Category Archives: Cronaca

Vetrina rotta e svastiche nel bar di un’italo-marocchina nel Bresciano

Gli autori del gesto indegno e criminale hanno anche lasciato una scritta sul pavimento: «Negra».

Hanno sfondato la vetrina nella notte e poi sul pavimento hanno lasciato una scritta: “Negra“. Con una svastica disegnata al contrario. È accaduto in un bar di Rezzato, in provincia di Brescia, gestito da una ragazza italiana di origini marocchine. Sulla vicenda indagano le forze dell’ordine.

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Kobe Bryant è morto

La star della Nba ha perso la vita in un incidente in elicottero. Aveva 41 anni.

La star della Nba Kobe Bryant è morto in un incidente di elicottero in California, nella contea di Los Angeles. Lo riporta il sito Tmz.

Secondo quanto riporta Tmz Bryant era a bordo del suo elicottero privato con almeno altre tre persone, oltre al pilota. Tutti i passeggeri sarebbero morti. Il velivolo ha preso fuoco una volta precipitato e inutili sono stati i soccorsi. La moglie Vanessa non sarebbe tra le vittime.

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Radiografia della mafia foggiana: clan e faide

L'attentato al centro per anziani ha riacceso i riflettori sulla criminalità organizzata locale. Il punto tra le lotte per il controllo del Gargano, terminal dei traffici dall'Albania, e le alleanze d'affari.

L’ultimo attentato a Foggia ha riguardato un centro per anziani: una bomba è stata fatta esplodere davanti all’istituto Il sorriso di Stefano, una struttura che fa parte del gruppo Sanità Più dei fratelli Luca e Cristian Vigilante.

Quest’ultimo, già vittima di un attentato dinamitardo la sera del 3 gennaio, è testimone in una delicatissima inchiesta che riguarda la mafia foggiana, la cosiddetta “quarta mafia“.

I numeri sono impressionanti: da inizio anno sono già 10 gli attentati commessi nel Foggiano. Cinque nel capoluogo e altrettanti in provincia, cui va aggiunto l’omicidio di Roberto D’Angelo il 2 gennaio scorso, avvenuto a Foggia poco distante dalla zona dalla bomba al centro anziani. Un quartiere in una zona semi-centrale a pochi passi da dove il 10 gennaio scorso è partita la marcia organizzata da Libera contro le mafie, che ha portato per strada 20 mila persone.

IL NUOVO MONDO DI MEZZO

Le marce, tuttavia, non bastano. Secondo la recente relazione della Dia aggiornata al primo semestre 2019, ciò che emerge nella provincia dauna è «il forte legame dei gruppi criminali con il territorio, i rapporti familistici di gran parte dei clan foggiani e la massiccia presenza di armi ed esplosivi» che «favoriscono un contesto ambientale omertoso e violento». Gli investigatori, infatti, concordano su un punto: l’assoggettamento del tessuto socio-economico, quando non è direttamente connesso ad atti intimidatori, «è il risultato della diffusa consapevolezza che la mafia di quella provincia è spietata e punisce pesantemente chi si ribella».

Una operazione delle squadre mobili di Foggia e Bari e del Servizio Centrale Operativo della Polizia, coordinati nelle indagini dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari (Ansa).

Cioè, con la morte. Tutto questo porta inevitabilmente alla creazione di un’area grigia, punto di incontro tra mafiosi, imprenditori e pubbliche amministrazioni. Una «terra di mezzo», si legge ancora nel rapporto della Dia, «dove affari leciti e illeciti tendono a incontrarsi e confondersi». Non è un caso che nel 2019 ben quattro Comuni siano stati sciolti per infiltrazioni mafiose: Monte Sant’Angelo, Mattinata, Manfredonia e Cerignola.

VERSO UN NUOVO ASSETTO ORGANIZZATIVO DEI CLAN

In questa terra di nessuno è vietato ribellarsi. Ma il sangue scorre anche per la presenza magmatica di più clan. Nel capoluogo c’è la Società Foggiana, fondata sul modello della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, che conta la presenza di tre batterie: i Sinesi-Francavilla, i Moretti-Pellegrino-Lanza e i Trisciuoglio-Prencipe-Tolonese. Per anni, tutti contro tutti, così da dividersi non solo gli affari, ma anche i morti ammazzati. Oggi invece, rivelano gli investigatori, si starebbe andando verso «nuovi assetti organizzativi, più consolidati e fondati su strategie condivise, emulando in tal modo, anche in un’ottica espansionistica, la ‘ndrangheta». Le ultime inchieste hanno infatti rivelato la gestione di una cassa comune e il controllo condiviso delle estorsioni, con tanto di ruoli interni, gerarchie e relativo “stipendio”. È uno dei pochissimi pentiti esistenti della quarta mafia a rivelarlo nell’operazione Decima Azione: «Tu incominci come picciotto, picciotto d’onore. Picciotto d’onore, dopo tu, se vuoi salire di livello, devi ammazzare la gente, e incominci a diventare sgarrista, incominci a prendere di più al mese…».

LA LOTTA PER IL CONTROLLO DEL GARGANO

Ma la pax mafiosa potrebbe essere solo apparente: nell’area garganica, le rivalità restano infuocate. Specie tra due famiglie: da una parte i Romito, dall’altra i Li Bergolis. Famiglie che sarebbero coinvolte nella famosa strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017, quando furono freddate quattro persone. La pressione si riverbera su tutta la criminalità locale. A Vieste, per esempio, è ancora in piedi la faida tra i clan Perna e Raduano: diversi sono i ferimenti e i tentati omicidi nel 2019, culminati negli agguati del 21 marzo 2019, a Mattinata, e del 26 aprile 2019, a Vieste, in cui sono stati uccisi da una parte il reggente del clan Romito, Francesco Pio Gentile, cugino di Mario Luciano Romito (ucciso proprio a San Marco in Lamis); e dall’altra, in risposta, il capoclan Girolamo Perna.

Un omicidio nel Foggiano dopo la strage di San Marco in Lamis (Ansa).

