver preso di mira il telefono di Bezos, ma il quotidiano britannico ha fornito ora nuovi dettagli sui risultati di analisi digitali sul cellulare. Il dispositivo dell’uomo più ricco del mondo sarebbe stato hackerato dopo aver ricevuto un messaggio WhatsApp apparentemente inviato dal numero personale del principe saudita, hanno riferito fonti al giornale britannico. Si ritiene che il messaggio contenesse «molto probabilmente» un video infettato da un malware che si è infiltrato nel telefono di Bezos, secondo i risultati di analisi digitali. I due uomini stavano scambiando una conversazione «apparentemente amichevole» su WhatsApp quando, il primo maggio del 2018, è stato inviato il file, hanno aggiunto le fonti al quotidiano britannico. Il virus avrebbe quindi sottratto una grande quantità di dati dal telefono di Bezos per ore che tuttavia non è a conoscenza di cosa sia stato ‘rubato’ né che uso ne sia stato fatto.

HACKERAGGIO AVVENUTO CINQUE MESI PRIMA DELL’OMICIDIO KHASHOGGI

La rivelazione del quotidiano britannico getta nuove ombre sul caso del giornalista Khashoggi, ucciso nel consolato saudita di Istanbul, cinque mesi dopo il presunto hackeraggio del telefono dell’editore del Post. L’Arabia Saudita ha sempre sostenuto che l’omicidio di Khashoggi, per il quale era finito nel mirino il regime di fatto guidato dal principe ereditario, fosse il risultato di una «operazione canaglia». Lo scorso dicembre, un tribunale saudita ha infatti condannato otto persone che sarebbero coinvolte nell’omicidio dopo un processo a porte chiuse criticato dai difensori dei diritti umani. Riad aveva inoltre già smentito di aver hackerato il telefono di Bezos dopo che il fondatore di Amazon aveva accusato i sauditi di averlo «intercettato» e di essere dietro alla pubblicazione di dettagli della sua vita privata da parte del National Enquirer, come la relazione segreta con la conduttrice tv Lauren Sanchez. La vicenda aveva dato il via all’analisi del suo cellulare da parte di esperti digitali, giunti poi alla conclusione rivelata dal Guardian.

I LEGAMI TRA I SAUDITI E IL NATIONAL ENQUIRER

Secondo Gavin de Becker, capo della sicurezza di Bezos, esiste un legame tra la casa reale saudita è David Pecker, l’amministratore delegato di American Media, il gruppo editoriale che pubblica il National Enquirer. In particolare de Becker ha raccontato in un editoriale sul The Daily Beast di un incontro alla Casa Bianca tra il presidente Trump, Jared Kushner e Kacy Grine, intermediario in Usa del principe bin Salman. Non solo. Secondo de Becker Pecker è volato in Arabia Saudta per incontrare personalmente il principe. Nel marzo del 2018 in occasione della visita negli Stati Uniti del principe ereditario durante la quale ci fu anche il primo incontro con Bezos, American Media ha pubblicato un numero speciale celebrativo sull’erede dei Saud intitolato The New Kingdom.

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Impeachment, così i repubblicani ostacolano il processo a Trump

Non è stata accettata la testimonianza dell'ex consigliere alla sicurezza Bolton, né l'acquisizione dei documenti sugli aiuti militari all'Ucraina poi stoppati. Tensione alle stelle tra conservatori e dem.

Niente testimonianza di John Bolton nel processo a Donald Trump. Dopo una maratona durata oltre 13 ore nell’aula del Senato Usa si è conclusa la prima giornata del processo al presidente con l’approvazione della risoluzione presentata dal leader della maggioranza repubblicana Mitch McConnell sulle regole del dibattimento. I repubblicani hanno bocciato 11 emendamenti dei democratici, tra cui quello che prevedeva la testimonianza dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca John Bolton.

BLOCCATA L’ACQUISIZIONE DI DOCUMENTI SULL’UCRAINA

I repubblicani hanno anche bloccato la richiesta dei democratici di acquisire alcuni documenti del Pentagono, del Dipartimento di Stato e dell’ufficio bilancio della Casa Bianca. Carte relative soprattutto alla decisione di Donald Trump di congelare 400 milioni di dollari di aiuti militari all’Ucraina, secondo l’accusa per fare pressioni su Kiev perché aprisse un’indagine sui Biden e sui democratici. No dei repubblicani anche alla richiesta di ascoltare in aula la testimonianza di altri funzionari della Casa Bianca, tra cui il capo dello staff Mick Mulvaney.

