Monthly Archives: Gennaio 2020

Seattle shooting: Manhunt after one person killed and seven wounded

One person was killed and seven others wounded when a gunman opened fire in the city centre.

Australia fires: Canberra Airport shut down amid blaze threat

Flights are cancelled out of the Australian capital as bushfires intensify across the nation's south-east.

Per il Mit sulla A7 c’è un viadotto che va ricostruito

È lo Scrivia Pietrafraccia, che risale agli Anni 30. E dopo le ispezioni scatta il piano di emergenza preventivo per il Velino sulla A12. Entrambe le strutture si trovano a Genova.

Nel tratto genovese della A7 c’è un viadotto che secondo gli ispettori del ministero dei Trasporti deve essere «completamente ricostruito». Si tratta dello Scrivia Pietrafraccia, che risale agli Anni 30. Secondo l’ispettore Placido Migliorino, sia su questo ponte sia sullo Scrivia Arnasso, sono stati risontrati «avanzati stati di ammaloramento, in particolare in travi delle campate esterne». E per quanto riguarda il primo «bisogna entrare nell’ottica, vista l’età di 90 anni, di rifarlo completamente».

PIANO DI EMERGENZA PER IL VIADOTTO VELINO SULLA A12

Il Mit e Autostrade per l’Italia, inoltre, hanno concordato un piano di emergenza preventivo per monitorare eventuali movimenti del viadotto Velino sulla A12, tra Genova Est e Genova Nervi, in caso di allerta meteo. È uno dei “sorvegliati speciali” dalla procura di Genova, che indaga sui mancati lavori di manutenzione da parte di Autostrade. La misura è stata presa dopo le ispezioni effettuate dal ministero su cinque infrastrutture in A12 ed è la prima volta che accade sulla rete autostradale ligure. La parte centrale dell’impalcato deve essere ripristinata e per compiere le necessarie attività propedeutiche è stata disposta la chiusura della carreggiata Est fino alle ore 6 del 23 gennaio. I veicoli diretti verso Sestri Levante transiteranno sulla carreggiata opposta, quella Ovest, dove è stato istituito il doppio senso di marcia.

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Che fine farà il M5s dopo l’addio di Luigi Di Maio

Nel Movimento rischia di scoppiare il tutti contro tutti dopo l'addio di Di Maio. Nodo principale: aprire al Pd o porsi come alternativa a destra e sinistra? Primo bivio in Campania. Capitolo leadership: potrebbe correre Di Battista (in quel caso addio dem), ma avanza la Appendino. Mentre Grillo osserva preoccupato.

E adesso? Dopo il passo indietro di Luigi Di Maio si annuncia un periodo di caos dentro il Movimento 5 stelle, arrivato al momento del suo Big Bang. Uno scoppio che potrebbe portare al tutti contro tutti, ora che non c’è più la figura del ministro degli Esteri a catalizzare su di sé ogni tensione. Basterà la reggenza di Vito Crimi, uomo della vecchia guardia e vicino al garante Beppe Grillo ma anche all’ala casaleggiana, a rassicurare lo stato maggiore del Movimento? Probabilmente no.

A marzo 2020 arriva la battaglia congressuale, la prima nella storia dei grillini, con mozioni contrapposte e una forza politica potenzialmente scalabile. Un assaggio di democrazia partitita a cui non erano abituati. Il tema non tanto è “chi” guiderà il Movimento, ma piuttosto “dove” andrà.

C’è chi preme per un’alleanza con il Partito democratico e chi, come sostiene lo stesso Di Maio, vuole un Movimento che sia alternativa al centrodestra e al centrosinistra. Una linea che vede peraltro da tempo in trincea Alessandro Di Battista, il cui futuro è tutto da decifrare. “Dibba”, di ritorno dall’Iran, potrebbe anche metterci la faccia e correre per la leadership.

In Campania, per esempio: ci sarà l’apertura al Pd alle Regionali del 2020? Un documento potrebbe certificarla presto. Ma se venisse accettato Vincenzo De Luca candidato, una parte della base protesterebbe. Meglio quindi una figura terza, condivisa tra Pd e M5s. Magari Sergio Costa, ministro dell’Ambiente.

