Daily Archives: 26 Novembre 2023

L’Italia batte l’Australia e trionfa in Coppa Davis dopo 47 anni

L’Italia vince la Coppa Davis battendo 2-0 l’Australia in finale a Malaga e mettendo a segno il secondo trionfo della sua storia dopo quello del 1976, in Cile. Dopo il successo di Matteo Arnaldi in singolare su Alexei Popyrin (7-5, 2-6, 6-4), il punto del 2-0 è arrivato da Jannik Sinner che ha battuto nettamente in due set Alexi De Minaur, 6-3 6-0.

Volandri: «Miliardi di difficoltà ma i ragazzi mi sono stati sempre vicini»

«Questo è un progetto partito da lontanissimo, tra miliardi di difficoltà ma i ragazzi mi sono stati sempre vicini, ho sempre avuto il loro supporto», ha commentato il Ct azzurro Filippo Volandri a RaiSport dopo lo storico trionfo dell’Italia. «E da quando è arrivato qui Matteo (Berrettini ndr) siamo diventati ancor più famiglia. Sono super orgoglioso di loro, non ho più parole».

Malagò: «È di nuovo Coppa Davis!»

«È di nuovo Coppa Davis! Il tennis italiano scrive la storia tornando a dominare il Mondo, 47 anni dopo l’unica vittoria del trofeo», ha commentato sui social il presidente del Coni Giovanni Malagò. «Applausi ai nostri campioni, guidati da uno stratosferico Sinner e capitanati da Filippo Volandri, e alla federtennis del Presidente Binaghi».

Sinner: «È una cosa grande, per tutti gli italiani»

«È una gioia per gli italiani che sono venuti fino a qui a Malaga, e per tutti quelli che stanno a casa e hanno tifato per noi. È una cosa grande», ha commentato ancora prima della premiazione Sinner. «In questa stagione abbiamo sofferto», ha detto il campione azzurro ai microfoni Rai, «ma siamo una squadra unita, e ognuno di noi può sorridere di questo successo. Chiudere così la stagione è bellissimo, ci dà molta energia per preparare la prossima». «Siamo una squadra unita, ognuno di noi può essere contento», ha aggiunto l’altoatesino. «Abbiamo fatto un’ottima stagione, abbiamo sofferto da Bologna fino a qua. Abbiamo tenuto tanto che Matteo (Berrettini ndr) venisse qui a sostenerci, possiamo solo ridere. C’è tanta emozione, abbiamo sentito tutti gli italiani venuti qui a Malaga, chi ha guardato in Italia. Sapevamo che era una cosa grande, abbiamo avuto la giusta mentalità».

L'Italia batte l'Australia e trionfa in Coppa Davis dopo 47 anni
Jannik Sinner (Ansa).

Meloni: «Lo sport italiano oggi non smette di farci emozionare»

Complimenti per i neo campioni del mondo anche da parte della premier Giorgia Meloni. «Lo sport italiano oggi non smette di farci emozionare. L’Italia del tennis si aggiudica la Coppa Davis 2023. Un risultato storico: l’unica vittoria della nostra Nazionale in questa competizione risale al 1976», ha scritto sui social. «Complimenti ai nostri tennisti per il talento e l’impegno dimostrato e a tutto lo staff».

I conti a orologeria dell’Inter tra debito, scadenze e proprietà di Suning in bilico

L’orologio che ticchetta, il timer che scorre. È un’immagine ansiogena quella scelta dal sito di approfondimento sportivo The Athletic per descrivere la situazione finanziaria dell’Inter, che tra l’altro ha appena rinnovato il contratto dell’amministratore delegato dell’area sport, Giuseppe Marotta, fino al 2027. Sul campo continua a vivere un momento di salute e va a giocarsi la testa della classifica allo Stadium contro la Juventus. Ma al di fuori del rettangolo di gioco deve fare i conti con un debito imponente e scadenze che mettono in dubbio la continuità della proprietà cinese. Cose che per l’analista italiano non sono una novità, poiché si tratta di una situazione nota da tempo così come nota è la volontà, da parte di Suning, di non mollare la società nerazzurra e di sperimentare qualsiasi soluzione per riuscire nell’intento. Ma vedere la situazione narrata con toni così clamorosi e da una testata così importante fa tutt’altro effetto. E pone una questione che non soltanto per il mondo nerazzurro, ma per tutto il calcio italiano è un vero elefante nella stanza.

Mentre affrontano la sfida scudetto con la Juventus, fuori dal campo i nerazzurri sono alle prese coi soliti guai finanziari. L'esposizione nei confronti del fondo americano Oaktree è salita a 330 milioni di euro. Zhang ha un contenzioso da 250 milioni di dollari con la China Construction Bank. E la tentazione di vendere è forte. Un elefante nella stanza per tutto il calcio italiano.
La delusione di Steven Zhang dopo la finale di Champions persa contro il City (Getty).

Il giro d’Europa del debito: Everton, Barcellona, Lione, Hertha…

La società nerazzurra si trova in ottima compagnia. L’articolo di The Athletic è infatti la terza puntata di una serie di cinque. Le prime due sono state dedicate all’Everton, che si è appena visto penalizzare di 10 punti in classifica dalla Premier League per violazione delle regole fair play finanziario, e il Barcellona che continua a vendersi pezzi di futuro per finanziare al spesa corrente. Le prossime due puntate prenderanno invece in esame le situazioni del Lione, che dopo essere stata una grande d’Europa sta conoscendo lo sfascio sotto una nuova proprietà statunitense, e l’Hertha Berlino che è in orbita di 777 Partners (il fondo proprietario del Genoa), ma non ancora sotto il suo pieno controllo e intanto è sprofondato in B.

La Cina sembrava il nuovo colosso del calcio, ma poi è arrivato il Covid

Fra queste storie di grave sofferenza economico-finanziaria troviamo quella dell’Inter, vittima del combinato disposto generato dal riflusso cinese in materia di investimenti calcistici e dall’impatto devastante che la pandemia ha avuto sul gruppo Suning. Riguardo a entrambi gli elementi la storia è nota. L’investimento nell’Inter da parte della proprietà cinese avviene nel momento della massima ubriacatura calcistica cinese, il biennio in cui pareva che la Cina potesse essere la nuova frontiera esattamente come nell’estate 2023 è successo con l’Arabia Saudita. Ma quella fase durò lo spazio di un biennio, oltre il quale il partito-Stato ha impresso una stretta agli investimenti esteri sul calcio.

Mentre affrontano la sfida scudetto con la Juventus, fuori dal campo i nerazzurri sono alle prese coi soliti guai finanziari. L'esposizione nei confronti del fondo americano Oaktree è salita a 330 milioni di euro. Zhang ha un contenzioso da 250 milioni di dollari con la China Construction Bank. E la tentazione di vendere è forte. Un elefante nella stanza per tutto il calcio italiano.
Steven Zhang stringe la mano a Sergio Mattarella sotto gli occhi del patron della Fiorentina Rocco Commisso (Imagoecomomica).