TRE GIORNI A TESTA PER ACCUSA E DIFESA, TENSIONE GIÁ ALLE STELLE

La risoluzione McConnel fissa le regole per il processo, tra cui quella che accusa e difesa avranno tre giorni a testa per esporre le proprie considerazioni per un arco di tempo non superiore a 24 ore. Le ultime battute della prima giornata del dibattimento in Senato sono state contraddistinte, oltre che dalla stanchezza, anche da un grande nervosismo, con il presidente della commissione giustizia della Camera, Jerry Naddler, che ha accusato i repubblicani e la Casa Bianca di aver respinto tutte le richieste: «Solo chi è colpevole cerca di nascondere le prove». Pronta la risposta del team di legali del presidente Trump, che hanno definito l’impeachment «una farsa» e accusato Naddler e gli altri rappresentanti dell’accusa di voler fare «carta straccia della Costituzione». Uno scambio veemente che ha costretto il presidente della seduta, il giudice della Corte Suprema John Roberts, ad ammonire le parti richiamandole a moderare i toni e ad usare un linguaggio e un comportamento consono.

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Cosa dice l’Organizzazione mondiale della sanità sul coronavirus

Riunione a Ginevra del comitato di emergenza. Intanto un contagio è già registrato negli Usa e uno a Taiwan.

La riunione del Comitato d’emergenza dell’Organizzazione mondiale della sanità è prevista la mattina del 22 gennaio a Ginevra per valutare la portata dell’epidemi del virus simile alla Sars. In Cina, secondo un bilancio aggiornato nella notte, il contagio ha toccato oltre 400 persone, con nove morti. Un caso è stato accertato il 21 gennaio negli Stati Uniti, un altro a Taiwan. Rafforzati i controlli negli aeroporti, anche quelli italiani. Convocate per il 22 anche le autorità sanitarie europee. Il virus contagia anche le Borse: in calo Europa e Wall Street, Tokyo apre all’insegna della cautela. Dalla Cina arriva intanto un nuovo allarme: «Il virus può mutare e propagarsi più facilmente».

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Il Libano ha un nuovo governo con un premier vicino a Hezbollah

Hassan Diab alla guida di un esecutivo formato da 20 ministri. Ma i partiti filo-occidentali restano fuori. E la piazza è pronta a riesplodere.

Il nuovo governo libanese guidato dal premier Hassan Diab, vicino agli Hezbollah filo-iraniani e incaricato di traghettare il Paese attraverso la più grave crisi economica e politica dalla fine della guerra civile, è nato il 21 gennaio dopo poco più di un mese di intense consultazioni e dopo giorni di violenti scontri a Beirut tra manifestanti anti-governativi e forze di sicurezza.

«Il nuovo esecutivo lavorerà per soddisfare le richieste dei dimostranti», ha subito promesso il premier, ma la piazza sembra già pronta a riesplodere contro un governo ritenuto ancora troppo legato all’establishment. Diab, 60 anni, aveva ricevuto l’incarico di formare un nuovo esecutivo il 19 dicembre. Un mese e mezzo prima si era dimesso il suo predecessore, Saad Hariri, in seguito a forti pressioni popolari nel quadro delle proteste contro il carovita e la corruzione scoppiate in varie città del Paese a metà ottobre.

Il governo Diab è più piccolo dei precedenti, con ministri ridotti di un terzo. Si tratta in tutto di 20 persone, che in passato non hanno assunto incarichi ministeriali. Sei le donne tra cui, per la prima volta, la nuova ministra della Difesa Zeina Acar. Ma molti analisti osservano che dietro le nomine ci sono gli stessi movimenti politici al potere da decenni, messi sotto accusa dal movimento di protesta.

La scelta di Hariri di dimettersi e, soprattutto, di non voler ricandidarsi, aveva di fatto rotto l’accordo politico-istituzionale raggiunto un anno fa tra il fronte filo-iraniano, incarnato dall’alleanza tra gli Hezbollah e il presidente della Repubblica cristiano Michel Aoun, e l’asse filo-occidentale, rappresentato dallo stesso Hariri e dai partiti cristiani delle Forze libanesi, delle Falangi e dal partito druso di Walid Jumblat. Proprio questi ultimi partiti, storicamente più vicini agli Stati Uniti, alla Francia e all’Arabia Saudita, sono fuori dal nuovo esecutivo, segnando una rottura negli equilibri di consenso che reggono da circa dieci anni in Libano.