Agli Stati Generali bisogna affrontare un’altra questione, quella della leadership: collegiale o singola? Con la prima opzione sostenuta dagli ortodossi Di Maio, come ha già chiarito a tutti, non sparirà dai radar del Movimento. E il suo riferimento ai sindaci non è stato casuale: voci insistenti nei corridoi parlamentari indicano in Chiara Appendino il possibile futuro. In ticket o da sola. Di certo sponsorizzata dall’ex capo politico.

L’addio di Di Maio era atteso, ma ha comunque spiazzato i parlamentari. Anche se, più di un fedelissimo dell’ex leader, ha sottolineato il ghigno che, dietro l’applauso d’ordinanza, nascondevano eletti e pure qualche ministro. Tanto che un senatore della vecchia guardia non nasconde che, a suo parere, il vero tradimento al leader sia stato messo in atto proprio da chi gli era più vicino. Grillo osserva in silenzio, preoccupato. Preferendo la leadership unica. Bisogna scovare il nuovo Di Maio.

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La Cina mette in quarantena Wuhan, focolaio del Coronavirus

Tutti i voli e i treni in uscita dalla città all'origine dell'epidemia cancellati. Il bilancio dei morti sale a 17. In Europa il rischio ancora "moderato".

La città di Wuhan viene isolata: il trasporto si ferma temporaneamente per contrastare la diffusione dell’epidemia di Coronavirus. Tutti i voli e i treni in partenza dalla città cinese, focolaio del virus, sono stati cancellati. È questa la misura estrema che arriva per fermare l’epidemia di Coronavirus in Cina che avanza e fa un balzo in avanti con il numero ufficiale dei morti più raddoppiato in 24 ore. Se ne contano ora 17 e cresce il numero dei contagiati mentre tutto il mondo fa quadrato per evitare un’espansione ritenuta estremamente pericolosa per il rischio di mutazione del virus in una forma più aggressiva per l’uomo.

IL RISCHIO IN EUROPA MODERATO

Al momento il rischio di arrivo in Europa del Coronavirus scoperto in Cina a fine anno resta ‘moderato’, ma è alta la probabilità di contagio nei Paesi asiatici, sono le conclusioni del parere aggiornato del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc). La Cina ha adottato «severe misure di controllo e prevenzione» per contrastare l’epidemia del Coronavirus, ha assicurato il presidente Xi Jinping durante una telefonata con il collega francese Emmanuel Macron. «La Cina», ha spiegato Xi, «è disposta a collaborare con la comunità internazionale per rispondere efficacemente all’epidemia e mantenere la sicurezza sanitaria in tutto il mondo», ha affermato. Le autorità sanitarie cinesi hanno annunciato oggi la presenza di 440 casi confermati di polmonite causata dal nuovo Coronavirus (2019-nCoV) in 13 regioni.

CINQUE CASI IN ASIA E UNO NEGLI USA

Per quanto riguarda i contagi all’estero, c’è un caso confermato in Giappone, tre in Thailandia e uno in Repubblica di Corea, oltre a quello negli Stati Uniti. E si aggiunge ora un caso sospetto a San Pietroburgo. Se confermato sarebbe il primo in Europa. Sempre dalla Russia arriva anche la notizia di un lavoro avviato per mettere a punto il vaccino. Corsa che vede anche altri scienziati nei laboratori di tutto il mondo. I dati della Commissione rivelano che sono stati rintracciati in totale 2.197 contatti ravvicinati. Tra questi, 1.394 sono sotto osservazione medica, mentre altri 765 sono stati dimessi.

IL CONTAGIO PRINCIPALMENTE PER VIA RESPIRATORIA

Gli esperti hanno anche affermato che la trasmissione respiratoria è la via principale di contagio e che il virus è suscettibile alla mutazione. Preoccupazioni che hanno spinto la città cinese di Wuhan, epicentro del focolaio a invitare a tenersi lontani, cancellando un importante evento del capodanno cinese, nel tentativo di contenere l’epidemia. Intanto dalla Russia agli Usa, dove ha parlato anche il presidente Donald Trump, si moltiplicano le rassicurazioni di interventi per arginare il contagio che però oggi ha visto il virus estendersi a Hong Kong: l’uomo, ora in ospedale, era arrivato da Wuhan con un treno ad alta velocità.

