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Zingaretti apre al congresso e a un nuovo statuto

Il segretario dem manda un messaggio al M5s: «Costruire un'alleanza solida o cadono le basi del governo».

Un congresso del Partito democratico nei primi mesi del 2020? «Non lo escludo». A dirlo è stato il segretario dem Nicola Zingaretti ai microfoni di Circo Massimo su Radio Capital. Zingaretti ha spiegato che il partito cambierà «lo statuto perché in 12 anni nessuno ha avuto il coraggio di cambiarlo. Non credo nel partito del capo quindi abbiamo deciso che il 17 novembre per fare il congresso cambieremo lo statuto. Non rinunciamo ai gazebo, il congresso non dura nove mesi ma 100 giorni, sarà basato su tesi politiche, sarà aperto alla società italiana e aprirà la più importante rivoluzione organizzativa di questa fase storica. Quel mix tra confusione modernista e modello novecentesco è stato uno fallimento».

«IL GOVERNO DEVE RISCOPRIRE UNO SPIRITO UNITARIO»

Sulla difficile situazione in cui versa l’esecutivo, Zingaretti è stato altrettanto chiaro. «O si riscopre uno spirito comune o i motivi stessi di questo governo vengono meno e non si può andare avanti. «Quella di Di Maio» che archivia l’intesa col Pd dopo il voto in Umbria, «è una posizione debole, perché il M5s governa col Pd. E vuole governare per altri tre anni con il Pd e non un piccolo Paese dell’entroterra ma la Repubblica italiana. È inutile giocare con le parole: o l’alleanza è unita da una visione del futuro o non c’è. Io credo che questa visione vada costruita al più presto».

«LA SCONFITTA UMBRA NON È FIGLIA DELL’ALLEANZA COL M5S»

E ancora: «È un teorema falso dire che la sconfitta in Umbria sia figlia dell’alleanza tra Pd e M5s». Replica indiretta anche a Matteo Renzi, secondo cui «ora si apre una prateria per Italia viva». «Questa mi sembra una posizione ingenerosa con l’esigenza dell’Italia di avere un’autostrada per se stessa, per il destino delle persone e non per qualcuno di noi. Dobbiamo lavorare insieme. Se riprende una guerra nel campo di forze del centrosinistra gli italiani dicono ‘bye bye’».

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Zingaretti faccia (meglio) la sua Bolognina

Dire oggi che questa cosa che continuiamo a chiamare sinistra si deve sciogliere, non vuol dire «tutti a casa». Al contrario. Vuol dire: «Trovate casa». Ecco perché il segretario del Pd deve imitare Occhetto.

Qualunque cosa si pensi di Achille Occhetto, è indubbio che la sua mossa del cavallo dopo la caduta del Muro di Berlino fu un evento necessario e geniale.

Poi la gestione della fine del Pci avvenne senza una linea culturale e politica, la fretta di abbandonare la vecchia baracca portò a disastri, le rivalità interne esplosero in modo intollerabile.

Occhetto tuttora ne paga il prezzo sia con l’oblio ingiustificato sia con l’eccessivo risentimento verso i successori, anzi in particolare verso uno. Tuttavia l’ultimo segretario del Partito comunista italiano è il simbolo della necessità di sintonizzarsi con un cambio di fase storica.

LA DESTRA ITALIANA È VINCENTE, LA SINISTRA SENZA VISIONE

La destra in Italia è vincente. Lo è da anni e solo due volte Romano Prodi riuscì a batterla in modo un po’ avventuroso con l’Ulivo. La destra ha anche due volte rivoluzionato il sistema politico. Una volta con Silvio Berlusconi e oggi con Matteo Salvini. Il primo si è giovato di Mani Pulite pur dichiarando la propria ostilità verso i magistrati. Il secondo ha ereditato il sommovimento provocato dai cinque stelle e l’assenza di una leadership moderata di destra dopo la fine sconclusionata dell’avventura di Gianfranco Fini.

Rintracciare una politica sociale nei due tentativi del centrosinistra, Ulivo e Pd, è un’avventura imbarazzante

A sinistra abbiamo avuto l’Ulivo e il Pd. Senza essere scioccamente distruttivi, possiamo affermare che né l’uno né l’altro hanno espresso una visione. Rintracciare una politica sociale nei due tentativi del centrosinistra è un’avventura imbarazzante. La politica estera è stata talvolta interventista e militarista e talaltra pacifista. La cultura si è dedicata a distruggere il passato. Il nucleo genetico del Pd, e prima dell’Ulivo, è stato individuato nelle primarie e nel maggioritario. Roba da politologi, sia detto con rispetto. È per questo che Matteo Renzi è il miglior erede di Ulivo e Pd e anche il suo boia.