Il nuovo premier, ex ministro dell’Istruzione, ricordato per aver innalzato le tasse universitarie del 300%, ha ora la missione pressoché impossibile di riguadagnare la fiducia della piazza in rivolta, operando al tempo stesso le tanto attese riforme economiche indicate come necessarie per sbloccare gli aiuti finanziari promessi dalla comunità internazionale, in particolare dalla Francia, dagli Stati Uniti e dall’Unione europea.

I fondi stranieri dovrebbero far rifiatare l’economia e, soprattutto, il sistema bancario, in forte difficoltà da quando in estate è cominciata in tutta la regione un’improvvisa crisi di liquidità del dollaro statunitense con la svalutazione della lira locale. Le banche hanno da metà novembre imposto il controllo dei capitali e i piccoli e medi risparmiatori ne stanno pagando le conseguenze, in un quadro sempre più difficile di aumento della disoccupazione e impennata dei prezzi dei beni al consumo. È in questo contesto che negli ultimi giorni, per la prima volta, si sono registrati a Beirut ripetuti e violenti scontri tra manifestanti e polizia, col ferimento di centinai di dimostranti e decine di agenti.

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Il dossier di Greenpeace svela l’ipocrisia delle banche a Davos

Gli attori finanziari al World Economic Forum si uniscono all'allarme degli attivisti contro i cambiamenti climatici. Ma dalla firma degli accordi di Parigi al 2018 hanno dato all'industria fossile 1,4 mila miliardi di dollari.

Per la prima volta nella storia il clima è in cima ai rischi globali presi in considerazione dal Global Risks Report del World Economic Forum (Wef) di Davos. E all’annuale appuntamento in Svizzera i protagonisti fanno gara a chi è più sensibile ai cambiamenti climatici, un tema verso il quale elettori e consumatori sono sempre più sensibili. Eppure, alcuni dei pezzi da novanta presenti nella cittadina alpina sono tra i primi a finanziare e a sostenere le aziende alla base della catena che ha generato la crisi ambientale.

«LE BANCHE HANNO DATO ALL’INDUSTRIA FOSSILE 1,4 MILA MILIARDI»

Secondo un report di Greenpeace, le banche (e i fondi finanziari) che con i loro amministratori delegati partecipano al Wef sono complessivamente esposte nei confronti delle aziende dell’industria fossile per 1,4 mila miliardi di dollari. Tra le società rappresentate all’evento, sottolinea Greenpeace, figurano anche cinque tra le «peggiori compagnie assicurative del settore del carbone». La somma è stata investita da 24 soggetti finanziari in cinque anni, ovvero dalla firma degli accordi di Parigi che hanno stabilito i nuovi traguardi da raggiungere per arrestare i cambiamenti climatici.

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I sindacati rivendicano un nuovo blackout a sud di Parigi

CGT Energie ha confermato di aver tagliato i collegamenti nella zona meridionale della capitale francese. Colpiti i collegamenti con l'aeroporto di Orly. Ennesimo atto del braccio di ferro sulla riforma delle pensioni.

Ancora corrente tagliata in Francia in un nuovo blitz contro la riforma delle pensioni rivendicata da CGT Energie. In particolare, il sindacato in lotta contro il progetto di Emmanuel Macron ha annunciato di essere all’origine del blackout di questa mattina nella zona dell’aeroporto di Orly e i mercati generali di Rungis, a sud di Parigi, con l’«obiettivo di colpire l’economia e mostrare la mobilitazione contro la riforma delle pensioni».

ECALATION VERSO IL CDM DEL 24 GENNAIO

«L’obiettivo», ha spiegato il segretario generale di Fnme-Cgt, Sébastien Menesplier, «è passare ad una velocità superiore dopo la mobilitazione del 9 gennaio e andare via via crescendo fino al 24 gennaio», giorno in cui la riforma verrà presentata in consiglio dei ministri. «Nel settore dell’energia», ha aggiunto il sindacalista, «la lotta non cala, abbiamo recensito 30.000 scioperanti, contro 60.000 all’apice della mobilitazione, tra il 5 e il 9 dicembre». Quanto ai tagli, il sindacato si assume tutte le «conseguenze», tra cui le denunce di Enedis, il gestore della rete elettrica di Francia, ha precisato.

