Category Archives: Governo Conte bis

Chi è Lakshmi Mittal, il Paperone indiano che vuole lasciare l’Ilva

Il Ceo del colosso anglo-indiano ArcelorMittal è tra i 100 uomini più ricchi al mondo. Profilo dell'imprenditore originario del Rajastahan in fuga da Taranto.

È l’uomo che sta dando del filo da torcere al governo Conte nella partita per l’Ilva di Taranto. Ma chi è esattamente Lakshmi Mittal, il paperone che viene dal Rajasthan? Classe 1950, sposato e padre di due figli, vive a Londra (Kensington) ed è Ceo di ArcelorMittal, di cui detiene il 37,39%. Il gruppo è il più grande produttore di acciaio: possiede impianti in oltre 60 Paesi, siti industriali in 18 e fattura quasi 80 miliardi di euro l’anno. Numeri che chiamano altri numeri: ArcelorMittal ha 209 mila dipendenti in tutto il mondo e vanta una produzione dichiarata (nel 2018) di 96,42 milioni di tonnellate di acciaio (a fronte di una capacità produttiva di circa 118 milioni di tonnellate).

LEGGI ANCHE: ArcelorMittal è pronta a lasciare l’ex Ilva

MITTAL FONDÒ LA PRIMA AZIENDA A 26 ANNI

Mr Mittal, al 91esimo posto nella classifica 2018 dei super ricchi stilata da Forbes con una ricchezza di 13 miliardi e 600 mila dollari, è un “figlio d’arte”. E la sua storia con l’acciaio parte da lontano. Nel 1960, si trasferì con la famiglia a Calcutta dove suo padre Mohanlal gestiva un’acciaieria. La stessa in cui Mittal mosse i primi passi nel settore. Dopo la laurea, appena 26enne, si mise in proprio. Fondò un’azienda in Indonesia e nel 1989 acquisì l’Iron & Steel Company, uno stabilimento siderurgico sull’orlo del fallimento a Trinidad e Tobago (Stato dell’America centrale). La formula si rivelò vincente. In un solo anno Mittal raddoppiò la sua produzione e cominciò a comprare in tutto il mondo acciaierie (soprattutto statali) in forte crisi.

LA NASCITA DEL COLOSSO ARCELORMITTAL

Nel 2006 la Mittal Steel Company acquisì con un’offerta pubblica Arcelor (nata a sua volta nel 2002, dall’unione della spagnola Aceralia, con la francese Usinor e la lussemburghese Arbed), dopo il fallimento dell’accordo tra Arcelor e la russa Severstal. Fu così che nacque ArcelorMittal. Un gigante che attualmente copre il 10% della produzione globale di acciaio. Il quartier generale del gruppo si trova in Lussemburgo ed è quotato nelle Borse di Parigi, Amsterdam, New York, Bruxelles, Lussemburgo e Madrid. Mittal lo gestisce insieme al figlio Adyta da Londra. L’uomo dell’acciaio dal 2008 siede anche al tavolo del Consiglio d’amministrazione della Goldman Sachs.

LEGGI ANCHE: Arcelor-Mittal vuole 5 mila esuberi per tenersi l’ex Ilva

IL “TAJ MITTAL” DI KENSINGTON

Sposato con Usha, Lakshmi Mittal, oltre a Adyta ha una figlia: Vanisha. Per dare un’idea della ricchezza di cui dispone basta ricordare che la residenza di famiglia a Kensington Palace Gardens è una reggia di 5 mila metri quadrati, ed è talmente sontuosa da essersi guadagnata il soprannome di Taj Mittal. Al momento dell’acquisto, 10 anni fa, con i suoi 120 milioni di euro risultava l’abitazione più costosa del mondo. Al suo interno conta 12 camere da letto, una piscina al coperto, bagni turchi e un parcheggio per 20 auto. Mittal non ha badato a spese nemmeno per il matrimonio della nipote, Shrishti Mittal: tre giorni di festa costati circa 50 milioni di sterline. Ulteriori dettagli non si conoscono. I 500 invitati hanno infatti dovuto firmare accordi di riservatezza.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Confindustria boccia la manovra del governo giallorosso

Il giudizio degli imprenditori è negativo: «Legge di bilancio insufficiente rispetto alle esigenze del Paese». Nel mirino soprattutto le tasse sulla plastica e sulle auto aziendali.

