Daily Archives: 12 Novembre 2023

Anatomia del Don Carlo, il capolavoro di Verdi che inaugura la stagione della Scala

Un filo rosso collega la prossima inaugurazione della stagione del Teatro alla Scala, Don Carlo, a quella che l’ha preceduta, Boris Godunov. Il dettaglio non è stato finora sottolineato come merita, ma l’elemento comune è chiaro: sia Verdi che Musorgskij in queste opere attribuiscono una decisa dimensione politica ai soggetti storici che avevano scelto di mettere in musica. Il legame fra i due lavori, del resto, è anche nella loro genesi. La prima rappresentazione di Don Carlo avvenne all’Opéra di Parigi l’11 marzo 1867 e due anni più tardi il compositore russo iniziò a scrivere il Boris. Prima di mettersi al lavoro, all’inizio di quel 1869, aveva assistito a San Pietroburgo al capolavoro verdiano. Come ha osservato lo storico della musica Michele Girardi, la comune tematica di fondo riguarda «le logiche spietate dei detentori di un potere assoluto che disintegra l’aspirazione alla felicità individuale e collettiva degli oppressi».

Il Don Carlos, titolo originale, è l’ultima incursione verdiana nella drammaturgia di Schiller 

Don Carlo fu composto su commissione dell’Opéra di Parigi e rappresentato in occasione dell’Esposizione Universale del 1867. Nacque quindi come Don Carlos, su libretto in francese di François-Joseph Mery e Camille du Locle. Ultima incursione verdiana nella drammaturgia di Friedrich Schiller – e unica in età matura dopo Giovanna d’Arco, I masnadieri e Luisa Miller – l’opera costituisce di fatto anche una delle ultime e più importanti affermazioni del cosiddetto “grand-opéra” nato a Parigi ormai mezzo secolo prima, con la sua suddivisione in cinque atti, lo spazio concesso a grandi e spettacolari scene di massa, la presenza di un ampio inserto dedicato alla danza. Al suo apparire il lavoro fu salutato da un discreto ma non travolgente successo. E già iniziavano a circolare fra i critici gli addebiti di “wagnerismo” che cinque anni più tardi per Aida sarebbero diventati parere quasi generale. Tuttavia, si trattava pur sempre dell’ultima novità di uno dei massimi autori di teatro per musica, e subito se ne ebbero rappresentazioni in Italia (con il libretto tradotto da Achille de Lauzières) e in Europa.

Anatomia del Don Carlo, il capolavoro di Verdi che inaugura la stagione della Scala
Giuseppe Verdi (Getty Images).

Le modifiche apportate alla versione italiana

Con la versione in italiano (il titolo era diventato Don Carlo) cominciarono anche le modifiche da parte di Verdi: già significative quelle realizzate per l’approdo al San Carlo di Napoli nel 1872, fondamentali e radicali quelle che oltre un decennio più tardi furono approntate per le rappresentazioni alla Scala nel gennaio del 1884. Fu allora che venne tagliato il primo atto della versione iniziale dalla partitura. Si tratta del cosiddetto “atto francese”, che si svolge nella foresta di Fontainebleau e che peraltro non esiste in Schiller ma è proprio solo del libretto francese. Contiene, oltre a sofisticate pagine corali, un’aria di Don Carlo, erede al trono di Spagna e un duetto di questi con Elisabetta di Valois, sua promessa sposa di un tempo ora costretta dalla ragion di Stato a convolare con il padre di lui, il re di Spagna Filippo II. Dal taglio venne salvata solo l’Aria, inserita nel secondo atto (che diventava il primo). Verdi non era certo il tipo che si faceva imporre cambiamenti così importanti e infatti nel suo epistolario si trovano ripetute considerazioni positive sulla versione in quattro atti. Sta di fatto che appena un paio di anni più tardi, a Modena, non è chiaro con quanta diretta partecipazione del compositore, l’atto francese fu riesumato, naturalmente sempre in italiano. E l’Aria di Don Carlo tornò al suo posto originale. Se si aggiunge che una cinquantina di anni fa sono emerse dagli archivi dell’Opéra varie pagine della partitura iniziale, che il compositore stesso aveva tagliato in occasione della prima rappresentazione assoluta (almeno un quarto d’ora di musica, forse di più), si ha il quadro del complesso percorso creativo verdiano in Don Carlo.

Anatomia del Don Carlo, il capolavoro di Verdi che inaugura la stagione della Scala
Un libretto del Don Carlo.

La versione 1884 in quattro atti aprirà la stagione della Scala con Chailly sul podio e la regia di Lluís Pasqual

Dal punto di vista rappresentativo, oggi le opzioni restano principalmente due: la versione parigina del 1867 (in francese, cinque atti, con i ballabili) e la versione scaligera del 1884 (in italiano, quattro atti, senza ballabili); in alternativa a quest’ultima, c’è la versione modenese, in italiano ma con il recupero dell’atto francese. Negli Anni 80 sulla questione si erano divisi due fra i maggiori studiosi italiani, Massimo Mila e Fedele d’Amico, peraltro concordi nel ritenere quest’opera uno dei maggiori raggiungimenti dell’arte di Verdi. Mila era a favore della versione in cinque atti, d’Amico di quella in quattro atti. A 40 anni di distanza, pare di poter dire che il confronto sia stato vinto da quest’ultimo. Secondo l’archivio del sito specializzato Operabase.com, dai primi anni Duemila la versione francese in cinque atti è stata proposta solo una volta, nel 2004 all’Opera di Roma. Quella in italiano in quattro atti è largamente maggioritaria e anche frequente in maniera confortante: se ne contano 23 apparizioni nei teatri di 13 città, con Firenze in prima fila (quattro allestimenti) seguita da Milano con tre. Negli ultimi tempi se ne sono avute edizioni ragguardevoli alla Fenice di Venezia (2019, regia di Robert Carsen, direttore Myung-Whun Chung), a Firenze e a Napoli (meno di un anno fa). Fra l’altro, Don Carlo torna a essere l’opera del 7 dicembre scaligero a 15 anni dall’ultima volta che inaugurò la stagione milanese, nel 2008, direttore Daniele Gatti, regista Stéphane Braunschweig. L’ormai imminente nuova proposta milanese della versione 1884 in quattro atti vedrà sul podio Riccardo Chailly, mentre la regia sarà dello spagnolo Lluís Pasqual. Cast di notevole livello, con René Pape (Filippo), Luca Salsi (Posa), Francesco Meli (l’Infante), l’immancabile Anna Netrebko (Elisabetta) ed Elina Garan?a (Eboli).

