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I Tory di Johnson crescono, come la paura di una hard Brexit

Secondo i sondaggi i conservatori sono in netto vantaggio. Se alle elezioni del 12 dicembre BoJo arrivasse alla soglia di sicurezza di 330 seggi, allora Londra procederebbe con un taglio netto delle trattative con Bruxelles.

Fra un mese avremo scoperto se Boris Johnson e i suoi conservatori hanno stravinto, vinto, o perso le elezioni politiche del 12 dicembre e solo nel primo e nel secondo caso potremo dire che il nodo Brexit è stato sciolto. Si saprà venerdì 13 dicembre. Probabilmente ci sarà, ma potrebbe anche non esserci, una risposta chiara – sì alla Brexit – e finirà, o passerà alla fase due, questa lunghissima tragicommedia amletica che la politica britannica ha messo in scena per la delizia di pochi e la noia, ormai, di molti. 

I CONSERVATORI GUADAGNANO CONSENSI

La prima cosa certa è che i conservatori aumenteranno i consensi rispetto ai meno di 300 (causa defezioni ed espulsioni) deputati attuali e se sfuggirà loro la maggioranza sarà per un soffio, mentre sembrano invece destinati a conquistarla con margini di tutta tranquillità. E la seconda certezza è che i laburisti sicuramente non vinceranno e potrebbero perdere malamente, inanellando la quarta sconfitta consecutiva in meno di 10 anni. Nonostante questo però se i conservatori non hanno il balzo sperato e indicato oggi dai sondaggi, il molto problematico leader laburista Jeremy Corbyn potrebbe riuscire a ottenere la premiership come capo di un governo di coalizione formato da laburisti, liberaldemocratici e nazionalisti scozzesi, oggi l’un contro l’altro armati (soprattutto laburisti e liberaldemocratici che mai si sono amati) ma difficilmente capaci di resistere alla tentazione di fare di Boris Johnson il capo dell’opposizione

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A metà novembre tutto sembra ancora possibile anche se la vittoria dei conservatori è data per molto, molto più probabile di una loro sconfitta. Il giudizio più elaborato dei maggiori esperti elettorali britannici concorda con quello più grezzo e istintivo degli scommettitori, scatenati su un evento come questo secondo referendum Brexit sotto le mentite spoglie di elezioni politiche anticipate. In questi giorni gli scommettitori danno a Johnson il 62% di probabilità di una maggioranza, vedono al 35% la possibilità di un parlamento senza maggioranza e quindi forse una coalizione anti-Tory a guida laburista, e danno solo il 3% all’ipotesi di una supremazia corbynista.

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Il leader laburista Jeremy Corbyn.

TRA CORBYN E JOHNSON È GARA DI IMPOPOLARITÀ

Secondo il professor Sir John Curtice della Strathclyde University, massima autorità di meccanismi elettorali, una certezza è che i laburisti hanno zero possibilità di uscire primo partito dal voto, e non solo per la scarsa popolarità del loro leader Corbyn, poco apprezzato da almeno tre quarti dell’elettorato. Nemmeno Boris Johnson è amato e tantomeno rispettato, a parte il nocciolo più duro dei brexiteer conservatori che sperano da lui la vittoria nella crociata nazionalista. La conclusione dice Curtice è che siamo di fronte a una «gara di impopolarità». 

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I sondaggi danno i conservatori poco sotto quota 40% con una dozzina e oltre di punti di distacco dai laburisti; terzi ben sotto il 20% i liberldemocratici e quarti, ma sotto il 10% e in continua erosione, i “faragisti” del Brexit party di Nigel Farage, svuotato da un partito conservatore diventato altrettanto brexiteer. Ci sono poi i nazionalisti scozzesi, terzo gruppo parlamentare della legislatura appena conclusa dopo conservatori e laburisti, ma sono un caso a parte, geograficamente delimitato. Potrebbero comunque pesare in una coalizione, nel caso di un difficile ma non impossibile semiflop dei consevatori, perché aumenteranno i consensi tornando ai circa 50 deputati che conquistarono nel 2015. 