COLPITO IL TRENO TRA ORLY E LA CAPITALE

Secondo Menesplier, il black out del 21 gennaio ha colpito l’OrlyVal, il treno automatico che collega l’aeroporto di Orly, ma «non la torre di controllo», del secondo scalo di Francia dopo lo Charles-de-Gaulle. Colpiti dallo stop della corrente elettrica, poi rapidamente ripristinata dai tecnici di Enedis, anche diversi comuni dell’hinterland parigino, oltre a Orly e Rungis, anche Thiais, Wissous e Anthony.

FURIOSA LA REAZIONE DEL GOVERNO FRANCESE

Durissima la replica del ministro francese incaricato per la Città e la Casa, Julien Denormandie. Quanto accaduto «è scandaloso, lo dico molto chiaramente, ed è anche irresponsabile», ha tuonato il fedelissimo del presidente Emmanuel Macron, aggiungendo: «Immaginate non solo il disagio, ma anche la messa in pericolo delle persone, quando sei dentro un ascensore e all’improvviso salta la corrente o quando sei sotto assistenza respiratoria, a casa, hai bisogno di macchine per l’ossigeno» e se ne va via la luce. Denormandie si è quindi appellato al segretario generale della Cgt, Philippe Martinez, affinché «denunci chiaramente» questo genere di azioni rivendicate dall’antenna locale di Cgt-Energie Val-de-Marne. Tra gli iscritti, il sindacalista Franck Jouano ha minimizzato i fatti dicendo che quanto accaduto «non è la fine del mondo».

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Quali sono i sintomi del virus misterioso proveniente dalla Cina

Il ministero della Salute mette in guardia chi si recherà a Wuhan. Ma soprattutto dà i consigli per evitare il contagio o riconoscere tempestivamente i segnali della malattia.

Fobia in Cina per il virus misterioso partito dalla città di Wuhan. Tanto che il ministero della Salute ha dato alcuni consigli per affrontare al meglio un eventuale viaggio in oriente. «Consultate il medico e vaccinatevi contro l’influenza almeno due settimane prima del viaggio. Valutate l’opportunità di rimandare viaggi non necessari», si legge nella nota ministeriale che sono state affisse nell’aeroporto di Roma Fiumicino.

I SINTOMI DEL VIRUS

Tosse secca, febbre e difficoltà respiratorie sono i primi campanelli d’allarme del possibile contagio del coronavirus (2019-nCoV). I coronavirus sono una vasta famiglia di virus noti per causare malattie che vanno dal comune raffreddore a malattie più gravi come la sindrome respiratoria mediorientale (Mers) e la sindrome respiratoria acuta grave (Sars). Questo nuovo coronavirus tuttavia è un nuovo ceppo che non è stato precedentemente mai identificato nell’uomo.

LE COSE DA EVITARE SE SI VA A WUHAN

Il Ministero da anche alcuni consigli a chi è costretto a recarsi a Wuhan e non può rimandare il viaggio. In primis una cura dell’igiene quasi spasmodica. Quindi lavare frequentemente le mani con acqua e sapone, coprire la bocca e il naso con un fazzoletto quando si starnutisce o tossisce senza usare però le mani ma meglio un fazzoletto di carta. Poi un lungo elenco di ‘divieti’: «Evitate il contatto con persone affette da malattie respiratorie. Evitate luoghi affollati, in particolare mercati del pesce e di animali vivi. Evitate di toccare animali e prodotti di origine animale non cotti». Nel caso in cui i sintomi del virus comparissimo il consiglio è quello di rivolgersi a un medico o a una struttura sanitaria. Ma soprattutto bisogna evitare di mettersi in viaggio se malati. Per qualsiasi necessità il Ministero consiglia di contattare l’Ambasciata o il Consolato di appartenenza.

ATTENZIONE ANCHE IN ITALIA

L’invito comunque è quello di mantenere alta l’allerta anche al rientro in Italia. «Se nelle due settimane successive al vostro ritorno si dovessero presentare sintomi respiratori (febbre, tosse secca, mal di gola, difficoltà respiratorie) a scopo precauzionale contattate il vostro medico di fiducia, riferendo del vostro recente viaggio», si legge ancora nella nota ministeriale. Attualmente non esiste un trattamento specifico per la malattia causata da questo coronavirus. Il trattamento attualmente è basato sui sintomi del paziente e la terapia di supporto può essere molto efficace.