Anatomia del Don Carlo, il capolavoro di Verdi che inaugura la stagione della Scala
Il Don Carlo rappresentato alla Fenice di Venezia nel 2019 (dal sito Teatro la Fenice).

Con il suo spirito cupo e violento, il Don Carlo è una sorta di annuncio del decadentismo

L’opera è dominata da uno spirito cupo e violento, che rende drammaticamente vana ogni speranza. Il cattolicissimo re Filippo II opprime i protestanti dei Paesi Bassi e li manda al rogo sobillato dalla Santa Inquisizione, e intanto si arrovella perché la moglie Elisabetta di Valois non lo ama. Lei era stata promessa al figlio di Filippo, Don Carlo, ed è lui che ama, riamata. Un rapporto platonico ma ugualmente dal peso insostenibile, che resterà sempre e solo ideale, mentre la marchesa di Eboli cerca a sua volta di conquistare l’amletico Infante di Spagna, salvo confessare – per poi essere mandata in esilio – di essere l’amante del re. Il marchese di Posa, amico fedele di Don Carlo, si oppone alle politiche assolutiste di Filippo, ma non riesce a salvare i protestanti di Fiandra e finirà ucciso dagli archibugi del Sant’Uffizio, pur essendo stimato dal monarca. Il loro duetto nel primo atto, la pagina che più è stata rielaborata da Verdi, è uno dei culmini di tutta l’opera, come lo è l’intero terz’atto, aperto dalla formidabile aria di Filippo, Ella giammai m’amò. Il clima è torbido, la tinta oscura; totale la libertà dalle forme tradizionali del canto operistico, ammaliante la sottigliezza della scrittura strumentale. Non a caso Mila vedeva in questo capolavoro una sorta di annuncio del decadentismo, in grado di fare piazza pulita dei vani tentativi di rivoluzionare il genere operistico da parte della Scapigliatura. E non c’è da stupirsi se nella versione 1884 l’Infante di Spagna, che il padre ha deciso di consegnare al boia, alla fine letteralmente svanisce mentre si trova nella cripta del nonno Carlo V, in un’atmosfera quasi esoterica.

L’attualità drammatica dell’opera e il pessimismo di Verdi sulle umane sorti

Con i suoi personaggi dalla psicologia complessa, dipinta realisticamente fra dilemmi interiori e umanissime contraddizioni; con l’impari confronto fra gli individui e una ragion di Stato che non si ferma di fronte alla ferocia e al delitto; con la sua durissima rappresentazione della guerra in nome della religione, condotta fino agli omicidi rituali degli autodafé imposti dall’Inquisizione; con l’evidenza drammatica di come l’assolutismo soffochi non solo la libertà, ma anche l’aspirazione a essa, Don Carlo appare oggi drammaticamente attuale. È davvero un’opera profondamente politica, dominata dal radicale pessimismo del compositore sulle umane sorti, che non concede soverchie speranze neanche a chi vi assiste nel XXI secolo, dopo le illusioni sulla “fine della storia”. La storia non è affatto finita, e Verdi ce lo ricorda con una musica capace come poche di parlare sia al cuore che alla mente.

Attacchi sull’ospedale al-Shifa, Hamas interrompe le trattative sugli ostaggi

Hamas ha sospeso i negoziati sugli ostaggi a causa degli attacchi dell’esercito israeliano nella zona dell’ospedale al-Shifa di Gaza. Lo ha detto un funzionario palestinese alla Reuters. Nella giornata del 12 novembre il viceministro della Sanità di Hamas ha affermato che un raid dell’Idf ha distrutto un edificio della struttura, dove migliaia di medici, pazienti e sfollati sono intrappolati senza elettricità e con le scorte in diminuzione. Due neonati sono morti e altri 38 rischierebbero la vita nell’ospedale. A tal proposito, Benyamin Netanyahu ha detto che Israele ha offerto carburante alla principale struttura ospedaliera di Gaza, che però avrebbe rifiutato.

L’esercito di Israele: «Hamas ha perso il controllo del nord della Striscia di Gaza». Gli aggiornamenti sulla guerra.
Ospedale Al-Shifa di Gaza (Getty Images).

L’ospedale al-Quds non è più operativo, resta solo quello di al-Ahli 

È ormai da giorni che vanno avanti i combattimenti nella città di Gaza. Anche (e soprattutto) nei pressi degli ospedali, dove secondo l’esercito di Tel Aviv trovano riparo i miliziani di Hamas. La Mezzaluna rossa palestinese ha annunciato su X che l’ospedale al-Quds non più operativo: «La cessazione dei servizi è dovuta all’esaurimento del carburante disponibile e all’interruzione dell’energia elettrica». L’ospedale al-Ahli sarebbe adesso l’unico funzionante nella Striscia, seppur ben oltre la sua capacità.

Combattimenti nel campo profughi di al-Shati

Combattimenti in corso nel campo profughi di al-Shati a Gaza. Lo riferisce l’esercito israeliano, sottolineando che i combattenti di Hamas hanno aperto il fuoco sui soldati che stavano evacuando dei civili. Nel corso della giornata l’Idf ha concesso pause tattiche delle attività militari per quattro ore a Jabaliya e nel vicino centro abitato di Izbat Malien, per l’evacuazione di civili.

Attacchi sull’ospedale al-Shifa, Hamas interrompe le trattative con Israele sugli ostaggi. Gli aggiornamenti sulla guerra.
Mezzi in fila al valico di Rafah (Ansa).

In salvo in Egitto decine di persone con doppia cittadinanza

Diverse decine di stranieri e persone con doppia cittadinanza, oltre a palestinesi feriti, sono stati evacuati dalla Striscia di Gaza verso l’Egitto, secondo quanto riportato da entrambi i lati del confine. Una cinquantina le persone con doppia nazionalità arrivate a Rafah, secondo il canale Alqahera News, vicino ai servizi segreti egiziani. Tra coloro che hanno lasciato Gaza attraverso Rafah titolari di passaporti polacchi, rumeni e russi.

