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Viaggio nel mondo dei tatuaggi magici thailandesi

Secondo la cultura locale sono un collegamento tra il lato fisico e quello ultraterreno. Tradizione, valori, persone in trance: cosa succede durante le celebrazioni fatte dai "maestri".


da Chiang Mai (Thailandia)

Sono le 9 e 9 minuti quando Ajarn James Khemthong inizia la celebrazione del Wai Kru, la giornata dedicata agli insegnanti. Siamo alla periferia di Chiang Mai, nel Nord della Thailandia, nel Sam Nak, lo spazio sacro adibito per i Sak Yant, i tatuaggi magici thailandesi che, secondo la cultura locale, sarebbero un collegamento tra il mondo fisico e quello degli spiriti, in grado anche di poter determinare o modificare il corso della propria esistenza.

I SIGNIFICATI: CORAGGIO, SOLDI, LAVORO, AMORE

Originariamente indossati dai guerrieri, che li utilizzavano come “armatura di protezione” in battaglia, hanno un alto valore spirituale e una tradizione antichissima. Le raffigurazioni sono tantissime e ognuna di esse ha significati e poteri specifici. Alcuni sono fatti appositamente per dare coraggio. Altre composizioni portano fortuna. Altre ancora soldi, lavoro e amore. Il Wai Kru, l’omaggio al maestro, è un’usanza tipica in Thailandia: la cerimonia viene fatta una volta all’anno.

COLLEGAMENTO CON GLI SPIRITI

Durante questo rito i partecipanti credono che si crei un collegamento tra il mondo umano e quello ultraterreno, tramite canti, preghiere, accensioni di candele e incensi, acqua benedetta e offerte gli spiriti e agli antenati. Tutto questo fa si che i poteri del maestro si possano ricaricare, per continuare a essere usati sulla terra.

LA PERSONA PUÒ ENTRARE IN TRANCE

Durante il rito i discepoli vengono benedetti dall’Ajarn e, in alcuni casi, soprattutto quando i Sak Yant che si portano sono molto potenti, come quelli che hanno raffigurazioni di animali aggressivi o di guerrieri della tradizione induista e buddista, la persona tatuata potrebbe entrare in trance per diversi minuti durante il rito. Come è successo a diverse persone durante la celebrazione fatta dal maestro James Khemthong, molto venerato per i suoi poteri dalla popolazione locale.

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Nell’epoca dei social media c’è una Spoon River per tutti

E tra la tomba di Toscanini e quella di don Giussani, c'è chi curiosa sui destini della gente comune. Cronaca di un 1 novembre al Monumentale di Milano.

«È viva la tua anima? Allora, che possa nutrirsi!», sarebbe stato scritto sull’epitaffio di Edmund Pollard, mai fosse esistito e avesse mai voluto che questi versi fossero incisi sulla sua pietra tombale invece che nella massima opera poetica di Edgard Lee Masters, l’Antologia di Spoon River: «Non lasciare balconi che tu non abbia scalato; né seni nivei che tu non abbia premuto; né teste d’oro di cui dividere il guanciale; né coppe di vino, quando il vino sia dolce; né delizie del corpo o dell’anima». Epicuro tre metri sotto terra, come dire, e come vorrebbero farsi certamente raccontare i passanti del grande viale laterale di destra del Cimitero Monumentale di Milano, quello che raccoglie i morti degli Anni Quaranta, più o meno, le cui tombe finiscono regolarmente e ulteriormente sepolte sotto le foglie dei platani, da cui la necessità di pulizie regolari che i guardiani effettuano senza esagerare.

TRA LE TOMBE DEL MONUMENTALE

Oggi, per esempio, è l’1 novembre e sono accovacciata con guanti, stracci, acqua della fontanella dell’angolo, il famoso “drago verde” milanese, raccolta in una delle bottiglie di acciaio regalate in un qualche evento moda che non ricordo; cerco di ripulire la prima della lunga teoria di tombe che mi aspetta in questa giornata, fra cimitero cattolico e israelitico che accorpo sempre avendo l’ingresso a destra di quello principale ma anche uno scomodissimo passaggio interno, mentre mia madre osserva ferma e dritta, appoggiata al bel bastone di cui non avrebbe affatto bisogno ma che usa per ottenere ogni vantaggio sui mezzi pubblici, a riprova che un po’ di buona educazione in giro c’è ancora.

RICORDI DI FAMIGLIA

Deve ritenere che l’occasione sia buona per un po’ di Spoon River famigliare, guai a non trasmettere la memoria, perché mentre io spazzo e spolvero e strofino statue e marmi e tolgo quelle orrende lumachine che nei cimiteri sono una costante, si mette a raccontare del prozio Carlo fondatore della grande azienda farmaceutica, di sua moglie Irene e della prozia Franca, che ho sempre trovato un bel tipo benché non abbia ovviamente potuto conoscerla, essendo morta nel 1948. Ricordo quasi ogni aneddoto sulla sua vita controcorrente di caporedattore del Popolo d’Italia che dormiva con la pistola sotto il cuscino (eh sì, tutti abbiamo avuto qualche fascista convinto in casa) e che aveva chiesto una piccola orchestra per accompagnare la propria morte, ma come logico il gruppetto che si è fermato alle spalle di mia madre con la mappa delle tombe dei famosi da visitare fra le mani e ascolta attento non lo sa.