L’impero Suning ha dovuto ridimensionare i conti per la pandemia

A ciò è seguito l’effetto che il Covid-19 ha avuto sull’impero di Suning, che si basa sulla vendita di beni di largo consumo e dunque è più esposto di altri settori gli effetti della crisi. Il contraccolpo per le finanze nerazzurre è stato pesante, poiché gli investimenti impiegati dalla proprietà cinese nella prima fase erano rilevanti né si poteva prevedere una circostanza straordinaria come la pandemia. Che quando arrivò costrinse la proprietà nerazzurra e il management a ridimensionare i conti, senza che questo fosse però sufficiente ad ammortizzare le esposizioni già contratte.

Il prestito contratto col fondo Oaktree con scadenza 20 maggio 2024

Il punto centrale della questione è il prestito contratto col fondo statunitense Oaktree con scadenza 20 maggio 2024. Si tratta di 275 milioni di euro a un tasso d’interesse esorbitante: 12 per cento. Ciò che ha già prodotto effetti pesanti sui conti degli ultimi esercizi annuali: 21,1 milioni di euro nel 2021, 37,5 milioni di euro nel 2022 e quelli che andranno a maturazione da qui a maggio 2024. L’esposizione della società nerazzurra nei confronti di Oaktree è dunque salita a quasi 330 milioni di euro. Né le voci del debito si fermano qui. Va tenuto in conto anche il bond da 415 milioni di euro, con tasso del 6,75 per cento e scadenza nel 2027. C’è poi il contenzioso fra Steven Zhang, giovane presidente del club nerazzurro, e China Construction Bank (Ccba) che reclama la restituzione di un prestito da 250 milioni di dollari. Il contenzioso ha assunto un respiro internazionale, essendosi spostato fra le corti di Hong Kong e New York. Gli avvocati di Ccba stanno provando ad attaccare il patrimonio personale di Zhang e la controversia è in pieno corso.

Un destino in stile Elliott come nel caso del Milan?

L’articolo di The Athletic si pone la prospettiva già abbondantemente presa in considerazione in Italia: è in vista per l’Inter la medesima traiettoria andata a compimento nel caso del Milan? Anche allora c’era in ballo una proprietà cinese (per quanto meno trasparente rispetto a Suning) che non riuscì a ripagare il debito contratto con Elliott Management. Che così ha assunto il ruolo di proprietario del club e ha compiuto un’avveduta opera di risanamento prima di cedere. Sulle intenzioni di Oaktree verso l’Inter, nessuno per il momento è in grado di pronunciarsi. Allo stesso modo, ci sarà da vedere cosa escogiterà Suning per tenere l’asset di maggior valore del suo impero. La prospettiva di rifinanziamento del debito è quella maggiormente prospettata, ma comporterebbe ulteriore peso finanziario. Quanto all’idea di fare entrare un socio di minoranza, è già scivolata fuori scena. Non rimane che tornare alla dimensione di campo. Buon Juventus-Inter a tutti.

Hamas ha liberato altri 14 israeliani

Hamas ha consegnato altri 17 ostaggi alla Croce Rossa: 14 sono israeliani, tra cui nove bambini, e tre thailandesi. Una delle persone liberate, rende noto l’organizzazione palestinese, ha cittadinanza russa. Si tratta, spiega Hamas, di una «risposta agli sforzi del presidente russo Vladimir Putin» e di un «riconoscimento della posizione della Russia a sostegno della causa palestinese». Nell’ambito dell’accordo mediato dal Qatar, Israele si prepara a liberare 39 detenuti. L’Autorità Palestinese per gli Affari dei Prigionieri e degli Ex-Detenuti ha annunciato che sono tutti minorenni, la maggior parte provenienti da Gerusalemme.

Netanyahu: «Noi andiamo fino in fondo, fino alla vittoria»

«Noi andiamo fino in fondo, fino alla vittoria»: lo ha affermato Netanyahu durante un sopralluogo fra le forze armate dislocate nel nord della Striscia di Gaza. «Niente ci fermerà. Siamo convinti di avere la forza, la potenza, la volontà e la determinazione per raggiungere tutti gli obiettivi della guerra, e così faremo». Gli obiettivi, ha ribadito il premier dello Stato ebraico, sono «la distruzione di Hamas, il recupero di tutti i rapiti e la garanzia che Gaza non possa più rappresentare una minaccia per Israele».

Hamas ha liberato altri 14 israeliani. Rilasciati anche tre thailandesi. Gli aggiornamenti sul Medio Oriente.
Veicoli della croce Rossa in Medio Oriente (Ansa).

Hamas ammette l’uccisione di diversi leader dell’organizzazione

Hamas ha rilasciato un comunicato in cui ammette che Israele ha ucciso diversi leader dell’organizzazione terroristica, tra cui il comandante della divisione regionale dell’organizzazione nel nord della Striscia Ahmed Randour, e il capo della divisione dei lanci di missili Ayman Siam. Nella nota diffusa dall’ala militare di Hamas, le Brigate Az ad-Din al-Qassam, si legge che Randor e Siam, insieme ad altri leader” dell’organizzazione, «sono saliti a posizioni di eroismo e onore nella battaglia di ‘Bol al-Aqsa».

Intercettati missili diretti verso l’aeroporto di Damasco

Israele ha attaccato l’aeroporto internazionale di Damasco, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa siriana Sana, citando l’esercito nazionale. Stando a quanto riferito, Israele ha lanciato un attacco missilistico, che ha comportato la chiusura dell’aeroporto internazionale della capitale siriana. La maggior parte dei missili sarebbero stati intercettati.

Le brigate di Hezbollah irachene aderiscono al cessate il fuoco

Le brigate di Hezbollah irachene, una milizia filo-iraniana, hanno fatto sapere di aderire al cessate il fuoco tra Israele e da Hamas: smetteranno di attaccare le basi e i soldati Usa in Iraq fino alla fine della tregua.

Hamas ha liberato altri 14 israeliani. Rilasciati anche tre thailandesi. Gli aggiornamenti sul Medio Oriente.
Camion di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza (Ansa).

Blinken per la quarta volta in Israele dal 7 ottobre e arriva anche Musk

Antony Blinken è atteso in Israele. Lo riporta Haaretz. Sarà la quarta visita del segretario di Stato americanoin Israele nel giro di un mese e mezzo. Anche Elon Musk sarà lunedì 27 novembre nello Stato ebraico, dove vedrà il primo ministro Netanyahu e il presidente Isaac Herzog. Il magnate, criticato per aver elogiato un post contenente retorica antisemita, ha annunciato nei giorni scorsi che X invierà tutto il denaro ricavato dalla pubblicità e dagli abbonamenti associati alla guerra a Gaza agli ospedali in Israele, alla Croce Rossa e Mezzaluna Rossa nella Striscia.