LA COREA DEL NORD VALUTA LA CHIUSURA DELLE FRONTIERE

E la Corea del Nord valuta di chiudere temporaneamente i confini come già fece nel 2003 per la Sars. Anche se mancano ancora molti dati per definire meglio il nuovo Coronavirus cinese, quello che si può dire al momento è che «il suo tasso di letalità sembra essere più basso di quello della Sars», ha spiegato Gianni Rezza, epidemiologo dell’Istituto superiore di sanità (Iss). I medici di famiglia, che sono come sempre la prima linea del servizio sanitario nazionale, hanno deciso di giocare d’anticipo attrezzandosi con una serie di direttive per affrontare l’eventualità che il Coronavirus varchi le frontiere. In Italia il ministero della Salute ha riunito la task force con la presenza di tutti i principali organismi sanitari del paese. Resterà attiva 24 ore su 24. Il modello sostanzialmente è quello costruito sulla base dell’esperienza delle precedenti grandi epidemie, Sars prima ed Ebola dopo.

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Si complicano i piani dell’accusa nel processo a Trump

Il no all'acquisizione di nuove prove è una buona notizia per il presidente. Ma la partita potrebbe riaprirsi col sostegno di alcuni senatori repubblicani. Il punto.

È tutta in salita la strada per l’accusa nel processo d’impeachment contro Donald Trump. I repubblicani hanno respinto gli emendamenti democratici per introdurre nuove prove emerse in parte dopo la messa in stato d’accusa. I dem chiedevano di acquisire dalla Casa Bianca, dal Dipartimento di Stato, dal Pentagono e dall’ufficio budget documenti relativi alla decisione del tycoon di congelare 400 milioni di dollari di aiuti militari per costringere Kiev, secondo l’accusa, ad aprire un’inchiesta sul suo rivale nelle presidenziali Joe Biden e il figlio Hunter. E volevano chiamare a testimoniare l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, il chief of staff Mick Mulvaney e altri due consiglieri della Casa Bianca. Ma sono stati sconfitti su tutta la linea.

IL VOTO CRUCIALE SULLE NUOVE MOZIONI

Il Grand Old Party ha quindi approvato la risoluzione del suo leader Mitch McConnell. Unico punto messo a segno dai dem è aver strappato tre giorni, anziché due, per spalmare le 24 ore a disposizione per presentare il caso. Una concessione ottenuta grazie ai mugugni di alcuni senatori repubblicani. Anche la difesa, guidata dall’ avvocato della Casa Bianca Pat Cipollone, avrà lo stesso tempo: da sabato a martedì (esclusa la domenica). Poi, tra mercoledì e giovedì prossimi, sono previste 16 ore per le domande (in forma scritta) dei senatori. Solo dopo questa fase la risoluzione McConnell consente di votare eventuali mozioni per introdurre testimoni e documenti. Sarà un momento cruciale, in cui si vedrà se almeno quattro senatori repubblicani voteranno con i dem, altrimenti venerdì 31 gennaio il processo potrebbe già concludersi. Tre sembrano disponibili, tra cui Mitt Romney, il quarto potrebbe uscire da un gruppo di senatori che non temono le ire del tycoon perché non si ricandidano.

I DEM VOGLIONO SENTIRE BOLTON E MULVANEY

I dem puntano a sentire in particolare Bolton e Mulvaney: secondo il Washington Post, alcuni di loro starebbero discutendo privatamente l’ipotesi di uno scambio di testimoni con i repubblicani, offrendo Hunter Biden e il padre. Improbabile invece che si presenti Trump: «Mi piacerebbe andarci», ha detto lasciando Davos, precisando però che i suoi difensori probabilmente obietterebbero. Il presidente Usa ha aggiunto che preferirebbe un processo più lungo con testimoni, ma che la deposizione di alcuni dirigenti o ex dirigenti del governo come Bolton pone un problema di sicurezza nazionale e di privilegio esecutivo.

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Salvini in Calabria vuole stracciare il Pd

Il leader della Lega a Catanzaro per l'ultima tappa della campagna elettorale. La scommessa: «Vinciamo con 20 punti di distacco. Noi primo partito».

