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I segreti dei Navy seal italiani in missione in Iraq contro l’Isis

I militari feriti erano parte di un contingente ristretto altamente selezionato. In missione per il training e l'assistenza ad azioni antiterrorismo non convenzionali. Cosa c'è dietro le operazioni contro i talebani e l'Isis e l'impenetrabilità sui loro ingaggi.

La Task force 44 degli incursori della marina (Goi) e dell’esercito (Col Moschin) colpita dall’attentato in Iraq, nell’area settentrionale tra le città di Kirkuk e Suleymania, è tra i contingenti italiani più enigmatici dell’estero. Al di là dell’incarico ufficiale di «mentoring e di training delle forze di sicurezza irachene impegnate nella lotta all’Isis», precisato nella nota della Difesa sull’accaduto, nulla si saprà nel dettaglio sulle operazioni affidate ai cinque italiani feriti nel Nord dell’Iraq il 10 novembre 2019. Fino a che punto in particolare l’assistenza ai militari del Paese, iracheni e curdi, si spinga a interventi sul campo e di che natura sia questa assistenza, è no comment.

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NON ADDESTRATORI DI ROUTINE

Si può ragionevolmente ipotizzare, sulla base delle missioni, che è emerso (da inchieste giornaliste o da ammissioni ex post, degli stessi governi) dalla Task force 44 in Iraq, negli anni precedenti, o della Task force gemella 45 operativa in Afghanistan contro i talebani, che i militari italiani feriti dall’ordino artigianale esploso (Ied) non fossero a sminare l’area. Un compito fin troppo elementare, come anche l’addestramento di base dei peshmerga curdi e della fanteria irachena, che l’Italia istruisce e allena con la missione Prima Parthica. Come parte della coalizione internazionale Inherent Resolve, costituita nel 2014 contro l’Isis e a guida americana.

GLI INVISIBILI DI PRIMA PARTHICA

Il centinaio di unità di elité stimate nella Task force 44 sono una parte molto ristretta dei 1.100 militari italiani (scesi poi di alcune centinaia) mandati in Iraq per contrastare l’Isis a partire dal 2014. Soprattutto sono una parte sconosciuta, non palesata all’approvazione delle missioni all’estero in parlamento. Unità impiegate semmai per formare corpi di élite antiterrorismo iracheni. Che vuol dire anche guidarli e assisterli, come avveniva nell’Operazione Sarissa in Afghanistan della Task force 45, in esplorazioni speciali, azioni talvolta dirette contro terroristi. Operazioni di cosiddetta guerra non convenzionale. Anche per trovare materiale utile per l’intelligence italiana e le alleate.

Le missioni affidate alle unità speciali italiane degli incursori sono per definizione coperte dal segreto militare

L’ASSISTENZA IN AZIONI COPERTE

Le missioni affidate alle unità speciali italiane degli incursori (anche di corpi scelti dei carabinieri e dell’aeronautica, presenti in task force di questa natura in Medio Oriente) sono per definizione coperte dal segreto militare: contingenti di élite, militari bravissimi in special modo sembra gli italiani, considerati i migliori addestratori al mondo e voluti per lavorare a stretto contatto soprattutto con i corpi scelti americani. Impegnati quest’ultimi in operazioni antiterrorismo, anche in Libia contro al Qaeda ma più platealmente e di recente in Iraq, che i loro vertici non avrebbero mai palesato se non a missione compita. Con la morte per esempio del capo dell’Isis Abu Bakr al Baghdadi.

Gli incursori del reggimento d’assalto Col Moschin (Wikipedia).

OBIETTIVO: NEUTRALIZZARE I TERRORISTI

La richiesta di una task force per l’Iraq di unità di questo tipo dall’Italia fu rivelata nel 2015 da un’inchiesta de l’Espresso che parlò di un gruppo di «pochi uomini delle forze speciali che colpiscono con discrezione ed efficacia estrema», e di «tanti istruttori, pronti però anche a combattere spalla a spalla con i soldati che addestrano». Dagli accordi di mentoring siglati – per la «neutralizzazione di bersagli di alto valore», si scriveva – , dopo l’Afghanistan che è stato un laboratorio per questo tipo di missioni antiterrorismo, erano pronte secondo indiscrezioni a essere dislocate forze simili in Somalia e in Iraq. Un anno dopo il Fatto Quotidiano tornò a raccontare della «guerra segreta dell’Italia» all’Isis.

Nel 2016 la Task force 44 fu in azione in Iraq durante le offensive contro l’Isis, allora nell’Al Anbar

L’OPERAZIONE CENTURIA

Operazioni militari condotte in Iraq dalle «forze speciali e decise dal governo all’insaputa del parlamento». Da «autorevoli fonti militari», il quotidiano aveva appreso di azioni della «Task force 44» nell’area che nel 2016 era teatro delle principali offensive anti-Isis. Un contingente selezionato, secondo le fonti, ridotto di un centinaio di unità rispetto a quello analogo in Afghanistan, come lasciava intendere anche il nome della nuova operazione Centuria. Degli italiani in azione tra Falluja e Ramadi ne parlavano allora anche i marines, per una missione inquadrata nell’intervento internazionale legittimato dall’Onu del quale è parte anche Prima Parthica. Ma «cosa ben diversa» si specificava da essa.

I NAVY SEAL ITALIANI

Del Comando interforze per le operazioni delle forze speciali (Cofs) italiane fanno parte gli incursori del 9° reggimento d’assalto della Folgore (Col Moschin), della Marina (Comsubin-Goi), del 17° stormo dell’aeronautica e il Gruppo di intervento speciale (Gis) dei carabinieri, affiancati spesso dai parà di ricognizione (185° reggimento) della Folgore e dai ranger alpini (4° reggimento). Il Gis fu creato negli Anni 70 per sconfiggere il terrorismo in Italia. In questi mesi e ancor più dalla morte di al Baghdadi, le intelligence segnalano una recrudescenza degli attacchi jihadisti nel Nord dell’Iraq, soprattutto nell’area di Kirkuk (oltre 30 solo nella prima metà di ottobre) e un aumento di cellule dell’Isis.

DINAMICA E ZONA INCERTE

I militari del commando italiano colpiti dalla bomba artigianale avanzavano a piedi: nel convoglio c’erano anche blindati, ma un pattuglia era a terra. In una zona non ancora identificata con precisione. Da fonti proprie, l’agenzia Ansa ha riportato che si tratterebbe della zona di Suleymania, dentro la Regione autonoma del Kurdistan iracheno. Altre fonti indicano invece l’area a Sud-Ovest di Kirkuk, sul confine interno con la regione, dove avrebbe ora sede la Task Force 44, proprio con il compito di addestrare corpi scelti iracheni di antiterrorismo e forze speciali curde. A la Repubblica più ufficiali dei peshmerga hanno smentito un coinvolgimento curdo nelle operazioni dell’attacco agli italiani.

Fino a che punto l’assistenza antiterrorismo a corpi scelti iracheni può diventare aiuto in scontri e battaglie?

I reparti antiterrorismo Gis dei carabinieri.

CON I CORPI SCELTI DI BAGHDAD?

I connazionali si sarebbero invece trovati in una zona dove erano attive le forze di Baghdad. Sunniti, non è escluso anche sciiti sostenuti dai reparti speciali all’estero dei pasdaran iraniani. E fino a che punto la formazione e l’assistenza antiterrorismo a corpi scelti iracheni può diventare aiuto in scontri e battaglie contro cellule o gruppi dell’Isis? Al confine con il Kurdistan iracheno sarebbe entrata in azione anche l’aeronautica. Un contingente di addestratori italiani molto specializzati, del corpo dei carabinieri, opera poi anche a Baghdad con gli agenti della polizia federale da dislocare nelle zone liberate dall’Isis. La maggioranza dei militari di Prima Parthica (circa 350) si trova invece a Erbil.

LA RIVENDICAZIONE DELL’ISIS

Nella capitale del Kurdistan iracheno si addestrano di routine i peshmerga. A scanso di equivoci, la Task force 44 non ha mai fatto parte neanche della brigata di fanteria Friuli in missione, fino al marzo 2019, a presidio della diga di Mosul dopo la liberazione della capitale irachena dei territori dell’Isis. L’attacco in Iraq agli italiani, rivendicato dall’Isis, è avvenuto alla vigilia dell’anniversario della strage di Nassiriya il 12 novembre 2003. Ma si ritiene che non avesse come target gli italiani. Piuttosto genericamente chi combatte sul campo i terroristi islamici, come il primo ottobre per la bomba al convoglio militare in Somalia. Dove opera un’altra task force speciale italiana contro gli al Shabaab.

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Hong Kong, la polizia spara e ferisce due manifestanti

Due giovani attivisti pro-democrazia sono rimasti feriti in mattinata dopo uno scontro con gli agenti. Uno dei due sarebbe stato colpito al petto da alcuni colpi d'arma da fuoco.

Violenti scontri nella mattinata dell’11 novembre a Hong Kong tra polizia e manifestanti, impegnati a bloccare la circolazione stradale: almeno due persone sarebbero state colpite da colpi di pistola sparati dagli agenti a Sai Wan Ho.

Quello più grave, un ragazzo 21enne, è stato colpito da un colpo di pistola ravvicinato sparato da un agente di polizia: il ragazzo, raggiunto al petto, è stato prima soccorso e portato via che era ancora cosciente e poi operato d’urgenza. Attualmente, è in terapia intensiva dove è sotto stretta osservazione, riferiscono i media locali.

Nel frattempo per le strade dell’ex colonia britannica resta alta la tensione. Gli agenti in assetto anti sommossa hanno lanciato cinque raffiche di lacrimogeni a Pedder Street, nel cuore della città con molti uffici, tentando di disperdere i manifestanti che in piccoli gruppi stanno cercando di bloccare i mezzi trasporto creando barricate sulle principali vie in diversi distretti.

Per la terza volta in 5 mesi, da quando a giugno sono iniziate le proteste contro la legge sulle estradizioni in Cina trasformatesi poi in anti-governative e pro-democrazia, la polizia ha usato armi da fuoco con feriti. Il primo ottobre, infatti, uno studente è stato colpito al petto dopo l’assalto dei manifestanti a un gruppetto di agenti rimasto isolato, mentre pochi giorni dopo è stata la volta di un 14enne colpito alla gamba: entrambi sono stati poi arrestati.