Nuovi attacchi di Hezbollah dal Libano, colpite tre località

Nuovi attacchi con razzi anticarro sono stati lanciati dagli Hezbollah dal Libano del sud dopo quello contro l’altura di Dovev, dove sette israeliani sono rimasti feriti, uno dei quali in condizioni molto gravi. In seguito, riferiscono fonti locali, altri razzi anticarro sono stati lanciati verso le località di Zarit, Yifatch e Aramshe. In alcune zone dell’Alta Galilea la popolazione ha avuto ordine di restare nei rifugi.

Attacchi sull’ospedale al-Shifa, Hamas interrompe le trattative con Israele sugli ostaggi. Gli aggiornamenti sulla guerra.
Esplosione al confine israelo-libanese (Ansa).

Gli Usa chiedono chiarimenti a Israele sul post-guerra

Gli Stati Uniti hanno chiesto chiarimenti in merito alle dichiarazioni del primo ministro Netanyahu, secondo il quale Israele manterrà la responsabilità della sicurezza a Gaza per un periodo indefinito dopo la guerra. Lo ha confermato una fonte americana a Times of Israel.

Sciopero generale, la Lega attacca Landini: «Tiene in ostaggio milioni di cittadini per farsi il weekend lungo»

La Lega non molla e adesso è scontro frontale sullo sciopero generale annunciato dalla Cgil e Uil per il 17 novembre, in segno di protesta contro la manovra del governo Meloni. «Milioni di italiani non possono essere ostaggio dei capricci di Landini che vuole organizzarsi l’ennesimo weekend lungo: in vista dello sciopero annunciato per il 17 novembre è incredibile la mancanza di ragionevolezza della Cgil che – come certificato dal Garante – ignora perfino l’Abc delle mobilitazioni, così come chiarito dal ministro Salvini. In nessun caso il settore trasporti potrà essere paralizzato per l’intera giornata». Così una nota del Carroccio.

Sciopero generale, la Lega attacca Landini: «Tiene in ostaggio milioni di cittadini per farsi il weekend lungo».
Maurizio Landini (Imagoeconomica).

La Cgil: «È uno sciopero generale a cui si applicano le normative dello sciopero generale»

Cgil e Uil incroceranno le braccia per 24 ore di stop venerdì 17 novembre: i rappresentanti delle due organizzazioni sindacali sono stati convocati dal Garante degli scioperi, in quanto l’agitazione sarebbe troppo vicino a ad altre proteste già in calendario e anche eccessivamente lunga. «È uno sciopero generale a cui si applicano le normative dello sciopero generale. Lo abbiamo proclamato legittimamente ed è assolutamente consentito se si rispettano i servizi minimi e le fasce di garanzia», ha replicato il segretario generale della Filt Cgil, Stefano Malorgio.

ATP Finals, Sinner batte Tsitsipas all’esordio

Jannik Sinner, numero 4 del ranking mondiale, ha vinto in scioltezza il primo match alle Nitto ATP Finals di tennis a Torino, che lo ha visto contrapposto al greco Stefanos Tsitsipas (numero 6 al mondo); risultato finale un doppio 6-4 in poco meno di un’ora e mezza di gioco.

Sinner scenderà di nuovo in campo martedì 14 novembre contro il vincente del match tra Novak Djokovic e Holger Rune. Poi terzo e ultimo impegno del girone giovedì 16, contro il perdente della sfida di stasera che vede contrapposti il fuoriclasse serbo e il 20enne danese.

Il regolamento delle ATP Finals

Le Nitto ATP Finals, che segnano la conclusione della stagione tennistica prima di lasciare spazio alla Coppa Davis, prevedono una fase a gironi con gli otto giocatori suddivisi in due raggruppamenti. Partecipano i migliori dell’anno solare, dunque nel 2023 dunque Djokovic, Carlos Alcaraz, Daniil Medvedev, inner, Andrey Rublev, Tsitispas, Alexander Zverev e Rune. Tutti gli incontri di singolare si disputano alla meglio dei tre set, con tiebreak in tutti i parziali, compresa la finale. Stesso discorso anche per i match di doppio, con l’unica differenza del punto secco sul deuce (40 pari) e Match Tie-Break al terzo set, ossia un game più lungo vinto da chi totalizza 10 punti. I primi due classificati di qualificano per le semifinali incrociate, in cui il migliore dell’uno sfiderà il secondo dell’altro. In caso di arrivo a pari vittorie, conta il risultato dello scontro diretto.

Islanda, evacuati gli abitanti di Grindavik: imminente l’eruzione di un vulcano

I 4 mila abitanti della cittadina portuale di Grindavik, nel sud-ovest dell’Islanda e non lontano dalla capitale Reykjavyk, sono stati invitati a lasciare le loro case in vista di un’eruzione vulcanica che, secondo le previsioni degli esperti, potrebbe fare gravi danni. Il Paese, dove i sistemi vulcanici attivi sono 33, ha già proclamato lo stato di emergenza.

La stazione termale Blue Lagoon è stata chiusa per precauzione

«Siamo molto preoccupati per le case e le infrastrutture della zona», ha detto il responsabile della protezione civile e delle emergenze dell’Islanda, Vidir Reynisson. Grindavik è a circa 40 chilometri da Reykjavyk e si trova nei pressi della centrale geotermica di Svartsengi, principale fornitore di elettricità e acqua per 30 mila abitanti della penisola di Reykjanes. Poco lontana inoltre la stazione termale geotermica Blue Lagoon, destinazione turistica molto popolare ma già chiusa da alcuni giorni per precauzione.

Si è già formata una profonda fessura di 15 chilometri 

Scosse sismiche e sollevamenti del terreno hanno già danneggiato strade ed edifici di Grindavik e dei suoi dintorni. Lo scenario più probabile, ha spiegato Reynisson, è quello della fuoriuscita di magma da un punto qualsiasi della profonda fessura di 15 chilometri che si è formata recentemente nell’area interessata e che ha già distrutto il campo da golf della città.