UN CIMITERO DI ILLUSTRI DECEDUTI

La parabola terrena della prozia Franca non è neanche lontanamente paragonabile a quella di Arturo Toscanini, di Angelo Motta o di don Giussani che è sepolto nel viale centrale ed è identificabile da lontano per via della coda che si si ferma davanti ogni giorno recando fasci di fiori; non assomiglia nemmeno a quella sfortunatissima dell’ultimo figlio di Mozart, Carlo, a cui la comunità austriaca d’Italia ha donato sepoltura e lapide abbastanza di recente. Era una signora di piglio, parecchio eccentrica. Però il gruppetto pare molto interessato lo stesso. Uno azzarda: «Com’è morta?». «Tumore», fa mia madre, secca. Io sfrego accucciata fra le foglie gialle e taccio. È il suo momento di storyteller di vicende lontane. «Madam, do you know what happened to the couple on the right?», chiedono due ragazzi giovanissimi, molto interessati alla bella statua di bronzo della tomba accanto, che raffigura un angelo in caduta. Regge fra le mani un volante, si può intuire come sia andata.

SELFIE DAVANTI ALLE TOMBE

Mentre mia madre ha trovato un uditorio, per tutta la mattina sarà un continuo informarsi e chiedere delucidazioni anche sulla collocazione delle tombe di amici, conoscenti o perfetti sconosciuti. C’è chi si fa i selfie davanti alla tomba dei Bernocchi, capolavoro di Castiglioni, chi ulula davanti a quella di un tale Motta che sembra proprio un panettone, non fosse che quella del fondatore dell’azienda, opera di Melchiorre Bega su ispirazione di un tholos preistorico, si trova in un viale lontano ed è ornata di statue di Manzù. Fra i viali principali del Monumentale ci sono cartelli indicatori delle opere più importanti, con fotografia annessa, ma per gestire il traffico dei turisti italiani e stranieri che lo affollano nei giorni canonici ci vorrebbero decine di guide. In anni di social media e di personalizzazione di ogni cosa c’è voglia di sapere tutto anche di perfetti sconosciuti. Viene il dubbio che, per conservare la storia della propria famiglia, basti scrivere la propria Spoon River e affiggerla sulla tomba di nonno, zia, antenati. Ci sarà subito subito qualcuno disposto a leggerla.

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Massimo Montanari su sovranismo, cucina e tradizione

Rivendicare presunte radici gastronomiche in realtà non porta a nulla. Anzi. Secondo lo storico «negare cittadinanza a ricette nuove, chiudersi alle sperimentazioni significa stravolgere il senso e l’identità della cultura italiana». L'intervista.

Da Matteo Salvini che ha trasformato il cibo in cavallo di propaganda con i suoi selfie alle polemiche sui pretesi cedimenti della tradizione italiana all’islam, il sovranismo ha allargato la battaglia per il primato nazionale anche alla tavola. Ma con che fondamenti? A sentire Massimo Montanari, storico dell’Alimentazione, pochi, se non nessuno. Lo dimostra la querelle che ha tenuto banco per giorni sul tortellino di pollo. La variante al maiale, quella “tradizionale”, è davvero così canonica? «“Canonico” è un aggettivo che non mi piace, così come “autentico” o cose del genere», spiega Montanari a Lettera43.it. «La cucina è il luogo della libertà e quando qualcuno annuncia che vuole “codificare” una ricetta io mi metto subito in allarme, perché quello che potrebbe sembrare un appello alla storia è in realtà la negazione della storia».

Massimo Montanari è autore de “Il Mito delle origini. Breve storia degli spaghetti al pomodoro” (Laterza).

DOMANDA. Quindi la storia è a rischio, ma per motivi diametralmente opposti a quelli gridati dai salviniani…
RISPOSTA. Tutto ciò che si ritiene immodificabile è morto, perché la vita è movimento, e la storia cambiamento. La cucina, poi, è per definizione il luogo della libertà, di gusti sempre diversi e continuamente reinventati. E il tortellino – così come il tortello, o la torta, geniali invenzioni del Medioevo – che cos’altro è se non un semplice contenitore, all’interno del quale si può introdurre qualsiasi cosa?

Ma allora la tradizione?
Ciò che chiamiamo tradizione si contrappone spesso all’innovazione, ma i due termini non vanno contrapposti tra loro, perché ogni tradizione nasce come innovazione di una tradizione precedente. La scintilla può essere il caso, un’intuizione, una sperimentazione: da quel momento in poi avviene il cambiamento, se e quando la comunità accoglie il nuovo che qualcuno ha immaginato. Non dimentichiamo che “tradizione” è una parola derivata dal verbo latino tradere, consegnare. La tradizione è qualcosa che si consegna e che esiste solo se qualcuno la riceve e la accoglie. In questo senso la tradizione non appartiene al passato, ma al presente. E nessuna consegna impedisce di modificare quello che si è ricevuto. La memoria è oggi e tutte queste parole – memoria, tradizione, ricordo – appartengono al presente. Questo non significa negare l’importanza di ciò che riceviamo dal passato, bensì l’impegno a mantenerlo vitale.