Una manovra «insufficiente rispetto alle esigenze del Paese». È questo il giudizio espresso da Confindustria in parlamento sulla legge di bilancio presentata dal governo giallorosso. Gli imprenditori, rappresentati dal direttore generale dell’associazione Marcella Pannucci, non hanno usato mezzi termini: «Manca un disegno di politica economica capace di invertire la tendenza negativa delle aspettative. Anzi, in alcuni casi, si produce un effetto opposto».

LEGGI ANCHE: Ecco quanto il governo incasserà e perderà dalla manovra

Nel mirino di Confindustria ci sono soprattutto la tassa sulla plastica e quella sulle auto aziendali. La prima, pur comportando benefici ambientali, «penalizza i prodotti e non i comportamenti», rappresentando «unicamente una leva per rastrellare risorse». La plastic tax, a giudizio degli imprenditori, «danneggia pesantemente un intero settore produttivo» e «determina un aumento medio pari al 10% del prezzo di prodotti di larghissimo consumo, contribuendo a indebolire la domanda interna». L’impatto sulla spesa delle famiglie sarebbe stimabile in circa 109 euro all’anno.

LEGGI ANCHE: Di Maio difende la manovra

Ancora più dura la presa di posizione contro l’innalzamento della tassazione sulle auto aziendali: «Rappresenta una vera e propria stangata per circa 2 milioni di lavoratori, oltre a incidere su un settore economico, quello dell’automotive, già penalizzato su altri fronti. Di fatto si tassa un bene che è già tassato e lo si fa intervenendo sulla busta paga dei dipendenti e sugli oneri contributivi dei datori di lavoro». Una «contraddizione», anche rispetto al «condivisibile» taglio del cuneo fiscale sugli stipendi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

I nodi che fanno traballare Giuseppe Conte

Dalla sconfitta in Umbria alle tensioni nella maggioranza, fino al caso Russiagate: sulla rotta del capo del governo pare che si stiano addensando le nubi di una tempesta perfetta.

È un Giuseppe Conte con il fiato sospeso quello delle ultime settimane, che pare dover ancora realizzare quanto gli sta accadendo attorno. Drammaticamente precipitato dal podio di leader più apprezzato alla graticola di presidente del Consiglio di una maggioranza che va sfilacciandosi.

E più passano le ore, più l’avvocato del popolo si ritrova pressato, costretto quasi al ruolo di “imputato”: Matteo Salvini lo ha scelto come bersaglio della sua propaganda elettorale d’autunno, da Oltreoceano continuano ad arrivare notizie imbarazzanti (al caso del professor Mifsud si aggiunge ora la consulenza che porta al fondo indagato in Vaticano), alle sue spalle litigano Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti, sotto il suo naso un manipolo di pentastellati sarebbe pronto a passare con la Lega, altri del Pd starebbero per confluire in Italia viva.

Come se tutto ciò non bastasse, restano da sciogliere i nodi irrisolti della Legge di bilancio, che dopo la batosta umbra sarà più elettorale che mai. Ecco, quindi, tutti i fronti aperti per Giuseppe Conte.

L’ERRORE DI METTERE LA FACCIA SULLE ELEZIONI IN UMBRIA

L’errore più grossolano Conte lo ha commesso mettendo la faccia sulla competizione umbra, una disfatta data per certa che pure il premier si è voluto intestare. Che non fosse più super partes, garante del popolo, ma un personaggio politico a tutto tondo era ormai assodato. Ma la foto di Narni, l’istantanea che lo immortala al fianco di Zingaretti, Di Maio e Roberto Speranza fa acquistare a Conte una dimensione nuova, non da federatore ma da semplice leader, per di più sconfitto alle elezioni.

Da sinistra, il ministro della Salute Roberto Speranza, il segretario del Pd Nicola Zingaretti, il candidato civico alle elezioni regionali in Umbria Vincenzo Bianconi, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, all’Auditorium San Domenico a Narni.