Russia, il figlio di Prigozhin a capo di un gruppo di ex Wagner confluiti nella Guardia Nazionale

Pavel Prigozhin, figlio del defunto patron della Wagner Yevgeny, è «probabilmente a capo di un folto gruppo di ex mercenari» confluito nella struttura di comando della Guardia Nazionale russa: lo scrive il ministero della Difesa britannico nel suo aggiornamento quotidiano di intelligence. Altri gruppi di combattenti della Wagner si sono invece uniti ad un’altra compagnia militare privata russa, spiega il ministero della Difesa di Londra: si tratta della Redut, che secondo un’indagine di Radio Free Europe ora conta 7 mila effettivi.

Kadyrov aveva già dichiarato che medici del gruppo Wagner si erano uniti alle forze speciali cecene Akhmat

Il primo novembre Ramzan Kadyrov ha dichiarato che i medici del gruppo Wagner si erano uniti alle forze speciali cecene Akhmat. E ancora prima, il 25 ottobre, sempre il capo della Repubblica Cecena Kadyrov aveva detto che 170 ex combattenti Wagner si erano già uniti al battaglione Akhmat. «Lo Stato russo sta ora esercitando un controllo più diretto sulle attività della milizia e sul suo ex personale in seguito all’ammutinamento del luglio 2023 e alla successiva morte della leadership di Wagner nell’agosto 2023», conclude il rapporto britannico.

L’uso dei tunnel sotterranei nelle guerre: dal Vietnam a Gaza

La guerra tra Israele e Hamas è destinata a durare ancora a lungo. Oltre ai combattimenti casa per casa, a Gaza l’esercito di Tel Aviv cammina letteralmente sopra un intricato sistema di tunnel la cui lunghezza e profondità sono tuttora sconosciute. E questo nonostante dalla metà degli Anni 90 esista un’unità, la Yahalom Unit, specializzata nella loro individuazione e distruzione. Si stima che la rete possa estendersi per circa 500 chilometri, con alcuni cunicoli profondi oltre 60 metri. Per dare l’idea, si parla di una lunghezza superiore a quella della metro di Londra (400 chilometri), tant’è che la rete di tunnel nella Striscia è stata ribattezzata “Gaza Metro”. Ignoti anche i costi di realizzazione. Per un tunnel che si estendeva per oltre un km e mezzo all’interno di Israele scoperto una decina di anni fa si stimò un costo di circa 10 milioni di dollari. Soldi che spesso arrivano dall’Iran o vengono dirottati dagli aiuti destinati alla popolazione civile.

L'uso dei tunnel sotterranei nelle guerre: dal Vietnam alla Striscia di Gaza
Si stima che i tunnel sotto Gaza si estendano per 500 km (Getty Images).

Dal passaggio delle merci dall’Egitto al traffico di uomini e armi

La costruzione dei tunnel a Gaza è cominciata ben prima che Hamas prendesse il controllo della Striscia nel 2007. La loro esistenza è nota dagli Anni 80. Utilizzati in un primo momento per fare entrare nella Striscia viveri e altri beni dall’Egitto, sono col tempo diventate vie di transito per armi e uomini. Dopo il massacro del 7 ottobre, si suppone che gli ostaggi israeliani siano tenuti prigionieri proprio sottoterra.

I tunnel di Gaza e il precedente di quelli scavati dai Viet Cong in Vietnam

Nel conflitto scoppiato all’indomani dell’operazione Diluvio di Al-Aqsa, i tunnel sono tristemente tornati protagonisti. Ma non è la prima volta che i cunicoli sotterranei vengono utilizzati in guerra. Uno dei pochi paragoni che può essere fatto, per l’uso strategico e tattico di questi reticolati sotterranei, è con la rete di tunnel realizzata dai Viet Cong durante la guerra del Vietnam contro gli Usa. La rete vietnamita, in particolare nel distretto di Cu Chi che comprende la Capitale Ho Chi Minh City, fu fondamentale per la vittoria dei Viet Cong. Il reticolato si estendeva per chilometri e alcuni complessi erano così articolati che comprendevano stanze, rifornimenti d’acqua e sistemi di areazione, così come trappole e false vie per confondere i tunnel rats, un’unità d’élite dell’esercito americano creata nel 1966. I rats si calavano, spesso in solitaria, in tunnel strettissimi, con una torcia e una pistola o un coltello, consapevoli che lungo il percorso avrebbero incontrato non solo scorpioni e serpenti velenosi ma soprattutto i nemici.

L'uso dei tunnel sotterranei nelle guerre: dal Vietnam alla Striscia di Gaza
Un vecchio tunnel dei Viet Cong ora visitabile dai turisti (Getty Images).

La rete sotterranea neutralizza gran parte dei vantaggi che l’Idf ha in termini di tecnologia militare e intelligence

La guerra del Vietnam ha dimostrato quanto l’uso dei tunnel possa rappresentare una minaccia per un esercito convenzionale abituato a una guerra simmetrica, in cui le strategie e le tattiche delle parti non differiscono in modo significativo. Ed è anche per questo che il conflitto tra Israele e Hamas potrebbe durare ancora a lungo, con un elevato numero di morti e feriti. Il gruppo palestinese potrà continuare a usare la sua rete di tunnel per condurre missioni di attacco a sorpresa, anche infiltrandosi dietro le posizioni dell’esercito israeliano, azzerando gran parte dei vantaggi che l’Idf possiede in termini di tecnologia e intelligence. I tunnel, inoltre, rappresentano un vantaggio operativo ulteriore, perché consentono di spostare armi – come i missili – e uomini più rapidamente. Si tratta di un vantaggio anche psicologico: Hamas diviene un nemico invisibile, che può entrare e uscire dal suolo rapidamente, aumentando il senso di ansia e confusione dei soldati israeliani.  Senza contare che l’esfiltrazione dei feriti dai tunnel è quasi impossibile. Entrare in questo reticolato presenta una vera e propria sfida, da affrontare con attrezzature sofisticate. In certi casi, la scarsa ventilazione d’aria rende necessario l’uso di bombole d’ossigeno. In altri, la visibilità è pari a zero e anche i visori notturni possono poco, perché per funzionare sfruttano la luce notturna che nei tunnel è completamente assente. I segnali satellitari con cui comunicare e per orientarsi non sempre funzionano sottoterra. E un colpo di arma da fuoco o un’esplosione può facilmente rivelarsi un boomerang provocando la sordità o il ferimento di chi spara.