Scommette su un centrodestra vincente in Calabria di 20 punti sul Pd, ma soprattutto spera in un successo travolgente della Lega. Matteo Salvini ha scelto Serra San Bruno e Catanzaro come ultime tappe della campagna elettorale in vista del voto di domenica 26 gennaio. Lanciando, di fatto, la sua Opa sul Sud.

LA SCOMMESSA DELLA LEGA

«Il Pd può dire quello che vuole, perdono con 20 punti di distacco in Calabria. Ve lo firmo. E la Lega potrebbe diventare il primo partito», ha detto il leader del Carroccio a Serra San Bruno. Concetto ulteriormente ribadito al Teatro Comunale di Catanzaro: «La mia sensazione è che la Lega domenica non vincerà le elezioni, le stravincerà».

IN CAMPO IN CALABRIA PER LA PRIMA VOLTA

Se questo risultato dovesse effettivamente concretizzarsi, rappresenterebbe certamente un elemento su cui le classi dirigenti degli altri partiti dovranno riflettere a lungo. Anche perché, come sottolinea lo stesso Salvini, è la prima volta da quando si celebrano le elezioni regionali che la Lega si presenta in Calabria. E se lo fa, racconta l’ex ministro dell’Interno, è perché «troppi politici calabresi per 50 anni hanno rubato il voto dei cittadini. Se avessero fatto il loro lavoro, oggi non sarei qui».

LA COMPOSIZIONE DELLE LISTE

Si spiegherebbe così la composizione delle liste da parte della Lega: «Quasi tutti sono uomini e donne nuovi, sindaci, agricoltori, imprenditori, commercianti, medici. Non abbiamo scelto grandi nomi o quelli che dicono “ti porto 20 mila voti e tanti soldi”, ma calabresi normali. Perché di fenomeni, purtroppo, i cittadini calabresi ne hanno visti anche troppi». Scegliere la Lega, al contrario, significherebbe «fare una scelta di normalità, di buon senso e di futuro». Contro una sinistra «che parla solo di passato, di razzismo e di fascismo».

IN ATTESA DEL GIUDIZIO DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA

Salvini ha poi insistito sui temi affrontati in campagna elettorale: lavoro, sanità, piano rifiuti, valorizzazione delle spiagge, difesa dell’agricoltura e dell’olio d’oliva. «Abbiamo già le idee chiare», ha promesso il leader della Lega, «e metteremo in campo una squadra che ci rende assolutamente tranquili». Anche rispetto alle valutazioni della commissione Antimafia, che il 23 gennaio farà il punto sugli “impresentabili” nelle varie liste.

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Tra Usa e Francia venti di guerra commerciale per la web tax

Il segretario del Tesoro americano Steve Mnuchin: «Pronti a colpire il mercato dell'auto europeo». Il ministro delle Finanze francese: «La tassa sui giganti tech partirà a dicembre».

«Una ‘digital tax’ è discriminatoria per sua natura e la tassazione internazionale è complicata. Ma se si vuole imporre una tassa sulle nostre società, considereremo tasse sulle case automobilistiche». Lo ha detto il segretario del Tesoro statunitense, Steven Mnuchin, a un panel durante i lavori del Forum economico mondiale.

Sulla web tax “siamo d’accordo con il segretario del Tesoro statunitense Steven Mnuchin per un quadro globale comune. Ma se non ci sarà un accordo la Francia non farà un passo indietro, ed è pronta a riscuotere la tassa sulle attività digitali delle grandi imprese globali a dicembre 2020”. Lo ha detto ai giornalisti a margine del Wef il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire.

Nel negoziato con gli Usa, con la telefonata Trump-Macron domenica e il dialogo fra lo stesso Le Maire e il segretario del Tesoro Steven Mnuchin, “abbiamo rifiutato qualsiasi marcia indietro o sospensione della tassa”, ha spiegato Le Maire. “Il Parlamento francese l’ha votata e resta in vigore. L’alternativa a un compromesso costruttivo è la guerra commerciale. E una volta che questa è dichiarata, è molto difficile uscirne”.