Quell’immagine costituisce prova della sua correità nella disfatta. Ecco perché è stato più lungimirante il quarto membro dell’alleanza, nonché principale artefice del governo giallorosso, ovvero Renzi, nella sua scelta di non comparire nello scatto. Prima della batosta elettorale Conte era il leader più apprezzato dell’attuale panorama politico, dopo la sconfitta in Umbria un politico relegato alla minoranza.

LA MAGGIORANZA GIALLOROSSA DIVENTA SEMPRE PIÙ LITIGIOSA

«La mia forza è che se io dico “ora la smettiamo”, loro non litigano». Con questa frase, carpita dai microfoni della trasmissione di La7 Piazza Pulita, a inizio 2019 Giuseppe Conte a Davos provava a rassicurare Angela Merkel preoccupata per la tenuta di una coalizione, all’epoca ancora quella gialloverde, che settimana dopo settimana diventava sempre più litigiosa. Al ruolo di pacificatore Conte dovrebbe dunque esserci abituato.

Le elezioni umbre sembrano aver destato l’insofferenza reciproca degli azionisti della maggioranza

Ciò nonostante, non lo attendono tempi facili, perché le elezioni umbre sembrano aver destato l’insofferenza reciproca degli azionisti della maggioranza. Di Maio ha scritto subito sul blog delle Stelle: «L’esperimento umbro non ha funzionato. Questa esperienza testimonia che potremo davvero rappresentare la terza via solo guardando oltre i due poli contrapposti». Zingaretti si colloca sul fronte opposto: «Non ha senso», ha detto, «governare da avversari». Anche se poi ha aperto: «Ogni regione sceglierà per conto proprio le alleanze migliori».

IL CAMPO MINATO DELLA LEGGE DI BILANCIO

La necessità di tornare a macinare consensi avvertita sia dai cinque stelle sia dai dem potrebbe sparigliare le carte su cui era stata scritta la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def). L’accordo sull’intelaiatura della Legge di Bilancio era stato raggiunto a fatica e soprattutto con la formula “salvo intese”, che di fatto lasciava ancora alle forze politiche ampie possibilità di modifica. Per un “Sì” appena arrivato da Bruxelles rischiano di fioccare i “no” da parte degli azionisti di maggioranza.

Da sinistra, Nicola Zingaretti, Giuseppe Conte e Luigi Di Maio.

E se sull’assegno unico famigliare l’accordo tra M5s e Pd pare vicino (si prevede l’accantonamento di fondo da 2 miliardi in cui fare confluire le risorse tradizionali aumentate di 600 milioni), discorso opposto va fatto per la mini flat tax sulle partite Iva di salviniana memoria (il regime forfettario in tema di Iva, Irpef e Irap al 15% esteso fino a 65 mila euro) su cui Di Maio non intende cedere. Per rifinanziarla in modo da coprire tutto il 2020 occorrono circa 2 miliardi. L’altra eredità leghista che M5s intende confermare e il Pd preferirebbe abolire è Quota 100.

IL BRACCIO DI FERRO CON DI MAIO PER LA LEADERSHIP DEL M5S

Proprio la manovra ha contribuito a aumentare le distanze tra Conte e Di Maio, separati in casa da quando quest’estate, con il supporto di Beppe Grillo, il premier ha lavorato alla creazione del nuovo esecutivo. Di Maio inoltre è incalzato dalla fronda interna che lo accusa di non averne azzeccata una dal 4 marzo 2018 e di avere contribuito all’incessante emorragia di consensi che ha portato il Movimento dal 32% delle politiche al 7,4 umbro. Alla Camera, almeno una decina di deputati, guidati da Giorgio Trizzino, ha già chiesto una modifica dello statuto per rendere contendibile il seggio del capo politico.

Il M5s non esiste più, è morto con Gianroberto Casaleggio

Manuela Sangiorgi, sindaca del M5s di Imola

Ha il sapore del necrologio la dichiarazione con la quale la sindaca pentastellata di Imola, Manuela Sangiorgi, ha annunciato le proprie dimissioni: «Il M5s non esiste più, è morto con Gianroberto Casaleggio». Da qui, dunque, la necessità per il leader pentastellato di alzare la voce e il timore di essere rottamato proprio da Conte. «Senza il nostro voto non si va da nessuna parte», lo aveva avvisato, qualche settimana fa, Di Maio ribadendo che il Movimento avrà voce in capitolo nella costruzione della finanziaria. «Chi non fa squadra è fuori», aveva replicato Giuseppe Conte dall’Eurochocolate di Perugia, riferendosi sia a Luigi Di Maio sia a Matteo Renzi.