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Quindi lei approva il tortellino al pollo?
Quel contenitore posso riempirlo in mille modi diversi, assecondando gusti e usanze che cambiano nel tempo e nello spazio. A Baku, in Azerbaigian, un tortellino simile a quello bolognese viene farcito con carne ovina. Nel Rinascimento, i tortellini si usavano per accompagnare le carni di volatili. Si potrebbe perfino raccontare che il tortellino al pollo, o al tacchino, fino al XIX secolo fu una presenza normale nella tradizione bolognese, forse addirittura più diffuso di quello con la carne di maiale. La preferenza per quest’ultimo tipo di ripieno fu una scelta ottocentesca, che Pellegrino Artusi, nel 1891, registrò nel suo celebre ricettario, fondamento della cucina italiana moderna. Perché dunque ostinarsi a ritenere “corretta” solo la versione più recente, ignorando altre scelte, altri gusti che ugualmente appartengono alla nostra storia? Ma il punto non è questo.

Il cibo è stato sempre usato anche come strumento di comunicazione politica. Tutto ciò che facciamo è politica, è ideologia

E qual è?
Il punto è che proprio nella varietà delle soluzioni, e nel rispetto di queste varietà, risiede il carattere più profondo della cucina italiana. Lo stesso Artusi non pretende mai di “codificare” le ricette, ma, proponendo le sue scelte, apre larghi orizzonti alla libertà dei gusti, dando per inteso che se qualcuno preferirà modificare quell’ingrediente, quella spezia, quel grasso di cottura sarà assolutamente libero di farlo. È questa l’essenza della nostra cucina, che Artusi interpreta perfettamente. Agire in modo diverso – negare cittadinanza a ricette nuove, chiudersi a nuove sperimentazioni – significa, questo sì, stravolgere il senso e l’identità della cultura italiana.

Possibile che in un momento come questo si dichiarino guerre pure sul cibo?
Non mi stupisco e non mi scandalizzo di questa polemica e di questo scontro, perché il cibo è stato sempre usato anche come strumento di comunicazione politica. Tutto ciò che facciamo è politica, è ideologia. Ci siamo raccontati che viviamo in una società post-ideologica, ma la politica è il rapporto con il mondo, è il nostro modo di partecipare a una polis, di essere comunità e di porsi rispetto all’altro. In questo senso ogni gesto della vita quotidiana è politica, soprattutto quando il gesto è essenziale e primordiale come il mangiare.

Il cibo è quindi uno strumento politico?
Lo è per sua natura. Aprire o chiudere una tavola, offrire da mangiare ad altri o mangiare da soli, guardare la cucina degli altri con attenzione o affermare che solo la propria è buona, tutte queste sono scelte politiche. Il massimalismo gastronomico è la manifestazione di un atteggiamento politico che non mi stanco di combattere, non solo per estraneità ideologica, questa sarebbe una normale dialettica di pensieri discordanti, bensì sul piano dell’analisi storica, che faccio per mestiere. Il messaggio che viene dalla storia in questo senso è molto chiaro, e molto diverso da quello che vorrebbero i fautori di un’identità gastronomica immutabile e incontaminata.

Negare cittadinanza a ricette nuove, chiudersi a nuove sperimentazioni significa stravolgere il senso e l’identità della cultura italiana

Immaginiamo una dieta “sovranista” italiana. Togliamo prodotti di provenienza esotica tipo pomodoro, fagioli, patate, caffè, tè, cioccolato, zucchero, riso, limoni, peperoni. Ma che rimarrebbe?
Ben poco, in effetti. Ma questo non deve farci dubitare della nostra identità, che è evidente e fortissima, anche o forse soprattutto quando parliamo di cucina. La cultura gastronomica italiana si è costituita nel tempo attraverso una straordinaria capacità di accogliere, rielaborare, riproporre elementi di altre culture. L’ho sostenuto con forza anche nel mio ultimo libro, Il mito delle origini, col sottotitolo Breve storia degli spaghetti al pomodoro. La decostruzione storica di questo piatto, che è oggi uno dei principali segni identitari della cucina italiana, ci mostra come questa identità si sia formata lentamente, nel corso di molti secoli, mettendo a frutto apporti di molteplici culture, sparse in luoghi e tempi diversi, dall’Asia all’America, dall’Africa all’Europa, dalle prime civiltà agricole alle innovazioni medievali, fino a vicende di qualche secolo fa, o dell’altro ieri.

Dove porta questo viaggio?
Alla fine si scopre che ricercare le origini della nostra identità, ciò che siamo, non ci porta a ritrovare noi stessi, ciò che eravamo, bensì altri popoli e altre tradizioni, dal cui incontro e dalla cui mescolanza si è prodotto ciò che siamo diventati.