CLE MANI SUI TERMINAL PER LE ROTTE DEI TRAFFICANTI ALBANESI

Il controllo delle coste garganiche, d’altronde, è fondamentale: come emerso in più inchieste (la più recente è stata Ultimo Avamposto), l’area è utilizzata come terminal per le rotte dei trafficanti di marijuana provenienti dall’Albania, da smerciare anche su scala nazionale. E quella zona, oggi, è in mano ai Perna. Dunque ai Li Bergolis. «Se questo sta in giro lo uccido col martello in mezzo alla strada che poi mi devo mangiare il cuore. Gli devo zappare in testa, gli devo tagliare le mani. Lo uccido, poi dobbiamo giocare a pallone con la testa sua», si sente in una delle intercettazioni captata nell’operazione Neve di marzo dell’ottobre scorso: a parlare è un membro della famiglia Raduano proprio contro il boss dei Perna.

IL TARIFFARIO DELLE ESTORSIONI E L’OMERTÀ DIFFUSA

La strategia dei foggiani è chiara: come rivelano anche gli ultimi attentati, chi osa parlare, rischia grosso, finanche la morte. E così il clima di omertà in territorio dauno è spaventoso. Basta leggere le carte dell’inchiesta, già citata, Decima Azione. Alle richieste estorsive che la criminalità faceva praticamente per qualunque tipo di attività (da quelle imprenditoriali fino alle onoranze funebri), il silenzio delle vittime era totale. Alla proprietaria di un negozio di alimentari i foggiani avevano estorto 4 mila euro nel periodo natalizio: davanti ai carabinieri e, soprattutto, alle intercettazioni, la titolare ha negato tutto. Cinquecento euro al mese era la somma ottenuta invece da una barista, alla quale avevano fatto capire che se non avesse pagato avrebbe subito diverse rapine. Agli inquirenti ha risposto: «Sono onesta […] Io non pago nessuno». Stesso copione con il proprietario di un agriturismo-resort, cui la mafia aveva chiesto il pagamento di 1.500 euro: quando la squadra mobile lo ha convocato, lui ha negato e poi è corso ad avvisare gli uomini del clan.

Inquirenti sul luogo in cui è stato ucciso Pasquale Ricucci, di 45 anni, presunto elemento di elemento di spicco di un clan mafioso del Gargano, nella frazione ‘Macchia’ di Monte Sant’Angelo (Foggia), 11 novembre 2019 (Ansa).

GLI AFFARI DELLA MAFIA CERIGNOLANA

Non ci sono, però, solo il Gargano e Foggia. In questa rete criminale in cui un giorno si è alleati e quello dopo si torna ad ammazzare per il controllo del territorio, c’è anche la malavita cerignolana che, a differenza delle faide garganiche, dimostra «una comprovata capacità di assoggettare il tessuto criminale locale in modo pragmatico, riducendo al minimo le frizioni in seno allo stesso, nonostante la pluralità di soggetti e di interessi illeciti in gioco», si legge nella relazione della Dia. Tutti d’accordo, dunque, sotto l’egida delle famiglie Ditommaso e Piarulli-Ferraro che a loro volta hanno base non in Puglia ma in Lombardia. Gli interessi riguardano soprattutto il settore agroalimentare. Non è un caso che a ottobre scorso anche il Comune di Cerignola sia stato sciolto per mafia. Ma, d’altronde, spiegano gli investigatori, quella cerignolana è «una mafia degli affari, sempre meno legata a una struttura rigida basata su vincoli familiari (aspetto peculiare delle mafie foggiana e garganica) e più proiettata al raggiungimento di obiettivi economico-criminali a medio-lungo termine».

I COLPI DEL BRACCIO ARMATO

Non manca il braccio armato, vero incubo delle società dei portavalori e dei tir. I cerignolani sono una vera e propria organizzazione para-militare che, nel corso degli anni, ha messo a punto furti da film d’azione: nel 2015 lungo la A14 “prelevarono” 4,7 milioni di euro dopo aver bloccato in due minuti esatti l’arteria autostradale, speronato i portavalori, azionato i kalashnikov e smantellato i blindati per andarsene con le casseforti. Lo scorso gennaio a Mellitto, Bari, un furgone diretto agli uffici postali di Matera carico dei soldi è stato letteralmente sfondato da due ruspe blindate. Due milioni di euro il bottino. Nulla in confronto a quanto accadde a Catanzaro nel 2016. Il sodalizio tra cerignolani e calabresi mise a segno uno dei furti più sensazionali degli ultimi anni: pochi minuti per bloccare le vie di fuga, aprire il caveau di un istituto di vigilanza con una ruspa dotata di martello pneumatico, rubare 8,5 milioni di euro e fuggire via tra le campagne.

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Quattro anni senza verità per Giulio Regeni

La sera del 25 gennaio 2016 l'ultimo sms del ricercatore dal Cairo. Cento piazze si tingono di giallo per chiedere giustizia. Il ministro degli Esteri Di Maio: «Lavoriamo incessantemente».

Il 25 gennaio 2016 alle 19.41 il giovane ricercatore friulano Giulio Regeni inviò il suo ultimo messaggio dal Cairo. Poi scomparve. Di lui non si seppe più nulla fino al ?3 febbraio, quando il suo cadavere, torturato, fu trovato abbandonato su una strada tra la capitale e Alessandria d’Egitto. A quattro anni di distanza la piazza di Fiumicello, Udine, la sua cittadina, è illuminata da 4mila candele che formano la parola “verità”. Quella che la famiglia esige.

FICO: «È UNA QUESTIONE DI STATO»

Una «questione di Stato» per il presidente della Camera, Roberto Fico, stasera a Fiumicello, che invita le istituzioni a «essere un’unica voce» e auspica che il «2020 sia l’anno della verità » . E il ministro degli esteri, Luigi Di Maio, in un post su Facebook, si dice convinto «che le parole non bastino più. Lavoriamo incessantemente per la verità. C’è tutto il mio impegno e quello del governo». « 25 gennaio 2016 – 25 gennaio 2020…4 anni … grazie di cuore a chi ci sta vicino…!!!!» , ha scritto stamani la mamma di Giulio, Paola Deffendi, su Fb. E stasera, con il marito Claudio e la figlia Irene, ha partecipato alla fiaccolata assieme a una comunità che si stringe nel silenzio. In piazza, tra centinaia di persone, ci sono il presidente della Camera e quello dell Commissione d’inchiesta sulla morte di Giulio da poco istituita, Erasmo Palazzotto.