ALTA TENSIONE DOPO LA MORTE DI UN 22ENNE

La tensione è salita dopo la morte di venerdì 8 novembre di Chow “Alex” Tsz-lok, studente di 22 anni, prima vittima delle proteste: il ragazzo è deceduto a seguito dei traumi riportati cadendo da un parcheggio, nella notte tra il 3 e 4 novembre scorsi, secondo modalità ancora tutte da chiarire mentre cercava di sfuggire all’assalto della polizia con i lacrimogeni a Tseung Kwan. Nel fine settimana si sono tenute veglie e sit-in in memoria di Chow, con la chiamata a manifestazioni spontanee e allo sciopero generale. Poi, scontri con la polizia e atti vandalici che hanno preso di mira soprattutto le stazioni della metro.

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Caos in Bolivia: l’esercito fa dimettere Morales

Dopo tre settimane di proteste nel Paese, le forze armate hanno chiesto al presidente di lasciare l'incarico.

Il presidente della Bolivia Evo Morales si è dimesso. Quello che sembrava uno dei capi di Stato di maggiore successo in America latina, ha visto il potere sfuggirgli dalle mani in pochi giorni, per una crescente pressione dell’opposizione interna, formata da partiti tradizionali e comitati civici radicati nelle città da sempre a lui ostili, a cui si sono uniti alla fine anche settori operanti nell’area privata di agricoltura e miniere. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata quando alle grida dell’opposizione si sono associati anche i vertici delle forze armate e della polizia che oggi – dopo che Morales aveva annunciato nuove elezioni sulla scia delle massicce contestazioni seguite alla sua vittoria alle presidenziali del 20 ottobre – gli hanno chiesto di abbandonare l’incarico «per il bene del Paese».

Prendendo tutti alla sprovvista, Da La Paz, a bordo dell’aereo presidenziale, Morales si è spostato a Chimorè – città a lui cara nel dipartimento di Cochabamba, per annunciare al popolo boliviano la decisione di dimettersi. Fonti giornalistiche locali, vedendo il presidente imbarcarsi subito dopo la richiesta dei vertici militare di lasciare l’incarico, avevano ipotizzato che stesse abbandonando il Paese diretto in Argentina. Morales ha spiegato, in una breve dichiarazione che la decisione di dimettersi derivava dall’«obbligo di operare per la pace». «Mi fa molto male», ha detto Morales, «che ci si scontri fra boliviani e che alcuni comitati civici e partiti che hanno perso le elezioni abbiano scatenato violenze ed aggressioni».

«È per questa ed altre ragioni che sto rinunciando al mio incarico inviando la mia lettera al Parlamento plurinazionale», ha concluso. In mattinata Morales aveva annunciato che si sarebbe votato di nuovo, a seguito anche del fatto che l’Organizzazione degli Stati americani (Osa), incaricata di indagare lo scorso processo elettorale, aveva pubblicato un rapporto in cui rendeva noto di aver constatato la presenza di irregolarità anche gravi, e proponeva di convocare un nuovo voto sotto la responsabilità di un rinnovato Tribunale supremo elettorale (Tse). Lodando il lavoro della sua squadra, il segretario generale dell’Osa, Luis Almagro, aveva però voluto precisare che «i mandati costituzionali in Bolivia non debbono essere interrotti, compreso quello del presidente Morales».

Tuttavia l’annuncio del capo dello Stato non ha avuto l’effetto sperato di calmare le proteste che da tre settimane hanno sconvolto la vita dei boliviani toccando anche la polizia, in parte ammutinatasi, e causando almeno tre morti e centinaia di feriti. Con Morales che è arrivato a parlare di “golpe fascista” dopo che le case dei governatori di Chuquisaca ed Oruro e quella di sua sorella sono state date alle fiamme. I partiti di opposizione, e ancora di più i comitati civici guidati dal presidente del ‘Comité pro Santa Cruz’, Luis Fernando Camacho, hanno sfruttato le parole del capo dello Stato per forzarne il più presto possibile l’uscita di scena, ricordando l’esito di un referendum che respinse la sua richiesta di candidarsi per un quarto mandato.

Così l’ex presidente Carlos Mesa, leader del partito Comunidad Ciudadana giunto secondo nel voto del 20 ottobre, ha dichiarato che «nel nuovo processo elettorale annunciato oggi, il presidente Morales ed il suo vice, Alvaro Garcia Linera, non potranno essere candidati». Ed ha aggiunto che il rapporto preliminare dell’Osa «ha evidenziato irregolarità da molto gravi a indicative, cosa che per noi significa che vi sono stati brogli di cui il capo dello Stato è responsabile». Più dura, se possibile, la posizione di Camacho, che aveva anticipato che lo sciopero a tempo indeterminato indetto dai comitati civici sarebbe continuato fino alla rinuncia del presidente Morales e del suo vice Garcia Linera. Il leader dei comitati civici aveva infine chiesto «le dimissioni di tutti i deputati e senatori» e dei membri del Tribunale supremo elettorale (Tse). Quando questo avverrà, aveva aggiunto, dovrà assumere la guida del Paese una Giunta di governo eletta fra personaggi di rilievo boliviani.

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L’affluenza alle urne delle elezioni in Spagna di novembre 2019

Alle 14 ha votato il 37,9%: dato in calo di 3,6 punti rispetto alla precedente tornata di aprile.

Urna aperte in Spagna per la quarta volta in quattro anni. L’affluenza sarà la chiave di volta: una mancata mobilitazione della sinistra, scoraggiata per il fallito accordo tra i socialisti al governo e Podemos, potrebbe contribuire alla crescita del Partito popolare e di Vox. Seggi aperti dalle 8 alle 19.

ALLE 14 HA VOTATO IL 37,9%

Alle ore 14 l‘affluenza è del 37,9%, 3,6 punti in meno rispetto all’ultima tornata delle Politiche, tenute ad aprile 2019 (41,49%).

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«Patto segreto sui migranti tra Libia e Malta»

Secondo i media della Valletta, l'intesa prevede che le forze armate dell'isola segnalino alle motovedette di Tripoli le imbarcazioni dei trafficanti prima che entrino nelle acque territoriali. Alarm Phone: «Così si impedisce di fuggire da una zona di guerra».

Malta avrebbe negoziato un accordo segreto con la Libia per un coordinamento tra le forze armate maltesi (Afm, che includono la marina) e la controversa guardia costiera libica, che intercetterebbe i barconi dei migranti su indicazione dell’Afm prima dell’ingresso nelle acque maltesi e li riporterebbe in Libia. Lo scrive il Sunday Times of Malta. La Ong Alarm Phone su Twitter denuncia un’intesa che “impedisce alle persone di fuggire da una zona di guerra e viola le convenzioni internazionali per i diritti umani”.

Il sito on line del Sunday Times of Malta pubblica la foto di un incontro tra il colonnello maltese Clinton O’Neil, capo delle operazioni e dell’intelligence Afm, ed il vicepremier libico Ahmed Maiteeq, organizzato dall’ambasciatore maltese a Tripoli. In primo piano, un membro del gabinetto del primo ministro maltese, Neville Gafà, più volte accusato di corruzione nel rilascio di visti per ragioni mediche irregolarmente concessi.

Secondo l’edizione domenicale del quotidiano maltese, Gafà si è accreditato come “inviato speciale del premier Joseph Muscat” in incontri con il governo libico e lo scorso anno fu costretto ad ammettere di aver avuto un incontro con Hajthem Tajouri, leader di una milizia che gestisce un campo privato di detenzione ed il racket delle estorsioni. Secondo quanto indicato da fonti di alto livello del governo, citate dal quotidiano, i primi contatti tra La Valletta e Tripoli risalirebbero allo scorso anno.

“Ora abbiamo raggiunto un accordo che possiamo chiamare di comprensione con i libici – ha detto la fonte – Quando c’è un battello che si dirige verso le nostre acque, la Afm si coordina con i libici che li prende e li riporta in Libia prima che entrino nelle nostre acque e diventino di nostra responsabilità”. La fonte governativa, secondo il Times of Malta, avrebbe anche sottolineato che senza l’accordo l’isola sarebbe stata “sommersa dai migranti”.

Dal gabinetto del primo ministro, un portavoce ha affermato che incontri bilaterali vengono continuamente condotti da Malta su base regolare, aggiungendo che il paese “rispetta sempre” le convenzioni e le leggi internazionali. “L’Ue – ha detto – si spende attivamente a favore del rispetto delle istruzioni delle competenti autorità europee che sono contro l’ostruzione delle operazioni condotte dalla guardia costiera libica, che è finanziata ed addestrata dall’Unione europea stessa per sostenere la gestione dei migranti e combattere il traffico di esseri umani”. La Ong

Alarm Phone su Twitter ha commentato: “Sebbene non sia una sorpresa, ora è confermato che le autorità maltesi coordinano le intercettazioni in collaborazione con la Libia. Questo impedisce alle persone di fuggire da una zona di guerra e viola le convenzioni internazionali dei diritti dell’uomo”.

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Come procedono le proteste in Venezuela

Guaidó è finito al centro di un'inchiesta su presunti legami coi narcos. Mentre il Paese resta nel caos, tra crisi migratoria e arresti arbitrari. Il punto.

«L’unico modo per porre fine alla sofferenza dei venezuelani è l’aiuto umanitario collettivo basato sull’impegno per una soluzione politica inclusiva e democratica». A dirlo è stato il Commissario europeo per gli aiuti umanitari e la gestione delle crisi, Christos Stylianides, in occasione della conferenza dedicata al Paese sudamericano, ospitata il 28 e 29 ottobre a Bruxelles da Unione europea, Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) e Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Secondo il rappresentante speciale congiunto Unhcr-Oim, Eduardo Stein, il numero di rifugiati e migranti venezuelani aumenterà il prossimo anno passando da 4,5 a 6,5 milioni. Allarmanti anche i dati sulle violazioni dei diritti umani. A poco meno di un anno dall’inizio della crisi e a sei mesi dal fallito tentativo di Juan Guaidó di rovesciare il presidente Nicolás Maduro le ong contano 478 prigionieri politici negli ultimi due mesi, ai quali si aggiungono gli arresti arbitrari nelle settimane precedenti e la condizione di povertà crescente tra la popolazione.

