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Nomine e legge elettorale: il doppio canale per trattare con Renzi

Pd e M5s provano a mediare con Italia viva mettendo sul tavolo la selezione dei posti chiave nelle partecipate e un accordo sulla soglia di sbarramento. Con una certezza: l'opzione "responsabili" non piace a nessuno.

Matteo Renzi sembra pronto a tutto pur di far valere le proprie ragioni. Giuseppe Conte non ha alcuna intenzione di farsi logorare. Ma c’è un doppio canale che, se esplorato con successo, potrebbe portare ad una ricucitura: è quello delle nomine e della legge elettorale. È su questo terreno, sotterraneamente, che gli alleati di Iv proveranno a lanciare la loro mediazione. Con una convinzione che soggiace al Pd, al M5s e forse anche al premier Giuseppe Conte: la sostituzione di Iv con i Responsabili conviene poco sia a Iv che alla maggioranza stessa. Sulla legge elettorale la maggioranza stringerà. L’obiettivo è arrivare almeno ad un primo ok parlamentare prima del referendum sul taglio dei parlamentari del 29 marzo. È, di fatto, la risposta di M5s e Pd alla proposta del “Sindaco d’Italia” lanciata da Renzi. L’asse tra Movimento e Dem sul proporzionale è saldo. E per sminare la trincea di Iv, emerge in queste ore l’idea dell’abbassamento della soglia di sbarramento dal 5% al 4%. «Tanto bisogna vedere se ci arriva, al 4%», ironizza una fonte del M5s senza smentire l’ipotesi. Il mese cruciale sarà marzo. Lo stesso in cui la maggioranza sarà chiamata a stringere sulle nomine. Sono 400 in totale, molte delle quali determinanti. Enel, Eni, Terna, Poste, Leonardo, tanto per fare qualche nome. La maggioranza dovrebbe comunicare al Mef le proprie indicazioni diversi giorni prima delle varie assemblee che si terranno nelle partecipate. Non a caso oggi Stefano Buffagni – spesso emissario del M5s su questi dossier – lascia una prima traccia. «Ho visto che Renzi è preoccupato per le nomine, bene. Ma prima di parlare di nomi apriamo un dibattito sull’orizzonte delle aziende di Stato», spiega il viceministro al Mise lanciando qualche idea su Terna, Eni, Enel. Tutte partecipate nel campo dell’energia, settore tradizionalmente caro all’universo pentastellato. Serve parlarsi. E Conte e Renzi lo faranno. L’incontro tra il premier e l’ex premier e le comunicazioni con cui Conte poi tasterà (senza fiducia) la sua maggioranza in parlamento daranno le risposte forse definitive. Passaggi che vedono il Quirinale mero osservatore: il presidente Sergio Mattarella non vuole farsi coinvolgere in dinamiche parlamentari. Un fatto, tuttavia, è ormai certo: le Camere non saranno sciolte prima del 29 marzo, cioè prima del referendum sul taglio dei parlamentari. Tradotto, si potrà votare solo all’inizio di settembre viste le tempistiche costituzionali (e della rimodulazione dei collegi) post-referendum. E su questo punto che Renzi mette in campo la sua strategia anti-Responsabili. Ma al Senato, fuori taccuino, serpeggia una certezza: la risoluzione che seguirà alle comunicazioni di Conte potrebbe vedere qualche new entry. L’obiettivo del premier, però, è non perdere Iv. O almeno una parte di essa.

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Basta con i giochi di Renzi, l’Italia si merita le elezioni

Intendiamoci: ridurre il numero dei parlamentari, abolire il bicameralismo perfetto, dare al Quirinale più poteri in conseguenza di una investitura popolare non sono in sé un colpo di Stato. Gli assomigliano se vengono proposti come pillole da far ingurgitare a una opinione pubblica a cui viene negato lo scontro principale, quello elettorale fra la destra e la sinistra.

Giocano. Ormai giocano. Che cos’altro pensare di questo Matteo Renzi che propone l’elezione diretta del presidente della Repubblica nel pieno di un casino in cui il tema non esiste.

Ormai lo scontro fra due schieramenti trasversali è difficile da riconoscere. Possiamo solo dividerci in quello delle persone serie e quello dei “rottamatori”.

Intendiamoci: ridurre il numero dei parlamentari, abolire il bicameralismo perfetto, dare al Quirinale più poteri in conseguenza di una investitura popolare non sono in sé un colpo di Stato. Gli assomigliano se vengono proposti come pillole da far ingurgitare a una opinione pubblica a cui viene negato lo scontro principale, quello elettorale fra la destra e la sinistra.