CENTO PIAZZE PER GIULIO

Oltre cento piazze italiane il 25 gennaio, da nord a sud, si sono tinte di giallo, colore di Amnesty International. I Regeni chiedono «che questo governo richiami l’ambasciatore dal Cairo. E coinvolga l’Ue nel dichiarare l’Egitto un Paese non sicuro». Mentre la Procura di Roma continua a lavorare per far affiorare quanto accaduto in Egitto.

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Omicidio Sacchi, giudizio immediato per Anastasia

Con lei gli altri cinque indagati. A tre di loro è stata contestata anche l'aggravante della premeditazione. Il punto sull'inchiesta.

La procura di Roma ha ottenuto il giudizio immediato per i sei indagati nell’inchiesta sull’omicidio di Luca Sacchi. Si tratta dei due autori materiali dell’aggressione, Valerio Del Grosso e Paolo Pirino, di Anastasia Klymenyk, fidanzata di Luca, e Giovanni Princi. Questi ultimi sono coinvolti nel segmento di indagine sul tentato acquisto di sostanza stupefacente. Giudizio immediato anche per Marcello De Propris, accusato di concorso in omicidio, e il padre Armando, accusato di detenzione di droga.

CONTESTATA LA PREMEDITAZIONE A TRE INDAGATI

A Del Grosso, Pirino e De Propris la procura contesta l’aggravante della premeditazione nell’omicidio. Nel capo di imputazione i pm scrivono che Del Grosso e Pirino sono giunti in via Mommsen a bordo di una Smart «entrambi armati, il primo di un revolver calibro 38 fornitogli da Marcello De Propris, e Pirino di una mazza da baseball». Nella richiesta di giudizio immediato i magistrati ricostruiscono le fasi dell’aggressione avvenuta il 23 ottobre scorso.

[Pirino] ha tentato di colpire Sacchi, che si proteggeva con il braccio riportando due grosse ecchimosi, mentre Del Grosso, alla resistenza dei due fidanzati, ha esploso un colpo di arma da fuoco a distanza ravvicinata

I pm nella richiesta di giudizio immediato

Del Grosso e Pirino, scrivono i pm, si sono avvicinati «alla vittima e alla sua fidanzata Anastasia che aveva uno zaino rosa contenente la somma di 70 mila euro. Pirino ha colpito la ragazza intimandole di consegnare lo zaino e successivamente ha tentato di colpire Sacchi, che si proteggeva con il braccio riportando due grosse ecchimosi, mentre Del Grosso, alla resistenza dei due fidanzati, ha esploso un colpo di arma da fuoco a distanza ravvicinata in direzione del capo di Luca cagionandogli gravissime lesioni a causa delle quali il giovane è deceduto a distanza di poche ore».

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La scritta”Qui c’è un ebreo”, sulla casa del figlio di una deportata

L'episodio è avvenuta nella notte a Mondovì nell'abitazione di Aldo Rolfi. La madre Lidia era stata deportata a Ravensbrück nel 1944. Indaga la Digos.

Una scritta antisemita è comparsa sulla porta di casa di Aldo Rolfi, figlio di Lidia, partigiana deportata a Ravensbrück nel 1944, una delle grandi voci dell’orrore dei lager. La scritta “Juden hier”, “qui ci sono ebrei”, come nelle città tedesche durante il nazismo, è comparsa nella notte scorsa a Mondovì (Cuneo) sulla porta della casa dove la donna ha vissuto sino alla morte, nel 1996. La via dove sorge la casa è stata intitolata proprio alla Rolfi pochi anni fa.

DENUNCIA DEI PROPRIETARI AI CARBINIERI

I proprietari dell’abitazione hanno denunciato l’episodio ai carabinieri. Indaga anche la Digos di Cuneo. Staffetta partigiana, dopo la deportazione, Lidia Beccaria Rolfi lavorò per l’Istituto storico per la Resistenza di Cuneo e per l’Associazione nazionale ex deportati. Nel 1978 scrisse Le donne di Ravensbrück, prima opera in italiano sulla deportazione femminile nei campi di concentramento della Germania nazista. Nel 1997 uscì (postumo) Il futuro spezzato, un saggio sull’infanzia durante la dittatura, con l’introduzione di Primo Levi. Peraltro la famiglia Rolfi non è di origine ebraica.

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I lavori per la Tav Torino-Lione ripartono anche in Italia

Assegnato l'appalto per le nicchie di interscambio nel cantiere di Chiomonte. Il contratto vale 40 milioni di euro.

Svolta nei lavori di avanzamento della Tav Torino-Lione sul versante italiano. Telt, la società incaricata di realizzare la grande opera, ha assegnato l‘appalto per le nicchie di interscambio nel cantiere di Chiomonte. Ad aggiudicarselo il raggruppamento italo-svizzero-francese composto da Salini Impregilo, Vinci Constructions France TP, CSC Entreprise de Constructions e Dodin Campenon Bernard.

Il contratto vale 40 milioni di euro e prevede la realizzazione di 23 allargamenti della galleria esistente, detti appunto nicchie, grandi all’incirca tre metri per quaranta. A questo scopo verranno impiegati oltre 50 lavoratori per 19 mesi. L’originario cunicolo geognostico, ultimato nel 2017, diventa così a tutti gli effetti una galleria di servizio al tunnel di base che consente tutte le movimentazioni dei camion del cantiere.

L’affidamento segna una svolta nella storia della Tav anche perché, per la prima volta, si sperimenta il Patto per il Territorio siglato da Regione Piemonte, commissario di governo e Telt, attribuendo punteggi in sede di gara per valorizzare le ricadute ambientali e sociali dell’opera, con apposite clausole.