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Dove è che l’influenza esterna è stata più forte in Italia?
In Sicilia, formidabile luogo d’incontro delle più diverse culture, attraverso e oltre il Mediterraneo. Come a dire che più le culture si incrociano, più il risultato è ricco e interessante. Non casualmente, in tutti i Paesi, le aree culturalmente più interessanti, anche dal punto di vista gastronomico, sono quelle di confine.

Il contributo maggiore che l’Italia ha dato alla cultura gastronomica europea e non solo è stata la capacità di valorizzare le verdure. Un apporto decisivo della cultura contadina

E cosa è invece che l’Italia ha dato al mondo?
Gli storici sono concordi nell’affermare che il contributo maggiore che l’Italia ha dato alla cultura gastronomica europea – ma più recentemente anche oltre i confini europei – è stata la capacità di mettere a frutto e valorizzare le verdure. In questo, io sono convinto che si debba riconoscere un apporto decisivo della cultura contadina, che, nella storia della cucina italiana, ha avuto un ruolo particolarmente importante, interagendo in maniera sistematica con la cucina di corte.

I McDonald’s, i ristoranti sushi, i kebab avranno un influsso in profondità nella cucina italiana del futuro?
È impossibile dirlo a priori. Queste diverse culture potranno semplicemente convivere fianco a fianco oppure, chissà, riservarci sorprese nel segno di nuove interazioni, di invenzioni che potrebbero avere successo. Le sperimentazioni continuano, e a decidere il successo degli esperimenti alla fine siamo noi che mangiamo. Il gusto è sempre stato sovrano. E per fortuna, il futuro è ancora da scrivere.

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Grassino, presidente del Cisu: «Siamo ufologi non complottisti»

Interessarsi agli Ufo e farsi delle domande non significa sposare per forza teorie assurde. Anzi. Vuol dire dialogare con la scienza. L'intervista.

«Siamo ufologi, non complottisti. Anzi, vogliamo dialogare con la scienza». Mette subito le cose in chiaro Gian Paolo Grassino, presidente del Centro Italiano Studi Ufologici (Cisu), associazione culturale nata nel 1985 che il prossimo 23 novembre a Bologna tiene il suo 34esimo congresso nazionale dal titolo: «Gli Ufo del Pentagono: il caso del secolo o una nuova grande illusione?». «Non andiamo a caccia di marziani», continua Grassino parlando a Lettera43.it. «Vogliamo solo cercare di capire. Per la gran parte delle cose strane che la gente ritiene di aver visto in cielo in realtà ci sono spiegazioni convenzionali, ma restano comunque alcuni casi non spiegati che meritano un approfondimento. E poi nei 72 anni in cui si è parlato di Ufo si è creata una mitologia che ha influenzato la pubblicità, la comunicazione, la moda. È un fenomeno culturale che pure cerchiamo di spiegare».

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Un frame di uno dei tre video in cui la Marina ha ammesso la presenza di Ufo

DOMANDA. Quindi secondo lei gli Ufo non sono necessariamente navi spaziali venute da altri pianeti…
RISPOSTA. Nel corso degli anni abbiamo raccolto una grande quantità di dati e i nostri archivi sono tra i più ampi d’Europa. Ma le prove vanno poi condivise e validate da scienziati. Partire subito dalle conclusioni è sbagliato, ed è difficile oggi parlare di prove di visite extraterrestri.

Ci sono scienziati che dialogano con voi?
Certamente. Alcuni anni fa a un convegno abbiamo avuto l’onore di ospitare il fisico Tullio Regge (scomparso nel 2014, ndr). Anche se l’attenzione mediatica è sempre per l’elemento extraterrestre, pensiamo sia giusto andare con i piedi di piombo.

Anche se ora anche la Marina militare Usa ha ammesso l’esistenza di oggetti non identificati...
Sì, questa volta occorre capire meglio cosa c’è di concreto dietro l’ultimo rilascio di documentazione statunitense, perché in realtà la situazione è molto più complicata di quanto appare. C’è infatti anche una operazione pubblicitaria legata a un ente privato che sta producendo documentari sull’argomento.

Nel corso degli anni abbiamo raccolto una grande quantità di dati. Ma le prove vanno poi condivise e validate da scienziati

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Ma le ultime informazioni desecretate rappresentano davvero una svolta?
In realtà, no. Sono filmati realizzati due anni fa durante alcune esercitazioni che circolavano da due anni e senza particolare clamore. Adesso la Marina Usa ha ammesso che sono Uap: non oggetti volanti non identificati (Unidentified Flying Objects), ma fenomeni aerei non identificati (Unidentified Aerial Phenomenon).

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E cosa significa?
Gli americani hanno detto chiaramente: «Non sono astronavi extraterresti, ma oggetti che non abbiamo identificato». Questo significa che potrebbero essere droni, velivoli che controllavano le esercitazioni. Insomma, qualcosa di spiegabile. Sono fenomeni da studiare: è questo il nostro approccio. Ovvio che se invece sosteniamo che la Marina Usa ha ammesso l’esistenza degli alieni ci facciamo solo ridere dietro.