Utilizzando le bunker busting a Gaza si rischia di uccidere civili e ostaggi

Nei tunnel ora si trovano anche ostaggi e i civili, il che limita il raggio di azione dell’Idf che rischia di prestare il fianco alla propaganda pronta a cavalcare anche il minimo incidente. Tanto più che Hamas è stata più volte accusata da Israele e recentemente anche dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen di usare i civili come scudi umani per rallentare le operazioni militari. Motivo per cui le bunker busting, le bombe aeree di profondità usate per distruggere i tunnel, non possono essere utilizzate nella gran parte dei casi.

Terrorismo, Br e stragi: due libri per riflettere sugli Anni di piombo (e non solo)

Se la cronaca ci aggiorna quotidianamente su un uso cinico, spregiudicato della storia, con risse da bar su Dante e ora pure su Tolkien, d’altra parte l’Italia pare un paese perennemente con il fiato corto, dove è quasi impossibile analizzare in modo equilibrato il passato nella speranza di dare più solidità e meno isteria al presente. Una buona occasione per uscire da questo pantano la offrono due volumi appena usciti pieni di spunti per ripercorrere diversamente i cosiddetti Anni di piombo, gli anni del terrorismo e delle stragi.

Luzzatto e l’antropologia delle Br genovesi

Sergio Luzzatto, studioso delle Rivoluzione francese e di Padre Pio, ha appena pubblicato per Einaudi Dolore e furore. Una storia delle Brigate rosse. A parte la ricostruzione storica ben raccontata, Luzzatto dedica la sua attenzione a ricostruire le vite dei terroristi per spiegare a un lettore di oggi, come quei giovani «si erano ritrovati (…) chiusi in un covo a progettare rapimenti, irruzioni, gambizzazioni, omicidi, per fare la rivoluzione e instaurare il comunismo». Protagonisti sono una città, Genova, centro nevralgico del triangolo industriale, e un uomo, un terrorista, Riccardo Dura, nome di battaglia “Roberto”, ucciso a 29 anni, nel corso dell’irruzione dei corpi antiterrorismo dei carabinieri nel covo di via Fracchia, nella primavera del 1980. Una città medaglia d’oro della Resistenza, dove a grandi insediamenti industriali come la Ansaldo e l’Italsider si affianca un fermento culturale ribollente di vitalità, e un ex marinaio con un passato burrascoso tanto da finire in un singolare riformatorio sotto forma di nave ancorata al porto della città, la Garaventa.

Terrorismo, Br e stragi: due libri per riflettere sugli Anni di piombo (e non solo)
La copertina di Dolore e furore di Sergio Luzzatto (Einaudi).

Giovanissimo, Dura inizia a navigare, salendo i gradini delle gerarchie marittime, mozzo, poi “piccolo di camera”, “giovanotto di macchina”, fino al ’74, quando scende per sempre da una nave per entrare, qualche tempo dopo, in clandestinità. Rapidamente Dura sale tutti i gradini delle Brigate rosse diventando il delfino del capo assoluto, Mario Moretti. La colonna genovese si procura fama di spietatezza e di efficienza che destano ammirazione nei settori antagonisti più radicali. Qui avvengono alcuni dei fatti più importanti della storia del terrorismo rosso: il primo rapimento importante, quello del giudice Sossi (1974), l’omicidio del giudice Coco (1976), inizio dell’attacco al cuore dello Stato che culmina con il rapimento di Moro, infine l’omicidio dell’operaio sindacalista Guido Rossa, ucciso proprio da Dura. Siamo nel gennaio del ’79 e l’assassinio di Rossa segna il distacco definitivo delle Brigate rosse dal movimento operaio, passano una manciata di mesi e la vita di Dura viene stroncata per sempre con un colpo di pistola alla nuca. È l’inizio della fine per le Br, si susseguono gli arresti, compreso quello di Moretti (1981), bloccato e portato in prigione assieme a Enrico Fenzi, il professore di letteratura italiana ed esperto di Petrarca all’università di Genova, in via Balbi. Il libro di Luzzatto riesce a restituire vita a un ambiente articolato dove agli operai delle grandi fabbriche di Genova e dintorni si affiancano intellettuali raffinati come Fenzi, criminologi come Giovanni Senzani, un chirurgo come Sergio Adamoli, perfino, oggi potrebbe sembrare impensabile, una cattolica devota come Fulvia Miglietta.

Tobagi e la faticosa ricerca della verità sulle stragi nere e mafiose

Su tutt’altro versante, quello della lunga stagione delle stragi e della difficoltosa ricerca della verità, si muove il libro di Benedetta Tobagi, Segreti e lacune (Einaudi), un viaggio per spiegare come mai, a distanza di decenni, siamo ancora impegnati alla ricerca di una versione soddisfacente. Le bombe a piazza Fontana a Milano, a piazza della Loggia a Brescia, alla stazione di Bologna, quelle sui treni, rimandano, ormai è certo, anche a un coinvolgimento di quegli apparati di sicurezza e informazione, i cosiddetti servizi segreti.

Terrorismo, Br e stragi: due libri per riflettere sugli Anni di piombo (e non solo)
Segreti e lacune di Benedetta Tobagi (Einaudi).

E ha ragione la Tobagi nel mettere in campo una dialettica, quando non uno scontro, tra questi apparati e la magistratura al lavoro su inchieste spesso rivelatesi faticosissime proprio perché più o meno visibilmente ostacolate «da lentezze, gravi distorsioni o depistaggi veri e propri, messi in atto da personale d’intelligence e di altre forze di sicurezza operanti a servizio dell’esecutivo: comportamenti contrati ai principi costituzionali, sovente illegali e non chiaramente giustificabili in termini di sicurezza nazionale o di ragion di Stato, anche se teniamo conto delle necessità vere o presunte imposte dalla Guerra fredda». L’arco temporale del libro va dal ’77, anno di una riforma dei servizi di sicurezza che pure aveva generato qualche ottimismo al momento del suo varo, fino al ’96, quando, con la vittoria del centro-sinistra, sembra terminare una volta per tutte la guerra fredda che aveva voluto fuori dal governo il partito comunista e i suoi eredi, salvo accorgersi che i depistaggi sarebbero continuati su un altro terreno, non meno costellato di morti, quello delle stragi mafiose. E proprio a proposito di queste ultime si stanno delineando  convergenze fra settori degli apparati di sicurezza, mafia stragista e personaggi di spicco di quel terrorismo nero che non era sparito di colpo con la caduta del muro di Berlino come qualcuno aveva voluto farci credere.