IL TENTATIVO DI DIALOGO (FALLITO) TRA MADURO E GUAIDÓ

L’ultimo tentativo di intesa tra Maduro, che guida il Paese dal 2013, e Guaidó, autoproclamatosi presidente ad interim, è fallito lo scorso luglio, quando la Norvegia ha organizzato un terzo incontro tra le parti alle isole Barbados, dopo quelli a Oslo. Maduro ha respinto ogni dialogo mentre Guaidó continua a dire di volere liberare il Paese dalla «dittatura» e da un «regime usurpatore» per poter arrivare a un «governo di transizione» e successivamente a «elezioni libere con osservatori internazionali». Le proteste di piazza e gli appelli per coinvolgere la comunità internazionale non hanno finora portato al risultato sperato, ma Guaidó non demorde. Dopo una nuova manifestazione lo scorso 24 ottobre, ne è stata indetta un’altra: «Prepariamoci per il 16 novembre, giorno in cui tutte le lotte si uniranno per una soluzione pacifica alla crisi, per accelerare la pressione internazionale e sintonizzarla con la forza della strada, fino a quando il cambiamento non verrà raggiunto».

L’INCHIESTA CHE RISCHIA DI OFFUSCARE L’IMMAGINE DI GUAIDÓ

A offuscare l’immagine di Guaidó potrebbe contribuire un’inchiesta sui suoi presunti legami con i narcos. A settembre il procuratore generale del Venezuela, Tarek William Saab, ha avviato un’indagine dopo la circolazione sui social di alcune foto del leader dell’opposizione con esponenti della gang colombiana dei “Los Rastrojos” , una cellula nota per le attività di narcotraffico, omicidi e sequestri di persona nello stato venezuelano di Tachira. Guaidó ha smentito ogni contatto, ma sembra venuto meno il sostegno di cui aveva goduto dal 21 gennaio scorso, quando iniziarono le rivolte contro Maduro culminate il 30 aprile con l’Operazione Freedom e una manifestazione di massa davanti alla base militare di Carlota, che però non riuscì a rovesciare il regime e fu soffocata dalle forze armate rimaste fedeli al presidente.

Bruxelles ha deciso lo stanziamento di 120 milioni di euro di aiuti umanitari

Sul fronte delle violazioni dei diritti umani, proseguono gli arresti contro gli oppositori di Maduro, mentre cadono nel vuoto gli appelli della comunità internazionale. Dopo aver incontrato il leader venezuelano nelle scorse settimane, l’Alto Commissario dell’Onu Michelle Bachelet ha lanciato un allarme a cui si sono unite diverse ong. Secondo Foro Penal, dal primo gennaio 2014 al 31 luglio 2019 ci sono stati oltre 15.151 arresti arbitrari, dei quali 848 nei confronti di civili processati da tribunali militari. Negli ultimi due mesi sarebbero 478 le persone detenute per motivi politici. Di fronte a questi numeri e alla crisi migratoria, Bruxelles ha deciso lo stanziamento di 120 milioni di euro di aiuti umanitari, dei quali 2,5 italiani.

LA CRISI MIGRATORIA IN AMERICA LATINA

«La regione dell’America Latina e dei Caraibi si trova ad affrontare una situazione senza precedenti, la portata e la complessità della crisi ha ripercussioni globali», ha spiegato Stein nel corso della conferenza a Bruxelles, parlando della situazione di emergenza che sta vivendo l’intero Sud America e sottolineando l’esigenza di «rafforzare l’aiuto internazionale» come «antidoto contro l’insorgere di risentimenti nelle comunità locali». Secondo l’Unhcr l’80% dei 4,5 milioni di persone che hanno lasciato il Venezuela dal 2015 a oggi è rimasto nella regione dell’America Latina e dei Caraibi. Il numero è però destinato ad aumentare fino a 6,5 milioni nel 2020, facendo crescere la pressione sugli Stati confinanti. La Colombia è quella che ne ospita il maggior numero (circa 1,4 milioni), seguita da Perù (860 mila) ed Ecuador (330 mila) insieme a Cile (371 mila) e Brasile (212 mila). Si tratta di Paesi che però stanno vivendo a loro volta situazioni di forte conflitto interno.

IL CAOS DALLA COLOMBIA AL CILE

A Bogotà nei mesi scorsi sono stati uccisi oltre 250 attivisti e oppositori del presidente di centrodestra Ivan Duque. Le Farc, dopo l’accordo di pace, sono tornate alla clandestinità per riorganizzarsi militarmente. In Perù si sta vivendo un periodo di forte instabilità politica, mentre Ecuador e Cile sono nel pieno di rivolte di massa. Dopo che la capitale cilena è stata messa a ferro e fuoco da manifestanti, il presidente Sebastián Piñera si è scusato per non aver «ascoltato» la piazza e capito il disagio, annunciando un rimpasto di governo, che però non ha fermato le proteste in uno dei Paesi più ricchi dell’America Latina, ma dove le disuguaglianze sociali ed economiche sono tra le maggiori al mondo.

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Perché la politica in Libano è ostaggio dei soliti clan

La piazza chiede la rimozione totale della classe dirigente. Ma non c'è alternativa ai partiti degli ex guerriglieri, dei magnati e dei loro eredi. Di padre in figlio, gli Hariri, i Gemayel e le altre dinastie si spartiscono il Paese dei cedri.

Il premier libanese Saad Hariri ha rassegnato le dimissioni, per placare la popolazione in rivolta. Per il passo di lato ha citato il padre milionario Rafiq, assassinato nel 2005 per mano ancora ignota: «Nessuno è più grande del proprio Paese», una promessa di democrazia attraverso il richiamo alla memoria. E una buona dose di retorica: Hariri è consapevole di essere in un «vicolo cieco» non solamente per le manifestazioni incontenibili. Il ricambio politico preteso dai libanesi non può compiersi con un sistema partitico interamente costruito, come avviene nel Paese dei cedri, su base familistica ed ereditaria. Il premier uscente ne è la prova provata, e anche le altre forze politiche libanesi si tramandano di padre in figlio. Separate tra le componenti politico-religiose stabilite nella ripartizione del potere amplifcata dagli accordi di pace di Taif, nel 1989, che misero fine a 15 anni di guerra civile. Ma già fissata nella Costituzione dell’indipendenza nel 1943.

Libano proteste clan politico
Supporter del presidente libanese Michel Aoun, ex generale di brigata nella guerra civile. Getty Imaes.

IL CAMALEONTICO LEADER DRUSO JUMBLATT

Non ci sono alternative alla ragnatela di partiti controllati dagli ex signori della guerra e dai loro discendenti. In Libano non esistono leader trasversali di movimenti dal basso, anche nascenti, per scardinare il sistema. Il capo dei drusi Walid Jumblatt, per esempio, rappresenta dalla morte del padre nel 1977 i circa 200 mila libanesi (circa il 7% della popolazione) di questo ramo particolare dello sciismo. Socialista, nella guerra civile fu un alleato della Siria e dell’Olp palestinese contro le falangi dei cristiano-maroniti, combattendo anche contro l’attuale capo di Stato ed ex generale Michel Aoun. Ma dall’omicidio di Hariri è diventato un nemico giurato del regime degli Assad, passando dalla parte della coalizione sunnita del 14 marzo del premier uscente, finanziata dai sauditi. Così per i libanesi Jumblatt, 71enne, è il «camaleonte», a capo di una delle più antiche dinastie. L’erede designato è il figlio Taymour, al quale lo scorso anno ha ceduto il seggio parlamentare.

Sul presidente Aoun, 84enne garante delle istituzioni e della stabilità nelle crisi politiche, si fa leva per formare un nuovo esecutivo in Libano

AOUN, IL CRISTIANO CON GLI HEZBOLLAH

Anche a guidare i cristiano-maroniti restano le grandi famiglie Aoun, Geagea, Gemayel e Frangieh. Insanguinate e divise, durante e dopo la guerra, ma saldamente alla spartizione del potere. Presidente del Libano dal 2016, Aoun è stato il protagonista di un altro spettacolare cambio di schieramento, del percorso opposto a Jumblatt: contro l’occupazione siriana fino alla fine della guerra civile, dal ritorno dall’esilio nel 2005 ha finito per appoggiare la coalizione sciita dell’8 marzo guidata dagli ex nemici di Hezbollah. Per il suo ruolo di ponte con le forze filo-iraniane, oggi più armate e potenti del Libano, nell’investitura è stato appoggiato anche dagli Stati Uniti di Barack Obama. E su Aoun, 84enne garante delle istituzioni e della stabilità nelle crisi politiche, si fa leva per formare un nuovo esecutivo. Suo delfino è il genero Gebran Bassil, 49enne ministro degli Esteri e dal 2018 capo del suo movimento politico.

Sami Gemayel, tra gli eredi dei presidenti falangisti Bachir e Amin Gemayel. Getty Images.

FRANGIEH E I FALANGISTI GEAGEA E GEMAYEL

Contraltare di Aoun è Samir Geagea, 66enne e suo rivale da candidato alla presidenza del blocco filo-saudita di Hariri. Ma soprattutto ex capo milizia cristiano delle Forze libanesi, reduce da 11 anni in isolamento per i crimini commessi durante la guerra. Unico leader dei guerriglieri a finire in prigione, Geagea ha pagato per l’intransigenza che mantiene, tra i pochi, contro il Partito di Dio degli Hezbollah. Resta il personaggio più divisivo, sebbene quest’anno abbia fatto notizia per aver stretto la mano, «in segno di unità nazionale», al capo dello schieramento rivale nella comunità maronita, Sleiman Frangieh. Dalla parte dei siriani e accusatore di Geagea per il massacro della famiglia nel 1978, a Ehden. L’altra dinastia di maroniti segnata dal sangue e ramificata in politica sono i Gemayel: Sami Gemayel, 38enne, è figlio del leader falangista Amine, il presidente del Libano durante la guerra civile che seguì al fratello Bachir, assassinato nel 1982. Il figlio 37 Nadim, come il cugino Sami, è stato eletto in parlamento.