IL SOLITO TORMENTONE DELLA POLITICA ITALIANA

Renzi non ha il coraggio di dire che si è convinto che, fallito il desiderio di dirigere la sinistra, vuole dirigere la destra guidandone l’ala governista e moderata. È il solito tormentone della politica italiana che ci trasciniamo dal 1992. Allora un gruppo azionista e anticomunista sperò di ingabbiare i post berlingueriani impaurendoli con minacce di arresti e ricatti vari, alcuni venivano anche dall’interno. I post Pci caddero nella trappola. Bettino Craxi non capì la natura della crisi comunista perché aveva guardato al Pci come un monolite. Errore bestiale. E la sinistra perse così l’ultimo tram.

SE LA SINISTRA NON VA DAL POPOLO, IL POPOLO VA DALLA DESTRA

Negli anni successivi questo mondo di giornalisti, intellettuali, magistrati guidati dal partito dei giudici (la peggiore iattura italiana) tentarono di prendersi il potere annichilendo il Pds. Con Tangentopoli hanno tentato di costruire una ipotesi di sinistra che fosse a loro immagine e somiglianza. Manette invece di giustizia sociale. Volevano una sinistra “sminchiata” che non facesse a cazzotti col capitale e che facesse proprie tutte le regolette  del liberismo. Poi è finita come è finita. Tony Blair si è rivelato un cretino patentato, la crisi del 2008 ha rivelato gli errori del liberismo clintoniano, si sono affacciati milioni di persone che hanno perso la battaglia per la vita migliore ma che non vogliono morire. Da qui poteva nascere la sinistra. E ci sono voluto altri anni per capire che se la sinistra non va dal popolo, il popolo va dalla destra.

LA QUESTIONE SOCIALE È STATA DIMENTICATA

Ora è tutto chiaro, e invece di occuparsi di queste cose fondamentali dobbiamo perdere tempo con un referendum per idioti, con la proposta di eleggere direttamente il capo dello Stato, con altre astruserie che non danno pane. Il dramma italiano è che i movimenti di protesta, dai 5 stelle alle Sardine, si sono fermati un passo prima di affrontare la questione sociale. Se si avventurassero in questo magma avremmo una vera rivoluzione. E sarebbe quella di cui l’Italia ha bisogno.

QUEI PASTICCIONI CHE CREDONO DI ESSERE STATISTI

La politica ufficiale invece si trastulla con “chiacchiere e tabacchiere di legno”, cerca responsabili per sorreggere o far cadere un governo e così un folto gruppo di pasticcioni si consola credendo di essere statisti. La ricordate la storiellina del topolino che corre affannato e baldanzoso dietro una mandria di elefanti che ovviamente fa con i suoi passi un gran rumore? Un topo suo amico gli si affianca e gli chiede: «Che stai facendo?». E lui: «Non lo vedi? Stamo affa’ un gran casino». Io vedo solo elefanti che fanno rumore e troppi topolini che si credono elefanti.

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I dubbi crescenti di Conte sull’incontro con le Sardine

Telefonata notturna tra il premier, che pensa già a una futura lista col Pd, e Santori. Con la promessa di un appuntamento che i "pesciolini" volevano fissare in un centro sociale occupato. Ma Palazzo Chigi ha frenato. Anche per le dure prese di posizione del movimento su decreti sicurezza, De Luca, Egitto e le polemiche coi grillini.

Ci provano i pesciolini. Dopo la vittoria di Stefano Bonaccini e la sconfitta della Lega in Emilia-Romagna la fase due delle Sardine ha come obiettivo il consolidamento, primo indispensabile passo per la sopravvivenza in mare aperto. Una missione che vogliono completare, da un lato, attraverso la creazione di una “struttura” interna che ha già provocato le prime scissioni. Dall’altro, attraverso l’accreditamento “istituzionale”.

MISSIONE: RECUPERARE CREDIBILITÀ

Così, dopo la photo-(in)opportunity con i Benetton, Mattia Santori & friends hanno provato a recuperare credibilità incontrando prima il ministro Giuseppe Provenzano, poi Francesco Boccia e adesso puntano al bersaglio grosso, cioè Palazzo Chigi.