Nichi Vendola torna in politica: è il nuovo presidente di Sinistra italiana

Nichi Vendola è il nuovo presidente di Sinistra italiana. Per l’ex presidente della Regione Puglia, eletto per acclamazione durante il congresso del partito, si tratta del ritorno alla politica attiva. Ma, come lui stesso si è affrettato a precisare, in vista non c’è alcuna candidatura.

Vendola morde il freno: «Non mi candido a niente»

«Non mi candido a niente, è un ritorno attivo alla politica, questo sì», ha detto il neo presidente di Sinistra italiana a chi gli chiedeva se il nuovo ruolo potesse aprire a una candidatura, magari alle elezioni europee del 2024. Nicola Fratoianni, rieletto segretario del partito, ha detto che Vendola «ha scelto di non misurarsi con le istituzioni fino a quando non avrà risolto nel modo migliore, e certamente sarà così, una vicenda giudiziaria che lo riguarda».

L’elezione di Vendola è avvenuta per acclamazione

La proposta di Vendola presidente è stata fatta proprio da Fratoianni, che ha conquistato il terzo mandato da segretario all’unanimità con un astenuto e nessun contrario. L’elezione di Vendola, fondatore di Sinistra ecologia e libertà ed ex presidente della Regione Puglia, è avvenuta per acclamazione, con un lungo applauso e un coro che scandiva il suo nome.

MotoGP, Bagnaia si conferma campione del mondo

Francesco Bagnaia su Ducati bissa il titolo mondiale della stagione scorsa e si laurea campione iridato nella MotoGP anche nel 2023: la certezza è arriva con la caduta e il ritiro di Jorge Martin (Pramac) al sesto giro del Gran Premio di Valencia, ultima gara della stagione. Certo del titolo, Pecco ha poi vinto la corsa.

Prima della gara, Bagnaia aveva 14 punti in più di Martin, il quale si era aggiudicato la gara sprint del sabato. Il pilota italiano, secondo nelle qualifiche, è partito dalla pole position dopo la penalizzazione dello spagnolo Maverick Vinales, retrocesso di tre posizioni in griglia per non aver osservato la bandiera neroarancio nel warm up per una fumata al motore della sua Aprilia.

Solo quattro italiani hanno vinto più di un titolo nella classe regina 

Fin da subito Martin ha rischiato il tutto per tutto, cadendo al sesto giro nel tentativo di sorpasso a Marc Marquez. Per Bagnaia è il secondo titolo nella classe regina e il terzo complessivo con l’alloro nella Moto2 conquistato nel 2018. Insieme a Umberto Masetti, Giacomo Agostini e Valentino Rossi è uno dei quattro italiani capaci di aggiudicarsi più di un titolo nella top class del Motomondiale.

MotoGP, il pilota della Ducati Francesco Bagnaia si conferma campione del mondo. Al sesto giro del GP di Valencia la certezza aritmetica.
Francesco Bagnaia in sella alla Ducati a Valencia (Getty Images).

Sul podio di Valencia con Bagnaia anche Di Giannantonio e Zarco

Questo l’ordine di arrivo del GP di Valencia:
1. Pecco Bagnaia 40:34.064
2. Fabio Di Giannantonio +0.120
3. Johann Zarco +0.400
4. Brad Binder +2.210
5. Alex Marquez +4.338
6. Raul Fernandez +4.619
7. Franco Morbidelli +4.822
8. Aleix Espargaro +7.713
9. Luca Marini +9.098
10. Maverick Viñales +10.180

Crosetto: «L’unico pericolo per il governo è l’opposizione giudiziaria»

Secondo il ministro della Difesa Guido Crosetto il governo Meloni è insidiato da un «unico pericolo», ovvero «l’opposizione giudiziaria», che «ha sempre affossato i governi di centrodestra». Lo ha dichiarato lui stesso in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera: affermazioni che certo non sono passate inosservate.

Il ministro ha accennato a presunte riunioni di magistrati per affossare il governo

«L’unico grande pericolo è quello di chi si sente fazione antagonista da sempre e che ha sempre affossato i governi di centrodestra: l’opposizione giudiziaria», ha spiegato Crosetto al Corriere. Affermazioni queste non nuove nel centrodestra, basti pensare alle tante volte in cui Silvio Berlusconi ha detto di essere stato perseguitato dalla magistratura. Crosetto si è però spinto oltre: «A me raccontano di riunioni di una corrente della magistratura in cui si parla di come fare a “fermare la deriva antidemocratica a cui ci porta la Meloni”». E poi: «Siccome ne abbiamo visto fare di tutti i colori in passato, se conosco bene questo Paese mi aspetto che si apra presto questa stagione, prima delle Europee».

Il ministro della Difesa Guido Crosetto: «L’unico pericolo per il governo Meloni è l’opposizione giudiziaria».
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Il Pd: «Il governo smetta di lanciare velate minacce e di lamentare infondati complotti»

«È fuorviante la rappresentazione di una magistratura che rema contro e che possa farsi opposizione politico-partitica», ha detto Giuseppe Santalucia, presidente dell’Associazione nazionale dei magistrati durante l’assemblea degli iscritti. Sulla stessa linea Debora Serracchiani, responsabile Giustizia nella segreteria del Pd, «stupefatta dalle dichiarazioni» rilasciate da Crosetto: «Se sa qualcosa che mette in pericolo la sicurezza nazionale, lo dica. Diversamente, la smetta questo governo di lanciare velate minacce e di lamentare infondati complotti, cercando di nascondere le difficoltà della manovra di bilancio».

Oral, cosa c’è dietro la strana coppia Björk e Rosalia per salvare i salmoni islandesi

È uscita Oral, canzone che vede Björk duettare con una delle popstar più interessanti del momento, Rosalia. Una canzone di cui si è parlato parecchio, perché le due artiste sono quanto di più distante si possa oggi immaginare sul fronte musicale, perché si diceva sarebbe stata una canzone ambientalista, in perfetta sintonia con una china che la carriera dell’artista islandese ha preso da tempo, e perché, soprattutto, da tempo Björk è lontana dall’hype mainstream. L’idea di capire su che terreno lei e Rosalia si sarebbero incontrate dunque sembrava davvero potente. Ad aggiungere un po’ di sfiziose spezie al tutto le dichiarazioni rilasciate poco prima dell’uscita del singolo da parte della stessa Björk, che ha raccontato come la canzone fosse in realtà da lungo tempo dentro i suoi metaforici cassetti, lì tenuta non perché non ancora portata a termine, ma perché considerata troppo pop per i suoi nuovi standard. Oral ora è uscita e alcune sono le notazioni necessarie da fare, prima di passare a indicare il motivo per cui, oggi come oggi, è Rosalia il nome che sorregge questa strampalata coppia di artiste, oltre che uno di quelli su cui puntare se siete tra quanti amano scommettere su chi sia destinato a scrivere il proprio nome nel grande libro della musica leggera.