Gioielliere ucciso a Milano, al figlio 50 mila euro dopo 10 anni

Il 21 marzo 2013 suo padre, il gioiellerie Giovanni Veronesi fu ucciso nel corso di una rapina nella centralissima via dell’Orso a Milano, colpito 42 volte con un cacciavite. Ora il figlio, in assenza di risarcimento dall’imputato Ivan Gallo, condannato all’ergastolo e poi a 30 anni, ha ottenuto dallo Stato italiano 50mila euro come indennizzo alle vittime di reati violenti. La cifra è stata ritenuta «irrisoria» dai legali che lo assistono, Claudio Deflippi e Gianna Sammicheli, i quali hanno annunciato il ricorso in appello e alla Corti europee.

Fuga del leone Kimba a Ladispoli, per i gestori del circo è stato un sabotaggio

I gestori del circo Rony Roller rischiano una denuncia per la mancata sorveglianza del leone Kimba, che l’11 novembre è riuscito a fuggire dalla gabbia, aggirandosi per diverse ore a Ladispoli, prima di essere catturato in serata, addormentato e messo in sicurezza. Come riporta Repubblica, i gestori ritengono di essere vittime di sabotaggio: «Abbiamo trovato la gabbia aperta e qualcuno ha visto tre persone che fuggivano a piedi», hanno raccontato.

Dopo la fuga, il leone Kimba si era aggirato a Ladispoli per più di sei ore

Dopo la fuga, il leone Kimba si era aggirato a lungo per alcune strade della città ed era stato ripreso da tante persone che hanno girato video da casa o dalle auto. Per la sua cattura è stato istituito un centro logistico di comando e mobilitate le forze dell’ordine e i vigili del fuoco. Era stato anche previsto l’intervento di veterinari con pallottole anestetiche, per poterlo addormentare e facilitarne il recupero, avvenuto dopo le 22. Alle ricerche hanno preso parte anche i vigili del fuoco di Cerveteri. Il buio non ha facilitato le operazioni e i vigili del fuoco hanno contribuito a garantire la visibilità con i proiettori. Un elicottero della polizia di Stato ha sorvolato la zona ed in una prima fase, con il visore a infrarossi, è riuscito ad individuare il felino in un campo coltivato.

Il sindaco: «Mettere la parola fine allo sfruttamento degli animali nei circhi»

«Il leone è stato sedato e catturato. Ora verrà preso in consegna dal personale del circo. Ringrazio la Polizia di Stato, i Carabinieri, i Vigili del Fuoco, la Polizia locale e provinciale, la Asl e tutti i volontari che hanno prestato servizio in queste ore di grande apprensione. Spero che questo episodio possa smuovere qualche coscienza, e che finalmente si possa mettere la parola fine allo sfruttamento degli animali nei circhi», ha scritto sui social il sindaco di Ladispoli, Alessandro Grando.

L’esercito israeliano: «Hamas ha perso il controllo del nord di Gaza»

Circa 200 mila residenti di Gaza hanno lasciato la città negli ultimi tre giorni, «contrariamente alle istruzioni di Hamas», suggerendo che l’organizzazione terroristica palestinese sta perdendo il controllo sulla parte settentrionale della Striscia. Lo ha riferito il portavoce delle forze di difesa israeliane Daniel Hagari. Tutto questo mentre continuano i combattimenti nel cuore di Gaza, nei pressi del più grande ospedale del territorio, dove migliaia di medici, pazienti e sfollati sono intrappolati senza elettricità e con le scorte in diminuzione. Due neonati sono morti e altri 38 rischiano la vita nell’ospedale al-Shifa: l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rinnovando l’appello per un cessate il fuoco immediato, mentre l’esercito di Tel Aviv smentisce di aver attaccato la struttura.

Palestinesi in fuga da Gaza (Ansa).

L’Idf aiuterà l’evacuazione dei neonati dall’ospedale di Al-Shifa

L’esercito israeliano ha dichiarato che aiuterà l’evacuazione dei neonati dell’ospedale di al-Shifa che, ha precisatio Hagari, non è stato attaccato dall’Idf. «È falso. Stiamo combattendo con terroristi che scelgono di combattere proprio accanto all’ospedale. Abbiamo controllato i nostri sistemi e ancora una volta c’è stato il lancio di un razzo andato male da parte di organizzazioni terroristiche nella Striscia. Hamas sta commettendo un crimine di guerra» usando i civili come scudi. Lo stesso concetto è stato espresso da Moshè Tetro, responsabile del Cogat, l’ente militare di governo israeliano dei Territori, che su X ha scritto: «Non ci sono sparatorie e non c’è alcun assedio all’ospedale al-Shifa». Con un altro video pubblicato sull’ex Twitter, l’Idf ha mostrato di aver rinvenuto armi ed esplosivo in una scuola materna di Gaza.

Netanyahu: «Non ci fermeremo finché non avremo completato il nostro lavoro»

«Non ci sono pressioni internazionali che ci faranno cambiare idea sulla necessità di proteggere noi stessi. Quando Hamas sarà sradicata, Israele manterrà il controllo di sicurezza nella Striscia», ha dichiarato il premier israeliano Benjamin Netanyahu in conferenza stampa. «Noi non ci fermeremo fino a che non avremo completato il nostro lavoro, fino alla vittoria. Stiamo operando nel cuore di Gaza».

La devastazione di Gaza (Ansa).

Raid israeliano sulla Siria dopo il lancio di razzi sul Golan

Aerei israeliani hanno colpito «infrastrutture terroristiche» in Siria dopo il lancio dalla zona di razzi verso le Alture del Golan. Lo hanno reso noto le forze armate dello Stato ebraico con un breve comunicato. L’Idf ha anche risposto al lancio di razzi dal Libano, colpendo postazioni di Hezbollah.