AL PREMIER PIACE L’ATTENZIONE AL “SUO” SUD

La lettera precedentemente inviata dalle Sardine a Giuseppe Conte, infatti, non è rimasta inascoltata. Il premier l’ha letta attentamente e, specialmente dopo l’attenzione riservata al “suo” Sud, ha deciso di darne seguito. Come? Innanzitutto telefonando a Santori in una tarda domenica notte, in modo da stabilire un contatto diretto. E poi ragionando con lui sull’immediato futuro e sulla possibilità di un incontro.

LOCATION: SPIN TIME NO, CASA DELLE DONNE?

Certo, il primo ministro è rimasto un po’ stupito quando come luogo dell’incontro gli è stato proposto Spin Time, centro sociale della Capitale nel vortice delle polemiche per un’occupazione abusiva che dura dal 2012, quello a cui l’elemosiniere del papa riattaccò la luce illegalmente. Sempre complicata, ma almeno possibile, l’idea di vedersi alla Casa internazionale delle donne. Ma certo, dalle parti di Palazzo Chigi sono convinti che le Sardine non si rendano affatto conto della situazione e degli equilibri dell’attuale fase politica.

TRA PROGETTI DI “LISTA CONTE” E PENTIMENTO CRESCENTE

Conte ha così deciso di prendere tempo, rinviando un incontro che si sarebbe già potuto organizzare. D’altra parte, le Sardine potrebbero essere un tassello importante se dovesse in futuro davvero nascere una “lista Conte” alleata con il Partito democratico. Ma il premier valuta anche un presente ballerino. Le prese di posizione delle Sardine sui decreti sicurezza, contro la candidatura di Vincenzo De Luca, contro l’Egitto per la questione Zaki e, soprattutto, la polemica ai ferri cortissimi tra i pesciolini e i grillini rischiano infatti di mettere in (ulteriore) imbarazzo il premier. Che, dice chi gli sta vicino, di quella chiamata notturna un po’ si sta pentendo.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Renzi a Porta a Porta sfida Conte e il governo

Il leader di Italia viva potrebbe mettere sul tavolo proposte inaccettabili per Palazzo Chigi e spingere il premier alla crisi. Tra le ipotesi quella dell'elezione diretta del presidente del consiglio.

«Se dovessi dare un consiglio, ascolterei Vespa. Secondo me mercoledì sera è una cosa che può avere un senso per il prosieguo della legislatura», ha detto Matteo Renzi parlando con i cronisti nel Transatlantico al Senato, riferendosi alla sua presenza prevista a Porta a porta di Bruno Vespa. «Dirò alcune cose», ha aggiunto.

Secondo il Corriere della Sera, «dallo studio di Bruno Vespa potrebbe servire una mozione di sfiducia al premier Giuseppe Conte proponendo una nuova e rinnovata compattezza del governo, basata su posizioni inaccettabili da Palazzo Chigi. Una su tutte la cancellazione del ddl sulla prescrizione, ma non solo».

“Noi non cambiamo idea. Pensiamo che sia sbagliata la posizione sulla giustizia assunta dal ministro e pensiamo che quella assunta da Bonafede sulla prescrizione non tuteli i cittadini. Vogliamo andare avanti con la maggioranza”. Lo ha detto Matteo Renzi conversando con i cronisti al termine della cena con i parlamentari di Italia Viva al ristorante Teo a Trastevere. “Sono giorni – aggiunge -che ci dicono che perdiamo persone oggi invece ne abbiamo prese due. Conte nel mirino? Non esiste. Non voglio far cadere il governo voglio far correre il governo”. E per quanto riguarda la sua decisione di correre da solo alle regionali osserva: “In Puglia c’è Emiliano che su Ttap e Ilva ha detto tutto il contrario di noi. Ma che c’entra con Conte? Non abbiamo fatto una gara di parlamentari. Molti hanno scritto che noi li avremmo persi e invece ne abbiamo presi altri. E questo vuol dire che IV c’è Se poi c’è qualcuno che vuole fare a meno dei parlamentari di IV faccia pure. Non credo che abbia i numeri, ma faccia pure….”, conclude.

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Aridatece Razzi e Scilipoti e tenetevi Cerno

La mandria di persone che sta passando dal Pd a Iv (e viceversa) sta lacerando ulteriormente il rapporto tra cittadini e politica. Non andare al voto subito è stato inutile: è ora di mandare al diavolo chi elemosina una riconferma in parlamento.

Dovremmo chiedere scusa a Domenico Scilipoti e a quel simpaticone di Antonio Razzi che per anni abbiamo sfottuto e celebrato come simboli del trasformismo.