Ma come mai gli Ufo si “vedono” solo da 72 anni?
Le interpretazioni possibili sono tre. Primo perché prima non esistevano le tecnologie necessarie per osservarli. Secondo perché gli avvistamenti ufologici venivano interpretati in modo diverso, magari in chiave mistico-religiosa. Terzo perché si tratta di un mito basato su archetipi derivanti dalle angosce dell’era atomica e spaziale. Tutto è cominciato il 24 giugno 1947, quando l’agente di commercio e pilota civile Kenneth Arnold riferì di avere osservato nove insoliti oggetti volare in schieramento vicino al Monte Rainier, nello Stato di Washington. Venne ritenuto un testimone attendibile e credibile perché era un pilota, giovane e forte. L’ufologia prese il via da lì.

E poi?
Poi si cominciò a osservare il cielo e a scoprire cose strane. Molte sono state spiegate, altre non ancora. Certamente viene il dubbio: anche prima c’era qualcosa che non riuscivamo a capire?

E qui si entra nell’ambito dell’archeologia spaziale, di cui l’italiano Peter Kolosimo fu un importante esponente.
Tra l’altro assieme alla vedova stiamo raccogliendo i suoi materiali. Peter Kolosimo ha scritto una quantità di opere inimmaginabile per i comuni mortali. L’Archeologia spaziale è un tema certo affascinante, ma più letterario che scientifico. Diciamo che non è il nostro punto di riferimento, anche se ripeto di fenomeni strani se ne sono verificati.

Per esempio?
Nel 1946 in Europa si raccontò di un’ondata di luci strane. Nel 1896 negli Usa vennero avvistate alcune aeronavi, almeno così vennero descritte, paragonandole a quel che volava all’epoca: dirigibili e palloni. Noi stessi abbiamo pubblicato un catalogo dei fatti anomali che si intitola Strane luci nei cieli d’Italia, e che esamina oltre 2000 casi dall’antichità a oggi. Bisogna però avere sempre l’accortezza di non leggere eventi del passato senza conoscere il contesto, altrimenti c’è il rischio di dire assurdità. Una cosa è trovare un trattato medioevale che descrive una luce strana in cielo; altra cosa è rileggere Ezechiele e pensare che i carri di luce siano astronavi.

Io sono della vecchia guardia, ma ci sono nuove generazioni che sono cresciute su internet. E in Rete si trova di tutto

E qua da Peter Kolosimo si arriva ad Alfredo Castelli e al suo Martin Mystère. Un grande fumetto, però basato sull’idea complottista di uomini in nero, una specie di setta che cerca di distruggere le prove di “verità alternative”. E in molti hanno preso queste idee sul serio…
La storia degli uomini in nero che nasce negli Anni 50 è divertentissima, ma è chiaramente assurda. Chi fa l’ufologo sul serio sa per esperienza che i militari non solo non nascondono, ma spesso collaborano e condividono le informazioni. Noi, per esempio, abbiamo uno splendido rapporto con i carabinieri. Però sono militari, non bisogna dimenticarlo. E hanno le loro priorità.

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E l’area 51?
Sul caso Roswell ci fu un depistaggio per coprire alcuni esperimenti con palloni stratosferici. Grattando sotto la superficie, ogni volta che ci viene detto che non è possibile avere informazioni su un caso salta fuori che semplicemente era in corso una missione di addestramento operativo non condivisibile per ragioni militari. Punto.

Niente Ufo, quindi…
L’Area 51 è come la base di Aviano, solo che immensa. È grande come una provincia italiana, ha cinque aeroporti, ci lavorano migliaia di persone. Ma si può pensare seriamente che tutte queste migliaia di persone siano parte di un complotto?

Eppure il complottismo in campo ufologico dilaga…
Lo so. Io sono della vecchia guardia, ma ci sono nuove generazioni che sono cresciute su internet. E in Rete si trova di tutto.

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La fortuna è cieca, ma la fatica ci vede benissimo

Si pensa che il successo arrivi solo grazia al "fattore C" e ogni lavoro creativo sia una passeggiata. Ma non è così. E va ricordato anche se l'impegno e il sacrificio sono insopportabili e non fanno audience.

La dimensione vincente, perfino eroica della fatica, della disciplina e della volontà nel lavoro è qualcosa che ormai ci suona molto lontano. Talmente remota che io stessa, accostando in questa stessa frase due facoltà come la volontà e l’eroismo, ho richiamato automaticamente alla memoria Leni Riefenstahl, le parate naziste e mi sono preoccupata un po’, come se avessi risvegliato, evocandolo, un mostro acquattato da qualche parte, e che in effetti mostro era.