Altro che amicizia, la storia tra Albania e Italia nasce con la fascistizzazione forzata

“L’Albania rinasce nel segno del Littorio” è il titolo di una prima pagina del Corriere della Sera dell’aprile 1939, che celebrava l’annessione dell’Albania all’Italia fascista e che in questi giorni viene riproposto a mo’ di tormentone sarcastico, sui vari social, per ironizzare sulla nuova “inedita” alleanza tra i due Paesi in tema di migranti. Inedita perché, se a capo del governo italiano c’è una forza che, lo si voglia o meno, presenta nel suo Dna una continuità col governo di allora, dall’altra parte non è così: a firmare l’accordo con Giorgia Meloni, infatti, è stato Edvin Kristaq Rama, socialista da sempre, da un decennio a capo di un governo di centrosinistra. Non per caso a Tirana, a protestare rumorosamente – con tanto di risse e fumogeni in parlamento – contro la decisione del primo ministro albanese è stato tutto il centrodestra all’opposizione. Insomma, sembrerebbe tutto ribaltato rispetto alle vicende di 80 anni fa.

Altro che amicizia, la storia tra Albania e Italia nasce con la fascistizzazione forzata
La prima pagina del Corriere della Sera nell’aprile del 1939.

Il premier Rama: «L’Italia ci ha accolti quando scappavamo dall’inferno»

Rama ha poi pubblicamente, e candidamente, ammesso di essere consapevole della sostanziale inutilità dell’iniziativa, ma ci ha tenuto a sottolineare che «se l’Italia chiama l’Albania c’è», senza alcuna contropartita, per esempio un sostegno all’ingresso del suo Paese nell’Unione europea. «Quando l’Italia ha bisogno», ha ulteriormente sottolineato, «noi diamo una mano e siamo onorati di farlo. Perché l’Italia ci ha mostrato così tanto rispetto, ci ha dato una grande mano non una volta ma tante volte, ci ha accolti a braccia aperte quando sfuggivamo dall’inferno».

Altro che amicizia, la storia tra Albania e Italia nasce con la fascistizzazione forzata
Edi Rama e Giorgia Meloni (Getty).

Prima degli sbarchi del 1991 a Brindisi e Bari, un’altra storia

Non contento, Rama ha anche precisato che «questo accordo non sarebbe stato possibile con nessun altro Stato Ue: c’è una differenza importante di natura storica, culturale ma anche emozionale che lega l’Albania all’Italia». Il premier albanese, evidentemente, ha la memoria un po’ corta, o forse eccessivamente selettiva, cosa che gli fa dimenticare che i legami che lui enfatizza affondano le radici in un periodo storico ben precedente al 1991 (anno dei famosi sbarchi a Brindisi e a Bari, considerati eventi simbolo della ribellione contro l’opprimente quarantennale dittatura di Hoxha), un periodo non esattamente edificante né per il suo Paese né per il nostro.

L’occupazione e la fuga in Grecia del sovrano Zog I

Se infatti dagli Anni 90 torniamo indietro di qualche decennio, al 1939 per l’esattezza, è chiaro che quella offerta dal nostro Paese all’Albania non fu esattamente una “mano” amica: si trattò di una pura e semplice annessione all’Italia fascista per via militare, conclusasi con l’occupazione di Durazzo, San Giovanni Medua, Valona e Santi Quaranta (mentre il sovrano albanese Zog I fuggiva in Grecia) e sancita poi come «unione personale» nella «persona di Vittorio Emanuele III» da un’Assemblea nazionale costituente convocata a Tirana in tempi rapidissimi e composta da albanesi filoitaliani (latifondisti, grande borghesia commerciale e clero collaborazionista soprattutto di confessione cattolica). Due mesi dopo l’occupazione, non per caso, veniva proclamato lo statuto del Regno d’Albania, che affidava il potere esecutivo e legislativo a Vittorio Emanuele III, il quale nominava suo luogotenente generale (viceré) in Albania il diplomatico Francesco Jacomoni di San Savino, già ministro per il Regno d’Albania e quindi ambasciatore.

Altro che amicizia, la storia tra Albania e Italia nasce con la fascistizzazione forzata
Galeazzo Ciano in visita in Albania (Getty).

Fascistizzazione forzata senza alcun retroterra ideologico 

A riprova della fascistizzazione forzata dell’Albania vale la pena di ricordare che, a differenza di altri casi (per esempio quello delle nazioni della Penisola iberica o dei Balcani) dove la simpatia, prima, e l’adozione poi di modelli fascisti di governo avevano potuto contare su un diffuso retroterra ideologico, prima dell’annessione da parte dell’Italia l’Albania non solo non presentava alcun partito né alcuna organizzazione o movimento politici assimilabili all’ideologia fascista, ma non presentava nemmeno – in senso lato – tratti “fascistizzanti” all’interno della sua variegata e complessa struttura politica. Una struttura – per la maggior parte – certamente di stampo autoritario e conservatore (in senso generale), ma con caratteristiche ben diverse dal regime mussoliniano.

La formula “spintanea”: «Giuro di eseguire gli ordini del Duce»

La creazione del Partito fascista albanese, costituito il 23 aprile 1939 a Tirana, alla presenza del segretario del Partito nazionale fascista (Pnf), Achille Starace, fu un atto del tutto indotto e forzato, e suonava del tutto “spintanea” la formula con cui gli albanesi sancivano la loro adesione: «Giuro di eseguire gli ordini del Duce, fondatore dell’Impero e creatore della Nuova Albania, e di servire con tutte le mie forze e, se necessario, col mio sangue, la causa della Rivoluzione fascista». Così come ben poco originale si dimostrava lo statuto del partito unico d’Albania, emanato il 2 giugno, che, in piena consonanza di idealità e finalità comuni con quelle del Partito nazionale fascista si proponeva di perseguire «agli ordini di Benito Mussolini, creatore e duce del fascismo, la formazione politica degli albanesi, per il raggiungimento d’una sempre più alta giustizia sociale, secondo i principi della Rivoluzione fascista».

Altro che amicizia, la storia tra Albania e Italia nasce con la fascistizzazione forzata
Benito Mussolini (Getty).