L’INCOGNITA RENZI

Conte non deve guardarsi solo dalle insidie di Zingaretti e di Di Maio, ma anche dai tranelli che potrebbe tendergli Matteo Renzi che, da quando ha fondato Italia viva, ha persino più libertà d’azione rispetto al passato e va necessariamente marcato a uomo. Quello fiorentino è sicuramente uno dei fronti più caldi per la maggioranza (dalla Leopolda Maria Elena Boschi ha persino vibrato il colpo più duro: «Il Pd sta diventando il partito delle tasse») e ha già contribuito a far scricchiolare la maggioranza nei delicati giorni della Nadef avanzando pretese autonome.

La variabile renziana è una scheggia impazzita anche perché trasversale

All’interno del puzzle per costruire la manovra, la variabile renziana è una scheggia impazzita anche perché trasversale: da un lato Italia viva, al pari dei dem, non vede di buon occhio Quota 100 oggi sostenuta da M5s, dall’altro si schiera con Di Maio nel non gradire retromarce sul tetto al contante come vorrebbero invece i democratici. Renzi è poi d’accordo con il Pd nel voler espungere dal decretone fiscale l’inasprimento delle pene per chi evade il fisco preteso dai pentastellati.

LA CAMPAGNA ACQUISTI DI LEGA E ITALIA VIVA TRA I PARLAMENTARI PD E M5S

E poi c’è il rischio che la maggioranza si sfarini persino prima di una possibile crisi. Non è certo un mistero che Renzi stia facendo scouting tra gli onorevoli pentastellati. Ma l’erosione potrebbe accentuarsi se, come riportano alcuni retroscena, una ventina di pentastellati stessero seriamente pensando di fare i bagagli per confluire nella Lega. È la «politica delle porte aperte a tutti» che i due Matteo attueranno con forza nei prossimi mesi, una mossa a tenaglia che rischia di sgretolare contemporaneamente le file della maggioranza e i nervi del presidente del Consiglio. Nel 2020 si voterà in altre otto regioni e nuove batoste potrebbero accelerare il fuggi-fuggi. Basterà il recente taglio dei parlamentari approvato in tutta fretta dal governo giallorosso ma destinato a entrare in vigore dalla prossima legislatura a dissuadere i transfughi?

RUSSIAGATE, COPASIR AGUERRITO E LE ACCUSE DI CONFLITTO DI INTERESSI

Ma la stella di Conte potrebbe essere offuscata anche dalle notizie che giungono dagli Usa. Sarebbe un errore se il presidente del Consiglio pensasse che il caso Russiagate sia passato in cavalleria. Anzi, con un Copasir mai così ostile nei riguardi dell’esecutivo, guidato dal leghista Raffaele Volpi e dal suo vice di Fdi Adolfo Urso (non meno amichevole la quota di Forza Italia o il renziano Ernesto Magorno), difficile che non sarà fatto tutto il possibile per fare chiarezza sulla condotta del premier. Il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti ha ascoltato Gennaro Vecchione, direttore del Dipartimento informazioni e sicurezza, per verificare la versione resa da Conte.

Il Financial Times ha attaccato Conte proprio nelle ore in cui dall’Umbria arrivavano i primi, disastrosi, exit poll

E poi c’è la consulenza che porta al fondo indagato in Vaticano. Una tegola che il Financial Times ha fatto cadere su Conte proprio nelle ore in cui dall’Umbria arrivavano i primi, disastrosi, exit poll. Secondo la ricostruzione, il fondo Fiber 4.0, fallendo il suo tentativo di scalare la società Retelit, aveva chiesto all’avvocato Conte un parere per raggiungere l’obiettivo. Da parte sua, Conte suggeriva lo strumento del golden power con la richiesta di intervento di Palazzo Chigi. Nel frattempo, però, l’avvocato Conte diventava l’avvocato degli italiani e si insediava proprio a Palazzo Chigi.

L’audizione al Copasir del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Accanto a lui il presidente del comitato Raffaele Volpi.