Il raggruppamento vincitore ha ottenuto un punteggio maggiore garantendo l’insediamento delle maestranze alla minor distanza tra la residenza e il luogo di lavoro (meno di 3 km), minimizzando l’impatto del trasporto e consentendo la localizzazione della manodopera in alloggi dei Comuni più vicini, attingendo a un elenco di opportunità messo a disposizione dagli enti pubblici del territorio.

Inoltre, le imprese garantiranno l’impiego a tempo determinato di una quota di addetti provenienti dalle categorie svantaggiate, anche mediante un’apposita formazione. Adesso verrà avviata la progettazione esecutiva da sottoporre al vaglio del ministero dell’Ambiente, del ministero dei Beni Culturali e della Regione Piemonte.

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Gli Pfas alterano la coagulazione del sangue

Una ricerca italiana ha scoperto che queste sostanze, principali inquinanti ambientali in Veneto, predispongono a un aumento del rischio cardiovascolare.

Individuato il legame tra inquinamento da Pfas, le sostanze chimiche che possono essere presenti in vernici, farmaci e presidi medici, e malattie cardiovascolari.

Una ricerca italiana ha scoperto che questi inquinanti possono attivare le piastrine, rendendole più suscettibili alla coagulazione e predisponendo a un aumento del rischio cardiovascolare.

La ricerca è dell’università di Padova sotto la guida di Carlo Foresta, ordinario di endocrinologia, con i gruppi di Luca De Toni e Andrea Di Nisio.

La ricerca, pubblicata sull’International Journal of Molecular Sciences, nasce dalle osservazioni riportate sia in studi internazionali che dal Servizio Epidemiologico Regionale del Veneto che indicano un aumento del rischio cardiovascolare associato all’inquinamento da Pfas, i composti perfluorurati che vengono utilizzati per rendere resistenti ai grassi e all’acqua molti prodotti, dai tessuti ai rivestimenti per contenitori di alimenti.

In particolare, i ricercatori hanno mostrato che una di queste sostanze, lo Pfoa (acido perfluoroottanoico), il principale inquinante ambientale nel territorio veneto, “sarebbe in grado di attivare le piastrine, rendendole più suscettibili alla coagulazione, anche in condizioni normali, predisponendo a un aumento del rischio cardiovascolare”, spiega Foresta.

Il risultato è stato ottenuto prima in vitro e poi confermato, in collaborazione con Paolo Simioni dell’università di Padova, grazie ai test su 78 persone con diversi livelli di esposizione a Pfas. I test “hanno confermato dei segnali di aumentata attivazione piastrinica con conseguente incremento della propensione all’aggregazione delle stesse”, rileva Foresta.

“Questi dati – aggiunge – potrebbero spiegare l’osservazione epidemiologica tra Pfas e patologie cardiovascolari, soprattutto se sussistono altri fattori di rischio noti per queste patologie, come diabete, obesità, fumo e alcol”.

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Le sardine vincono la sfida di Bibbiano contro Salvini

In piazza con Santori 3mila persone contro il migliaio sotto il palco leghista: «Abbiamo inceppato la macchina dell'odio». Il n°1 del Carroccio: «Dispiace che a qualche metro di distanza da qui ci sia qualcuno pronto a fare polemica».

È scontro tra piazze a Bibbiano, simbolo dell’inchiesta sugli affidi, tra la Lega e il movimento delle Sardine, per le ultime battute della campagna elettorale prima delle elezioni regionali di domenica. Matteo Salvini è in piazza della Repubblica a sostenere la candidata leghista Lucia Bergonzoni, e ha annunciato anche la presenza della mamma di Tommy, il piccolo rapito e ucciso nel 2006. A pochi metri, in piazza Libero Grassi, la contromanifestazione delle sardine.

Matteo Salvini e Lucia Borgonzoni,candidata alla presidenza della regione Emilia-Romagna per la Lega, in piazza della Repubblica a Bibbiano (Re). 23 Gennaio 2020. ANSA / ELISABETTA BARACCHI

A conti fatti, dalle prime stime non ufficiali, la sfida numerica sembra essere stata vinta dalle sardine, con oltre 3000 persone, contro il migliaio raccolto dall’ex Ministro dell’Interno. Santori addirittura dice che hanno vinto «7 a 0. Noi in piazza sette volte più della Lega», attacca il portavoce bolognese. E poi, aggiunge, la piazza leghista «è costruita, qui ci sono persone vere. Lì c’è chi fa politica un giorno ogni cinque anni, qui sono sicuro che c’è gente che fa politica nella vita quotidiana. E evidente che non basta comprare quella parte del paese che viene in piazza solo perché ci sono le elezioni». Le sardine, rivendicano due attivisti reggiani aprendo la manifestazione a Bibbiano, sono «un mare colorato e hanno inceppato la macchina dell’odio. Noi abbiamo scelto come farlo ma questa piazza si è fatta da sola, ed é bastato uscire di casa e andare nel mondo reale».

ZINGARETTI: «SALVINI UNTORE, SPARGE ODIO»

A due giorni dal voto regionale altissimo anche lo scontro con il Pd. Contro l’ex ministro dell’Interno, durissimo il commento del segretario dem, Nicola Zingaretti: «Salvini – commenta da Ferrara – assomiglia sempre di più a un untore, come nel Cinquecento, che gira per botteghe e negozi spargendo paura, odio e disperazione». Anche il capo della Polizia, Franco Gabrielli, attacca la scelta dell’ex ministro di citofonare a un presunto spacciatore: «Stigmatizzo – dice – sia quelli che fanno giustizia porta a porta sia quelli che accusano la Polizia in maniera indiscriminata». Un palco inedito quello allestito dalla Lega: nessun simbolo di partito, ma solo una grande scritta che sarà il leit motiv di tutta la manifestazione «Giù le mani dai bambini!».