Sul’approccio alla web tax “ho parlato oggi pomeriggio con il ministro dell’Economia italiano Roberto Gualtieri, e siamo completamente sulla stessa linea”. Lo ha detto il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire riferendosi alla posizione da assumere nei confronti degli USa sulla web tax. In assenza di un accordo globale attraverso l’Ocse, ha detto Le Maire, “spetta all’Italia decidere”. La Francia applicherà la tassa nazionale.

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Confindustria, che la festa cominci

Con la nomina dei 3 saggi, giovedì si aprono ufficialmente le danze per il dopo Boccia. Il favorito è Bonomi. Mattioli in crescita. Mentre Pasini, Illy e Orsini potrebbero allearsi e puntare su un candidato in grado di fronteggiare il presidente di Assolombarda.

Dopo Boccia in Confindustria, le danze si aprono ufficialmente.

Giovedì 23 gennaio il Consiglio generale è chiamato a scegliere i tre “saggi che dovranno sovrintendere e garantire la regolarità della competizione.

Il primo scoglio per partecipare è rappresentato dalla necessità di presentare come credenziali, insieme all’autocandidatura, il 10% del sistema associativo che firma per sostenerla. Oppure, le firme di 18 membri dello stesso Consiglio generale, che è l’organo che poi il 26 di marzo voterà a scrutinio segreto per eleggere il successore dell’attuale presidente.

I CINQUE CANDIDATI E IL PUNTO DELLA SITUAZIONE

Ecco un piccolo vademecum per fare il punto della situazione, con la premessa che giochi e manovre sotterranee sono in pieno svolgimento. I canditati, come noto, sono cinque: Carlo Bonomi, Andrea Illy, Licia Mattioli, Emanuele Orsini e Giuseppe Pasini.

Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda (Ansa).

CARLO BONOMI. Il presidente di Assolombarda è in vantaggio poiché, primo, la territoriale milanese vale da sola l’8,5% del sistema confindustriale, quindi non ha bisogno di nessuno per candidarsi. Secondo, parte degli accordi che il titolare della Synopo ha stipulato qua e là in tre anni di campagna elettorale stanno tenendo, anche se il Veneto negli ultimi giorni torna a essere diviso in partes tres, come diceva Giulio Cesare della Gallia, e l’Emilia e la Toscana in due tronconi. Dalla sua invece ha il Sud e il Lazio.

Andrea Illy, presidente di Illy Caffè (Ansa).

ANDREA ILLY. Sulla carta probabilmente non ha il 10%, poiché non ha fatto trapelare quali sono le territoriali che lo sostengono. Ma ha fatto invece, a partire da prima di Natale, centinaia di lunghe telefonate a colleghi imprenditori e stakeholder vari di Confindustria chiedendo il loro appoggio. E si è visto spesso con Pasini, che tra i candidati è quello che vanta l’azienda con maggior fatturato.

La vice presidente di Confindustria Licia Mattioli (Ansa).

LICIA MATTIOLI. Ha Torino e una buona fetta di Piemonte e della Liguria e forse Verona, poi fida sul sostegno del Consiglio generale poiché molti nuovi ingressi sono avvenuti durante la gestione della squadra di Boccia, di cui lei è vicepresidente per l’internazionalizzazione. Dovrebbe quasi sicuramente avere il 10% per andare in semifinale.

Il presidente di Federlegno Emanuele Orsini (Ansa).

EMANUELE ORSINI. Conta sulla presenza di Federlegno nei vari territori, sul sostegno dei più importanti imprenditori della sua regione (da Cremonini e la filiera agroalimentare, dalla Motor Valley capeggiata da Domenicali, da Lamborghini, Savorani e Confindustria Ceramica) e poi l’Ance, “cugino di filiera” con Federlegno, la filiera dell’automotive con l’Anfia, e varie territoriali. Anche Orsini dovrebbe quindi superare la soglia fatidica del 10%.

Il presidente dell’Associazione Industriale Bresciana e presidente del Gruppo Feralpi Giuseppe Pasini (Ansa).

GIUSEPPE PASINI. Il proprietario della Feralpi sulla carta appare un po’ più indietro poiché dalla sua, ufficialmente, ha l’appoggio delle territoriali di Brescia e Lecco, e ovviamente di Federacciai, il suo settore di appartenenza. Ma siccome si è mosso moltissimo ed è un fine tattico, potrebbe averle tenute coperte per renderle pubbliche al momento opportuno. Oppure, come molti pensano, costruire un fronte comune con Illy e Orsini per esprimere una candidatura terza che vada a insidiare il dualismo tra Roma e Milano.