In realtà, come sappiamo, la volontà, e la fatica che l’accompagna, sono valori positivi. Eppure, la dimensione della fatica che tutti noi mettiamo nel nostro lavoro, in misura maggiore, minore o diversa, è un concetto talmente terrorizzante e alieno che l’altra sera, a Linea Notte, un pur lieve riferimento di un ospite allo scarso impegno dei giovani nella ricerca di un lavoro è stato brutalmente interrotto dal conduttore con una replica compassionevole.

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IGNORIAMO COSA C’È DIETRO IL SUCCESSO

Guai a nominare la fatica. In epoca di social media, il successo è una dimensione che ci è molto chiara: la disciplina, i sacrifici e l’impegno che sono richiesti per ottenerlo, che ne sono anzi una componente essenziale, lo sono davvero molto meno.

IL MESTIERE DEL COSTUMISTA SPIEGATO AI GIOVANI

Lo ricordavano poche mattine fa al Maxxi, di fronte a una platea gremita di studenti italiani e stranieri, alcuni fra i massimi costumisti italiani come Carlo Poggioli, Gabriella Pescucci e Daniela Ciancio, riuniti per un talk da Deborah Nadoolman Landis, la creatrice dell’estetica di Indiana Jones, per citare una delle sue massime riuscite, nonché moglie di John Landis. Il tema era il lavoro del costumista teatrale e cinematografico spiegato ai giovani che, all’università o nelle scuole di moda, potrebbero volerlo approcciare, e se ne toccava ogni aspetto. Compresa la fatica fisica, importante, che caratterizza la professione.

C’è il lato creativo, il disegno, la scelta dei tessuti ma ci sono anche i bavaglini per permettere alla star di mangiare senza sporcarsi l’abito di scena

Oltre ai costumi sontuosi o poveri, oltre allo studio del personaggio con l’attore e il regista, oltre alle prime prove con sarti e attore che è, certamente, il momento più bello e creativo, c’è infatti l’impegno costante, per mesi. Lo sforzo, appunto la fatica. La fatica della ricerca e della preparazione storica, fra musei e gallerie oppure per strada; la fatica di alzarsi alle cinque per mesi e di dover essere sul set prima di tutti, con assistenti, sarte, truccatori, ferri da stiro e anche calzini e guanti caldi, pronti per vestire e svestire continuamente l’attore.

IL LATO CREATIVO È SOLO UNA PARTE DEL LAVORO

C’è il lato creativo, il disegno e la scelta dei tessuti, il lavoro con le sarte e magari il ricamo eseguito in prima persona, ma ci sono anche i bavaglini per permettere alla star di mangiare senza sporcarsi l’abito di scena o la bocca che gli si lava personalmente perché non disfi un trucco che magari è costato ore di lavoro. Ci sono le cacce all’ultimo capo che il regista vuole assolutamente e magari, come successe al premio Oscar Milena Canonero, le urla e i capricci di Kristen Dunst che doveva interpretare Maria Antonietta ma si rifiutava assolutamente di farlo con una parrucca in testa, benché la donna che interpretava ne avesse indossate di immense fino alla svolta bucolica del suo stile (ecco, la chiave di volta per risolvere l’impasse fu questa: anticipare la svolta di look, montarle i capelli in un pouf, incipriarli e tanti saluti).

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Da amica, sodale di alcuni fra questi costumisti, in particolare di Alessandro Lai, so per esperienza che cosa significhino le 16, 18 ore sul set, le attese lunghissime magari al freddo, in una roulotte piazzata in un campo gelido o in un deserto a 48 gradi (no, non è un errore di battitura), le soluzioni da trovare all’ultimo momento e anche se tutto sembrava in ordine.

LE FATICHE DEL GIORNALISTA, TRA ALZATACCE E VERIFICHE

Ogni mestiere, ogni professione porta la sua dose di fatica, che è ineludibile, e sulla quale si tende a sorvolare: per un giornalista di quotidiano, la caccia alla notizia (che sì, è ancora praticata), lo sforzo nella ricerca delle fonti, nella verifica, oppure, per chi fotografa, gli eventuali appostamenti (a Roma non abito lontano da palazzo Grazioli: per anni ho visto sostare fotografi e paparazzi per ore infinite, sotto il sole e la pioggia).

Fatica fisica, disciplina, disponibilità: concetti desueti che non fanno audience, perché per chi guarda la tivù e legge un post l’impegno è un concetto antipatico

E anche qui le alzatacce, i pezzi da scrivere rinunciando all’ultimo momento a cene con gli amici, week end, aperitivi e amicizie (un punto sul quale i giovani che aspirano a fare questo mestiere storcono sempre la bocca), svegliandosi alle 5 del mattino per scrivere quell’articolo che la sera prima, stravolti, non si era stati in grado di portare a termine, ma che non si può procrastinare, perché alle 8 ci aspetta un altro impegno e poi sarà troppo tardi per la “chiusura”, la deadline della pubblicazione.