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Una bambina di sette anni è stata violentata e uccisa in Pakistan

Il brutale duplice reato si è svolto nel distretto di Nowshera, nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa. I due malviventi sono stati arrestati dalla polizia.

Orrore in Pakistan dove una bambina di appena sette anni sarebbe stata violentata e poi uccisa. Tutto è successo in una zona nordoccidentale del Paese. Una notizia scioccante e diffusa dalla polizia che si è messa subito a indagare su quanto successo nel distretto di Nowshera, nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa.

RICOSTRUZIONE PRELIMINARE

Secondo quanto ricostruito in un primo momento dalle forze dell’ordine, due uomini sarebbero stati colti in flagrante nel distretto di Nowshera mentre stavano tentando di affogare la piccolina. Ad avvistarli mentre mettevano in atto l’empio delitto sono stati i genitori della bambina che da qualche ora la stavano cercando dopo che non era ritornata a casa dopo aver partecipato a un seminario. L’arrivo del papà e della mamma della bimba di soli sette anni ha messo in fuga i due uomini. Per la piccola, tuttavia, non c’era più niente da fare.

I TENTATIVI DI SALVATAGGIO

Il corpo è comunque stato portato in ospedale dai due genitori dove i medici hanno però potuto solo constatarne il decesso. Nelle indagini autoptiche è venuto fuori che la bimba era stata violentata prima di essere uccisa. Una volta diffusasi la notizia del terribile omicidio, molte persone del posto si sono messe alla ricerca degli assassini per farsi giustizia sommaria. Quando i due criminali sono stati ritrovati è anche intervenuta prontamente la polizia che ha preso in custodia i malviventi evitando un linciaggio in piazza.

LA LEGGE CONTRO L’ABUSO SUI MINORI

Ed è proprio per scongiurare l’incremento degli abusi sui minori, che qualche giorno fa il parlamento pachistano ha varato un disegno di legge che prevede pene da un minimo di 10 anni a un massimo dell’ergastolo per chi abusa dei bambini. Pene severe che nell’ottica della giustizia del Paese avrebbero il dovere di fermare questa piaga sociale.

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Un uomo ha ucciso due poliziotti in una sparatoria a Honolulu

Armato di coltello ha attaccato diverse persone nell'area di Waikiki. Poi ha aperto il fuoco sugli agenti.

Un uomo armato ha accoltellato dei passanti e aperto il fuoco sulla polizia, uccidendo almeno due agenti, a Honolulu, nello Stato americano delle Hawaii. Il Fbi è entrato in azione nella popolare area di Waikiki per fermarlo. I fatti sono riportati dalla Cnn. Prima di uccidere i poliziotti, l’uomo avrebbe dato fuoco anche ad almeno un’abitazione nell’area.

ARMATO DI COLTELLO

L’aggressore avrebbe un’arma da fuoco ma anche un coltello, con il quale avrebbe attaccato diverse persone. Proprio l’allarme causato dagli accoltellamenti avrebbe spinto la polizia a intervenire. Davanti agli agenti l’uomo avrebbe aperto il fuoco, uccidendone due. Sono le ricostruzioni iniziali dei media americani sull’incidente nell’area di Waikiki.

A FUOCO DIVERSE ABITAZIONI

Le fiamme divampate da una casa si sarebbero estese e avrebbero mandato a fuoco almeno altre quattro o cinque abitazioni. Lo hanno riportato i media americani, secondo i quali non è escluso che l’aggressore si trovasse nella prima casa divorata dalle fiamme. Gli agenti, infatti, al momento non sembrerebbero impegnati in una caccia all’uomo.

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Intesa tra Usa e Cina per una rimozione graduale dei dazi

Trump annuncia l'accordo con la Cina su twitter. Bloccate le tariffe che dovevano entrare in vigore il 15 dicembre. Il vice ministro del Commercio Wang: rimozione per «fasi graduali». Wall street prima brinda, poi ci ripensa.

Il dazio, infine, è tratto. Donald Trump ha annunciato come di consueto via twitter il raggiungimento di un accordo tra Usa e Cina sulle tariffe commerciali. «Abbiamo raggiunto un’intesa sulla fase uno dell’accordo con la Cina», che ha dato il suo via libera «a molti cambi strutturali e ad acquisti massicci di prodotti agricoli, energetici e manifatturieri», ha sottolineato Trump, evidenziando che non scatteranno i dazi che dovevano entrare in vigore il 15 dicembre.