SALVINI: «RIUNIAMO LE PERSONE PERBENE»

Salvini avverte in apertura che non si tratta di un comizio tradizionale della Lega: «Questa non è una serata di partito, ma una serata che dovrebbe riunire tutte le persone perbene perchè quando si tratta di difendere i bambini dovremmo essere tutti uniti», dice annunciando la presenza sul palco «della mamma del piccolo Tommy, il bambino di 18 mesi rapito e ucciso da tre bestie e una di quelle bestie è già in permesso premio». Quindi spiega che «i protagonisti saranno solo mamme, papà e bambini. Purtroppo – aggiunge – ci sono alcune centinaia di mamme e papà e vittime di ingiustizie, ma abbiamo chiesto a 5 testimoni di parlare anche a nome di chi non c’è più». Poi però non riesce a evitare di lanciare una punzecchiatura alle sardine della piazza accanto: «Dispiace che a qualche metro di distanza da qui ci sia qualcuno pronto a fare polemica: il bene dei bambini – ribadisce – dovrebbe unire tutti». Quindi, uno dopo l’altro, mamme e papà coinvolti nell’inchiesta si sono succeduti nel raccontare la loro vicenda. Una mamma riferisce che una sua figlia «è diventata adottabile» e in seguito a questo trauma il padre, partigiano della zona, è morto. Un papà ha quindi esortato tutti, nel caso in cui ci i accorgesse di un problema nei vicini «di invitarli a prendere un caffè ma non parlare con i servizi sociali».

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Cosa sappiamo sul migrante morto al Cpr di Gradisca

La procura di Gorizia ha aperto un'inchiesta per omicidio volontario. Secondo alcune testimonianze raccolte dal deputato Riccardo Magi, Vakhtang Enukidze sarebbe stato picchiato dalle guardie.

La procura di Gorizia ha aperto un’inchiesta per omicidio volontario sulla morte di Vakhtang Enukidze, il migrante di nazionalità georgiana trattenuto nel Cpr di Gradisca e deceduto sabato 18 gennaio. Sul suo corpo verrà eseguita un’autopsia, per stabilire la causa esatta della morte. Enukidze, infatti, pochi giorni prima di morire sarebbe stato coinvolto in una rissa con il suo compagno di stanza. E secondo l’associazione “No Cpr – No frontiere Fvg” sarebbe stato picchiato dalle guardie, intervenute per sedare la lite.

ENUKIDZE IN CARCERE PER DUE GIORNI

Enukidze è stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e processato per direttissima, rimanendo in carcere per due giorni. Una volta riportato al Cpr si è sentito male ed è morto in ospedale, dove era stato trasferito in ambulanza. Gli attivisti dell’associazione “No Cpr – No frontiere Fvg” hanno diffuso una testimonianza audio raccolta telefonicamente da parte di un altro migrante trattenuto nel Cpr, che afferma di aver assistito al pestaggio: «Vakhtang è stato ammazzato di botte dalle forze dell’ordine all’interno del Cpr di Gradisca», scrive l’associazione sul suo blog, «ce l’hanno raccontato i reclusi, quella stessa notte del 18 gennaio, quando siamo andati sotto le mura del Cpr a parlare con loro, avendo saputo della morte di una persona».

IL CAPO DELLA POLIZIA: «OFFENSIVO IL PARAGONE CON IL CASO CUCCHI»

Anche il deputato di +Europa Riccardo Magi ha raccolto testimonianze simili nel corso di un’ispezione al Cpr, riportandole alla procura di Gorizia. Comprese quelle dei compagni di stanza di Enukidze, che hanno trascorso con lui le ultime due notti prima che morisse. Lo stesso Magi ha paragonato la vicenda al caso Cucchi, suscitando la reazione del capo della polizia Franco Gabrielli: «Fare parallelismi a dir poco arditi lo trovo assolutamente offensivo».

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Allarme smog, 18 sforamenti di pm10 in cinque città a gennaio 2020

Nel dossier Mal'aria di Legambiente si evidenzia come nei primi giorni dell'anno Frosinone, Milano, Padova, Torino e Treviso abbiano avuto una pessima qualità dell'aria. E nel 2019 almeno 26 centri urbani hanno avuto alti livelli di polveri sottili e ozono.

Cinque città italiane – Frosinone, Milano, Padova, Torino e Treviso – hanno sforato per ben 18 volte, a gennaio, i limiti di pm10, le polveri sottili. È quanto emerso dal rapporto Mal’aria di Legambiente, che ha precisato come si piazzino male anche Napoli (16 giorni) e Roma (15). Nel 2019, ricorda l’associazione, sono stati 26 i centri urbani fuorilegge sia per polveri sottili (pm10) sia per l’ozono (O3). Prima Torino con 147 giornate fuorilegge (86 per il PM10 e 61 per l’ozono), seguita da Lodi e Pavia.

TORINO E FROSINONE MAGLIA NERA

Legambiente, nel suo rapporto, ha fatto anche il ‘bilancio’ di ’10 anni di smog’: dal 2010 al 2019 il 28% delle città monitorate dall’associazione ha superato ogni anno i limiti giornalieri di pm10. Torino è prima in classifica 7 volte su 10, con un totale di 1086 giorni di inquinamento in città. Mentre Frosinone è la sola altra città ad aver sforato la quota di 1000 giorni di smog. Un inquinamento, vene sottolineato, che minaccia la salute dei cittadini e l’ambiente che trova nel trasporto stradale una delle principali fonti di emissioni di inquinanti atmosferici nelle aree urbane, senza dimenticare le altre sorgenti come il riscaldamento domestico, l’industria e l’agricoltura.

LEGAMBIENTE: «BLOCCO DEL TRAFFICO SOLO UN PALIATIVO»

«L’ormai cronica emergenza smog», ha dichiarato Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, «va affrontata in maniera efficace. Le deboli e sporadiche misure anti-smog, come il blocco del traffico adottato nei giorni scorsi a Roma e in diverse città della Penisola, sono solo interventi palliativi che permettono di contenere temporaneamente i danni sanitari, ma non producono effetti duraturi se non all’interno di interventi strutturali. È urgente mettere in campo politiche e azioni efficaci ed integrate a livello nazionale che riguardino tutte le fonti inquinanti, programmando interventi sia sulla mobilità urbana sempre più pubblica, condivisa, a zero emissioni e multi-modale, che sul riscaldamento domestico, la produzione di elettricità e quella industriale e l’agricoltura. Solo così», ha concluso Ciafani, «si potrà aggredire davvero l’inquinamento atmosferico e affrontare in maniera concreta il tema della sfida climatica».