L’operazione salmoni che ha spinto Björk a collaborare con Rosalia

Dunque, Oral non è una canzone pop. Lo è forse se si parte dall’idea di pop che negli ultimi anni sembra avere Björk. In realtà è un po’ come la famosa battuta di Bisio che chiamava Dio Guido, per tutti gli altri Dio continua a essere Dio o nessuno, e Guido un nome proprio di persona.  Oral è una canzone sofisticata, che parte praticamente poggiando solo sulla voce, eterea, di Björk, poi su una musica decisamente ambient. Non è dunque una canzone pop. E tale non la rende nemmeno la presenza di un fenomeno pop come Rosalia, insieme a Dua Lipa la più forte artista europea al momento. Oral non è neanche una canzone ambientalista. È ambientalista l’operazione, ci fanno sapere entrambe le artiste, perché i proventi dei diritti e le vendite del brano andranno interamente a un fondo atto a permettere agli abitanti del fiordo di Seyðisförður, sulla costa orientale dell’isola scandinava che ha dato i natali all’artista, di coprire le spese legali per una class action contro le industrie della lavorazione dei salmoni che vorrebbero a breve aprire un allevamento in zona. A colpire Björk è stata la recente fuga di salmoni non islandesi da un allevamento. I pesci, appartenenti a una specie particolarmente aggressiva, ha invaso le acque dei fiumi dell’isola mettendo a rischio gli esemplari autoctoni. La notizia ha spinto la cantautrice ad abbandonare ogni ritrosia, e chiedere a Rosalia di portare un po’ della sua coolness in un brano che altrimenti poco avrebbe sentito adatto alle proprie corde.

Oral, la canzone perduta e ritrovata dopo 30 anni

Il video che accompagna il tutto, girato col contributo dell’intelligenza artificiale, le mostra combattere in una lotta non troppo diversa da quelle che si vedono nei videogiochi, niente a che vedere con l’aura mistico naturalista di Björk, né con l’immagine sexy e spregiudicata di Rosalia. Una canzone, ha dichiarato Björk a Rolling Stone Usa, che risale al periodo intercorso tra Homogenic e Vespertine, parliamo degli Anni 90, e che era andata perduta. Una volta ritrovata, non volendo reincidere la voce, perché riteneva non replicabile quel mood, ha chiesto a Rosalia, artista che molto amava, se le andasse di eseguirla. Ed ecco Oral per come la possiamo sentire. Una canzone che Björk descrive come una specie di reggaeton, ma che di reggaeton, ovviamente, non ha nulla, se non una ritmica che si richiama a quel genere, assolutamente sovrastata da archi e flauti, e dalle due voci che si intrecciano alla perfezione, quella di Björk più riconoscibile di quella di Rosalia. Attenzione, non perché Rosalia sia poco conosciuta o abbia una voce più neutra rispetto alla collega islandese, tutt’altro. Solo perché il brano è evidentemente stato scritto per mettere in rilievo le caratteristiche animiste tipiche di Björk, i sospirati che la rendono unica. Rosalia è invece più calda come voce e come temperamento, ed è da sempre protagonista di canzoni che si rifanno alla musica tradizionale, che sia il flamenco o, appunto, il reaggaeton, preso, smontato e ricostruito secondo il proprio estro e gusto personale.

Oral, cosa c'è dietro la strana coppia Björk e Rosalia per salvare i salmoni islandesi
Rosalia ai Latin Grammy Awards (Getty Images).

Rosalia e il lavoro sulla forma canzone orientato alla ricerca antropologica, oltre che della hit perfetta

Il suo Motomami, album del 2022 arrivato dopo l’esplosione mondiale con El Mal Querer, concept del 2018 che ruotava tutto intorno a una storia d’amore che oggi definiremmo tossica e ispirata al romanzo medievale Roman de Flamenca, è una sorta di bignami di come si possa prendere un genere ritenuto dai più rozzo, dozzinale, a tratti anche trash, ed elevarlo al grado di bellezza assoluta. Un lavoro di decostruzioni di canoni altrimenti sfilacciati su cui costruire storie che ruotano costantemente sopra il femminile, mescolando antico e futuribile, come raramente è capitato di vedere nel pop. Un lavoro che la potrebbe far accostare a figure come Peter Gabriel e David Byrne, e al tempo stesso tenere il passo a Dua Lipa e Beyoncé, certo seguendo la strada a tratti percorsa da Shakira, ma sempre tenendo la barra dritta, come se il suo lavorare sulla forma canzone fosse costantemente orientato alla ricerca antropologica, oltre che della hit perfetta.

Sentire canzoni come Hentai, liberata da tutti i fardelli sovrastrutturali delle tipiche produzioni del genere e lasciata come una ballad per voce e piano scordato, un testo che si rifà alla pornografia orientale dei manga e che quindi lancia chiari richiami sessuali su una melodia malinconica, o La fama, ospite quell’altro genio del pop che risponde al nome di The Weeknd, tutta giocata su una linea di basso ipnotica, una canzone di gelosia e passione che ben si è mossa anche in classifica, dovrebbero da sole darci la cifra di un talento che al momento ha forse solo in Tove Lo, artista svedese di stanza negli Usa che per tante popstar ha scritto tenendo per sé i brani più provocatori e sensuali, una ipotetica competitor. Del resto, Taylor Swift su un piano meramente pop ben lo dimostra, il mondo della musica internazionale è più che mai saldamente nelle mani femminili, Rosalia con o senza Björk non ha che da sbizzarrirsi a giocare con le tradizioni del mondo, magari anche salvando il salmone islandese.

Asahi, giro d’affari e progetti del colosso della birra giapponese (e non solo)

È impossibile non riconoscerlo. Il quartier generale di Asahi Breweries, il più grande produttore di birra e bibite del Giappone, risalta nel piatto skyline di Sumida, quartiere nord-orientale di Tokyo, grazie a una forma a dir poco singolare. Un palazzone dorato di 22 piani sormontato da un rooftop a vetri che ricorda un boccale con tanto di schiuma, denominato Asahi Super Dry Building, affiancato da un edificio nero più piccolo, sopra il quale si staglia la Asahi Flame, la fiamma dorata simbolo del marchio. Asahi è un gigante che nel 2022 ha registrato un fatturato di circa 20 miliardi di dollari, 1,4 miliardi di profitti e asset per un valore complessivo di 39,5 miliardi. Con nel portafoglio acquisizioni sparse in tutto il mondo, dalla Nuova Zelanda al Regno Unito, dall’Olanda all’Italia.

