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Samuel Stern, il nuovo fumetto horror made in Italy

Il 29 novembre arriva in edicola la nuova collana di Bugs comics. Protagonista è un esperto di esoterismo e psicologia, aiutato da un prete esorcista. Perché, come spiegano Fumasoli e Filodoro, «i veri demoni sono dentro di noi».

Capelli rossi, la giusta dose di cinismo, una passione enorme per i libri e l’esoterismo. Il 29 novembre le edicole italiane avranno un nuovo inquilino. Si chiama Samuel Stern ed è un esperto di possessioni demoniache il protagonista della nuova serie di fumetti Bugs comics. Una giovane realtà editoriale nata proprio con l’horror, grazie alla pubblicazione di Mostri, rivista contenitore di fumetti di genere a cui hanno fatto seguito Alieni e Gangster, ispirate al mondo della fantascienza e del noir. Samuel Stern è un ritorno all’horror ma con una chiave moderna, che rielabora paure e mitologie millenarie e le adatta alla realtà liquida dei giorni nostri. Tra l’horror e il thriller psicologico, scava nei dubbi e nelle insicurezze più profonde dell’essere umano, lì dove risiede la vera paura. Il tutto nel contesto di una Edimburgo mistica, sospesa nella tensione tra la sua tradizione e le esigenze di capitale moderna. Un progetto in cui Gianmarco Fumasoli, direttore di Bugs comics, e Massimiliano Filadoro, sceneggiatore, credono fortemente, per rilanciare la tradizione del fumetto nazionalpopolare italiano attraverso il canale in cui è stato storicamente sempre distribuito: le edicole.

DOMANDA: Perché avete scelto il genere horror.
GIANMARCO FUMASOLI:
Perché è il genere per cui batte il nostro cuore e da cui siamo partiti quattro anni fa con le nostre prime pubblicazioni.

Negli ultimi anni il genere è cambiato moltissimo anche al cinema.
GF: Sì, mentre il fumetto italiano è rimasto un pochettino indietro, cercando di allineare produzioni horror Anni 80 e 90 senza parlare delle vere paure di oggi, che non sono più quelle del passato, gli zombi o i vampiri.

E cosa è la paura oggi?
GF: L’idea di essere il male e il bene contemporaneamente, non aver idea di dove stiamo andando. Tutto questo ci spaventa. La paura oggi è non sapere chi siamo e sapere che dentro di te c’è qualcosa che non va.

Internet, tivù via cavo e in streaming, realtà virtuale. L’horror è ovunque. È più difficile far paura oggi?
MASSIMILIANO FILADORO:
Ultimamente il fumetto horror gioca molto a citazioni, rimandi a serie tv e film. Noi, con molta umiltà, cerchiamo di pescare dalla letteratura, anche quella passata, in Kafka o nei racconti di Cortazar. Forse oggi per far paura non bisogna mirare direttamente il bersaglio, ma cercare di raccontare quel vuoto che è attorno all’inconoscibile. Che non sono i mostri, ma l’essere umano e il vuoto che sente dentro.

Il tema di Sameul Stern sono gli esorcismi, un topos molto ricorrente nel genere horror. Come si fa a essere originali e a dire qualcosa che non è stato già detto da letteratura, cinema e fumetti?
GF: Abbiamo completamente rivisto la mitologia demoniaca. Siamo abituati a demoni che arrivano da fuori e conquistano la loro preda. Oggi viviamo un mondo in cui nessun essere umano si dà la colpa di quello che succede. Vediamo il male solo all’esterno, mai dentro di noi. In Samuel Stern accade esattamente il contrario.

Ovvero?
GF:
I demoni non arrivano da fuori, nascono dall’ombra dentro l’uomo e sono figli dell’uomo, di ciò che reprimiamo, delle violenze subite che non tiriamo fuori. Su questo innestiamo poi la mitologia classica demoniaca.
MF: Il comprimario di Samuel Stern, padre Duncan, è un prete esorcista che porta con sé tutta la mitologia cattolica. C’è quindi questa frizione e contraddizione creativa tra l’idea di un male esterno che è quello di Satana, precedente all’uomo, e la scoperta di una realtà in cui i demoni sono generati da noi stessi. Due mitologie che entrano in conflitto.

Perché avete scelto proprio Edimburgo per ambientare la vostra storia?
GF:
Cercavamo qualcosa di originale. Non una classica metropoli, ma una bella città che ci offrisse un contesto sfruttabile per una bella storia horror. Edimburgo è un po’ la Torino del Regno Unito e ha tantissime location perfette per l’esoterismo. Ed è così anche per i suoi dintorni, una cosa che ci ha permesso di non chiudere Stern dentro la città ma di farlo muovere.

Che relazione c’è tra Samuel Stern e Dylan Dog?
GF:
Io ho 44 anni, Massimiliano un paio più di me. Da appassionati del genere abbiamo vissuto la Acme e Dylan Dog, ma quando si va sul nazionalpopolare e si affronta un genere, si viene messi a confronto sempre con gli stessi modelli. Avessimo fatto il western, il metro di paragone sarebbe stato Tex, con la fantascienza avremmo ci avrebbero paragonato a Nathan Never. Invece è tutto un bagaglio che comprende una lunga serie di filoni narrativi e cinematografici.

Graphic novel e fumetto: Toni Servillo ha affermato che la prima è paragonabile alla letteratura, il secondo no. Cosa ne pensare?
GF:
Premettendo che lo stesso Servillo ha poi ritrattato le sue affermazioni, io credo che in Italia ci sia la tendenza a pensare che il fumetto nazionalpopolare sia un contenitore di cose brutte, storie per bambini, e che si senta il bisogno di elevare la lettura creando una distanza con la graphic novel. Ma il fumetto è fumetto, non è un termine spregiativo, è narrazione per immagini, da Zerocalcare a Dylan Dog, da Samuel Stern alle graphic novel. Le belle storie non stanno solo nelle graphic novel, sono dove tu le scrivi.

Come canale di distribuzione avete scelto le edicole, che in Italia continuano a chiudere. Una scelta coraggiosa?
GF:
Se parliamo di numeri di punti vendita le edicole sono 10 volte più numerose di fumetterie e librerie. Solo i tabaccai sono di più e non vendono fumetti. Sì, ce ne sono meno che in passato, ma forse perché erano troppe e perché sicuramente i nuovi media hanno tolto una fetta di mercato. Inoltre le edicole sono capillari, non la devi cercare, la trovi quando esci di casa, e noi vogliamo rendere semplice trovare Samuel Stern.

Ok, ma la gente compra ancora i fumetti in edicola?
GF:
Molti dicono che non va più, che funziona solo se in fumetteria. Ma io credo che il problema è che non fanno uscire prodotti da edicola. Si scrive sempre per nicchie più ristrette, fino ad arrivare a scrivere per se stessi. L’operazione inversa è quella di provare a fare un prodotto che possa arrivare a più persone.

In che senso?
GF:
Come diceva Umberto Eco, esiste un racconto chiuso e uno aperto. Quello aperto presuppone la conoscenza da parte del lettore del bagaglio culturale di chi scrive, senza il quale si rischia di non comprendere lo scritto. Il racconto chiuso ha invece una struttura specifica creata sulla base degli elementi della narrazione, che attraverso a una serie di plot twist porta a un finale. È più semplice da leggere per tutti ma più difficile da fare, almeno all’inizio, perché bisogna creare una struttura narrativa forte, in questo caso un’identità editoriale forte. Noi oggi abbiamo un personaggio che ha preso il timone della sua vita, così ben definito che si scrive da solo.

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