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Scoperti in Calabria 237 furbetti del reddito di cittadinanza

Titolari di ville e di Ferrari erano riusciti a ottenere complessivamente 870 mila euro in nove mesi in maniera indebita: denunciati.

C’era chi aveva la villa e chi la Ferrari, chi era titolare di un’impresa ma si era ‘dimenticato’ di fare la dichiarazione dei redditi e chi, invece, era direttamente in galera perché mafioso: sono i 237 furbetti che tra aprire e dicembre del 2019 hanno chiesto il Reddito di cittadinanza e che sono stati scoperti dalla Guardia di Finanza di Locri nell’ambito di un’indagine, coordinata dalla procura, nata da una precedente inchiesta sui falsi braccianti agricoli e sui falsi rimborsi fiscali.

I furbetti, che in soli 9 mesi avevano ottenuto in maniera indebita complessivamente 870 mila euro, sono stati scoperti dai finanzieri grazie ad ulteriori approfondimenti su coloro che erano già stati denunciati nella precedente inchiesta. Gli uomini delle fiamme gialle hanno riscontrato così diverse anomalie nelle Dsu, le Dichiarazioni sostitutive uniche che sono alla base della richiesta di Reddito: in molti casi vi era l’omessa indicazione di componenti del nucleo familiare anagrafico, del coniuge non separato, nonché del possesso di redditi, di beni mobili (veicoli e moto) ed immobili (terreni e fabbricati). I casi più eclatanti venuti alla luce sono quello di due detenuti per mafia, in carcere dall’estate scorsa nell’ambito dell’inchiesta denominata ‘Canada connection’, quello di un’intera famiglia, riconducibile ad una cosca della ‘Ndrangheta, la cui maggioranza dei componenti ha una condanna condanna penale definitiva con conseguente interdizione dai pubblici uffici, e quello di diversi soggetti titolari di redditi, alcuni anche oltre i 55 mila euro, che però non sono stati indicati nel nucleo familiare. Vi sono poi alcuni intestatari di ville ed auto di lusso, tra cui appunto una Ferrari, e titolari di attività imprenditoriali con partita Iva che, pur avendone l’obbligo, non avevano presentato alcuna dichiarazione dei redditi. Le indagini si sono quindi concluse con il deferimento all’autorità giudiziaria di 237 furbetti del reddito e di altri 73 che avevano sottoscritto le false Dsu, in base all’articolo 7 commi 1 e 2 del dl 4/2019 che prevedono, rispettivamente, la reclusione da due a sei anni e da uno a tre anni. I furbetti sono inoltre stati segnalati all’Inps affinché l’Istituto recuperi gli 870mila euro già elargiti e blocchi il pagamento del Reddito per i prossimi mesi.

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Le Sardine preparano il congresso per il 14-15 marzo a Scampia

Il movimento ha fissato data e luogo per il primo incontro nazionale che dovrà delinare

Si terrà a Scampia, a Napoli, il 14 e 15 marzo l’incontro nazionale delle Sardine, secondo quanto si apprende. Si tratterà di un confronto tra le varie anime e territori, una sorta di ‘congresso’ per delineare il futuro del movimento.

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Il giallo dei miliziani libici spariti dopo una lite al San Raffaele

Due combattenti ospiti del Gruppo San Donato nell'ambito di un programma per la cura dei feriti di guerra sono stati fatti rimpatriare nottetempo dopo che avevano accoltellato un connazionale. Mistero su chi li abbia fatti uscire dal Paese dopo che erano stati messi nel registro degli indagati.

È giallo su due miliziani libici ricoverati in una struttura dell’ospedale San Raffaele e spariti dopo una lite con un connazionale che aveva portato la procura ad iscriverli nel registro degli indagati. Secondo La Stampa, che ricostruisce la vicenda, i due potrebbero essere stati presi in fretta e furia da uomini dei servizi segreti di Tripoli e rimpatriati in Libia nottetempo. La storia risale al 15 gennaio, quando un combattente libico ospite del Gruppo San Donato (proprietario del San Raffaele) si presenta ferito al pronto soccorso.

L’ACCORDO UMANITARIO TRA LIBIA E GRUPPO SAN DONATO

Nella primavera del 2018 il Gruppo ha stipulato un accordo con l’ambasciata libica per la cura e la protezione dei feriti di guerra, che vengono medicati al San Raffaele e ricoverati finché non sono pronti ad essere rimpatriati. È proprio uno di questi miliziani che arriva al pronto soccorso il 15 gennaio con una ferita da coltello, sostenendo di essere stato aggredito da due connazionali dopo una lite per denaro.

INDAGATI E SPARITI NELLA NOTTE

«L’allerta è scattata subito e della vicenda è stato informato il capo del pool Antiterrorismo della procura, Alberto Nobili, che ha aperto un fascicolo per lesioni aggravate iscrivendo nel registro degli indagati i nomi dei due aggressori con l’intenzione d’interrogarli», racconta La Stampa, «peccato che dei due combattenti, la mattina successiva al ferimento, non c’era più traccia. Scomparsi. Spariti probabilmente la notte stessa. Secondo una prima ricostruzione sarebbero stati caricati su un’auto che li ha condotti in un aeroporto. E da lì avrebbero preso un volo diretto, sospettano gli inquirenti, in Libia. Altro, per ora, non si sa».

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I genitori di Giulio Regeni hanno chiesto di ritirare l’ambasciatore dal Cairo

Nuovo appello al governo perché ritiri il corpo diplomatico dall'Egitto. Poi la stoccata ad al Sisi: consegni i cinque ufficiali dell'intelligence.

Nei quattro anni dalla morte di Giulio Regeni, «la più grande delusione è stata la scelta del nostro governo, il 14 agosto del 2017, di far tornare l’ambasciatore al Cairo, con il risultato di interrompere quella che già era allora una faticosa e scarsa collaborazione. Dunque che questo governo richiami l’ambasciatore dal Cairo. E coinvolga l’Unione europea nel dichiarare l’Egitto un Paese non sicuro». Lo chiedono, in un colloquio con Repubblica, Paola e Claudio Regeni, i genitori del ricercatore italiano ucciso nel 2016.