Asahi, giro d'affari e progetti del colosso della birra giapponese (e non solo)
Il quartier generale Asahi a Tokyo (Getty Images).

Asahi possiede dalla ceca Kozel all’ungherese Dreher fino all’italiana Peroni 

Asahi, colosso da 30 mila dipendenti, controlla il 37 per cento del mercato nazionale della birra, davanti a Kirin Beer (34 per cento) e Suntory (16 per cento). La multinazionale è però ben radicata anche oltre confine. Il gruppo, ad esempio, possiede Pilsner Urquell e Kozel nella Repubblica Ceca, Lech e Tyskie in Polonia, Ursus e Timisoreana in Romania, e pure la Peroni in Italia (acquisita a fine 2016). E ancora: il gruppo Foster’s in Australia, l’olandese Grolsch, l’ungherese Dreher, oltre a tante altre bevande analcoliche, come la neozelandese Charlie’s e le divisioni acqua e succhi dell’azienda australiana P&N Beverages. Nonostante questo Asahi e il Ceo Atsushi Katsuki puntano a nuovi traguardi. A partire dal consolidamento dei risultati in patria, dove la produzione della birra di punta, l’Asahi Super Dry, è stata rinnovata per la prima volta dal suo lancio nel 1987.

I progetti del ritorno in Cina dopo l’addio del 2017

Nei primi nove mesi del 2023, Asahi ha registrato una promettente crescita dei ricavi su base annua del 6,1 per cento, pari a 13,3 miliardi di dollari, nonché un aumento dell’utile operativo dell’8,6 per cento (1,32 miliardi di dollari). Il gruppo ha inoltre totalizzato un’impennata dei volumi di vendita (+37 per cento su base annua) per lo più grazie ai risultati conseguiti in Asia, Europa e Oceania. «Continueremo ad accelerare la crescita del marchio attraverso partnership sportive e altre iniziative su scala globale», ha spiegato Katsuki. Il gruppo nipponico ha inoltre in programma di rientrare in Cina dalla porta principale, nel tentativo di rilanciare gli investimenti nel più grande mercato della birra del mondo. Ormai da qualche anno, l’azienda si era infatti smarcata dal Dragone a causa della mancanza di prodotti premium oltre la Muraglia e dei prezzi molto bassi offerti da un mercato in passato poco o niente conveniente. È anche per questa ragione che, nel 2017, Asahi ha venduto al gruppo cinese Fosun la sua partecipazione, pari a quasi il 20 per cento, nella fabbrica di birra locale Tsingtao. Ora la situazione è ben diversa, e Asahi intende tornare alla carica.

Asahi, giro d'affari e progetti del colosso della birra giapponese (e non solo)
Asahi controlla il 37 per cento del mercato della birra del Giappone (Getty Images).

La partnership con il Manchester City

Nell’agosto 2022, proprio Asahi Super Dry, uno dei cinque marchi internazionali promossi dal gruppo, è diventato il partner ufficiale di quattro club calcistici. La partnership, della durata di cinque anni, riguarda il City Football Group, gruppo che comprende Manchester City (Premier League), Melbourne City (A-League, massimo campionato australiano), Yokohama F. Marinos (J-League, campionato giapponese) e Sichuan Jiuniu (China League One, serie cadetta del campionato cinese). Nella prima stagione dell’intesa, il marchio Asahi è apparso sui pannelli led perimetrali dell’Etihad Stadium, casa dei campioni d’Inghilterra e d’Europa, il Manchester City; risaltava sui loro canali social mentre le sue bevande venivano servite ai tifosi in tribuna. Quest’anno è arrivato un ulteriore upgrade. Asahi Super Dry 0,0%, la nuova versione analcolica, è diventata partner ufficiale del kit di allenamento. Un bel biglietto da visita per il colosso della birra giapponese.

Genova, 17enne stuprata durante una festa: indagati quattro giovani

La studentessa di un liceo di Genova ha denunciato di essere stata vittima di uno stupro di gruppo in una casa della Val Bisagno, uno dei quartieri operai del capoluogo ligure, dove era stata attirata con la scusa di una festa da quattro amici che poi hanno abusato sessualmente di lei. Lo riporta Il Secolo XIX.

I quattro presunti autori dello stupro sono indagati per violenza sessuale di gruppo

Le indagini della locale Squadra mobile che qualche giorno fa hanno portato a identificare quattro ragazzi di età compresa tra i 17 e i 20 anni, presunti autori dello stupro, indagati per violenza sessuale di gruppo. La giovane, spiega Il Secolo XIX, ha raccontato di essere uscita di sabato sera per trascorrere la serata con alcune amiche. A un certo punto, continua il quotidiano genovese, la 17enne ha deciso «di raggiungere alcuni amici che frequenta (nella zona della stazione di Brignole)» che avevano organizzato una festa all’interno di un’abitazione. Arrivata lì da sola, la ragazza ha scoperto che nella casa non c’era alcun party. Ma solo quattro coetanei, che poi avrebbero abusato di lei.

La vicenda ha diverse analogie con quella riguardante Ciro Grillo e amici

Il giorno dopo lo stupro la giovane ha raccontato tutto ai genitori e sporto denuncia. «Scatta l’indagine, le visite mediche, il supporto psicologico. E dopo mesi di indagine i poliziotti riescono anche a circoscrivere il cerchio identificando gli autori della violenza», scrive Il Secolo XIX. La vicenda presenta diverse analogie con quella riguardante Ciro Grillo, il figlio del fondatore del M5s, e i suoi tre amici genovesi, da oltre un anno a processo a Tempio Pausania per stupro di gruppo compiuto durante una vacanza in Sardegna.

Maltempo: vento oltre 100 km orari a Palermo, danni in città

Hanno lavorato per quasi tutta la notte i vigili del fuoco per completare gli interventi di soccorso e verifiche per i danni provocati a Palermo e provincia dal vento che in alcuni punti ha soffiato anche a 100 chilometri orari. Tanti gli alberi divelti e finiti per strada sulle auto parcheggiate. Numerosi i controlli e la messa in sicurezza di palazzi dove si sono verificati distacchi di intonaco, coperture volate via e verande danneggiate. Alla fine gli interventi sono stati 120 quelli finiti nel lungo elenco di richieste di auto dei residenti. Per fortuna il vento è poi calato, ma tutti gli uomini in servizio hanno lavorato di notte per completare gli interventi rimasti in coda. Tante le auto ieri danneggiate dagli alberi o dal crollo di cornicioni.