LA PARTITA DEI COLLEGI LOCALI

Nel sistema elettorale britannico i sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto possono facilmente essere smentiti da una serie di realtà e personalità locali nei 650 collegi dove vige il maggioritario secco e prende il seggio chi ha più voti senza nessun tipo di recupero nazionale per quelli che seguono. Gli esperti, e Curtice fra questi, considerano quindi anche le dinamiche nei collegi più contendibili e la conclusione è che al momento Johnson può contare, teoricamente, su una maggioranza sicura in grado di consentirgli di portare avanti la Brexit che vuole, e cioè probabilmente fra un anno una hard Brexit con poche o nulle intese con Bruxelles. Qualcuno parla di 360-370 seggi ai conservatori, oggi tutti brexiteer dopo la recente espulsione a ottobre dei moderati

A CACCIA DELLA SOGLIA DI SICUREZZA DI 330 DEPUTATI

Per governare con un minimo di tranquillità occorrono, nel parlamento di 650 seggi, non meno di 330 deputati che sono quanti David Cameron conquistò nel voto del 2015 e quanti ne aveva il  suo successore Theresa May quando nel giugno del 2017 andò al voto anticipato per rafforzarsi e finì invece per perderne 13. Le previsioni  fatte allora furono clamorosamente smentite; due settimane prima del voto ai conservatori venivano attribuiti 364-396 seggi e il giorno del voto 337-366 con un solo analista/sondaggista, YouGov, che diceva 302. Ai laburisti invece ne venivano attribuiti prima 180-212 e poi 207-227 e ne ebbero 262. 

L’IDENTITÀ CONFUSA DEI LABURISTI

È anche sulla base di questo clamoroso precedente, appena due anni fa,  che molti sono restii a dare per scontata la netta vittoria di Johnson e della sua Brexit ma le cose in due anni sono cambiate. Soprattutto c’è un partito laburista che non ha saputo dare agli elettori una chiara prospettiva, a forza di non voler scegliere fra leave e remain per paura di alienare una delle due anime che lo abitano, e per rispondere alle complicazioni mentali del suo leader Corbyn che vorrebbe una “sua” Brexit tutta a sinistra ma ha fra le mani un partito a maggioranza remain. Mentre nel 2015 il Labour è andato assai meglio del previsto perché riusciva a sembrare un remain party ai remainer e un leave party ai leaver, oggi rischia di andare male o anche malissimo perché sembra diventato un leave party  ai remainer e un remain party ai leaver. E questa è solo una delle differenze con due anni fa.

Boris Johnson.

I DUE SCENARI POSSIBILI

Per il professor Curtice esistono due scenari: o una netta vittoria di Johnson e la partita è chiusa, o un parlamento bloccato senza chiara maggioranza. Per farcela i conservatori devono mantenere nei sondaggi fino all’ultimo un distacco di almeno 7-6 punti sui laburisti. Se finiranno sotto i 320 deputati hanno perso, se saranno a 320 o due o tre sopra avranno bisogno del sostegno degli Unionisti dell’Irlanda del Nord, come ha fatto May dopo il 2017, e non sarà facile perché gli Unionisti si sentono abbandonati dalla Brexit di Johnson. In questo scenario non è impensabile un governo di coalizione, con pochi seggi di maggioranza, fra laburisti, scozzesi e liberaldemocratici, guidato da Corbyn, finché dura, fino alla negoziazione cioè di una “nuova” Brexit e al referendum popolare che la  accetta o preferisce il remain. Ma è un’ipotesi appesa a un filo. Per ora Johnson è in netto vantaggio. 

LE CONSEGUENZE DELLA HARD BREXIT DI BOJO

La conseguenza sarebbe, probabilmente, un taglio traumatico dopo un anno di stentate trattative. Johnson e i suoi vogliono una Gran Bretagna corsara che porti via business al continente con una deregulation spinta e una tassazione competitiva per le imprese e i ricchi. È più che possibile che la maggioranza degli inglesi, in particolare gli inglesi che sono però la grandissima maggioranza dell’elettorato del Regno Unito, li segua. È chiaro, o dovrebbe esserlo, che fuori dalla Ue il Paese si isola, e comunque vada non sarà facile sostituire un mercato come quello attuale europeo, a totale libero accesso. Ma domina una grande ubriacatura di nazionalismo, con il sogno di un impossibile ritorno al passato e un disprezzo molto inglese per i continentali, oltre che per gli scozzesi e altri.

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«È strano per un Paese scegliere di essere meno prospero e di pesare meno nel mondo», scrive Chris Patten, l’ultimo governatore britannico di Hong Kong, ex commissario Ue e oggi Chancellor dell’Univerisià di Oxford. «Alcuni dicono che non ha importanza. Ma vediamo che cosa succederà quando avremo meno soldi per tutto ciò che vogliamo fare come Paese e come individui. Le promesse e le previsioni legate alla Brexit verrano presto testate dalla realtà. Quando lo saranno, non vorrei essere uno dei  brexiteer di Boris Johnson».