Lo sciita Nabih Berri, capo del parlamento dal 1990, è il leader della milizia di Amal dal 1980

I DOLORI DI BERRI E IL POTERE DI NASRALLAH

Per mandato costituzionale il capo di Stato del Libano è di confessione cristiano-maronita (il 35-40% della popolazione). Il primo ministro è un leader della comunità sunnita (circa il 20%) e il presidente del parlamento è un rappresentante degli sciiti (34%). Così se il 49enne Hariri, già premier dal 2008 al 2011, incarna – come nelle dinastie maronite – una continuità con il padre anche negli affari, l’81 enne sciita Nabih Berri è capo del parlamento dal 1990. Leader della milizia di Amal dal 1980, è in carica dalla fine della guerra civile ed è considerato un milionario corrotto: perciò il suo movimento, come quello di Hariri, arretra per gli scandali. Ma il più potente nell’alleanza dell’8 marzo è il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, privo di incarichi politici ma il più armato del Libano. Con Amal è parte dell’esecutivo di Hariri e ha mandato miliziani contro i manifestanti: Hezbollah potrebbe ottenere la rimozione totale del governo che chiedono i dimostranti. Ma con la forza. 

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La cronaca delle proteste di Hong Kong del 2 novembre 2019

22esimo weekend di proteste contro la Cina. Attacco vandalico contro la sede dell'agenzia di stampa cinese Xinhua. Lacrimogeni sui manifestanti al Victoria Park.

Ancora un weekend di proteste a Hong Kong dove il 2 novembre migliaia di manifestanti col volto coperto hanno sfidato il divieto della polizia scendendo per le strade del centro per chiedere più autonomia da Pechino. Nel corso del corteo ci sono stati tensioni e disordini. La polizia ha lanciato lacrimogeni all’interno del Victoria Park, dove sono in programma vari eventi dei candidati pro-democrazia in vista delle elezioni distrettuali del 24 novembre, in risposta ai tentativi dei manifestanti di costruire barricate vicino a un’uscita su Causeway Road dopo aver divelto dei pali da un vicino campo di football. La mossa della polizia, riferisce il network Rthk, ha spinto molti manifestanti ad abbandonare il parco.

A VICTORIA PARK 128 CANDIDATI PRO DEMOCRAZIA

Quello di Victoria Park è stato il primo confronto tra i manifestanti e la polizia nel 22esimo weekend di fila di proteste pro-democrazia. Le forze dell’ordine avevano autorizzato due iniziative, una a Edinburgh Place e l’altra a Chater Garden, convocate dai promotori per sostenere l’Hong Kong human rights and democracy act all’esame del Congresso Usa e per preparare le tradizionali gru di carta. Nessuna manifestazione era invece stata autorizzata a Victoria Park, dove circa 128 candidati pro-democrazia in corsa alle elezioni locali distrettuali del 24 novembre avevano ventilato l’ipotesi di avere appuntamenti separati a partire dalle 15 (8 in Italia). Una mossa per aggirare le sanzioni delle manifestazioni non autorizzate, non essendo i cosiddetti ‘meeting elettorali’ soggetti alla regolamentazione della Public order ordinance, a patto che non superino i 50 partecipanti per volta.

VANDALISMO CONTRO LA XINHUA

Gli scontri tra attivisti e polizia si stanno moltiplicando sull’isola, soprattutto a Causeway Bay, l’area dello shopping dove si sono riversate migliaia di persone mascherate, tra molotov, lacrimogeni, cannoni ad acqua, spray al peperoncino e barricate. Atti di vandalismo si sono verificati contro attività commerciali riconducibili alla Cina. Per la prima volta è stato attaccato l’ufficio della Xinhua, l’agenzia di stampa ufficiale di Pechino dove sono state danneggiate porte e finestre. I manifestanti hanno scritto vari graffiti sui muri, distrutto vetri e porte dell’ufficio della Xinhua: le immagini diffuse dai media locali hanno mostrato un principio di incendio nella lobby dell’agenzia di stampa cinese che si trova nel distretto di Wan Chai, anche se non è chiaro se vi fosse qualcuno nei locali.

PRESE DI MIRA BANCHE CINESI

Nelle ultime settimane, le frange più irriducibili dei dimostranti hanno preso di mira banche e attività collegate alla Cina a rimarcare la rabbia verso Pechino, accusata di aver violato gli impegni sulla libertà garantita dall’accordo sul passaggio di Hong Kong da Londra alla sovranità cinese nel 1997. La polizia, secondo i media locali, ha proceduto a diversi arresti nel corso della giornata, in diverse parti della città. Le proteste sono maturate malgrado il fermo monito di venerdì della Cina secondo cui non sarebbe stata tollerata alcuna sfida al sistema di governo di Hong Kong, in base alle decisioni del quarto plenum del 19esimo Comitato centrale del Pcc, che ha dato anche il via libera alla ‘educazione patriottica’ nelle scuole della città.

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Le proteste in Iraq che uniscono sciiti e sunniti

Come in Libano, la società si unisce contro il governo. Le manifestazioni hanno contagiato tutti. E a Baghdad migliaia tra studenti e dipendenti pubblici sfidano i cecchini delle milizie. Il quadro della ribellione.

Migliaia di iracheni aspettano le dimissioni del premier Adel Abdul Mahdi, spinte dal parlamento ma ancora ritardate. Sfidano il coprifuoco, radunandosi nella piazza Tahrir di Baghdad, diventata il simbolo della Primavera irachena. Anche se stavolta l’Iraq è più simile al Libano: si sfila in tutte le città, da Bassora e Nassiriya nel meridione sunnita, alle città sante sciite di Kerbala e Najaf, nonostante le pallottole sparate dai miliziani e gli oltre 250 morti. Un’unità nelle proteste che, come nel Paese dei cedri, non si vedeva da anni. Grandi manifestazioni sono attese per tutto il fine settimana contro una «classe politica da eliminare». Il motore delle contestazioni, che possono segnare una nuova svolta dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003, è il pessimo stato economico del secondo produttore di petrolio dell’Opec. Mancano i servizi di base e il lavoro per una popolazione per oltre il 60% è di giovani: gli introiti statali (per il 90% dal greggio) vengono redistribuiti tra le élite corrotte che, come in Libano, si spartiscono settariamente gli incarichi di potere.

Iraq proteste Tahrir
Studentesse in chador alle manifestazioni di Kerbala, Iraq. (Getty).

DAI CENTRI SUNNITI ALLE CITTÀ SANTE

La gente chiede «indietro tutti i soldi» che hanno preso, vuole «l’Iran fuori dal Paese». Le dimostrazioni si sono propagate il primo ottobre, dalle periferie della capitale e verso il centro e il Sud dell’Iraq, grazie al tam tam su Facebook contro la rimozione del numero due dell’antiterrorismo Abdul Wahab al Saadi, internazionalmente riconosciuto come il generale che ha sconfitto l’Isis in Iraq, sciita ma cresciuto a molto apprezzato nelle zone sunnite. L’atto del governo Mahdi è stato interpretato come l’ennesimo gesto di sudditanza verso l’Iran: un giogo che sta esasperando anche aree come Kerbala e Najaf, storicamente il cuore della religione e della cultura sciita in Medio Oriente. Dopo i centri sunniti, anche le due città sante si sono ribellate: nelle proteste del 24 ottobre, almeno 18 manifestanti sono rimasti uccisi, secondo fonti mediche e della sicurezza, negli scontri iniziati nella notta. Ma la durezza delle milizie sciite che aprono il fuoco contro di loro non ferma i giovani sciiti che stanno  diventando la maggioranza tra i dimostranti.

LA SOCIETÀ CONTRO LA CORRUTTELA

Tra loro ci sono ex paramilitari delle brigate sciite mandate in Siria a combattere l’Isis che «poi non hanno avuto niente dal governo». Donne in chador protestano a Kerbala per i figli senza lavoro (al 25% la disoccupazione giovanile nell’ultima statistica nazionale rilasciata nel 2017). I dipendenti pubblici per gli stipendi bassissimi. A Baghdad migliaia di studenti hanno interrotto le lezioni nelle scuole e all’università, per accamparsi a Tahrir. Come in Libano si cantano anche versioni di Bella Ciao e spuntano cappelli di Che Guevara. Invocando le dimissioni di Mahdi, centinaia di ragazzi hanno occupato la torre abbandonata tra la Green Zone istituzionale e piazza Tahrir, dove i cecchini delle milizie sciite erano appostati per sparare sulla folla. L’antiterrorismo a proteggere gli edifici sensibili da «elementi indisciplinati» nega l’uso di armi da fuoco contro i civili, come fanno a Kerbala le autorità. La responsabilità viene scaricata sulle milizie filo-iraniane Khorasani e Badr. Nella Green zone sarebbero arrivate anche «unità dei Guardiani della rivoluzione» dei pasdaran.

Iraq proteste Tahrir
Medici e farmacisti protestano per i salari pubblici in Iraq. (Getty).

AL SADR TRASCINA GLI SCIITI

Un ufficiale di intelligence del ministero dell’Interno reputa la «reazione così dura perché l’Iran non vuole minacce»: dal primo ottobre si stimano circa 250 morti, 8 mila feriti e altre migliaia di arresti in Iraq. Ufficialmente il governo Mahdi ha condannato le violenze contro i civili ed è stata aperta un’inchiesta. Ma in Iraq sono soprattutto i paramilitari delle brigate sciite ad aver combattuto l’Isis, guidate dai pasdaran. E alle stesse si deve la sicurezza in diverse zone. Come i predecessori, il premier Mahdi è vincolato alle direttive di Teheran: le responsabilità non saranno appurate e la repressione non si fermerà. A Kerbala i testimoni hanno raccontato sotto anonimato di aver visto sparare di uomini a volto coperto, temendo ritorsioni. La società protesta anche contro la mollezza e l’impotenza degli ultimi governi, e con gli iracheni – contro Mahdi – si è schierato il leader sciita Moqtada al Sadr. Il religioso, ex capo milizia vincitore (senza maggioranza) delle ultime elezioni con il suo movimento nazional-populista Sairoon agita le folle sciite, spaccando il fronte che l’Iran vorrebbe unito.