L’avvocato d’ufficio di Filippo Turetta ha rinunciato alla difesa

L’avvocato Emanuele Compagno ha rinunciato al mandato di difensore di Filippo Turetta, il giovane accusato dell’omicidio di Giulia Cecchettin, che dal 25 novembre si trova nel carcere di Verona. «Considero concluso con l’arrivo in Italia di Turetta il mio lavoro di difensore d’ufficio, anche se lui stesso mi aveva nominato quale difensore di fiducia. Adesso il processo andrà avanti. Fin dall’inizio avevo detto ai familiari che sarebbe servito un legale di fiducia, e ho depositato la rinuncia nel pomeriggio di oggi», ha dichiarato all’Ansa Compagno.

Emanuele Compagno, avvocato d’ufficio di Filippo Turetta, ha rinunciato alla difesa dell'assassino di Giulia Cecchettin.
Filippo Turetta (Ansa).

La famiglia di Turetta aveva deciso di affiancargli un altro avvocato

Compagno era stato nominato inizialmente difensore d’ufficio di Turetta: dopo che erano emersi suoi post e dichiarazioni sessiste la famiglia di Turetta aveva deciso di affiancargli un altro avvocato, Giovanni Caruso. Il legale assegnato d’ufficio al ragazzo accusato dell’uccisione di Cecchettin sosteneva sui social che gli uomini sono vittime esattamente come le femmine, parlava di alcol usato dalle ragazze come «scusa» per denunciare uno stupro, di unioni civili come una «pagliacciata», e se la prendeva con immigrati e reddito di cittadinanza.

Aggressione sessuale nel parcheggio di un supermercato di Reggio Emilia, arrestato 55enne

Era appena salita nella sua macchina in sosta al parcheggio di un supermercato di Reggio Emilia quando all’improvviso un uomo ha aperto lo sportello dell’auto ed è entrato, aggredendola e molestandola: la vittima, una ragazza reggiana di 23 anni, è riuscita a divincolarsi e a scappare e ha denunciato l’accaduto ai carabinieri della stazione di Corso Cairoli. È accaduto lo scorso 12 ottobre intorno alle 18.30. Grazie alle testimonianze e all’analisi dei filmati delle telecamere di sorveglianza del parcheggio i militari sono riusciti a identificare il presunto autore dell’aggressione – un 55enne di Reggio Emilia – denunciandolo. L’uomo è stato posto agli arresti domiciliari – il provvedimento è stato eseguito il 25 novembre – ed è a disposizione della Procura reggiana, diretta dal procuratore Calogero Gaetano Paci, mentre proseguono gli accertamenti dei carabinieri.

Hamas ha rilasciato altri 13 ostaggi israeliani

Il secondo gruppo di ostaggi israeliani è stato liberato da Hamas, che ha consegnato 13 persone, tra donne e bambini, alla Croce Rossa che li ha portati al valico di Rafah. Da lì sono passati in Egitto. Lì sono stati presi in consegna dalle forze speciali dell’esercito dello Stato ebraico e dalle forze di sicurezza che li hanno trasferiti in Israele. L’organizzazione palestinese ha liberato anche quattro cittadini thailandesi.

Ritardo scambio di prigionieri, Israele ha minacciato di interrompere la tregua

«Hamas sa che se gli ostaggi non saranno rilasciati entro la mezzanotte, l’esercito riprenderà le operazioni di guerra. E quindi sta cercando di controllare la narrativa», aveva fatto sapere l’Idf dopo il ritardo nelle consegna dei prigionieri, dovuta al fatto che Israele non stesse adempiendo «ai termini dell’accordo relativo all’ingresso di camion umanitari nel nord della Striscia di Gaza e a causa del mancato rispetto degli standard concordati per il rilascio dei prigionieri»

Hamas ha rilasciato altri 13 ostaggi israeliani. Consegnati alla Croce Rossa anche quattro cittadini thailandesi.
La gioia degli ex detenuti liberati da Israele (Getty Images).

Le autorità israeliane hanno rilasciato a Gerusalemme Est 39 detenuti palestinesi

Alla fine la liberazione è avvenuta e, nell’ambito dell’accordo mediato dal Qatar, le autorità israeliane hanno rilasciato a Gerusalemme Est 39 detenuti palestinesi. La persona più importante che figura nell’elenco dei prigionieri liberati è Israa Jaabis, 38 anni, condannata per aver fatto esplodere una bombola di gas nella sua auto a un posto di blocco nel 2015, ferendo un agente di polizia. Era stata condannata a 11 anni di prigione.

Hamas ha rilasciato altri 13 ostaggi israeliani. Consegnati alla Croce Rossa anche quattro cittadini thailandesi.
Il riposo dei soldati israeliani durante la tregua (Getty Images).

Hamas ha consegnato la lista degli ostaggi che saranno liberati il 26 novembre

Una nuova lista di ostaggi che dovrebbero essere rilasciati il 26 novembre da Hamas è stata ricevuta dall’ufficio del primo ministro israeliano. Lo riportano i media, spiegando che il governo si è già attivato mettendo al corrente le famiglie delle persone che saranno liberate. Secondo fonti israeliane, in questo caso Hamas non ha separato componenti di stessi nuclei familiari come invece era accaduto nel secondo gruppo. La maggior parte di coloro che saranno rilasciati provengono da una stessa comunità e si prevede inoltre che questo elenco includa anche cittadini americani.

Perché la vera pacificazione tra Azerbaigian e Armenia è ancora lontana

In due giorni di fine settembre l’Azerbaigian ha recuperato di fatto il controllo sul Nagorno Karabakh, territorio popolato da armeni che negli Anni 90 si era separato da Baku e reso indipendente con il nome di Repubblica di Artsakh. Una sorta di Blitzkrieg – con un paio di centinaia di morti da entrambe le parti, e soprattutto la supremazia militare azera che ha fatto desistere in fretta l’avversario – ha risolto in 48 ore una diatriba lunga tre decenni e qualche guerra. Il presidente azero Ilham Aliyev è andato personalmente a Stepanakert, ora Khakendi, a issare la bandiera nazionale. Circa 100 mila cittadini sono fuggiti in Armenia, dove il governo di Nikol Pashinyan ha dovuto incassare la seconda sconfitta nel giro di tre anni, ma nonostante tutto è rimasto in sella, almeno per ora.

Perché la vera pacificazione tra Azerbaigian e Armenia è ancora lontana
Il presidente azero Ilham Aliyev e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan (Getty Images).