«Rimarranno come sono i dazi del 25%», ha aggiunto il presidente Usa. Più tardi, il vice ministro del Commercio cinese, Wang Shouwen ha spiegato: l’accordo prevede la rimozione dei dazi per «fasi graduali».

Forniture di prodotti chimici stanno per essere caricate nel porto di Zhangjiagang nella provincia orientale dello Jiangsu ( JOHANNES EISELE/AFP via Getty Images)

RAFFORZATO IL COPYRIGHT E MERCATO CINESE PIÙ APERTO

Wang, uno dei negoziatori di punta del team cinese per il ruolo di vice rappresentante per il Commercio internazionale, ha spiegato che l’accordo include il rafforzamento della tutela dei diritti sulla proprietà intellettuale, l’espansione dell’accesso al mercato domestico e la salvaguardia dei diritti delle compagnie estere in Cina, tra le questioni più contestate dalla parte americana a Pechino.

Merci in fase di carico nel porto di Zhangjiagang nella provincia orientale dello Jiangsu (JOHANNES EISELE/AFP via Getty Images)

NOVE PUNTI PER L’INTESA

Il comunicato diffuso dalla Cina menziona nove punti sul raggiungimento dell’accordo: preambolo, proprietà intellettuale, trasferimento di tecnologia, prodotti alimentari e agricoli, servizi finanziari, tassi di cambio, l’espansione del commercio, risoluzione delle controversie e clausole finali. I media Usa hanno menzionato impegni di spesa cinesi per 50 miliardi di beni agricoli Usa, ma nel corso della conferenza i numerosi sono stati accuratamente evitati. Wang ha parlato di «molto lavoro da fare», tra la revisione legale e la traduzione del testo nelle due lingue «da completare il prima possibile». Le parti dovranno «negoziare gli specifici accordi per la firma formale» in modo da dare attuazione alla ‘fase uno’.

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Altro che continuità con Draghi, così Lagarde rivoluziona la Bce

Né falco né colomba: il gufo (simbolo di saggezza) Christine cambia la stategia della Banca centrale europea: in agenda i cambiamenti climatici, nuovi target per la stabilità dei prezzi, pagamenti digitali. Una svolta che non si vedeva da 16 anni.

Era attesa da tutti come la versione color pastello di Mario Draghi. Il suo ruolo doveva essere solo di prosecuzione e continuità con quanto fatto dal governatore celebre per il «Whatever it takes», ma Christine Lagarde ha stupito tutti.

UN DEBUTTO ALLA MOURINHO

Un piglio degno del primo José Mourinho interista (quello del «non sono un pirla») e un polso, nel tenere la conferenza stampa, che ha lasciato molti osservatori positivamente impressionati: dopo la consueta fase di resoconto del meeting direttivo alla stampa, la neo presidente – prima di procedere con il consueto giro di domande – ha voluto riservarsi uno spazio di libere considerazioni.

NON I SOLITI NUMERI SU CRESCITA E INFLAZIONE

Ma oltre al cipiglio c’erano contenuti inattesi. No, non i soliti numeri su crescita (rivista lievemente al ribasso) o inflazione (lievemente al rialzo), né annunci di politica monetaria (invariata), Lagarde ha sparato ben più alto, annunciando una strategic review della Banca centrale europea come non si vedeva da 16 anni.

SVOLTA DA GENNAIO 2020

La Bce ripenserà se stessa, il suo ruolo e le modalità con cui perseguire il suo mandato. Lo farà dal gennaio 2020 per arrivare a una conclusione entro la fine dell’anno. I punti salienti di questa revisione di strategia sono l’inclusione di tematiche inerenti il cambiamento climatico e la ridefinizione del target per la stabilità dei prezzi (oggi posto ad «appena inferiore a 2%»).

CONTESTO TOLLERANTE SULL’INFLAZIONE

Per la stabilità dei prezzi probabilmente l’intenzione è di predisporre un contesto tollerante per l’eventualità di un’inflazione che dovesse superare il 2%, valutando un livello medio pluriennale: dopo anni di livelli inflattivi molto lontani dall’obiettivo, consentire per qualche tempo all’inflazione di galleggiare sopra la soglia del 2% servirà ad avere un livello medio più vicino a 2.

ANCHE L’IMMOBILIARE NELLA DEFINIZIONE DEI PREZZI

La Bce valuterà, inoltre, se considerare anche il comparto immobiliare nella definizione dei prezzi e si premunirà di considerare anche le aspettative di inflazione dei consumatori oltre che quelle di mercato.