Senza una nuova legge elettorale il premier Mahdi sarà rimpiazzato da un altro come lui

SPARTIZIONE ETNICO-RELIGIOSA

A Najaf anche alcuni giovani chierici sono scesi in strada. Nella Tahrir di Baghdad i manifestanti arrivano da centri a centinaia di chilometri di distanza. Dei cortei hanno marciato, respinti dai lacrimogeni, verso i centri di potere nella Green zone e al parlamento. Chiedono, come in Libano, una  «nuova legge elettorale» prima che «nuove elezioni». Altrimenti «anche Mahdi sarà rimpiazzato da un altro come lui». L’ultimo premier iracheno, ex ministro delle Finanze e del petrolio, sciita ma indipendente, è diventato capo del governo a 76 anni nel 2018, dopo mesi di consultazioni dalle Legislative. Nel post Saddam, il sistema politico che si imposto dall’invasione americana prevede un capo di Stato curdo (tra il 15% e il 20% della popolazione), un premier sciita (il 60% degli iracheni) e un capo del parlamento sunnita (il 15%-20%). Ogni blocco etnico-religioso si spartisce entrate e prebende tra l’establishment. Le comunità – tutte – restano senza servizi e welfare. Per Transparency l’Iraq è il 12esimo Paese più corrotto al mondo.

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L’emergenza inquinamento sta soffocando Delhi

Emergenza smog nella capitale indiana. Cantieri e scuole chiuse, blocchi del traffico e maschere distribuite alle famiglie con bambini e anzioni.

Delhi è avvolta dallo smog. L’emergenza per la salute pubblica nella capitale è stata dichiarata la mattina dell’1 gennaio dal Comitato di esperti nominati dalla Corte Suprema indiana, dopo che l’inquinamento ha raggiunto un livello «molto preoccupante»: alle 13 ora locale l’AQI, l’indice medio di qualità dell’aria, che misura i veleni, era pari a 480, ma in alcune aree si è superato il livello 500. Da quota 200 in su, l’aria è giudicata «cattiva» e pericolosa per chi la respira. L’Epca, l’organismo per la prevenzione e il controllo dell’inquinamento ha fermato tutti i lavori di costruzione e i cantieri fino al 5 di novembre. Blocco anche per le attività svolte nella cintura industriale di Delhi che utilizzano petrolio o carbone e non si sono convertite al gas naturale o ai biocarburanti, imposti da recenti provvedimenti a tutte le nuove attività.

DISTRIBUITE 5 MILIONI DI MASCHERE ANTISMOG

La mattina del primo giorno di novembre, Delhi si è svegliata ricoperta, per il secondo giorno consecutivo, da un manto di smog che limita la visibilità e che, secondo le previsioni, non si allontanerà per le prossime 48 ore. L’amministrazione ha avviato la distribuzione porta a porta di 5 milioni di maschere antismog per tutte le famiglie in cui ci siano bambini e anziani. Il governatore Arvind Kejriwal ha deciso di tenere chiuse tutte le scuole della città fino al 5 novembre. Sul fronte del traffico, dal 2 novembre scatta il provvedimento già annunciato da tempo delle targhe alterne, che resterà attivo fino al 12: le sole eccezioni riguardano le moto e le auto guidate da donne che accompagnino a scuola i figli, purché i bambini indossino le divise delle scuole. Bhure Lal, presidente dell’Epca, ha dichiarato che migliaia di poliziotti e agenti sono in strada con l’incarico di sorvegliare che i provvedimenti vengano rispettati: «Sanzioni molto pesanti colpiranno gli inquinatori», ha detto. Secondo l’agenzia di stampa Ians, il governatore ha dichiarato che «Delhi è diventata una camera a gas».

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Le domande ancora aperte sulla morte di al Baghdadi

Perché era nascosto nell’area di influenza turca di Idlib? Che fine faranno gli 11 bambini tratti in salvo? Quanto Russia e Siria hanno collaborato con la Cia? Tutti i dettagli che vanno chiariti dopo la fine del capo dell'Isis.

In un blitz quasi in presa diretta che farà molto comodo a Donald Trump per le Presidenziali del 2020, le forze speciali americane hanno costretto al suicidio il ricercato numero uno Abu Bakr al Baghdadi. Un’operazione seguita il 27 ottobre 2019 «come un film» dal presidente, nella situation room della Casa Bianca del Consiglio di sicurezza riservata a queste occasioni, come accadde con Osama bin Laden. Per quanto Trump avesse sconfessato nel 2011 i meriti di Barack Obama, è cosa buona e giusta festeggiare lui: l’Isis ha mille teste, come al Qaeda, e avrà un nuovo capo, ma con al Baghdadi è scomparso l’artefice del Califfato e il terrorista più pericoloso. Proprio a riguardo alcuni elementi sulla sua intercettazione e sul blitz non possono essere derubricati a dettagli vaghi, e anziché celebrati andrebbero chiariti. Per focalizzare le responsabilità passate (e in prospettiva futura) sul terrorismo islamico. E chiarire il rapporto tra potenze anche rivali in Medio Oriente.

IL RIFUGIO? UN COVO TRA I RIBELLI SIRIANI

Il primo aspetto sul quale riflettere è il luogo del rifugio di al Baghdadi. Il percorso della sua fuga sarebbe stato ricostruito grazie al racconto all’intelligence irachena, cruciale per mettersi sulle tracce dell’ideologo dell’Isis, di una delle mogli catturate e di alcuni suoi ex aiutanti. Poi dalla testimonianza, altrettanto chiave, ai vertici curdi delle Forze siriane democratiche (Sdf), di un informatore dell’Isis. Dall’ultimo bastione di Baghouz, nell’Est della Siria, al Baghdadi non si era spostato nel deserto tra la Siria e l’Iraq, come riteneva la gran parte degli analisti. Ma era riuscito a raggiungere la roccaforte dei ribelli siriani di Idlib: nel dettaglio il villaggio di Barisha al confine con la Turchia. L’autoproclamato califfo si sarebbe trovato lì, con mogli, figli e fedelissimi, almeno dal maggio 2019.

Al Baghdadi morte Isis Siria Trump
Il sito di Al Baghdadi in Siria distrutto dal blitz degli Usa.

COME STANNO I FRONTI JIHADISTI? L’ISIS RICONTAGIA AL QAEDA

Nell’area di Idlib è si è continuato a combattere per tutto il 2019. Tra le forze di Bashar al Assad e russe e l’ultima coalizione dei ribelli siriani, che da anni è finanziata dai turchi e include gruppi salafiti legati ad al Qaeda come Hayat Tahrir al Sham (Hts, l’ex fronte al Nusra). A Idlib sono asserragliati anche gli scissionisti di al Nusra di Hurras al Din e di altre frange jihadiste come Ansar al Tawhid, facenti capo alla nuova sigla dei Guardiani della Religione e formalmente sempre sotto l’ombrello di al Qaeda. Da diversi mesi ci sono scontri anche i due fronti qaedisti: gli Hts in particolare svolgono operazioni anti-Isis contro gli ex alleati. Alla fine di agosto anche gli Usa hanno condotto raid a Idlib contro i Guardiani della Rivoluzione. E dei loro membri sono stati uccisi nel blitz contro al Baghdadi a Barisha.

DA ANKARA NESSUNA INFO? AL BAGHDADI ERA A 20 KM DALLA TURCHIA

La filiale di al Qaeda in Siria origina dallo stesso nucleo dell’Isis, anche se dalla scissione a Raqqa i due gruppi si sono aspramente combattuti. Finché gli affiliati dell’Isis in rotta dal 2018 non hanno raggiunto anche Idlib: lì si è temuto un nuovo cartello di al Qaeda, con la saldatura di cellule di al Baghdadi. Dagli antefatti è probabile invece che soffiate su al Baghdadi siano arrivate anche da al Nusra. Ma gli interrogativi sulla Turchia, che certamente ha concesso lo spazio aereo ai mezzi delle forze speciali Usa, restano aperti. L’intelligence di Ankara (parte della Nato) non aveva rilevato, quantomeno come sospetto, il covo di al Baghdadi a 20 chilometri dalla frontiera? Da mesi, e in una zona di sua influenza? Nessuna informazione era arrivata ai turchi dai gruppi jihadisti addestrati?

BAMBINI SOTTRATTI: CHE FINE HANNO FATTO?

Uno squadrone di otto elicotteri americani ha attaccato per circa due ore il Nord della provincia di Idlib. La segretezza sulle rapide analisi per identificare poi il corpo di al Baghdadi e sulla sua dispersione in mare alimenterà sempre illazioni sulla sua morte. Ma era una procedura scontata e, come con bin Laden, inevitabile. E se meritano pochi approfondimenti anche i dettagli coloriti e le iperboli del racconto di Trump sull’operazione, è lecito invece pretendere di sapere cosa ne sarà degli «11 bambini portati via dal rifugio». Sempre l’inquilino della Casa Bianca ha riferito di «tre dei suoi figli trascinati da al Baghdadi con lui nel tunnel, a morte certa». Almeno parte dei minori rimasti in vita (le due mogli presenti sarebbero state uccise) erano figli di al Baghdadi? Dove sono stati trasferiti?

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Il resto di un mezzo con jihadisti vicini all’Isis colpiti nei raid Usa a Idlib. (Getty).

IL GIALLO SULLA FAMIGLIA BIN LADEN: QUALE DESTINO?