Conflitto di interessi? In teoria, no: il neo presidente del Consiglio si è astenuto sulla decisione. Ma il Financial Times ha rilanciato con la notizia che Fiber era stata finanziata, in parte, da uno dei fondi d’investimento al centro dello scandalo finanziario in Vaticano. E tanto potrebbe bastare a buttare giù un premier in affanno. Sulla rotta del governo pare insomma che si stiano addensando le nubi di una tempesta perfetta: lì si valuterà la validità del nocchiere e la solidità della nave.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Manovra, la cedolare secca resta al 10%

Servirà un nuovo vertice per definire l'accordo finale nella maggioranza, ma i 93 articoli del testo definiscono per la prima volta i dettagli della legge di bilancio. Le misure previste.

Arriva un’intesa politica di massima sulla manovra e spunta la prima bozza completa della legge di bilancio. Servirà un nuovo vertice per definire l’accordo finale nella maggioranza, ma i 93 articoli del testo definiscono per la prima volta i dettagli.

La novità del vertice di maggioranza è lo stop all’aumento della cedolare secca sugli affitti ma nella bozza compare la versione vecchia, con cedolare al 12,5%: dovrà essere corretta per mantenerla al 10%. Per il resto, nelle 79 pagine di testo, si vedono confermati i capisaldi della prima legge di bilancio giallorossa.

Arrivano tre miliardi per incentivare chi paga con carte e bancomat: per i dettagli del cashback bisognerà aspettare, perché sarà un decreto del ministero dell’Economia da emanare entro aprile 2020, sentito il Garante della Privacy, a stabilire come e quando distribuire i rimborsi in denaro. Viene poi istituito un fondo da tre miliardi nel 2020 e 5 miliardi nel 2021 per tagliare le tasse ai lavoratori: anche in questo caso, sarà una legge collegata alla manovra a definire le modalità.

Da settembre viene abolito il superticket (185 milioni il costo). Mentre arrivano la sugar tax sulle bevande analcoliche con aggiunta di zuccheri (10 euro per ettolitro) e la tassa sulla plastica (1 euro al chilogrammo). La tassa sulla fortuna sale dal 12% al 15% per vincite sopra i 500 euro.

C’è poi il pacchetto famiglia. Raddoppia il bonus asili nido, da 1500 a 3000 euro, per le famiglie con Isee fino a 25mila euro: per chi guadagni fino a 40mila euro il voucher arriva a 2500 euro, per gli altri resta a 1500 euro. Il bonus bebè varrà anche per i nati del 2020 ma diventerà universale. Sarà composto da tre scaglioni, aumentati del 20% per il secondo figlio: 160 euro al mese per il primo anno di vita (o di adozione) fino a 7 mila euro di Isee, 120 euro al mese fino a 40 mila euro di Isee e 80 euro al mese per chi supera questa soglia. Il congedo per i papà sale da cinque a sette giorni.

Viene confermato lo stop al canone Rai per gli anziani a basso reddito.

Sulla casa vengono rinnovati i bonus per ristrutturazioni, per l’acquisto di mobili e arriva la detrazione al 90%, senza limiti di spesa, per rifare le facciate dei palazzi ( non c’è per ora il bonus verde). Viene finanziato il fondo di garanzia per la prima casa e nasce un nuovo fondo da 853 milioni fino al 2033 per la “Rinascita urbana”.

Spunta anche un pacchetto per l’editoria che fa slittare di un anno i tagli alla stampa previsti dall’ultima manovra e stanzia 8 milioni l’anno per tre anni a Radio radicale.

Nasce anche un nuovo bonus per le scuole che si abbonano a quotidiani e periodici, anche online: il contributo sarà fino all’80% della spesa.

L’ossatura resta quella approvata in Consiglio dei ministri il 15 ottobre: la legge di bilancio vale 30 miliardi e la parte del gigante la fanno i 23 miliardi che servono a bloccare l’aumento dell’Iva. Ci sono tre miliardi di tasse sul lavoro e il superbonus da tre miliardi, dal 2021, a chi paga con carta di credito. Ma spuntano anche novità, a partire dalla scelta di congelare, a garanzia della tenuta dei conti, un miliardo di spese dei ministeri.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Dopo il 1992 a sinistra non c’è nulla da salvare

Da quando è prevalsa la linea che dice che per vincere bisogna distruggere il proprio passato si è sempre perso. Il Pd si liberi di questa subalternità culturale.