L’AFFONDO CONTRO IL PRESIDENTE AL SISI

«Quanto ad Al Sisi, ancora una volta, faccia ciò che da quattro anni promette di fare e non fa», hanno aggiungono», risponda alla rogatoria della Procura di Roma e le metta a disposizione i cinque ufficiali dell’intelligence accusati del sequestro di Giulio perché siano interrogati e perché vengano stabilite le loro responsabilità. Senza il solito mantra sugli sforzi di cooperazione per la verità e giustizia». Dopo quattro anni, «non è più il tempo degli inganni, dell’ipocrisia, della paura. È il tempo del coraggio».

UN LIBRO PER RACCONTARE LA RICERCA DELLA VERTIÀ

Paola e Claudio Regeni hanno scritto sulla vicenda un libro, appena uscito con Feltrinelli, intitolato Giulio fa cose: «Abbiamo deciso di raccontare il nostro cammino per la ricerca della verità», hanno spiegato ì, «Di raccogliere alcuni passaggi significativi della sua tragica sorte e della nostra esperienza in questi quattro anni. Avevamo la necessità di raggiungere tutte le persone che non abbiamo potuto incontrare con i nostri viaggi ‘di’ e ‘per’ la verità, con la nostra, impareggiabile, legale Alessandra Ballerini. Abbiamo voluto raccontare la storia della nostra famiglia. Far comprendere meglio chi e come siamo. E questo per far capire chi e come era Giulio».

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Percezione della corruzione: l’Italia al 51esimo posto nel mondo

Con 53 punti su 100 la Penisola guadagna un voto rispetto al 2018, ma frena la sua risalita in classifica. Al top Danimarca e Nuova Zelanda.

L’Italia è 51esima nel mondo con un punteggio di 53 punti su 100 nel ranking della percezione della corruzione di Transparency International. Guadagna un voto e due posizioni rispetto all’anno scorso, appaiata ad Arabia Saudita e Ruanda, e un gradino sotto a Malta. La classifica del Cpi (indice di percezione della corruzione in 180 Paesi) segnala due questioni: è lontana la sufficienza pur avendo guadagnato bene 12 punti dal 2012 e rallenta la scalata alla classifica, dominata anche quest’anno da Danimarca e Nuova Zelanda.

PERDONO PUNTI UK E FRANCIA

In Europa fanno bella figura anche Finlandia e Svezia, mentre Bulgaria, Romania e Ungheria occupano le ultime posizioni della classifica continentale. A livello globale spiccano la caduta di Canada (-4 punti), Francia e Regno Unito (-3) e perdono due punti anche gli Usa (a 69 contro i 71 precedenti). «Siamo lieti di vedere un ulteriore miglioramento», osserva Virginio Carnevali, presidente di Transparency International Italia «ma sinceramente speravamo in qualcosa di più. Il rallentamento è dovuto a diversi problemi che il nostro Paese si trascina da sempre senza riuscire a risolverli».

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Gender Gap: a che punto siamo sulla strada per la parità (aziendale) di genere

Per una donna è più difficile affermarsi sul lavoro, raggiungere posizioni di vertici e anche ottenere finanziamenti. Bisogna lavorare perché il soffitto di cristallo crolli definitivamente.

di Angelica Donati*

Molto spesso si pensa che la disparità di genere nel lavoro sia un argomento superato, o non più strettamente attuale.

L’Italia, tra le azioni positive che ha intrapreso negli ultimi anni per cercare di ridurre il Gender Gap, ha prorogato di tre mandati le quote di genere previste dalla legge Golfo-Mosca e ne ha elevato le quote da un terzo a due quinti, arrivando fino al 40%.

Eppure, nonostante i numerosi progressi che il femminismo ha portato anche nel mondo aziendale, la strada da fare è ancora lunga. 

LEGGI ANCHE: Le donne di successo sono definite sempre per il loro genere

Basti pensare alla polemica che si è accesa in questi giorni intorno ad alcune dichiarazioni rilasciate durante la conferenza di presentazione del Festival di Sanremo: è evidente che, purtroppo, nella nostra società sono ancora intrinseche alcune dinamiche discriminatorie nei confronti del genere femminile. 

POCHE DONNE AI VERTICI E SALARI PIÙ BASSI

Se guardiamo al quadro generale, infatti, sono ancora in minoranza rispetto agli uomini le donne che occupano posizioni di potere in grandi aziende. Secondo un approfondimento dell’Asvis solamente il 3% delle donne all’interno delle imprese è amministratore delegato o ha un incarico al vertice. In più, il divario si fa notare anche per quanto riguarda il salario, poiché a parità di mansioni gli uomini vengono comunque pagati di più rispetto alla controparte “rosa”. Secondo alcuni dati Carter & Benson, gli uomini vengono pagati fino a 700 mila euro, e le donne? “Solamente” 400 mila.

MENO FONDI PER LE START-UP

Il settore del Proptech – che fa riferimento a tutte le tecnologie che vengono applicate al settore del Real Estate e delle costruzioni, e che prende il proprio nome dall’unione dei termini “property” e “technology”- è ancora in forte via di sviluppo, e non avendo a disposizioni statistiche o dati già elaborati ho fatto una stima in base alle mie conoscenze, ed è emerso che la percentuale di donne che fondano start up in questo campo è tra il 5 e il 20%. Il motivo per il quale la percentuale è così bassa, per la British Business Bank è che le donne fondatrici ricevono in media molti meno fondi degli uomini, 157 volte in meno, per l’esattezza. Il Proptech è un ambito vicino da un lato al settore immobiliare, ma dall’altro a quello tecnologico, che è da sempre un mondo nel quale la presenza femminile è ancora considerata un’eccezione. Purtroppo, il persistere degli stereotipi di genere è il primo, e forse il più importante, motivo per il quale è ancora estremamente importante continuare a lavorare per far sì che cambi la mentalità (arretrata) per la quale le donne devono essere sempre un passo dietro agli uomini, o al massimo al loro fianco, per sostenerli.