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Lo psicodramma Brexit durerà ancora decenni

Il groviglio politico e burocratico sembra ormai inestricabile. Ma questa vicenda ha già cambiato profondamente i cittadini del Regno unito.

Il grande psicodramma che sta cambiando profondamente il Regno Unito durerà ancora a lungo, decenni forse, con continui scambi di accuse sui veri traditori del Paese: sono quelli che avrebbero voluto uscire dalla Ue scrollandosi anche la polvere dai calzari o invece quanti avrebbero voluto rimanervi?

Come ha detto Helen Lewis di The Atlantic durante un recente show Bbc, il tanto invocato «let’s deliver Brexit», realizziamo la Brexit, equivale a un «voglio partorire (deliver in inglese si usa anche per indicare il parto dei mammiferi, ndr) e poi torno a dormire tranquillamente e a leggere un mucchio di bei romanzi».

Non funziona così, e uscire dalla Ue non è in sé una panacea, se non psicologica per chi intende rimarcare la propria isolana estraneità al continente. Tuttavia i tempi tecnici di una qualche decisione, che inevitabilmente dovrà coinvolgere l’elettorato visto lo stallo fra governo conservatore fortemente pro Brexit e parlamento, si stanno avvicinando.

BORIS JOHNSON NON RIUSCIRÀ A REALIZZARE LA BREXIT IL 31 MARZO

È molto difficile che il premier Boris Johnson ottenga – probabilmente il 28 ottobre – di poter finalmente indire elezioni anticipate il 12 dicembre. Le regole approvate nel 2011 dicono che per avviare l’iter elettorale occorrono i due terzi dei voti parlamentari, cioè 434, e ai conservatori mancano quindi 150 voti da raccogliere nelle opposizioni. I laburisti si asterranno, hanno detto. E quindi i 150 voti proprio non ci saranno. Le opposizioni, e il Labour per primo nonostante le sue note ambiguità circa la Brexit, hanno interesse a far vedere agli elettori che la promessa di Boris Johnson di uscire dalla Ue il 31 marzo, deal or no deal, con un accordo o senza, erano e sono solo parole.

Il parlamento del Regno Unito.

Un’intesa fra Johnson e Bruxelles c’è stata e il parlamento ha deciso di considerarla una base accettabile con un primo voto martedì 22 ottobre, per rifiutare però 17 minuti dopo con un secondo voto una lettura al galoppo delle 110 pagine di clausole legali. Serviranno parecchi giorni, Johnson dice che lui comunque il 31 marzo lascerà l’Ue, ma non potrà farlo. La campagna elettorale ci sarà, ma solo quando sarà chiaro che Johnson non ha potuto scavalcare il parlamento e realizzare il mandato referendario del 2016 senza il suggello dell’assemblea.

LE ELEZIONI SARANNO UN NUOVO REFERENDUM SULL’USCITA DALL’UE

Arrivando al voto con la Brexit ancora da realizzare sarà inoltre in lizza Nigel Farage con il suo Brexit party, capace di portare via ai Tory considerevoli quote di elettorato, anche se probabilmente pochi seggi. Se i Tory non ce la fanno, affidiamoci a Farage: è già stata questa alle Europee di maggio la scelta di oltre 5 milioni che hanno fatto del Brexit party la lista più votata. Il voto popolare ci sarà, formalmente elezioni politiche ma di fatto più che altro un secondo referendum sulla Brexit, ma non esattamente quando preferirebbe Boris Johnson.

Su oltre 200 sondaggi di opinione realizzati in due anni con la domanda «uscire o restare» solo meno di una dozzina hanno visto prevalere il leave

Con in più il rischio di non cambiare molto i rapporti di forza e di lasciare tutto ancora aggrovigliato. Un secondo referendum avrebbe la capacità di dare una risposta chiara. Ma sarebbe per molti un tradimento di quello del 2016. Su oltre 200 sondaggi di opinione realizzati in due anni con la domanda «uscire o restare» solo meno di una dozzina hanno visto prevalere il leave. Ma sono sondaggi, e serve a poco ricordarli a chi così ha votato, e vinto, nel 2016.

NESSUNO PARLA DI QUANTO COSTA USCIRE DALL’EUROPA

La grande capacità mediatoria della politica britannica, che in altri tempi avrebbe saputo trovare l’accettabile compromesso – ad esempio un’uscita dalle strutture Ue di tipo più politico a partire dal parlamento, ma il mantenimento di un forte legame istituzional-commerciale e doganale – è andata totalmente perduta. È stata ed è, soprattutto sul fronte Brexit e del partito Tory, una grande sbornia di intransigenza in nome della democrazia.