LEGGI ANCHE: In Confindustria per il dopo Boccia è guerra anche tra i comunicatori

 LO SCENARIO OLTRE IL 10%

Il punto vero tuttavia è che Bonomi ha accumulato sinora, tra vicepresidenze e incarichi vari promessi in giro, un sensibile vantaggio e la frammentazione dei consensi tra gli altri quattro candidati alla fine fa il suo gioco. Per cui o Illy, Mattioli, Pasini e Orsini mettono a fattor comune i loro sostegni e si muovono su di una linea comune decidendo poi insieme chi deve essere a fronteggiare Bonomi, oppure la partita rischia di essere in salita. Secondo quanto risulta a Lettera43.it, Orsini, profondo conoscitore del sistema associativo, si sta facendo promotore di incontri per porre innanzitutto le basi di un programma comune e poi delle sue conseguenze operative. Si profila un’alleanza per contrastare la corsa del presidente di Assolombarda? L’obiettivo pare essere quello, anche se non è facile viste le tradizionali gelosie tra imprenditori, la resistenza di un “ceto confindustriale” ad accordi di contenuto e non di spartizione di cariche, la tentazione dei più grandi a persistere in atteggiamenti vagamente discriminatori nei confronti di chi ha un fatturato molto inferiore al loro (anche se poi, soprattutto i grandi milanesi, non disdegnano di affidarsi a Bonomi che è titolare di un’azienda molto piccola).

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Libano, il nuovo governo non placa la piazza

Scontri davanti al parlamento all'indomani della nascita dell'esecutivo. Il premier Diab: «La situazione è catastrofica».

Violente proteste a Beirut, nel primo giorno di lavoro del nuovo governo libanese. Nel pomeriggio del 22 gennaio i manifestanti si sono scontrati con le forze di polizia nel centro della capitale davanti al parlamento. Già in mattinata, all’indomani dell’annuncio della formazione del nuovo governo guidato dal premier Hassan Diab, diverse strade nel Paese erano bloccate a causa delle proteste anti-governative in corso. Il ministero degli Interni ha riferito che le strade a Nord, a Sud e a Est della capitale Beirut sono state interrotte da manifestanti. Il clima nel Paese, dunque, resta tesissimo. E il nuovo esecutivo non pare soddisfare la richiesta di cambiamento dei manifestanti, in piazza da ottobre per protestare contro il carovita a la corruzione.

UN PREMIER VICINO A HEZBOLLAH

Il Libano è sull’orlo della bancarotta. Lo stesso Diab ha detto che il Paese si trova di fronte a una vera «catastrofe» e le sfide che attendono il nuovo governo sono immense. Diab, accademico di 61 anni vicino agli Hezbollah filo-iraniani, alla sua prima riunione di governo – dopo una notte intervallata da violenze in diverse città – ha promesso di affrontare la «sfida senza precedenti» che lo attende. «Siamo di fronte a un punto morto finanziario, economico e sociale», ha riconosciuto Diab. «Stiamo affrontando un disastro e dobbiamo alleviare l’impatto e le ripercussioni di questo disastro sui libanesi. Le sfide sono immense, i libanesi sono stanchi delle promesse e dei programmi che non vengono rispettati», ha sottolineato il nuovo premier di Beirut.

Questo è un governo che rappresenta le aspirazioni dei manifestanti

Hassan Diab

Il 21 gennaio, ufficializzata la nascita del nuovo governo, Diab aveva detto: «Questo è un governo che rappresenta le aspirazioni dei manifestanti che si sono mobilitati in tutto il Paese per più di tre mesi. [L’esecutivo] si adopererà per soddisfare le loro richieste di un potere giudiziario indipendente, per il recupero di fondi sottratti, per la lotta contro guadagni illegali».