La pace definitiva tra Baku ed Erevan è resta l’appetito azero per il corridoio di Zanzegur

Questione chiusa? No. Innanzitutto perché non c’è ancora una pace definitiva tra i due Paesi e le trattative sembrano ancora in alto mare, poi perché l’appetito azero non sembra del tutto soddisfatto e rimane sul tavolo il tema del corridoio di Zanzegur: una striscia di terra attraverso la provincia meridionale armena di Syunik che potrebbe collegare l’Azerbaigian alla regione sempre azera di Nakhchivan, che confina a sua volta con la Turchia. Questo il piano di Aliyev sostenuto dal presidente turco Recep Tayyp Erdogan, con Pashinyan a lanciare l’allarme per presunti preparativi di guerra azeri. Qualche giorno fa il primo ministro armeno non solo si è lamentato del fatto che i colloqui di pace vanno avanti lentamente con Aliyev che ha boicottato incontri diretti, ma ha affermato che il lavoro dietro le quinte degli sherpa che dovrebbero condurre presto a risultati concreti in realtà è permeato da un’atmosfera di sfiducia mentre la retorica dei funzionari azeri lascia aperta la prospettiva di una nuova aggressione militare contro Erevan. «Armenia e Azerbaigian», ha detto Pashinyan, «parlano ancora lingue diplomatiche diverse e spesso non ci capiamo». Da parte di Baku il ministero degli Esteri ha segnalato la sua disponibilità a impegnarsi nei negoziati, ma per ora non si è mosso praticamente nulla, anche perché l’Azerbaigian ha rifiutato la mediazione europea guidata dalla Francia e quella degli Stati Uniti, ritenendo le potenze occidentali schierate a favore di Erevan. Aliyev ha tuonato direttamente nei giorni scorsi contro Parigi, che con Erevan ha sempre avuto un rapporto privilegiato, accusandola di destabilizzare tutto il Caucaso: «La Francia sta destabilizzando non solo le sue ex e attuali colonie, ma anche la nostra regione, il Caucaso meridionale, sostenendo le tendenze separatiste e i separatisti. Fornendo armi all’Armenia, Parigi attua una politica militaristica, incoraggia le forze revansciste e getta le basi per l’inizio di una nuova guerra nella nostra regione».

Perché la vera pacificazione tra Azerbaigian e Armenia è ancora lontana
Da sinistra Olaf Scholz, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan, Charles Michel ed Emmanuel Macron (Getty Images).

L’Armenia è stata abbandonata da Europa e Usa mentre si rafforza l’asse tra Azerbaigian e Turchia

La realtà, più cruda, è però che le cancellerie europee e Washington hanno altro a cui pensare di questi tempi, tra Ucraina e Medio Oriente: le questioni caucasiche sono sempre state in terzo piano e ciò ha anche favorito la crescita del ruolo della Turchia, che a fianco dell’Azerbaigian ha assunto una posizione dominante nella regione. E in contemporanea la Russia, impegnata nel conflitto con Kyiv e con le frizioni che da tempo dividono Vladimir Putin e Pashinyan, ha tenuto un basso profilo, lasciando un po’ l’Armenia al suo destino. La posizione di Erevan di fronte a Baku è al momento di estremo svantaggio e poco da questo punto di vista hanno prodotto la linea del primo ministro in conflitto con Mosca e la virata filoccidentale, dato che appunto Europa e Stati Uniti non hanno nessun interesse a mettersi contro Azerbaigian e Turchia. È la Realpolitik internazionale che sta affondando l’Armenia, abbandonata da tutti.

La carica dei Fiftiers e la rassegnazione dei giovani

«La vita inizia a 50 anni». Un’affermazione consolatoria è diventata il grido di battaglia dei Fiftiers, associazione business oriented che terrà il suo primo congresso a Madrid il prossimo 25 novembre. La diversità generazionale è il tema centrale di un movimento che rivendica «la dignità delle rughe e la nobiltà dei capelli d’argento». Insomma botox libero e bisturi democratico. Anche se a guardare con più attenzione, ci si rende conto che l’invocata diversità generazionale è in realtà un conflitto padri contro figli. Scrivono infatti i Fiftiers: «Siamo già 17,9 milioni e raddoppiamo il numero dei 18enni… superiamo di 6 milioni gli under 25 anni…siamo tecnologici e atletici…ci piace la qualità della vita…rappresentiamo il 61 per cento delle decisioni di consumo diretto e il 15 per cento di quelle indirette (figli e parenti)».

La carica dei Fiftiers e la rassegnazione dei giovani
Il manifesto del convegno dei Fiftiers.

Dai baby boomer siamo passati a un popolo di baby looser costretti a lasciare l’Italia

Ora sono pronto a scommettere che presto vedremo scendere in campo anche i Fiftiers italiani. Anzitutto perché la situazione economica e socio-demografica dei due Paesi è simile. In secondo luogo perché non passa giorno che non si confermi quel che si dice da 20 anni e cioè che l’Italia non è un Paese per giovani. La nomina dell’85enne Giuliano Amato a presidente della Commissione parlamentare sugli algoritmi è solo l’aspetto clamoroso di una situazione che dovendo migliorare continua invece a peggiorare. Correva l’anno 2008 e usciva il romanzo generazionale Mi spezzo ma non mi impiego di Antonio Baiani, che raccontava le vite di 20/30enni, ma anche 40enni, precari e sospesi fra impieghi saltuari e vite in stile Ikea. Ma 10/15 anni dopo i «bamboccioni» italiani o «gioventù sdraiata» omologhi della Génération précaire francese o dei milleuristas spagnoli (mille euro al mese) sono scivolati ai 600 euro degli stage al tempo determinato. Con l’accusa e aggravante morale di essere a caccia di reddito di cittadinanza anziché cercarsi un lavoro. Dai baby boomer si è passati ai baby loser. Ai perdenti già al momento dell’adolescenza. Per questo costretti a emigrare. Dal 2011 al 2021 sono emigrati 1,3 milioni di giovani italiani tra i 20 e i 39 anni, il triplo dei 451 mila dei dati ufficiali (Fondazione Nord-Est). Con un +87 per cento, per lo più di giovani laureati, nel 2022 (Rapporto Migrantes).

I giovani disertano le urne, mentre la politica resta nelle mani di vecchi arnesi (anche se anagraficamente non lo sono)

Basterebbero questi dati, senza aggiungere le ansie diffuse e profonde per l’inquinamento e il cambiamento climatico, per indurre i giovani a buttare tutto per aria. Magari tornando a votare e con la consapevolezza che la rappresentanza dei propri interessi materiali non può essere affidata a chi giovane non è. Nelle ultime elezioni la fascia d’età 18-34 anni ha disertato le urne per il 37 per cento (rilevazione SWG e You Trend). Mentre la politica nazionale continua a essere nelle mani di “vecchi arnesi”, anche quando all’anagrafe relativamente giovani. Prova è che attualmente il tema di scontro fra governo e opposizioni, anche sindacale, sono le pensioni.