Matteo Salvini ha avuto una seconda investitura dal voto reale e dal voto virtuale. La prima volta ha fallito clamorosamente. Questa seconda volta proverà a limitare le sciocchezze ma nessuno può giurare che non ne abbia in serbo molte altre.

Se gli dovesse andar male, la destra lo potrebbe sostituire con Giorgia Meloni che, come una passista, sta macinando metro su metro e ormai sta diventando leader di un medio partito. Se dovesse fallire anche lei ci sarebbe mister X o miss X a prendere la guida della destra.

Tutto ciò accade perchè la destra in Italia è una cosa vera e forte ed è largamente radicata. Negli anni si è liberata dai propri complessi di inferiorità. Non le importa più se le dicono «fascista», non ha paura di pensieri atroci e feroci. È riuscita persino a prendere il posto della sinistra nei quartieri popolari. È una destra onnivora – e questo potrà essere il suo errore capitale – che vuole smontare tutto, lo Stato, la sinistra, il Vaticano. Si sente sicura di sé, ha inventato una narrazione della storia italiana per cui sembra che non ci sia mai stata una Dc al governo ma che il potere sia sempre stato saldamente nelle mani dei comunisti.

IL PARTITO DEMOCRATICO SOFFRE DI SUBALTERNITÀ CULTURALE

Questo lavoro culturale è un regalo dell’intelligenza laico-radicale e dei commentatori di grandi giornali che a furia di voler dirigere la sinistra distruggendone la storia hanno creato il mostro. È la storia dell’apprendista stregone che si è ripetuta in queste settimane con La Repubblica che festeggia, come Salvini, il fallimento del governo in Umbria. La sinistra non ha leader, non ha popolo.

Si poteva uscire in tanti modi dalla storia del Pci, ma uscirne con una cultura servile è stato un brutto finale d’opera

Non ha idea di sé. L’ultima trovata, quella di nominare il popolo grillino come proprio popolo, è il frutto malefico di decenni di subalternità culturale. Si poteva uscire in tanti modi dalla storia del Pci, ma uscirne con una cultura servile è stato un brutto finale d’opera. Oggi è giusto che i leader che ci sono si arrabbattino a cercare un rimedio per i giorni che verranno. Il peggiore rimedio è far sopravvivere un governo che non è amato e con un premier che avrebbe potuto svolgere un ruolo terzista ma che nel caso Usa-Servizi si è rivelato inadeguato.

IL GOVERNO CONTE E L’ALLEANZA PD-M5S PAIONO ORMAI FALLITI

Il Pd, e quel che rappresenta anche del passato, dovrebbe liberarsi da quello spirito ancillare per cui sente come suo compito quello di mettere riparo alle crisi per impedire che esplodano. Questa volta è bene che esplodano. Credo che il tentativo Conte fosse necessario visto che tanti sostenevano che non aver giocato la carta dell’alleanza Pd-M5s era stato l’errore capitale. L’alleanza c’è stata ed è fallita. Per i cinque stelle è stata anche una tragedia. Non è colpa di Luigi Di Maio: se la destra è figlia della società italiana e di una sua parte essenziale, il grillismo è stato un episodio, un foruncolone, niente che potesse durare. Di Maio, dopo aver detto tanti vaffa, se li è trovati tutti in faccia e si è perso nel rumore di chi, dopo averlo osannato, ora lo detesta.

LA SINISTRA PER SCIOGLIERE I SUOI NODI DEVE SCIOGLIERSI

La sinistra da anni vive subendo il ricatto di forze moderate insignificanti elettoralmente. Non voglio aggiungere problemi a problemi, ma da quando a sinistra è prevalsa la linea che dice che per vincere bisogna distruggere il proprio passato si è sempre perso. Credo che la classe dirigente di sinistra che ha guidato i partiti dopo l’89 ha affrontato impegni gravosissimi, ma non ha capito, e non lo capisce tuttora, che c’è un momento in cui si saluta a centrocampo e si lascia che la squadra si riorganizzi con altri allenatori, altri calciatori, preferibilmente giovani, purchè si mantenga la stessa maglietta. Salvini potrà durare molto o capottare in parcheggio un’altra volta. La sinistra deve sciogliere i suoi nodi, cioè sciogliersi. Ciò che si può recuperare per il futuro è quel passato che scavalca la Seconda Repubblica. Dopo il 92 non salverei nulla.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La crisi M5s-Pd dopo l’Umbria e il rischio di voto