L’IMPEGNO È UN CONCETTO ANTIPATICO

Fatica fisica, disciplina, disponibilità: concetti desueti, che suonano odiosi e che non fanno audience, perché nella mente di chi guarda la tivù, legge giornali e post (questi ultimi soprattutto, che impongono una minore fatica di concentrazione), oppure si iscrive nelle università e nelle scuole dei lavori cosiddetti creativi, l’impegno è un concetto antipatico. Tutto, per i ragazzi, si crea per improvvisazione, per colpi di genio in cui noi italiani, si sa, siamo maestri.

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E non parliamo della moda: cocktail, sfilate, platea osannante. Certo, spesso. Ma prima? Ma dietro? Ma poi? Pochi sanno, fino al momento in cui la sperimentano, la fatica degli stilisti di oggi, l’ansia della perfezione, la ricerca del nuovo e della sua realizzazione al meglio correndo da un laboratorio all’altro, la terribile pressione di dover creare 10 collezioni all’anno da mandare in passerella e sulle quali essere giudicati, sia dalla stampa sia dal risultato di vendita. E ancora, perché affacciandomi appena sveglia gli sento alzare la saracinesca, i baristi: 30, 40 anni di vita ad alzarsi all’alba, pulire, preparare, scaldare brioche e poi dover sorridere al primo avventore ingrugnito o, peggio, armato di cattive intenzioni.

LA LEZIONE DI BIKI

Sul bellissimo volume appena dedicato da Simona Segre Reinach alla storia e al prezioso archivio di Elvira Leonardi Bouyeure, la celeberrima Biki nipote acquisita di Giacomo Puccini che vestiva Maria Callas (Rizzoli, ne vale la pena), è pubblicato un suo aforisma o, per essere precisi, una sua dichiarazione abbastanza apodittica a un cronista nei primi Anni 80, che mi ha molto colpita: «Sono diventata la Biki con l’intelligenza e soprattutto con la volontà, ma agli altri dico la fortuna per non suscitare invidia». In questa riga c’è tutto, ma proprio tutto lo spirito italiano, e soprattutto il suo malanimo nei confronti del successo altrui, a cui è in genere disposto a riconoscere solo una botta di fortuna, il famoso “fattore C” perché, essendo cieca, la fortuna potrebbe baciare anche gli indolenti, gli incapaci, i pigri e i malmostosi. La volontà e l’intelligenza che alla prima si piega e si adatta nel raggiungimento di un obiettivo e che è invece frutto di fatica, di sforzo, di impegno costanti, risultano insopportabili. Perché non sono affatto ciechi. E sarebbe ora di ricordarlo.

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Samuel Stern, il nuovo fumetto horror made in Italy

Il 29 novembre arriva in edicola la nuova collana di Bugs comics. Protagonista è un esperto di esoterismo e psicologia, aiutato da un prete esorcista. Perché, come spiegano Fumasoli e Filodoro, «i veri demoni sono dentro di noi».

Capelli rossi, la giusta dose di cinismo, una passione enorme per i libri e l’esoterismo. Il 29 novembre le edicole italiane avranno un nuovo inquilino. Si chiama Samuel Stern ed è un esperto di possessioni demoniache il protagonista della nuova serie di fumetti Bugs comics. Una giovane realtà editoriale nata proprio con l’horror, grazie alla pubblicazione di Mostri, rivista contenitore di fumetti di genere a cui hanno fatto seguito Alieni e Gangster, ispirate al mondo della fantascienza e del noir. Samuel Stern è un ritorno all’horror ma con una chiave moderna, che rielabora paure e mitologie millenarie e le adatta alla realtà liquida dei giorni nostri. Tra l’horror e il thriller psicologico, scava nei dubbi e nelle insicurezze più profonde dell’essere umano, lì dove risiede la vera paura. Il tutto nel contesto di una Edimburgo mistica, sospesa nella tensione tra la sua tradizione e le esigenze di capitale moderna. Un progetto in cui Gianmarco Fumasoli, direttore di Bugs comics, e Massimiliano Filadoro, sceneggiatore, credono fortemente, per rilanciare la tradizione del fumetto nazionalpopolare italiano attraverso il canale in cui è stato storicamente sempre distribuito: le edicole.

DOMANDA: Perché avete scelto il genere horror.
GIANMARCO FUMASOLI:
Perché è il genere per cui batte il nostro cuore e da cui siamo partiti quattro anni fa con le nostre prime pubblicazioni.

Negli ultimi anni il genere è cambiato moltissimo anche al cinema.
GF: Sì, mentre il fumetto italiano è rimasto un pochettino indietro, cercando di allineare produzioni horror Anni 80 e 90 senza parlare delle vere paure di oggi, che non sono più quelle del passato, gli zombi o i vampiri.

E cosa è la paura oggi?
GF: L’idea di essere il male e il bene contemporaneamente, non aver idea di dove stiamo andando. Tutto questo ci spaventa. La paura oggi è non sapere chi siamo e sapere che dentro di te c’è qualcosa che non va.