SERVE RIAFFRONTARE IL TEMA DELLE RADICI CULTURALI

Dire oggi che questa cosa che continuiamo a chiamare sinistra si deve sciogliere, non vuol dire «tutti a casa». Al contrario. Vuol dire: «Trovate casa». La casa della sinistra è il mondo che lavora, sono i senza potere, sono le forze che vivono la complessità della modernità senza impaurirsi. Avete presente Donald Trump? Tutto il contrario. Toni Judt e altri pensatori socialisti hanno scritto pagine formidabili per dare alla sinistra un volto nuovo, assolutamente non nostalgico, ma totalmente calato nella propria missione storica.

Achille Leone Occhetto, ultimo segrario del Pci e primo del Pds.

Si riparte solo se si affronta il tema delle radici culturali della sinistra. Fingere che sia nata sotto un cavolo è obiettivamente una stupidaggine. La sinistra è stata socialista, lavorista e comunista. Di queste esperienze sono tuttora valide, per dirla con Norberto Bobbio, le domande. Sono invece inutilizzabili le risposte, ad esempio quella comunista.

Senza la sinistra la parola “progresso” sarebbe stata impronunciabile in questo Paese

La sinistra italiana non deve però fasciarsi la testa. Solo un mondo di intellettuali e di giornalisti cretini può ignorare che senza la sinistra la parola “progresso” sarebbe stata impronunciabile in questo Paese. Solo la codardia accademica porta oggi a ignorare il grande e spesso positivo ruolo della Dc per poter affermare la grande bugia che il potere è sempre stato nelle mani dei comunisti. Solo la viltà degli intellettuali di sinistra impedisce di dire con franchezza che Bettino Craxi fu un avversario dei comunisti, ma su molti punti aveva visto con anticipo molte temi.

IL SOCIALISMO LEGATO ALLA LIBERTÀ È ANCORA LA PROSPETTIVA DI FUTURO

Si riparte dal tema della società che vogliamo. Battiamoci contro le caricature. Non immaginiamo un modo tutto infiocchettato, ma non vogliamo vivere in società fondate sull’odio verso chi sta male, il diverso, lo sfortunato. Nel conflitto la sinistra ci deve stare, lo deve accettare, lo deve persino promuovere ma deve schierarsi con il più debole. Quella sciagurata della ministra Teresa Bellanova scopre oggi il merito: ma come le viene in mente che milioni di disoccupati lo siano per loro colpa e non per “merito,” di una classe dirigente che ha portato, senza merito, lei così in alto? Si deve dire che il tema del socialismo legato alla libertà è ancora oggi la vera prospettiva per il futuro, che le teorie liberiste hanno fallito, che lo stato deve cambiare ruolo ma è necessario, che senza welfare la società si imbruttisce, che l’impresa è centrale ma deve vivere nella società reale non fuori e contro.

ZINGARETTI SEGUA L’ESEMPIO DI OCCHETTO EVITANDO I SUOI ERRORI

È necessario, infine, avere un partito. Non un movimento, un alberello, un fiore, una cosina, ma un partito a cui ci si iscrive, in cui ci si conta, i cui dirigenti se falliscono vanno a casa, e se falliscono gravemente vanno a casa per sempre. Un partito che assomigli a quella cosa lì che un tempo chiamammo Partito comunista, cioè un partito che è dappertutto, di cui chi ha bisogno sente la presenza generosa e chi è di destra sente il fiato sul collo. Un partito però che non voglia il comunismo, risposta sbagliata e domande vere. È per questo che penso che bisogna sciogliere questi partiti finti di oggi.

Questa storia che la sinistra non può chiamarsi tale, lasciamola a Renzi

Serve un gesto di coraggio di una classe dirigente che ponga il tema della ricostruzione chiamando ad assemblee popolari su tesi anche contrapposte in cui si esprimeranno tutte le opzioni di sinistra. Di sinistra, però. Questa storia che la sinistra non può chiamarsi tale, lasciamola a Renzi. Devo confessare che Renzi mi sta persino simpatico in questa caparbietà distruttiva. È ossessionato. Almeno Salvini si consolava con un bel moijto e una birretta. Vorrei che Nicola Zingaretti imitasse Occhetto nel gesto storico, sapendo – allora anche lui c’era – quali sono gli errori da evitare. È tornato il momento in cui la sinistra per rinascere deve cambiare radicalmente.

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La sconfitta in Umbria fa esplodere la tensione tra Renzi e Zingaretti

Scambio di accuse al vetriolo tra il segretario dem e il leader di Italia viva. E nel Pd cresce la fronda degli orfiniani che premono per staccare la spina al governo.