CRESCENTE SENSIBILITÀ AMBIENTALE

Le allusioni al surriscaldamento globale lasciano immaginare che la spinta fiscale auspicata potrà avvenire in scia a una crescente sensibilità ambientale: verrà infatti cercato un accordo con la Commissione europea sulla cosiddetta tassonomia, ossia di un sistema di regole di classificazione di criteri per arrivare a definire cosa debba intendersi per attività sostenibile.

BCE PRONTA A DIALOGARE CON LE ALTRE ISTITUZIONI

Un gioco dialettico a tutto campo che crea aspettative, ma che tratteggia già una Bce diversa, ancora tenacemente indipendente, ma pronta a scendere dalla “torre d’avorio” e dialogare con le altre istituzioni perché «non c’è niente di sbagliato nel concordare le azioni per i rispettivi obiettivi».

Le armi che la Bce continuerà a usare saranno:

  • Tassi d’interesse, per la parte più breve della curva.
  • Forward guidance, per dettare un calendario chiaro e “correggere” l’orizzonte di medio termine.
  • Quantitative easing e acquisti di asset, per condizionare la parte più lunga della curva dei rendimenti.

Messa alle strette sulle preferenze fra i tre strumenti, la neo presidente ha fatto intendere di preferire la forward guidance. Non c’era da avere molti dubbi in proposito: la scelta è caduta sullo strumento più basato sulla dialettica, vuoi per confidare sulla principale competenza di Christine (la comunicazione), vuoi perché la capacità di condizionamento residua della Banca centrale è ormai molto esigua, dopo aver già portato i tassi prima a zero, poi sottozero, e aver lanciato più piani di Qe.

POLITICA FISCALE DIVERSA E PIÙ ESPANSIVA

Nonostante le politiche monetarie ultra-accomodanti di questi anni, infatti, i consumi non crescono e i salari nemmeno, per questa ragione una diversa e più espansiva politica fiscale «sarebbe benvenuta».

MA CHI HA IL DEBITO ALTO (COME NOI) SI PREOCCUPI DI QUELLO

Selettivamente, però. I Paesi che hanno spazio di manovra dovrebbero introdurre politiche fiscali più accomodanti, mentre i Paesi ad alto debito dovrebbero preoccuparsi di tornare su un sentiero più virtuoso. Un messaggio esplicito ai governi che non mancherà di mostrare i suoi effetti. Inflazione e crescita (stimate ripettivamente a +1,6% e +1,4% nel 2022) sono ancora troppo modeste, anche se il segno positivo va visto come un buon segnale.

IL GUFO COME SIMBOLO DI SAGGEZZA

La presidente ha prima chiarito un «io sono io» che non ha niente a che fare con la famosa citazione de Il marchese del Grillo di Alberto Sordi, ma che è solo un ammonimento verso la naturale tentazione a fare confronti con il predecessore Draghi. Dopodiché ha respinto ogni classica etichetta definendosi né colomba né falco, semmai un gufo, animale simbolo di saggezza (anche se in Italia ha tutt’altra simbologia).

PURE UN SISTEMA DI PAGAMENTI DITIGALI

Come se tutto ciò non bastasse, in una conferenza stampa di debutto, La Lagarde ha inoltre fatto riferimento alla creazione di una task force che entro metà 2020 porti a termine i lavori per la definzione di una digital currency sotto l’egida della Bce stessa, cioè di un sistema di pagamenti digitali (ma – ha chiarito – non sarà né uno stable coin né il bitcoin). Né falco né colomba: Christine Lagarde sembra una macchina infernale.

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La posizione dell’Ue dopo le elezioni nel Regno Unito

Dopo il voto Bruxelles mostra di avere fretta sulla Brexit. Il presidente del Consiglio Ue Michel: «Londra ratifichi l'accordo quanto prima».

«Mi congratulo con Boris Johnson e mi aspetto che il Parlamento britannico ratifichi il prima possibile l’accordo» negoziato sulla Brexit. Sono le parole del presidente del Consiglio Ue Charles Michel che è stato tra i primi a commentare i risultati delle elezioni nel Regno Unito. L’Ue «è pronta a discutere gli aspetti operativi» delle relazioni future, ha aggiunto, spiegando che i leader avranno una discussione sulla Brexit il 13 dicembre.

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