IL SOFFITTO DI CRISTALLO DEVE ESSERE ABBATTUTO

Il dato è allarmante non solo perché in questo modo le quote “rosa” all’interno del settore trovano resistenza fin dal principio, ma perché questo numero conferma che il motivo per il quale è più difficile per una donna ottenere dei finanziamenti è meramente di genere. Certamente i progressi fatti negli ultimi anni denotano un cambiamento positivo nella società e nell’ambiente aziendale, ma bisogna lavorare affinché il “soffitto di cristallo” contro il quale ogni donna si trova a combattere, finalmente crolli. 

*Angelica Donati è Ceo di Donati Immobiliare Group e vicepresidente di Ance Giovani.

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Peste suina, sequestrate 10 tonnellate di carne cinese a Padova

Blitz della guardia di Finanzia in un magazzino che stoccava i generi alimentari provenienti dalla Repubblica popolare via Rotterdam, in Olanda.

Maxi sequestro della guardia di Finanza di Padova di 10 tonnellate di carni suine provenienti dalla Cina, introdotte nell’Unione europea in violazione delle norme e potenzialmente contaminate dalla peste suina. I sanitari dell’Ulss 6 Euganea hanno ritenuto il prodotto potenzialmente molto pericoloso, tanto da non voler procedere a un’analisi della carne decidendo il suo immediato incenerimento.

CARNE IN ARRIVO DALLA CINA VIA ROTTERDAM

Il blitz della Compagnia della Guardia di Finanza di Padova è scattato nella notte in un magazzino all’ingrosso di generi alimentari dove si stavano scaricando da un camion proveniente dall’Olanda (la derrata era sbarcata a Rotterdam) 9.420 kg di carne suina di origine cinese importati nell’Unione Europea in violazione delle norme doganali e sanitarie. Posta sotto sequestro anche l’attività commerciale per gravi e reiterate irregolarità.

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Cannabis terapeutica, farmaco gratis in Sicilia per tre patologie

L'assessore alla Sanità Ruggero Razzaha firmato il decreto che permetterà ai pazienti di tre patologie distinte di ottenere i rimborsi dalla regione.

La Regione siciliana si farà carico delle spese sostenute dai pazienti che ricorrono alla cannabis per uso terapeutico. Lo prevede un decreto firmato dall’assessore alla Sanità, Ruggero Razza. Il farmaco sarà gratuito per i pazienti affetti da dolore cronico e neuropatico e da spasticità da sclerosi multipla, e che si rivolgeranno alle strutture sanitarie pubbliche.

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Calano i reati di odio, ma tre su quattro sono di matrice razzista

Episodi in calo per il 2019. Giù le aggressioni fisiche, ma crescono episodi violenti legati alla razza, religione o nazionalità. I numeri.

Rispetto al 2018, diminuiscono i reati di matrice discriminatoria anche se tre su quattro hanno a che fare con la razza. È quanto è emerso dai dati dell’Oscad, l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori, l’organismo interforze istituito nel 2010 per prevenire i crimini d’odio. Nel 2019, dicono i dati, si sono registrati 969 reati, 2,6 al giorno, uno ogni 9 ore, a fronte dei 1.111 del 2018. Nello specifico gli hate crimes che hanno a che fare con la razza sono 726. I numeri certificano anche un aumento delle aggressioni fisiche a scopo razzista e xenofobo, che salgono da 88 a 93.

DIFFICILE MONITORARE IL FENOMENO

Il monitoraggio dei reati, ha fatto notare l’Osservatorio, sconta però due grossi problemi: la mancanza di denunce – il cosiddetto ‘under reporting‘ – che determina una sottostima del fenomeno, e il mancato riconoscimento della matrice discriminatoria da parte delle forze di polizia e degli altri attori del sistema della giustizia penale, tecnicamente detto ‘under-recording‘. Stando ai numeri, che per quanto riguarda il 2019 non sono ancora consolidati, si sono registrati 726 hate crimes riconducibili a razza, etnia, nazionalità e religione; 82 hanno invece riguardato l’orientamento sessuale e l’identità di genere e 161 la disabilità.

IN CALO LE AGGRESSIONI FISICHE

I 969 reati registrati rappresentano una diminuzione anche rispetto al 2017 – quando si registrarono 1.048 reati – ma restano comunque più alti in confronto ai 736 conteggiati nel 2016. Andando poi ad analizzare le varie tipologie di reato, emerge che il calo riguarda nel complesso le aggressioni fisiche (da 205 a 191), i furti e le rapine (da 112 a 72), i danni materiali (da 85 a 67), le profanazioni di tombe (da 188 a 147), gli attacchi contro i luoghi di culto (da 50 a 0), le minacce e i comportamenti minacciosi (da 142 a 99).

ALLARME PER LE VIOLENZE RAZZISTE

Aumentano, invece, gli incitamenti alla violenza, passati da 232 a 251, le turbative della quiete pubblica (da 61 a 96) e gli atti di vandalismo (da 15 a 28). Se però l’analisi si sposta sui motivi del reato, i dati dicono che se è vero che diminuiscono le aggressioni fisiche legate all’orientamento sessuale e all’orientamento di genere (da 43 a 29) e quelle per la disabilità (da 74 a 69), è altrettanto vero che aumentano le violenze che hanno a che fare con razza, colore della pelle, etnia, nazionalità, religione: dalle 88 del 2018 si è passati alle 93 dell’anno scorso. Un numero inferiore a quello del 2017 (quando sono state 119) ma superiore al 2016 (furono 28). E sul fronte del razzismo e della xenofobia crescono anche gli incitamenti alla violenza, passati da 220 episodi a 234, le turbative della quiete pubblica (da 49 a 91) e gli atti di vandalismo (da 5 a 10). Tra i reati che hanno a che fare con l’orientamento sessuale, ad aumentare sono invece gli incitamenti alla violenza (da 5 a 12) e gli atti di vandalismo (da 3 a 18).

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