Persino i nomi dei movimenti giovanili come Ultima generazione ed Extinction Rebellion Italia esprimono rassegnazione

Certo è una provocazione proporre la costituzione di un partito dei giovani (PdG). Non lo è ricordare che la nascita travolgente del movimento delle Sardine che nel 2019 portò in piazza decine di migliaia di ragazzi e ragazze, nel giro di un anno si è sciolto come neve al sole. Il Covid è stato un killer implacabile della socialità, ma è allarmante la ritirata e la resa rispetto a situazioni che gridano vendetta (gli stipendi d’ingresso nel mercato del lavoro spesso minori dell’assegno medio delle pensioni d’anzianità). Colpisce però di più che a fare notizia sia il patologico e diffuso stato d’ansia adolescenziale. È di questi giorni l’indagine di Telefono Azzurro e Doxa sui ragazzi di 14-16 anni che si sono rivolti all’associazione, dei quali il 21 per cento si dichiara ansioso e preoccupato, il 6 per cento triste, il 41 per cento infelice e il 50 per cento percepisce il futuro come qualcosa di oscuro (sempre più giovani soffrono d’ansia, ma uno su tre si vergogna di chiedere aiuto, secondo Demografica di Adnkronos). Già i nomi della gioventù che contesta esprimono bene uno stato d’animo più rassegnato e disperato che combattivo e determinato a cambiare lo stato presente di cose: Ultima generazione e Extinction Rebellion Italia (che ha contestato all’Università di Venezia Cà Foscari Enrico Mentana, accusato di partecipare alla «criminalizzazione mediatica dell’attivismo climatica»).

 

Sostenibilità deve fare rima con responsabilità

Forse, suggerirebbero uomini marketing e pubblicitari, chiamarsi Prima Generazione aiuterebbe a mobilitare coetanei e non, lanciando un messaggio non da prossima fine del mondo, ma da inizio di una epoca e società nuove. Utile anche per ribadire che sono loro stessi i primi a volere cambiare. Perché possono anche cantarle chiare e forti ai Fiftiers – giusto per dirla con le parole di Classico l’ultima e gettonatissima canzone degli Articolo 31: «…Oggi si accusa il giovane di essere un fallito/dipendente dal telefonino/sti vecchi che si fanno le foto all’aperitivo/col botulino in faccia mentre bevono un mojito…» – però con la consapevolezza che la sostenibilità, parola che identifica la Generazione Z, che è digitale per definizione, deve fare rima con responsabilità. Quella invocata in un editoriale del Boston Globe, di alcuni giorni fa, in cui si invitano i giovani studenti a studiare e informarsi in classe sul conflitto Palestina- Israele invece che su TikTok.

La necessità di una lotta collettiva

Ovviamente mi guarderò bene dal sostenere luoghi comuni consunti, e ricorderò che il conflitto generazionale è stato in ogni epoca la norma piuttosto che l’eccezione. Gioventù non è sinonimo di spensieratezza. «Non permetterò a nessuno di dire che 18 anni sono l’età più bella della vita». Questa citazione di André Gide è stata una delle più gettonate dal movimento di contestazione del 68. Che qui evoco per ricordare che è stata l’ultima, quasi remota, protesta capace di mobilitare l’intero universo giovanile. Il «lotta dura senza paura» ha avuto anche tragiche conseguenze e derive sanguinose, tuttavia ha il grande pregio di ribadire che lo scontro non può avere solo forme decorative, come imbrattare muri e ostacolare il traffico automobilistico (peraltro l’ultimo Consiglio dei ministri ha deciso di inasprire le pene ai trasgressori). Ma deve perseguire trasformazioni radicali della struttura economica e sociale. Essere determinato, combattivo, intransigente. «Mi ribello dunque siamo». È la citazione e il titolo dell’omaggio curato da Vittorio Giacopini per Eleuthera in occasione dell’anniversario della nascita – 110 anni- del grande pensatore sovversivo Albert Camus. Un invito alla lotta collettiva, da accogliere ogni volta sia minacciata la libertà di qualcuno o negato un diritto. Senza aspettare di avere 50 anni. Anche perché attualmente i 50enni sono in ben altre e ben più frivole faccende affaccendati.

Italia in finale di Coppa Davis contro l’Australia, dove vederla in tv

L’Italia ha battuto la Serbia 2-1 a Malaga ed è in finale di Coppa Davis, dove domenica 26 novembre a partire dalle 16 affronterà l’Australia, che ha avuto la meglio sulla Finlandia. Il punto decisivo è giunto dal doppio Sinner/Sonego che ha sconfitto in due set (6-3, 6-4) la coppia Djokovic/Kecmanovic.

Italia in finale di Coppa Davis contro l’Australia, dove vedere le partite in tv e a che ora inizia la prima.
Jannik Sinner e Novak Djokovic (Ansa).

L’Italia parte con una sconfitta, poi lo show di Sinner

La giornata della semifinale era iniziata male, con l’Italia subito per 1-0 nei confronti della Serbia, dopo la sconfitta per 6-7 (7-9), 6-2, 6-1 patita da Lorenzo Musetti contro Miomir Kecmanovic. Poi è iniziato lo show di Jannik Sinner: l’altoatesino prima ha battuto Novak Djokovic in tre set con il punteggio di 6-2, 2-6, 7-5 annullando tre match point al numero uno al mondo, poi il bis in doppio con Lorenzo Sonego, che ha regalato agli azzurri del tennis l’accesso alla finale di Coppa Davis. L’Italia ha vinto il torneo una sola volta, nel 1976 contro il Cile, con la squadra formata da Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli.

Italia in finale di Coppa Davis contro l’Australia, dove vedere le partite in tv e a che ora inizia la prima.
Jannik Sinner e Lorenzo Sonego (Ansa).

Prima partita alle 16, si inizia con Arnaldi-Popyrin

«Per me è una grande delusione, me ne assumo la responsabilità, ovviamente, avendo avuto tre match point. Sono stato così vicino alla vittoria», ha detto Djokovic dopo l’eliminazione. «Conosco le qualità di Jannik. Però pensavo che forse sarebbe calato un po’ nel doppio, ma non è stato così». Così Sinner: «Siamo contenti, sì. Ma ancora non soddisfatti». Manca l’ultimo passo. Tutti i match della finale contro l’Australia saranno trasmessi in chiaro su Rai 2 e in streaming su Raiplay, così come su Sky Sport Tennis e Sky Sport Uno, oltre che su Now. La formula è sempre la stessa: la squadra che vince due match si aggiudica il tie. Se al termine delle prime due sfide in singolare si ha già una squadra vincitrice, non viene disputato il match di doppio. Si comincia alle ore 16 con la sfida tra Matteo Arnaldi e Alexei Popyrin, poi a seguire Sinner contro Alex de Minaur. Infine, eventualmente, il doppio Sinner/Sonego-Purcell/Ebden.

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