Il Partito democratico non ha più intenzione di sobbarcarsi da solo il ruolo di partito della stabilità, mentre gli alleati fanno i fenomeni, specie Italia viva. O c’è una comune visione del futuro del Paese, o meglio porre fine all’esperienza giallorossa. È questo, in estrema sintesi, il messaggio che Nicola Zingaretti ha recapitato agli alleati di governo, specie a Matteo Renzi, con il quale c’è stato un duro scambio di accuse, sulla responsabilità della disfatta umbra e sulle prospettive di gestione della coalizione.

ORLANDO INVOCA UN CONGRESSO PER IL RIPOSIZIONAMENTO DEL PARTITO

Ma il segretario dem deve fare i conti anche con l’impazienza di Base riformista, che gli chiede di rilanciare l’iniziativa politica, e le critiche aperte dei “giovani turchi” di Matteo Orfini. Mentre Andrea Orlando definisce «urgente» un congresso del Pd per un «riposizionamento strategico del partito», a prescindere da come andrà l’alleanza con il Movimento 5 stelle. Quanto al governo, avvertono i vertici dem, se si va avanti così tra litigi e rivendicazioni, è «inevitabile» staccare la spina.

ZINGARETTI PUNTA IL DITO CONTRO IL CAOS ATTORNO ALLA MANOVRA

Ad aprire la polemica è stato proprio Zingaretti, il quale ammettendo la «netta sconfitta», ha detto che essa «conferma una tendenza negativa del centrosinistra consolidata in questi anni in molti grandi Comuni umbri»; come dire che il trend negativo si è aperto con Renzi segretario. E poi «non ha aiutato il caos di polemiche che ha accompagnato la manovra economica del governo», con Italia viva sempre pronta a smarcarsi. Renzi non c’è stato e ha rintuzzato: «una sconfitta scritta, figlia di un accordo sbagliato nei tempi e nei modi», «fatto in fretta e furia, senza un’idea condivisa». E poi «la foto di Narni non ha aiutato» perché ha politicizzato una corsa già difficile.

L’AVVERTIMENTO LANCIATO DA RENZI

Le parole di Renzi più allarmanti per Zingaretti riguardano però l’atteggiamento che Italia viva avrà in futuro: «Noi stiamo dando una mano e continueremo a farlo: nei prossimi mesi continueremo con le nostre proposte». Quindi continuerà a fare il corsaro smarcandosi sulla manovra e gli altri provvedimenti del governo. Di qui la reazione di Zingaretti, dopo una riunione al Nazareno con la segreteria: serve «una nuova solidarietà nella coalizione» perché «il governo Conte non può essere un campo di battaglia quotidiana”»; «l’alleanza ha senso solo se vive in questo comune sentire delle forze politiche che ne fanno parte, altrimenti la sua esistenza è inutile e sarà meglio trarne le conseguenze».

IL SEGRETARIO NEL MIRINO DEGLI ORFINIANI

Sul fronte interno Zingaretti non ha grandi problemi con Base riformista. Certo Andrea Marcucci ha invitato a non replicare alle prossime regionali l’esperienza umbra, non prima di vedere come va al governo l’accordo col M5s; così come fa Anna Ascani. Ma la componente di Lorenzo Guerini e Luca Lotti non affonda, chiedendo però al segretario di riprendere l’iniziativa politica e non subire gli alleati. Le critiche arrivano da Matteo Orfini, da sempre contrario all’alleanza con i pentastellati. E l’altro “giovane turco” ,Francesco Verducci, parla di responsabilità della segreteria nazionale, che elenca: «aver ‘giustiziato’ Catiuscia Marini, a prescindere dal merito dell’indagine e senza alcuna discussione politica; aver voluto il voto il prima possibile, con ricadute enormi che avrà a cascata sull’Emilia-Romagna; aver composto liste chiuse ed escludenti, senza alcun riscontro nella società, figlie di un feroce controllo correntizio». Dario Franceschini, sponsor dell’alleanza strategica Pd-M5s ammonisce: «Non è particolarmente acuta l’idea che poiché anche presentandoci insieme abbiamo perso l’Umbria, è meglio andare divisi alle prossime Regionali. L’onda di destra si ferma con il buon governo e con l’allargamento e l’apertura delle alleanze, non di certo ridividendoci».

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Il disastro in Umbria dimostra che l’alleanza strategica M5s-Pd non esiste

Il Conte bis aveva senso se avesse liberato forze desiderose di fermare l’avanzata della destra. Non è accaduto. È stata solo una scorciatoia che ha portato al burrone. Ora a Zingaretti non resta che rifondare un partito di sinistra e socialista. Dall'opposizione.