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L’Agcom sanziona le Tlc: stop al diritto ci cambiare liberamente i contratti

Tim, Vodafone e Wind nel mirino dell'Authority. Nel mirino i costi di ripresa del servizio in caso di credito esaurito

L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha sanzionato con una multa da 696 mila euro ciascuno Tim, Vodafone e Wind Tre. Lo rende noto la stessa Agcom, che ha giudicato in contrasto con la normativa di settore la modifica contrattuale operata dagli operatori riguardo all’esaurimento del credito. In pratica, spiega l’Autorità, se l’utente di un contratto prepagato esaurisce il proprio credito e non effettua una ricarica utile al rinnovo dell’offerta, gli operatori non bloccano più il traffico in uscita ma lo rendono disponibile pur in assenza di una volontà espressa dall’utente medesimo, addebitando un costo aggiuntivo ai clienti che, anche inconsapevolmente o involontariamente, fruiscono dei servizi voce, sms e dati. Il costo del traffico erogato viene poi detratto dalla successiva ricarica. L’Autorità ha ritenuto che la condotta degli operatori «non possa configurarsi come semplice esercizio dello jus variandi per il quale, in applicazione dell’art. 70, comma 4 del Codice delle comunicazioni elettroniche, non è necessaria l’accettazione da parte degli utenti essendo sufficiente la garanzia di un diritto di recesso dal contratto senza costi».

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Via al processo Weinstein: le cose da sapere

Di cosa è accusato. Su cosa puntano accusa e difesa. La polemica sulla giuria. Il giudizio sull'ex produttore di Hollywood rappresenta una pietra miliare dell'era #MeToo.

Harvey Weinstein è arrivato in tribunale a Manhattan per la prima udienza di sostanza del processo per stupri e aggressioni sessuali nei confronti di due donne. Weinstein, che deve rispondere di cinque capi di imputazione, è arrivato zoppicando, sorretto da un assistente, mentre un altro assistente reggeva il deambulatore usato recentemente in pubblico dall’ex potente produttore di Hollywood. Ecco cosa sapere del processo-simbolo dell’era del #MeToo.

DI COSA È ACCUSATO WEINSTEIN

Il processo potrebbe concludersi a marzo. Se riconosciuto colpevole, Weinstein rischia di morire in prigione. L’ex produttore è sul banco degli imputati per violenze sessuali nei confronti di due donne nel 2006 e nel 2013.

SU COSA PUNTA LA DIFESA

Una delle due donne al centro del processo, che accusa l’ex capo di Miramax di averla stuprata nel 2013, ha mandato successivamente a Weinstein email affettuose nei mesi dopo l’evento e una dei periti. La difesa punta su questo per dimostrare che i rapporti sessuali erano stati consensuali e che le donne, dopo, non si erano comportate da vittime.

LA STRATEGIA DELL’ACCUSA

La squadra della procura è guidata da una donna: Joan Illuzi, che lavora da oltre 30 anni nell’ufficio del District Attorney e porterà fin dall’inizio esperti di delitti sessuali per confutare la tesi della difesa. La psichiatra forense Barbara Ziv che aveva deposto anche al processo contro il comico Bill Cosby, ha argomentato che spesso le vittime evitano di ricorrere alla polizia, mantengono contatto con l’aggressore, ricordano più particolari col passare del tempo e reagiscono emotivamente in modo diverso una dall’altra. La procura conta anche di portare a deporre quattro donne che accusano Weinstein di aggressione ma i cui casi risalgono a troppo tempo fa per essere processati a parte.

LA POLEMICA SULLA GIURIA

Metà dei 12 giurati scelti per il processo contro Weinstein hanno qualcosa in comune con lui: metà sono maschi bianchi, alcuni ricchi. Solo cinque sono donne, nessuna giovane, un settimo giurato è un uomo di colore. Nel corso della selezione della giuria la difesa ha sistematicamente obiettato alla scelta di donne bianche giovani, il target del presunto comportamento predatore di Weinstein. In compenso fa parte del pool una scrittrice all’opera su un romanzo su uomini predatori e le loro relazioni con donne più giovani. La giurata numero 11 è stato al centro della mozione presentata dalla avvocatessa di Weinstein Donna Rotunno (gli altri sono Damon Cheronis e Arthur Aidala) per chiedere di invalidare il processo: «Il mio maggior timore è che il mio cliente non possa avere giustizia a causa sua», ha detto la Rotunno alla Cnn.