Prima del fascismo: il nostro interesse approfittando della crisi

Se anche riandiamo a prima dell’annessione, non si può dire che tra Italia e Albania i rapporti fossero esattamente di collaborazione spontanea e condivisa. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, per esempio, quando l’Albania, che si era rifiutata di sostenere gli Imperi centrali, si ritrovò ad affrontare una gravissima crisi economica frutto delle ritorsioni dell’Austria e dei suoi alleati, l’Italia, approfittando del fatto di non essere ancora scesa in guerra e dunque più disponibile delle altre Potenze, decise di “occuparsi” dell’Albania e di proclamare solennemente «l’unità e l’indipendenza di tutta l’Albania sotto l’egida e la protezione del Regno d’Italia».

Ingerenza italiana nello Stato indipendente dell’Albania

L’influenza – o, meglio, l’ingerenza – italiana veniva poi ancor più sancita ufficialmente al termine della guerra, quando, nel dicembre 1919, una decisione alleata stabilì che l’Italia, su mandato della Società delle Nazioni, avrebbe amministrato lo Stato indipendente dell’Albania. E sarà sempre l’Italia a sostenere Zogolli (lo Zog I che poi fuggirà in Grecia) che, al termine di una sanguinosa guerra civile, si autoproclamerà prima presidente della Repubblica – con un escamotage giuridico-istituzionale ideato dal giurista fascista italo-albanese Terenc Toçi – e quindi, il primo settembre 1928, sempre con l’appoggio italiano, re degli albanesi. Forse una ripassatina della storia non farebbe male al premier albanese.

Cina, cosa sapere del mercato della carne di maiale

Il palazzone di 26 piani usato come allevamento di maiali e situato alla periferia di Ezhou, a un centinaio di chilometri da Wuhan, è soltanto la punta dell’iceberg di un settore, quello della carne suina, che in Cina continua a crescere. E sul quale il Partito Comunista punta per blindare la sicurezza alimentare del Paese. Giusto per capire di che numeri stiamo parlando, lo stabilimento in questione, una volta completato con la realizzazione di un secondo edificio gemello che vedrà la luce nei prossimi mesi, arriverà a ospitare 1,2 milioni di maiali l’anno.

I big cinesi dell’industria della carne suina

Muyan, Wens Group, WH Group, New Hope Group, Zhengbang Group. E ancora: Zhongxin Kaiwei, Yang Xiang. Sono solo alcuni nomi delle aziende di un settore il cui giro d’affari nel 2023 dovrebbe sfiorare i 90 miliardi di dollari. I tre big che recentemente si sono imposti sul mercato sono WH Group, Muyan Foods e New Hope Group. Insieme rappresentano circa il 40 per cento della produzione totale di carne suina della Cina. WH Group, in precedenza Shuanghui Group, è il più grande produttore e trasformatore al mondo con stabilimenti anche negli Stati Uniti e in Europa. E un fatturato che si aggira intorno ai 27,3 miliardi di dollari. A seguire c’è il colosso Muyuan Foods, che nel 2020 è diventato noto per aver costruito nella provincia dello Henan il complesso di “alberghi per maiali” più grande del mondo, un totale di 21 palazzi per macellare 2,1 milioni di esemplari l’anno. Con una capitalizzazione di mercato di 125 miliardi di dollari, il suo fatturato è passato da 2,9 miliardi di dollari del 2019 a 18,9 miliardi del 2022. New Hope Group, duramente colpita dalla febbre suina che ha falcidiato allevamenti in tutto il Paese tra il 2019 e il 2021, ha venduto 3,6 milioni di capi nel 2019, 15 milioni nel 2021 e 25 milioni nel 2022. Gli ultimi dati disponibili, relativi al 2021, parlano di un fatturato superiore ai 30 miliardi di dollari tenendo conto di tutte le attività dell’azienda, che spaziano dall’agricoltura alla finanza.

Cina, cosa sapere del mercato della carne di maiale
Un allevamento di suini a Hebei (Getty Images).

Ogni anno in Cina si consumano 60 milioni di tonnellate di carne suina

Quella di maiale rappresenta il 70 per cento della carne mangiata nel Paese, per un consumo medio pro capite di circa 40 kg l’anno e un totale complessivo di quasi 60 milioni di tonnellate annue. Non è un caso che il ministero della Sanità di Pechino, per fare fronte alla crescente domanda, abbia da un lato raccomandato, sin dal 2016, di dimezzare la quantità di carne consumata quotidianamente da qui al 2030, e dall’altro, a partire dal 2019, ha agevolato la realizzazione di allevamenti-grattacielo. Progetti che rappresentano una sorta di rete di sicurezza innalzata dopo l’epidemia di peste suina cominciata nel 2018 (e ora, pare, sotto controllo) che fece schizzare alle stelle i prezzi della carne di maiale. In ogni caso, l’obiettivo del governo consiste nel mettere al riparo un settore dal quale, in sostanza, dipende gran parte dell’andamento dell’economia nazionale. E che si affida per oltre il 90 per cento su carne nazionale, ma che allo stesso tempo importa ancora milioni di tonnellate l’anno dall’estero (quasi 3 milioni di tonnellate complessive nel 2022, circa 5 milioni nel 2021). Detto altrimenti, l’attuale popolazione di suini non è sufficiente per coprire, da sola e senza import, i consumi della popolazione.

Cina, cosa sapere del mercato della carne di maiale
Un’azienda a Shenyang (Getty Images).

Il business degli “alberghi per maiali”

Gli “alberghi” di maiali, al netto del rischio sanitario che rappresentano, hanno l’obiettivo di ridurre ulteriormente la dipendenza cinese dall’estero. La questione è particolarmente delicata, visto che la Cina alleva la metà dei suini del pianeta, circa 500 milioni, più di quelli presenti negli Stati Uniti (74 milioni) e nell’Unione europea (134 milioni) messi insieme. Nell’ultimo piano quinquennale varato dal governo, il XIV per il 2021-2025, il Partito punta a portare la capacità di produzione di carne suina stabilmente intorno alle 55 milioni di tonnellate annue, rispetto ai 41 milioni del 2020. Via libera e incentivi, dunque, alla creazione di mega conglomerati Tanto che il business sta attraendo anche gruppi non alimentari. È il caso, ad esempio, della Zhongxin Kaiwei Modern Animal Husbandry, che dal cemento si è tuffata nei maiali.

 

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