In Umbria la sconfitta è nettissima e non si tratta solo di un voto locale. L’onda di destra è ancora più forte di prima, persino delle cazzate estive di Matteo Salvini.

Il dato impressionante è il calo drammatico dei 5 stelle che non rimpolpa il Pd che a sua volta perde voti. Fra le ragioni che avevano giustificato l’alleanza di governo, oltre all’obiettivo di mandare a casa il leader della Lega, c’era l’idea che il popolo grillino sarebbe stata la nuova base di una sinistra in crisi. Non è così. Il popolo grillino abbandona Luigi Di Maio e Giuseppe Conte e la base del Pd non si allarga né il concorrente principale, cioè Matteo Renzi, sulla base dei sondaggi sembra aver guadagnato granché. Tecnicamente è un disastro strutturale.

DA PD E M5S SEGNALI DI IRRESPONSABILITÀ

I primi commenti di dem e grillini (pochi), ma soprattutto di Conte rivolti a dire che non cambia niente dopo il voto dell’Umbria sono segnali di irresponsabilità. Il moijto deve essere diventata una abitudine di chi sta al governo. Mi dispiace per gli amici che avevano immaginato come strategica l’alleanza fra Pd e 5 stelle.

La maggiorparte dell’elettorato che si è espresso vuole nettamente riportare al governo la destra tutta intera. Nel campo avverso non c’è una sola ipotesi strategica che stia in piedi

C’è una parte di italiani, cioè quelli che seguono i 5 stelle, che con il Pd non vogliono prendere neppure un caffè. E questo avviene mentre la parte maggioritaria dell’elettorato che si esprime vuole nettamente riportare al governo la destra tutta intera. Nel campo avverso non c’è una sola ipotesi strategica che stia in piedi. Il voto concreto penalizza dem e 5 stelle, il voto virtuale dà poco spazio a Renzi oggi molto avverso a quella alleanza di governo che ha fortemente voluto per poter fare con comodo la scissione.

La neoeletta presidente della Regione Umbria Donatella Tesei festeggia l’esito delle elezioni con il leader della Lega Matteo Salvini a Perugia.

SALVINI È UN POLITICO INCONTENIBILE MA NON UN FASCISTA

Siamo in una di quelle situazioni in cui una classe dirigente si affida due volte al popolo. Gli si affida perché scelga quale proposta preferisce e quali leader vuole che lo rappresentino. Gli si affida perché non si intestardisce a rinviare il voto politico irritando in via definitiva una destra che si sente, giustamente, già vincitrice.

Il governo Conte aveva un senso se avesse liberato forze desiderose di fermare l’avanzata della destra. Non è successo. È stata una scorciatoia che ha portato al burrone

La paura di Salvini non è certo passata dopo questi pochi mesi con Conte che si è buttato a sinistra. Ma Salvini, lo ripeto ossessivamente, non è un fascista, è solo un uomo politico incontenibile che può fare danni. Lo vogliono al governo? Vada al governo. Il governo Conte aveva un senso se avesse liberato forze desiderose di fermare l’avanzata della destra. Non è successo. È stata una scorciatoia che ha portato al burrone. Ora si può fare un passetto più in avanti e si precipita definitivamente o si può provare a salvarsi.

CONTE HA ROVINATO L’IMMAGINE CHE SI STAVA CREANDO

Pd e 5 stelle possono fare anche molte altre alleanze elettorali, ma il tema dell’alleanza strategica non esiste. L’idea dei due popoli che si fondono, cioè di un popolo che cerca capi veri o capi occulti nelle file dei piddini o ex piddini più esperti è una pia illusione. Conte ha commesso l’errore drammatico della vicenda Usa-servizi segreti che ne ha rovinato l’immagine che si stava creando. Ora, come accade ai perdenti, altri scandali intralceranno la sua via. Che fare?

ZINGARETTI DEVE RIFONDARE UN PARTITO DI SINISTRA E RIFORMISTA

Nicola Zingaretti ha un partito che dovrebbe sciogliere e rifondare su una base di sinistra perché l’avanzata della destra, e che destra!, apre una strada a una sinistra radicale e riformista. Non rifiuti neppure il nome, non si combatte la destra con nomi ormai consumati come il Pd o con nomi inventati. Questa roba da rifondare deve essere di sinistra e socialista in modo esplicito. Renzi può giochicchiare quanto vuole ma deve aver capito che non prende voti da Forza Italia. Chi scappa di lì va da Giorgia Meloni. La scissione se voleva dare una scossa al Pd è riuscita, se voleva provocare un sommovimento elettorale è già fallita.