Non eravamo ancora arrivati a Teresa Bellanova, a Tommaso Cerno e a quelli che stanno lasciando Matteo Renzi per dare una mano a Giuseppe Conte.

I due parlamentari lasciarono Antonio Di Pietro. In sé non è una colpa. E passarono con Silvio Berlusconi a cui rimasero fedeli. Scilipoti lentamente è sparito, Razzi ha calcato le scene ma oggi è in un cono d’ombra. A parte la facondia di Scilipoti e le chiacchiere di quell’anziano ragazzo che si presentava come ambasciatore della Corea del Nord, i due “voltagabbana” ci hanno fatto sorridere e non hanno fatto molti danni.

I VOLTAGABBANA PD E IV, SONO LORO IL VERO DANNO

La piccola mandria di persone che di questi tempi passa dal Pd a Renzi con andata e ritorno, che si appresta a sostenere il governo ovvero la scommessa di destra del “rottamatore”,  un danno grosso, invece, lo sta facendo. Sono loro e i loro dante causa, si chiamino Renzi o Goffredo Bettini o altri ancora, che stanno lacerando ancora di più il rapporto fra cittadini e politica.

SE AVESSIMO VOTATO, SALVINI SI SAREBBE GIÀ AUTOSABOTATO

Si scelse il governo giallorosso per evitare il voto e la vittoria di Matteo Salvini (ma ci dissero che era per non aumentare l’Iva). Un «vasto programma» che tuttavia non ha dato grandi risultati. Renzi si è praticamente suicidato, i voti dei 5 stelle stanno andando a Giorgia Meloni, il Pd si barcamena attorno al 20%. Valeva la pena?

LEGGI ANCHE: Renzi e il sogno della grande destra

Se avessimo votato, avremmo avuto probabilmente un governo di destra (senza centro) e in pochi mesi Salvini sarebbe riuscito a farsi cacciare dopo un incidente diplomatico con gli Usa o la Francia, dopo un conflitto sociale molto acuto, dopo una bevuta. E oggi staremmo discutendo di un nuovo voto con la Lega  finalmente libera dal suo energumeno di quartiere. Ovviamente sono solo mie suggestioni, ma resta vero che senza il voto l’Italia non è migliorata malgrado alcuni ministri seri e, lo dico a mio rischio, un presidente del Consiglio che è meglio dei suoi critici.

IL FALLIMENTO DEI 5 STELLE

L’altra ragione, tutta politica per non votare, è stata quella di favorire una ricollocazione dei 5 stelle. È un movimento di popolo con dentro tanta gente di sinistra, ci spiegarono. A conti fatti hanno distrutto Roma, hanno, con Alfonso Bonafede, attaccato i diritti dei cittadini abolendo la prescrizione, si sono presi lo sfizio di fare un dispetto provvisorio a ex senatori e deputati che fra qualche tempo riavranno dai tribunali ordinari le loro indennità ricostruite. Insomma questi bravi ragazzi allevati da Beppe Grillo non erano riformabili. Sono riusciti, persino, sulla giustizia a far fare una bella figura a Renzi. Ora siamo in un vicolo cieco. Il governo può restare in piedi per mesi o cadere e favorire l’ascesa di un altro esecutivo precario. Il voto si allontanerà. Faremo un referendum cretino (io voto No) per diminuire i parlamentari cosa che non ci garantisce di levarci dalle palle Paola Taverna. Così gli italiani si guarderanno attorno e cercheranno la soluzione d’urto che solo la destra può dare.

BASTA CON CHI ELEMOSINA UNA RICONFERMA IN PARLAMENTO

Ci mancano oggi quelle personalità pubbliche che sappiano parlare al Paese e, mostrando disinteresse personale, spingano per far tornare tutto nelle regole: governo che faccia cose, opposizione che si opponga, nuovi movimenti che si mettano alla prova. Ma soprattutto bisogna mandare al diavolo quelli che stanno facendo il giro delle Sette Chiese per cercare la riconferma al parlamento. Non possiamo giocarci la democrazia per far campare Tommaso Cerno. Queste personalità devono essere credibili politicamente, devono essere dei due campi, deve risultare evidente che non governerebbero mai assieme a meno che non arrivino i marziani e che sappiano muoversi con spirito repubblicano. Sennò, arrangiamoci e  spegniamo quel televisore. Un altro dibattito con Daniele Capezzone, proprio no.

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