Il Paese era entrato nel Mec nel 1973 perché gli conveniva economicamente

Senza mai voler ammettere che poiché il Paese era entrato nel Mec nel 1973 perché gli conveniva economicamente, dopo avere osservato per 20 anni i progressi commerciali ed economici dell’Europa continentale e dopo avere sdegnosamente e a più riprese rifiutato dal 1950 di far parte del progetto europeo, prima di decidere sulla Brexit andava spiegato bene quali sarebbero stati i costi. Se entrare era stato conveniente, che cosa significava uscire dall’Unione? Ma chiunque abbia seguito i molti e accesi dibattiti parlamentari degli ultimi mesi non ha mai sentito da parte dei Tory nessun accenno a questo.

L’intransigenza è stata forte da parte dell’ala estrema dei leavers Tory, che ha organizzato all’interno del gruppo parlamentare un partito nel partito attorno a un centro chiamato, ironicamente, European Research Group (Erg), molto lobbismo nessuna research e soprattutto nulla di european. Si sono impadroniti del gruppo parlamentare con il fascino del nazionalismo estremo al quale pochi Tory da tempo sanno resistere e hanno ridotto la vera opposizione interna a un manipolo, a geometria variabile peraltro, di una ventina di deputati.

Dopo la scelta di Johnson come premier fatta da circa 90 mila iscritti al partito su un totale di 160 mila, quasi tutto il gruppo parlamentare vuole, auspica o comunque è pronto ad accettare una no deal-Brexit. Questa porrebbe Londra in una posizione ben singolare rispetto alla Ue, il più grosso mercato mondiale, perché la lascerebbe senza intese di sorta e affidata alle sole tariffe e regole del Wto. Un caso incredibile, se si pensa che su 135 Paesi non Ue membri del Wto ben 58 hanno un accordo comprensivo di commercio con Bruxelles e 47 trattano sulla base di un accesso privilegiato.

IL REGNO UNITO SEMPRE PIÙ SPACCATO AL SUO INTERNO

I cittadini del Regno Unito sono già stati cambiati dalla vicenda Brexit, osserva la professoressa Ailsa Henderson dell’Univeristà di Edimburgo, perché mentre prima avevano come fondamentali parametri identitari nella sfera cultural-politica l’Unione, intesa in senso britannico cioè l’unione di England, Wales, Scotland e Northern Ireland, ora valutano se stessi e il loro gruppo anche in base a una realtà prima meno presente, l’Europa continentale, la Ue. Scozzesi, soprattutto, e gallesi, hanno tradizionalmente visto l’Unione britannica come una forza ma anche come un conflitto tra loro e la dominante Inghilterra, dalla quale molte cose li distinguevano. Ora li distingue anche il rapporto con l’Europa, assai più popolare in Scozia e fra i gallesi (il Galles ha avuto una maggioranza di leave nel 2016 solo a causa dei pensionati inglesi trasferiti nella regione) di quanto non sia in molte parti dell’Inghilterra.

Si vede in arrivo un voto anticipato che, forse, chiuderà questa prima interminabile fase all’insegna dell’irrazionale e dell’ipernazionalismo

La Henderson, e il suo collega Richard Wyn Jones dell’Università di Cardiff, capitale del Galles, hanno guidato un sondaggio realizzato da YouGov in tre delle quattro nazioni del Regno Unito. Emerge, oltre alla nuova variabile europea, una preoccupante e inedita propensione all’uso della forza. Per il 71% degli intervistati sul fronte leave in Inghilterra, per il 60% in Scozia e il 70% nel Galles un po’ di spintoni e qualche ceffone a qualche deputato avversario sarebbe «un prezzo che si può pagare» alla causa Brexit. Un po’ meno violenti, ma non molto meno, i partigiani del remain, convinti che la buona causa giustificherebbe qualche politico malmenato.

Il parlamento del Regno Unito.

Boris Johnson ha ancora rinviato nei giorni scorsi un incontro di routine con la supercommissione parlamentare composta da tutti i presidenti di Commissione dicendo che è troppo impegnato in delivering Brexit. Non si vede come possa deliver alcunché il 31 marzo. Si vede però come la camera dei Comuni sia in grado di eliminare dall’accordo raggiunto con la Ue dal premier a metà ottobre la clausola ambigua che renderebbe perfettamente possibile a fine 2020 una no deal Brexit. E si vede in arrivo un voto anticipato che, forse, chiuderà questa prima interminabile fase all’insegna dell’irrazionale e dell’ipernazionalismo e dirà se Londra è fuori, è dentro o è mezza fuori e mezza dentro.

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