OCCORRE CONVINCERE DRAGHI A DARE UNA MANO AL PAESE

Una sinistra rifondata può fare una proposta di programma, su temi sociali, a quel che diventerà il movimento 5 stelle. Le prime scelte del  governo attuale attorno al cuneo fiscale indicano primi passi programmatici rivolti a parlare ai ceti più indifesi. Un piano straordinario di lavori può fare il resto.

Matteo Renzi può giochicchiare quanto vuole ma deve aver capito che non prende voti da Forza Italia. Chi scappa di lì va da Giorgia Meloni

Bisogna bere l’amaro calice e andare al voto. Bisognerà combattere per non farsi ridurre al lumicino proponendo al popolo di sinistra una forza che mostri di aver imparato dal passato perché è tornata a sinistra e perché ha volti nuovi. Poi si farà opposizione, una opposizione come si deve, a Salvini. Quest’ultimo fallirà per la seconda volta. Nel frattempo una coalizione democratica potrà cercare di convincere Mario Draghi a dare una mano al Paese. Ci vorrà tempo. 

ORA SERVONO INTELLIGENZA, TRASPARENZA E LAVORO

Un consiglio finale: cari compagni di sinistra, smettiamola di dire che bisogna metterci l’anima e altre cose poetiche. È sufficiente metterci intelligenza, trasparenza e tanto lavoro. Salvini si è battuto palmo a palmo tutta l’Umbria i 5 stelle vincevano quando facevano la stessa cosa. Il Pci l’ha sempre fatto. La Dc pure. Da casa si possono fare tante belle cose ma non vincere le elezioni. Ovviamente non ce l’ho con Zingaretti che va viceversa ringraziato perché si è trovato in mano un governo e una alleanza che non voleva e con l’autore dell’operazione che è fuggito. Per fortuna che si è portato via Maria Elena Boschi e Teresa Bella(Razzi)nova, le due voto-repellenti. 

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Zingaretti ha aperto all’alleanza col M5s

Un'intesa futura? Secondo il segretario dem è da verificare. Per contrastare le destre. Intanto il governo va avanti «per i prossimi tre anni».

Il governo andrà avanti. E magari non si fermerà nemmeno al termine di questa esperienza. Le parole pronunciate dal segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti in chiusura dell’assemblea dei sindaci e degli amministratori dem aprono a possibili scenari futuri decisamente imprevedibili prima dell’estate: «Governiamo insieme, sapete che avevo dubbi, ma adesso vogliamo farlo per i prossimi tre anni», ha detto Zingaretti, «va avanti fino a quando riesce a dire e fare qualcosa di utile per il Paese, altrimenti perde di senso».

SI VALUTA ANCHE UN’ALLEANZA FUTURA

E poi, dopo questi tre anni? Niente esclude che lo strano matrimonio tra Pd e Movimento 5 stelle possa proseguire. «Non possiamo non porci il problema», ha detto Zingaretti, che pure aveva nutrito non pochi dubbi sulla coalizione di governo attuale. «Se il 45-48% di Italia si è unito intorno a una rappresentanza politica, l’altro 45-48% che governa insieme ha l’obbligo morale non di fare accordicchi sottobanco di nascosto e non restare fermi a contemplare le divergenze ma trovare punti di convergenza» per verificare «un’alleanza» che non ha importanza, definire o meno «strategica». I partiti che la comporranno, ha aggiunto, «non sono tutti uguali: ci sarà una competizione interna».

«UNA PROPOSTA MIGLIORE DELLA DESTRA»

Il Pd deve costruire un polo che sia «un’alternativa, una proposta migliore della destra con un’idea possibile di sviluppo del Paese», ha proseguito. «Dobbiamo essere una forza nazionale unita, unitaria, plurale. Una forza a vocazione maggioritaria, che parla al Paese, ma non isolata. Di qui l’importanza dei sindaci. Lotteremo per non gettare la spugna e mantenere anche nella nuova legge elettorale lo spirito maggioritario». Intanto ci sono gli impegni di governo: «Dobbiamo condurre una battaglia di verità sulla manovra, che è stata accompagnata da un irresponsabile e sbagliato equivoco, con polemiche nella maggioranza che non le hanno fatto bene», ha detto Zingaretti. «La manovra e i suoi contenuti non solo evitano l’aumento dell’Iva, ma propongono un’idea di futuro possibile per questo Paese fondato su tre parole: crescita, giustizia sociale e green economy», Per Zingaretti «serve una nuova narrazione, sarà il Pd a farla emergere».

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