Con la famiglia del super terrorista ci sarebbero stati alcuni aiutanti. Trump e i funzionari statunitensi non hanno ancora specificato la parte terza che ha preso in carico i bambini tratti in salvo. Sul destino delle mogli e dei figli di Bin Laden non c’era stata trasparenza, è stato difficile tracciare il loro percorso, attraverso gli Stati mediorientali. Il passato a piede libero del delfino 30enne Hamza, ucciso a settembre tra l’Afghanistan e il Pakistan in un’altra operazione americana, è un capitolo oscuro. Ma anche aver segregato i quadri di al Qaeda in regimi di carcere duro come Guantanamo a Cuba o Abu Ghraib in Iraq – luoghi di torture – ha provocato gravi recrudescenze. Al Baghdadi fu tra gli internati della prigione irachena di massima sicurezza di Camp Bucca, considerata il vivaio dell’Isis.

INTELLIGENCE STRANIERE: CHE RUOLO HA AVUTO LA RUSSIA?

L’ultima nota è sul groviglio di collaborazioni tra intelligence per la cattura di al Baghdadi. Trump è stato sincero sulle «informazioni molto utili dei curdi», sulla collaborazione dei turchi a «sorvolare parte del loro territorio», sul supporto dell’Iraq, del regime siriano e della Russia sua alleata e di Assad che «ci ha aperto alcune basi per l’operazione». Per il gioco delle parti il Cremlino poteva solo negare, mettendo in dubbio la ricostruzione americana e la morte stessa di al Baghdadi. L’ammissione di aver informato Mosca e non il Congresso dell’operazione espone Trump anche al fuoco di fila dei democratici. Ma nella guerra all’Isis, dai raid dell’Amministrazione Obama nei territori occupati dai jihadisti la Cia condivide protocolli di intelligence anche con la Russia e con l’apparato di sicurezza di Assad.

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Iraq, spari contro una manifestazione a Kerbala: 18 morti

Uomini mascherati hanno aperto il fuoco contro un sit-in nella città santa non lontano a Baghdad. Centinaia le persone ferite.

Uomini mascherati hanno sparato sui manifestanti nella città santa di Karbala, a sud di Baghdad, uccidendo decine di persone. Secondo un funzionario iracheno il bilancio dell’attacco è di almeno 18 morti. Centinaia, invece, le persone rimaste ferite.

GIORNI DI PROTESTA IN TUTTO L’IRAQ

Da giorni sono in corso proteste popolari in tutto il centro e il sud dell’Iraq, abitato in prevalenza da sciiti, contro il carovita, la corruzione e la mancanza di servizi pubblici. Un testimone ha raccontato che decine di manifestanti si trovavano in alcune tende montate in una piazza della città quando sono stati raggiunti da colpi di arma da fuoco sparati da un’auto in corsa. Sempre secondo il testimone, che ha voluto mantenere l’anonimato, a quel punto sono arrivati uomini mascherati vestiti di nero che hanno cominciato a sparare contro i manifestanti.

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L’Argentina sceglie il peronismo di Fernandez, nonostante le Borse

Il candidato di centrosinistra ha battuto il presidente uscente a primo turno. Ma i mercati hanno reagito perdendo il 3%.

L’Argentina torna peronista affidandosi ad Alberto Fernández, che ha battuto il presidente liberista uscente Mauricio Macrì al primo turno, senza passare per il ballottaggio. Da subito dovrà mettersi al lavoro per scongiurare il rischio di iperinflazione e rassicurare i mercati che hanno subito reagito male al risultato elettorale, con la borsa di Buenos Aires che è arrivata a perdere quasi il 3%. Intanto la Banca centrale vara la stretta sui cambi, riducendo l’acquisto di dollari a soli 200 al mese (erano 10mila) se si possiede un conto bancario.

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L’attivista Joshua Wong è stato escluso dal voto di strettuale a Hong Kong

La candidatura dell'ex leader del movimento degli ombrelli è stata respinta perchè non in linea con la Basic Law: a pesare la sua campagna per l'autodeterminazione dalla Cina.

Joshua Wong non potrà correre alle elezioni distrettuali di Hong Kong del 24 novembre: l’ex leader del movimento degli ombrelli del 2014 e tra gli attivisti più in vista delle proteste che da quasi cinque mesi stanno scuotendo la città, è stato squalificato perché la candidatura non rispetta i requisiti delle leggi elettorali. Il governo ha spiegato che difesa o promozione dell’autodeterminazione dell’ex colonia sono contrarie al requisito secondo cui un candidato deve sostenere la Basic Law (Costituzione locale) e esprimere lealtà alla Cina.

LAM ESCLUDE CHE LA CINE VOGLIA SOSTITUIRLA

Sul fronte interno intanto la governatrice Carrie Lam ha negato l’ipotesi secondo cui Pechino vorrebbe sostituirla a marzo alla guida di Hong Kong, in base a quanto riportato dal Financial Times: in conferenza stampa, la Lam ha parlato di «rumor» e ricordato la smentita del ministero degli Esteri cinese. «Il governo centrale è stato molto d’aiuto e resta fiducioso che io, il mio team e il governo di Hong Kong, in particolare la polizia, saremo in grado di gestire la situazione, porre fine alle violenze e riportare la normalità il prima possibile».

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Il compromesso storico della Germania contro i neonazi

Alle Regionali in Turingia ha sbancato il "mostro" Höcke, candidato dell'estrema destra di AfD. I cristiano-democraticidi Merkel, crollati, possono allearsi solo con la sinistra radicale per avere la maggioranza.

La batosta per il partito (Unione cristiano-democratica, Cdu) dell’ex ragazza dell’Est non è piovuta dalla temuta Sassonia, o dal Brandeburgo dove a settembre conservatori e i socialdemocratici (Spd) avevano sostanzialmente retto all’estrema destra. Ma dalla Turingia storicamente cerniera tra l’Est e l’Ovest della Germania: è smottato il Land dei vigneti e delle università di Jena ed Erfurt, culla del misticismo tedesco e del romanticismo, degli studi di Martin Lutero, di Karl Marx e di altri pensatori che avrebbero scosso l’Europa. Dopo le Regionali del 27 ottobre 2019, la Turingia potrebbe partorire il primo governo di compromesso storico in 30 anni dalla caduta della Ddr, la Repubblica democratica tedesca, celebrata in autunno.

LA PRIMA VOLTA CDU-LINKE?

La scossa per una giunta con gli ex comunisti della Linke, proposta dal leader regionale della Cdu di Angela Merkel, Mike Mohring, è stata il trionfo (23%) della peggiore corrente dell’estrema destra Alternative für Deutschland (AfD), schizzata dal 10% del 2014 a secondo partito. E il crollo concomitante della Cdu (al 22%, -12%) che fino al 2010 aveva amministrato la Turingia dalla riunificazione. Il consolidamento della Linke a primo partito (al 31%, cresciuta di tre punti) è una soddisfazione anche personale per il governatore Bodo Ramelow, molto apprezzato tra la popolazione. Ma stavolta la Linke non può farcela con la Spd (-4%, all’8%) e con i Verdi (al 5%). Occorre un governo di tutti contro uno.

Germania elezioni Turingia Est AfD estrema destra
Il muro dell’ex Ddr di fronte a Johann Wolfgang Goethe e Friedrich Schiller. Un’installazione per il 30ennale in Germania della caduta del Muro. (Getty)

IL PROBLEMA HÖCKE

Solo la partecipazione – o in extremis l’appoggio esterno – della Cdu e ci si augura dei Liberali (Fdp) al 5%, può garantire a Ramelow una maggioranza di governo. Il mostro da abbattere è l’esponente di AfD Björn Höcke, un «nazista» per Mohring e un «fascista» per i Verdi, nella calda campagna elettorale che si è chiusa. L’agitatore della Flügel, «l’ala» percepita eccessiva anche dalla parte dell’elettorato più populista di AfD, è di casa negli ambienti e ai cortei dei neonazi dell’ex Ddr. Höcke rievoca fieramente i tempi del Terzo Reich. Attraverso un linguaggio molto disinvolto (una per tutte, dire una «vergogna» il Museo dell’Olocausto a Berlino) anche verso la Wende (la «svolta») del 1989.

UN QUARTO DEGLI ELETTORI CON AFD

Ma promettere una nuova «Wende» per salari e pensioni più alte, più sicurezza e meno immigrati (dei già pochi nell’Est) ha ripagato Höcke. Un quarto dell’elettorato della Turingia lo ha votato, rivelandosi molto radicale soprattutto tra le nuove generazioni: la Linke è al 40% tra gli over 60 e al 22% tra i giovani che non sono attratti dal programma degli ambientalisti, al contrario che nell’Ovest. Mentre AfD è riuscita a raggiungere tutti gli strati della popolazione: tra le donne del Land AfD è al 18%, il 22% tra chi ha il diploma di maturità. Decine di migliaia di preferenze (circa 36 mila) sono arrivate all’estrema destra anche dalla Cdu. Più del doppio (77 mila) dal bacino tradizionale degli astenuti.

Al voto di protesta in Turingia la partecipazione è spiccata a oltre il 65% per il voto

PARTECIPAZIONE MOLTO ALTA

Solo a uno sguardo superficiale il trend della Turingia riflette quello della Sassonia e del Brandeburgo: AfD che esplode per gradimenti, mentre i partiti dei governi uscenti (la Cdu in Sassonia, la Spd in Brandeburgo e la Linke in Turingia) vengono confermati. Alle elezioni regionali tedesche è spiccata la partecipazione a oltre il 65%. Parte del voto di protesta ha interessato anche la sinistra radicale, che aveva assorbito i socialisti del vecchio partito unico (Sed) della Ddr: il 16% delle preferenze alla Linke viene dalla «delusione» per gli altri partiti. È un segnale che il buon Ramelow abbia toccato il consenso più alto del partito dal 1990. E la Cdu il più basso.

Germania elezioni Turingia Est AfD estrema destra
Il leader dell’ala pià estrema di AfD, Bjoern Hoecke, festeggia la vittoria delle Regionali in Turingia, Germania. (Getty)

ELETTORI DELLA CDU APERTI ALLA LINKE

Ex tedesco dell’Ovest, effettivamente il governatore della Turingia ha lavorato bene e con raziocinio nella prima Amministrazione della Germania riunificata guidata dalla Linke. Anche il 60% degli elettori dei cristiano-democratici nella regione lo giudica, nei sondaggi, un buon governatore. Solo il 28% rifiuterebbe a priori un’alleanza con la Linke targata Ramelow. Prima dei risultati, tutti nella Cdu escludevano la possibilità di un governo con la sinistra radicale. Ma poi il candidato Mohring ha riconosciuto che la «stabilità del Land prima degli interessi di partito».