Giallorossi in fibrillazione per la sconfitta alle Regionali. Ma Di Maio, col Movimento agitato, non può sfasciare tutto. I dem vogliono evitare le urne in sessione di bilancio. E Renzi non ha ancora testato la sua Italia viva. Così si resta al governo. Manovra e "contratto" permettendo.

E ora, come ripartire? Dopo la sconfitta alle elezioni regionali in Umbria, il campo dei giallorossi è ancora minato. Gelidi i rapporti tra Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, che si ritrovano senza una strategia comune. Il premier guida il fronte della responsabilità, che nel governo annovera Dario Franceschini e Roberto Speranza. Si tratta del fronte di chi non vuole trasformare ogni voto in un test per l’esecutivo e pensa che solo un’alleanza politica possa dare radici al governo.

I CINQUE STELLE VOGLIONO METTERE BANDIERINE

Ma il capo del Movimento 5 stelle, che tra i grillini si gioca la leadership, vuole poter sbandierare tagli alle tasse e altre “battaglie di bandiera”: propone di tornare al “contratto” per segnare il patto tra diversi. Cosa farà il Parito democratico? Dice un dem: «È lampante che si sta insieme per costrizione, non per convinzione. Così il governo non dura».

manovra conte di maio evasione fiscale
Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. (Ansa)

MA SUL “CONTRATTO” IL PD FA MURO

Proprio la parola “contratto” ha fatto rabbrividire gli alleati: è come un avviso di sventura. Da Palazzo Chigi in serata è filtrato che Conte non ha avuto modo di leggere la proposta di Di Maio che chiede di dettagliare in un contratto come quello gialloverde il programma di governo. Ma da quel modello aveva preso le distanze alla nascita del “Conte 2”. E lo stop del Pd è totale: «Per noi non cambia nulla, abbiamo detto no al contratto dall’inizio e non è che, come sulla manovra, a ogni occasione si mette in discussione tutto».

LA SUGGESTIONE DI DRAGHI A PALAZZO CHIGI

Tra l’altro nel giorno dell’addio di Mario Draghi alla Banca centrale europea è tornata a circolare l’idea di un suo approdo a Palazzo Chigi, ma appare poco più di una suggestione. Ora c’è da affrontare la manovra: un vertice di governo, tra martedì 29 e mercoledì 30, dovrebbe servire a trovare l’intesa politica sui nodi ancora aperti nel testo, dalle partite Iva alla famiglia, dalle microtasse al cuneo fiscale, che Di Maio chiede di ridiscutere. La riunione però rischia di assumere i toni di una “verifica” dell’alleanza.

mario-draghi-premier-giancarlo-giorgetti-lega
Mario Draghi.

NON C’È ALTERNATIVA AL FRONTE COMUNE

Le Regionali in Emilia-Romagna a fine gennaio 2020 rischiano di diventare un nuovo test letale. Ma, come spiegato anche da Franceschini agli alleati di governo, non c’è altra prospettiva che far fronte comune, per battere la destra. E farlo cercando un’intesa per volta sulle cose da fare, litigando semmai in silenzio e non sulla scena, perché fa perdere voti. Matteo Renzi promette di fare nuovi proseliti in parlamento, magari anche tra Forza Italia, e continuerà a marcare le sue battaglie.

QUELLA SPINA CHE NON SI PUÒ STACCARE

Intanto il percorso della manovra in parlamento rischia di diventare un calvario di richieste e litigi. Può davvero precipitare tutto fino al voto anticipato? Il Pd, che evoca le urne, si può permettere di aprire la crisi in sessione di bilancio. Tantomeno possono farlo Di Maio, in piena bagarre M5s, o Renzi, che ancora non ha “testato” il suo partito nelle urne. Ecco perché alla fine resteranno tutti insieme forzatamente, un po’ come in quella foto di Narni.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Powered by WordPress | Designed by: diet | Thanks to lasik, online colleges and seo