Internet, tivù via cavo e in streaming, realtà virtuale. L’horror è ovunque. È più difficile far paura oggi?
MASSIMILIANO FILADORO:
Ultimamente il fumetto horror gioca molto a citazioni, rimandi a serie tv e film. Noi, con molta umiltà, cerchiamo di pescare dalla letteratura, anche quella passata, in Kafka o nei racconti di Cortazar. Forse oggi per far paura non bisogna mirare direttamente il bersaglio, ma cercare di raccontare quel vuoto che è attorno all’inconoscibile. Che non sono i mostri, ma l’essere umano e il vuoto che sente dentro.

Il tema di Sameul Stern sono gli esorcismi, un topos molto ricorrente nel genere horror. Come si fa a essere originali e a dire qualcosa che non è stato già detto da letteratura, cinema e fumetti?
GF: Abbiamo completamente rivisto la mitologia demoniaca. Siamo abituati a demoni che arrivano da fuori e conquistano la loro preda. Oggi viviamo un mondo in cui nessun essere umano si dà la colpa di quello che succede. Vediamo il male solo all’esterno, mai dentro di noi. In Samuel Stern accade esattamente il contrario.

Ovvero?
GF:
I demoni non arrivano da fuori, nascono dall’ombra dentro l’uomo e sono figli dell’uomo, di ciò che reprimiamo, delle violenze subite che non tiriamo fuori. Su questo innestiamo poi la mitologia classica demoniaca.
MF: Il comprimario di Samuel Stern, padre Duncan, è un prete esorcista che porta con sé tutta la mitologia cattolica. C’è quindi questa frizione e contraddizione creativa tra l’idea di un male esterno che è quello di Satana, precedente all’uomo, e la scoperta di una realtà in cui i demoni sono generati da noi stessi. Due mitologie che entrano in conflitto.

Perché avete scelto proprio Edimburgo per ambientare la vostra storia?
GF:
Cercavamo qualcosa di originale. Non una classica metropoli, ma una bella città che ci offrisse un contesto sfruttabile per una bella storia horror. Edimburgo è un po’ la Torino del Regno Unito e ha tantissime location perfette per l’esoterismo. Ed è così anche per i suoi dintorni, una cosa che ci ha permesso di non chiudere Stern dentro la città ma di farlo muovere.

Che relazione c’è tra Samuel Stern e Dylan Dog?
GF:
Io ho 44 anni, Massimiliano un paio più di me. Da appassionati del genere abbiamo vissuto la Acme e Dylan Dog, ma quando si va sul nazionalpopolare e si affronta un genere, si viene messi a confronto sempre con gli stessi modelli. Avessimo fatto il western, il metro di paragone sarebbe stato Tex, con la fantascienza avremmo ci avrebbero paragonato a Nathan Never. Invece è tutto un bagaglio che comprende una lunga serie di filoni narrativi e cinematografici.

Graphic novel e fumetto: Toni Servillo ha affermato che la prima è paragonabile alla letteratura, il secondo no. Cosa ne pensare?
GF:
Premettendo che lo stesso Servillo ha poi ritrattato le sue affermazioni, io credo che in Italia ci sia la tendenza a pensare che il fumetto nazionalpopolare sia un contenitore di cose brutte, storie per bambini, e che si senta il bisogno di elevare la lettura creando una distanza con la graphic novel. Ma il fumetto è fumetto, non è un termine spregiativo, è narrazione per immagini, da Zerocalcare a Dylan Dog, da Samuel Stern alle graphic novel. Le belle storie non stanno solo nelle graphic novel, sono dove tu le scrivi.

Come canale di distribuzione avete scelto le edicole, che in Italia continuano a chiudere. Una scelta coraggiosa?
GF:
Se parliamo di numeri di punti vendita le edicole sono 10 volte più numerose di fumetterie e librerie. Solo i tabaccai sono di più e non vendono fumetti. Sì, ce ne sono meno che in passato, ma forse perché erano troppe e perché sicuramente i nuovi media hanno tolto una fetta di mercato. Inoltre le edicole sono capillari, non la devi cercare, la trovi quando esci di casa, e noi vogliamo rendere semplice trovare Samuel Stern.

Ok, ma la gente compra ancora i fumetti in edicola?
GF:
Molti dicono che non va più, che funziona solo se in fumetteria. Ma io credo che il problema è che non fanno uscire prodotti da edicola. Si scrive sempre per nicchie più ristrette, fino ad arrivare a scrivere per se stessi. L’operazione inversa è quella di provare a fare un prodotto che possa arrivare a più persone.

In che senso?
GF:
Come diceva Umberto Eco, esiste un racconto chiuso e uno aperto. Quello aperto presuppone la conoscenza da parte del lettore del bagaglio culturale di chi scrive, senza il quale si rischia di non comprendere lo scritto. Il racconto chiuso ha invece una struttura specifica creata sulla base degli elementi della narrazione, che attraverso a una serie di plot twist porta a un finale. È più semplice da leggere per tutti ma più difficile da fare, almeno all’inizio, perché bisogna creare una struttura narrativa forte, in questo caso un’identità editoriale forte. Noi oggi abbiamo un personaggio che ha preso il timone della sua vita, così ben definito che si scrive da solo.

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