La Linke non può essere equiparata ad AfD. Tutte le forze democratiche devono collaborare


I Verdi

VERDI PER LA COLLABORAZIONE DI TUTTI

Altri politici della Cdu puntano i piedi, come i liberali. Ma Mohring è pronto alla «responsabilità». Il capogruppo parlamentare dei conservatori Dietmar Bartsch (Merkel tace) ribadisce i paletti al matrimonio nazionale ma, apre, «sul piano regionale decide chi deve formare una coalizione». Dai socialdemocratici alle prese con la difficile elezione di un leader nazionale non potevano arrivare veti. Anche i Verdi invitano tutte le «forze democratiche alla collaborazione». Dopo tutto Ramelow, che non ha preclusioni e ha aperto i colloqui con tutti, governa un Land, si è affermato, anche a livello istituzionale. Si rimarca, la Linke «non può essere equiparata ad AfD».

Germania attacchi Halle antisemitismo
L’attacco antisemita a Halle, in Germania, nei pressi della sinagoga. GETTY.

L’ALLARME DELLA COMUNITÀ EBRAICA

Certo per il Frankenstein di una Giunta Cdu-Linke (o di una Giunta di minoranza Linke-Spd con l’appoggio esterno alternato di Cdu-Verdi-Fpd) si pone il problema del prossimo voto. AfD esulta alla prospettiva di raccogliere gli ultimi frutti dal tracollo dei cristiano-democratici. Ma la priorità è arginare la corrente di un leader di AfD dal 2019 sotto osservazione dall’intelligence interna per le posizioni antisemite e nazionaliste, ritenute «sempre più estremiste» dai servizi segreti. Per la comunità ebraica in Germania, «un risultato di questa portata in Turingia di AfD dimostra che nel sistema politico tedesco qualcosa di fondamentale è finito fuori controllo».

LA VIA DI AFD VERSO LA BAVIERA

Nessun partito tedesco è disposto ad allearsi con l’estrema destra di Höcke, a livello nazionale o locale. Ma il boom di consensi dà ad AfD le speranze per «diventare un partito di massa», perlomeno nell’ex Ddr. I due morti negli attacchi di Halle del 9 ottobre, nella Sassonia Anhalt, contro la sinagoga, per mano di un neo nazista, non hanno trattenuto migliaia elettori dell’Est. E non è servito il monito della cancelliera Merkel sulle «parole che possono trasformarsi in atti». La Turingia è la strada maestra dell’estrema destra dalla roccaforte in Sassonia verso la Baviera. Per ricompattare la Cdu sulla diga ad AfD occorreranno mesi di consultazioni. Intanto resta in carica la giunta uscente di Mohring.

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I resti di Baghdadi in mare, presto il video del raid

Il Pentagono ha confermato che i resti del leader Isis hanno fatto la stessa fine di Osama Bin Laden. Polemiche negli Usa per l'annuncio di Trump.

I resti di Abu Bakr al Baghdadi, il capo dell’Isis che si è fatto esplodere nel raid americano in Siria, sono stati dispersi in mare. Come quelli dell’ex leader di al Qaida, Osama bin Laden. Ad annunciarlo sono stati i vertici del Pentagono, rivelando anche che nell’operazione sono state catturate due persone e che il video del blitz sarà diffuso, almeno in parte, nei prossimi giorni, dopo l’iter di declassificazione.

PRIME CONTESTAZIONI CONTRO IL PRESIDENTE

Un successo? Certamente sì per Donald Trump, che però in un’America spaccata a metà è finito comunque nel mirino delle polemiche. «È stato come guardare un film», aveva detto il presidente del raid, seguito «in diretta» nella Situation Room della Casa Bianca. Ora però spuntano i dubbi che sia stata la sua fervida immaginazione a fargli vedere e sentire gli ultimi minuti di vita del capo dell’Isis e che la sua foto mentre seguiva il blitz sia stato uno scatto in posa. Dubbi che si mescolano alle crescenti polemiche per aver informato dell’operazione Vladimir Putin ma non i vertici democratici. E alle inattese contestazioni il 28 ottobre a Chicago e il 27 durante una finale di baseball allo stadio di Washington Dc, dove Trump ha incassato un sonoro ‘buuu’ dal pubblico, che ha anche gridato ‘lock him up’, ‘arrestatelo’, come urlavano i suoi fan contro Hillary Clinton.

I DUBBI SULLA RICOSTRUZIONE DI TRUMP

È stato il New York Times il primo a mettere in dubbio il macabro racconto della morte del Califfo offerto in diretta tv dal tycoon, secondo cui al Baghdadi è scappato «nel panico totale» in un tunnel senza uscita ed è morto «come un codardo, piangendo e gridando», prima di farsi saltare in aria con un giubbotto esplosivo insieme ai tre figli. Secondo il quotidiano, quelle del raid delle forze speciali Usa erano solo immagini della sorveglianza aerea, prive di audio. Immagini peraltro di una casa-bunker avvolta nel buio della notte, dove americani e jihadisti erano distinti a stento dalle tracce termiche. Non solo: di Baghdadi braccato nel tunnel il commander in chief non ha potuto nemmeno vedere le immagini in diretta. Gli ultimi minuti di vita del leader dell’Isis, infatti, sono stati ripresi dalle telecamere installate sugli elmetti dei soldati americani che stavano compiendo il raid. Video che sarebbero stati consegnati a Trump soltanto dopo la conferenza stampa.

LE DIFFERENZE COL RAID DEL 2011 CHE UCCISE BIN LADEN

Ad una domanda specifica della Abc sul racconto cinematografico del tycoon, il capo del Pentagono Mark Esper ha provato a tergiversare dicendo di essere all’oscuro di certi dettagli e di ritenere che il presidente abbia «parlato probabilmente con i comandanti sul campo» per farsi dare tutte le informazioni. Esper ha glissato anche in conferenza stampa e ha frenato gli entusiasmi di Trump, ammonendo che la situazione in Siria «resta complessa». Ad offuscare il successo del raid anche lo scatto che immortala il presidente al centro della Situation Room con a fianco i vertici della Casa Bianca e del Pentagono, tutti rigorosamente in giacca e cravatta. Pete Souza, l’ex fotografo ufficiale di Obama, ha detti che si tratta di una foto costruita ad arte, troppo simmetrica e statica, scattata – dati alla mano – un’ora e mezza dopo l’inizio dell’operazione, quindi non in diretta. E la contrappone alla sua famosa foto di quella stessa stanza quando fu ucciso Bin Laden nel 2011, con Obama in camicia senza cravatta e un giubbotto scuro e gli altri membri dell’amministrazione in ordine sparso e in un’atmosfera di tensione estrema, restituita dalla segretaria di Stato Hillary Clinton sconvolta con la mano sulla bocca.

L’IRONIA DEI SOCIAL E LA RABBIA DEI DEM

I social hanno commentato con sarcasmo. «Foto scattata quasi due ore dopo? Stavano aspettando Trump che era andato a giocare a golf», ha commentato un utente di Twitter. «Probabilmente stavano guardando Fox News», ha cinquettato un altro citando la tv preferita del tycoon. «La prossima volta non guardate l’obiettivo della macchina fotografica, sembrerà meno in posa», ha suggerito un altro ancora. Più forti dei dubbi e dei sarcasmi sono però le critiche al presidente per aver tenuto all’oscuro del blitz la speaker della Camera Nancy Pelosi e altri importanti dirigenti dem, tra cui Adam Schiff, il presidente della commissione Intelligence che sovrintende all’indagine di impeachment. «Temevo fughe di notizie, Schiff è la più grande talpa di Washington», ha tagliato corto Trump, ormai in rotta totale con l’opposizione.

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Carlo De Benedetti ha lasciato presidenza onoraria del gruppo Gedi

Carlo De Benedetti ha lasciato la presidenza onoraria di Gedi. «Confermando le mie divergenze sulla condizione e prospettive dell’azienda, per..

Carlo De Benedetti ha lasciato la presidenza onoraria di Gedi. «Confermando le mie divergenze sulla condizione e prospettive dell’azienda, per coerenza rinuncio alla carica di presidente onorario», ha spiegato De Benedetti. «Prendiamo atto della sua decisione di rinunciare alla carica di presidente onorario e desideriamo esprimere il nostro ringraziamento per il contributo determinante da lei fornito alla società negli ultimi 40 anni», è stata invece la risposta del Cda del gruppo editoriale.

CIR HA CONFERMATO IL “NO” ALLA PROPOSTA DI ACQUISTO

Sul fronte societario la Cir, che gestisce il gruppo editoriale, ha definito «irricevibile» la proposta inviata da Carlo De Benedetti lo scorso 11 ottobre: «non concordata né sollecitata per l’acquisto di una partecipazione del 29,9% in Gedi». La posizione è stata confermata da tutti i consiglieri del Gruppo, «in quanto contraria all’interesse sociale».

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Eliminato al-Baghdadi, agli Usa resta da sciogliere il nodo iraniano

Nonostante l'annunciato disimpegno in Siria, l'intelligence americana ha continuato la guerra al terrorismo nell'area. Dove c'è un'altra grande priorità: il contenimento dell'influenza di Teheran.

Il presidente Donald Trump ha motivo di esultare per la notizia dell’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi. E noi, con lui, abbiamo ragione di accoglierla con favore, sperando che sia confermata, naturalmente, viste le responsabilità di questo personaggio giunto alla ribalta dell’attenzione pubblica internazionale con l’annuncio della nascita del Califfato (29 giugno 2014 a Mosul, in Iraq), poi con l’adesione alla sua chiamata alle armi da parte di decine di migliaia di foreign fighter provenienti da mezzo mondo; e infine con la lunga scia di sangue e di violenze di ogni genere lasciata dietro di sé, direttamente o comunque in suo nome in Medio Oriente, in Europa, in Africa, in Asia e negli stessi Stati Uniti.

LEGGI ANCHE: Trump e la politica estera dopo il disimpegno militare in Siria

LA STRISCIANTE RIPRESA DELL’ISIS NELLE AREE DI ORIGINE

Alla sconfitta militare dell’Isis in territorio siriano e iracheno (2016-2017) mancava davvero questo epilogo che tra l’altro è giunto in un momento in cui andavano crescendo le preoccupazioni per la strisciante ripresa di quell’organizzazione nelle stesse aree di origine e altrove manifestate dalle Nazioni Unite e dai servizi di sicurezza europei nonché, proprio nei giorni scorsi, dallo stesso ministro degli Esteri americano Mike Pompeo che aveva dichiarato alla Cbs: «È complicato, ci sono posti dove l’Isis è più forte oggi che tre o quattro anni addietro anche se la sua complessiva capacità di attacco è resa molto più difficile». Quest’epilogo è avvenuto, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, a Barisha, un piccolo villaggio nella provincia di Idlib, nella Siria occidentale, che continua a essere rifugio di ribelli siriani di ogni tipo, da Al-Qaeda a miliziani caucasici e all’Isis per l’appunto.

LA GUERRA AL TERRORISMO È RIMASTO OBIETTIVO PRIORITARIO

Alle parole di esultanza di Trump hanno fatto eco quelle di Mazloum Abdi, il comandante dello Sdf di cui i curdi costituiscono il pilastro fondamentale: «Un successo storico dovuto al lavoro di intelligence svolto con gli Stati Uniti», ha dichiarato. Anche Ankara si è meritata un robusto ringraziamento per il do ut des intercorso tra Idlib e il benestare sul confine. E qui una constatazione: l’attacco americano è avvenuto a circa 60 km a ovest di Aleppo, dunque in una zona area sulla quale gli americani sono sostanzialmente assenti. Ciò significa che al di là della sua presenza fisica, l’intelligence americana non ha mai abbandonato la guerra al terrorismo, uno degli obiettivi primari perseguiti dall’Amministrazione americana in Siria (coalizione internazionale lanciata nel 2014). 

GLI INTERESSI AMERICANI IN SIRIA

In quest’ottica si spiega anche la decisione della stessa Amministrazione di rinforzare la propria presenza nell’area a Est dell’Eufrate: per difendere dalle milizie dell’Isis i pozzi petroliferi di quell’area, si afferma. Ma allora, vien da chiedersi, come si concilia tutto ciò con il tanto sbandierato e criticato ritiro delle truppe americane? Penso che si spieghi con l’erraticità del presidente Trump, certamente, ma anche con la capacità di organizzazione, militare e di intelligence, che l’Amministrazione americana riesce comunque a esprimere rispetto all’obiettivo fondamentale della lotta al terrorismo jihadista. E quello non secondario di salvaguardarsi un ruolo al tavolo negoziale sul futuro della Siria.

IL CONTENIMENTO DELL’INFLUENZA IRANIANA

Resta il rammarico che il ruolo dei curdi, determinanti nella sconfitta di quel terrorismo, non sia stato considerato come fondamentale anche se il plauso del comandante per l’uccisione di Al Baghdadi lascerebbe intendere che la ferita del “tradimento” sia stata in buona misura sanata. E resta il quesito relativo all’altra grande priorità americana nell’area medio-orientale: il contenimento dell’influenza iraniana. Chissà se e in che misura le proteste in atto in Libano e in Iraq contengano anche un’affiorante criticità nei riguardi di Teheran oltre alle cause più evidenti e riconoscibili quali la corruzione e la governance. Intanto Trump si crogiola e pensa al credito che con quest’operazione gli verrà in chiave elettorale. Mentre si attendono i commenti di Mosca, pure ringraziata da Trump, di Teheran e di Damasco.

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La sanguinosa repressione contro i manifestanti in Iraq

Dopo le 149 vittime di inizio ottobre, altro bagno di sangue a Baghdad e nel Sud del Paese: almeno 73 morti e 3.500 feriti.

Sale a 73 uccisi e 3.500 feriti in due giorni il bilancio della sanguinosa repressione governativa in Iraq della seconda ondata di proteste popolari contro il carovita e la corruzione tra venerdì 25 ottobre e domenica 27 ottobre a Baghdad e in diverse città del Sud del Paese. Lo riferisce l’Osservatorio iracheno per i diritti umani. Molte persone sono state uccise con spari di bombole di gas lacrimogeni esplosi dai poliziotti a distanza ravvicinata alla testa dei manifestanti, stando a foto diffuse dall’Osservatorio.

LA REPRESSIONE DI INIZIO OTTOBRE AVEVA FATTO 149 MORTI

Già ai primi di ottobre, in una settimana erano stati uccisi 149 civili dalla repressione delle forze di sicurezza e da non meglio precisati uomini armati. Dal 1 al 6 ottobre anche sei poliziotti erano stati uccisi nelle violenze tra Baghdad e le città del Sud sciita dominate da milizie filo-iraniane. Ai manifestanti di venerdì 25 e sabato 26 ottobre si sono aggiunti il 27 gli studenti delle scuole secondarie e delle università che hanno chiuso i loro battenti domenica, normale giorno feriale in Iraq (il venerdì è il giorno di riposo settimanale).

Il parlamento iracheno è pronto a riunirsi a Baghdad per discutere delle misure da prendere di fronte alle ripetute proteste popolari

I manifestanti, che sabato erano riusciti a occupare la centrale piazza Tahrir di Baghdad, sono rimasti nella piazza per tutta la notte tra domenica e lunedì. Intanto, il 28 ottobre le autorità locali delle città del Sud del Paese hanno tolto il coprifuoco, imposto da venerdì. Il parlamento iracheno è pronto a riunirsi a Baghdad per discutere delle misure da prendere di fronte alle ripetute proteste popolari. La sera del 24 ottobre il premier iracheno Adel Abdel Mahdi, insediatosi un anno fa, aveva difeso in un discorso tivù le annunciate riforme sociali ed economiche.

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Elezioni in Argentina: vince il peronista Fernandez

Netto successo al primo turno del candidato di centrosinistra: finisce l'era Macri. Il nuovo presidente avrà come vice Cristina Fernandez de Kirchner.

Il verdetto è irreversibile: il presidente Maurizio Macri ha fallito la conferma del suo mandato nelle elezioni svoltesi in Argentina. E lo scettro passa il 10 dicembre al suo principale sfidante, il peronista di centro-sinistra Alberto Fernandez, che vince al primo turno ed avrà come vice la ex presidente Cristina Fernandez de Kirchner. Quando lo spoglio era giunto stanotte al 90,33%% del totale dei voti espressi, Fernandez raccoglieva il 47,80% dei suffragi, mentre Macri ne otteneva il 40,69%, con una differenza provvisoria di oltre 1,7 milioni di voti. La sconfitta governativa è stata accentuata dalla perdita anche del governo della provincia di Buenos Aires, dove un economista ‘fedele’ a Cristina Kirchner ha sconfitto con il 51,98% la governatrice uscente, Maria Eugenia Vidal (36,11%). Unica, relativa, consolazione è il successo di Horacio Rodriguez Larreta che mantiene nelle sue mani il governo della capitale. Ma per gli analisti, Larreta potrebbe ora usare questo successo per sottrarre la guida dell’opposizione Macri. Un minuto dopo la chiusura dei seggi, il quartier generale del ‘Fronte di tutti’ nel popolare quartiere della Chacarita, è entrato in ebollizione.

IL RITORNO DEI PERONISTI

Le reti sociali, Twitter fra tutte, hanno cominciato a lanciare anticipazioni convergenti, confermando «l’ampia vittoria» della coppia Alberto e Cristina Fernández (non li unisce alcun grado di parentela, ma una lunga militanza politica). Le tv ‘all news’ hanno fatto da cassa di risonanza alla ancora ufficiosa vittoria dell’opposizione. La gente è uscita di casa e si è riversata sulla Avenida Corrientes, all’altezza di Dorrego, vicino al ‘bunker’ dei vincitori. Le grida di gioia, lo sventolio di bandiere bianco-celesti e gli slogan ostili al presidente Macri hanno risuonato per ore. Davanti a decine di telecamere, i militanti della fazione di centro-sinistra del peronismo hanno scandito slogan come ‘Alberto, amigo, el pueblo està contigo’, ‘Presente, presente, Alberto presidente’, e ‘Hay que saltar, hay que saltar porque Mauricio no vuelve màs’. ‘Maurizio Macri non torna più’. I commentatori hanno sottolineato che, confermandosi definitivamente la sconfitta del governo e il ritorno dei peronisti nella Casa Rosada, l’uscente Macri, eletto nel 2015, sarà ricordato almeno come il primo capo di Stato non peronista che è riuscito a terminare il suo mandato.

L’AUSTERITY DI MACRI

A nulla è servito lo sforzo di Macri che da fine settembre si è lanciato in una maratona di manifestazioni nelle più importanti città, scandendo lo slogan ‘Sì se puede!’ e promettendo per il suo nuovo mandato un «benessere per tutti», più vicino alla offerta populista che al suo modello di austerità e buon governo. Il capo dello Stato lascia il bilancio pubblico praticamente senza deficit, e un terreno positivo per l’import-export, dovuto però alla forte contrazione delle importazioni. Sull’altro piatto della bilancia il Paese si ritrova con una recessione per il 2019 del 2,7%, una netta crisi industriale, un aumento della disoccupazione e della povertà che coinvolge oltre un terzo degli argentini. E infine una inflazione irrefrenabile (quasi il 60%) che strozza i salari e provoca una costante svalutazione del peso. Questo scenario, reso plausibile dalla vittoria dell’opposizione già nelle primarie (‘Pasos’) svoltesi l’11 agosto, ha spinto il governatore Guido Sandleris a convocare in nottata il direttorio per monitorare le prospettive della crisi sociale, economica e finanziaria. Ogni giorno, nelle ultime settimane, le riserve in valuta pregiata argentine hanno subito una forte emorragia di centinaia di milioni di dollari. Questo per non spaventare la classe media che in ogni occasione difficile compra dollari come bene rifugio.

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