«NON È UN REFERENDUM SUL #METOO»

«Questo non è un referendum sul #MeToo. Non è un referendum sulle molestie sessuali. Non è un referendum sui diritti delle donne», aveva detto il giudice di New York James Burke in vista della definizione della giuria. Burke ai giurati ha spiegato che a loro sta decidere se Weinstein ha commesso o meno gli «atti che rappresentano un particolare reato. Dovete decidere sulla base di prove evidenti».

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Liliana Segre non farà più incontri nelle scuole sull’Olocausto

La senatrice a vita, 89 anni, ha deciso di fermarsi da aprile 2020. Ma il figlio precisa: «Non significa che non testimonierà più la sua esperienza» di sopravvissuta ai lager nazisti.

Liliana Segre si ferma. A 89 anni la senatrice a vita sopravvissuta ai lager nazisti ha deciso di sospendere gli incontri con le scuole e gli studenti sull’Olocausto per limiti di età. La notizia è stata anticipata dal Ducato, la pubblicazione degli studenti di giornalismo di Urbino. La parlamentare, che fu deportata nel campo di concentramento di Auschwitz nel 1944, ha scelto di interrompere gli appuntamenti dall’aprile 2020.

ULTIMO GRANDE EVENTO AD AREZZO

Il figlio della Segre, Luciano Belli Paci, ha precisato però all’Ansa che questo «non vuol dire che non continuerà a testimoniare la sua esperienza». Sua madre «dopo 30 anni di continui appuntamenti è provata», ma ha in programma un «ultimo, grande incontro» tra qualche mese in provincia di Arezzo.

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Il prezzo della sopravvivenza è l’adattamento: anche in Economia

Come le nostre cellule, le aziende nascono, si rinnovano, muoiono. E la tecnologia e la concorrenza fanno nascere nuove realtà più competitive e redditizie. Così è sempre stato e sempre sarà. Per fortuna.

La più piccola componente “viva” di un organismo è la cellula.

Essa infatti risponde ai requisiti tipici minimi per definire la vita: si nutre, si riproduce e muore; lo fa continuamente.

Nel corpo umano nessuna cellula è più vecchia di sette anni (vi ho appena regalato un alibi per qualunque cosa abbiate fatto più di sette anni fa: potrete sempre dire “io non ero io”). È questa continua rigenerazione che ci consente di vivere, di crescere, di guarire quando ci ammaliamo.

LO SVILUPPO INESORABILE DELLE TECNOLOGIE

In economia succede più o meno lo stesso: quando nuove tecnologie rendono disponibili nuovi prodotti o servizi, questi vengono commercializzati con un elevato margine, facendo le fortune delle società del settore. Questi elevati margini diventano ben presto un terreno aperto alla competizione, che fa calare il prezzo delle tecnologie. Questo abbassamento di prezzo rende possibili nuove tecnologie, e la storia ricomincia.

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Lo abbiamo visto accadere per la prima azienda a raggiungere il miliardo di dollari di capitalizzazione. Era il 1901 e la società era la United States Steel, nata dalla fusione di diverse aziende nel settore siderurgico. Era l’apice tecnologico di allora, ma oggi, oltre un secolo dopo, la United States Steel capitalizza più o meno quanto allora. Fai x 10 e la stessa storia ce la racconta la prima azienda ad aver superato la soglia dei 10 miliardi, nel 1955. L’auto nel Secondo Dopoguerra si apprestò a diventare un bene di consumo di massa, facendo le fortune della Fiat, dei discendenti di Henry Ford, e dell’azienda col maggior numero di dipendenti al mondo: l’aggregato industriale noto con il nome di General Motors, finita in bancarotta il 1 giugno del 2009.

LA PARABOLA DELLA GENERAL ELECTRIC

Fai un’altra volta x 10: la prima azienda giunta a 100 miliardi di capitalizzazione, nel 1995, racconta la medesima parabola: dopo aver provveduto all’innovazione infrastrutturale degli Usa fin dalla fine del XIX secolo, la General Electric si trasformò di fatto in una finanziaria. La sua ascesa terminò nel 2000 e oggi vale un quinto rispetto ad allora e da un paio d’anni è stata anche rimossa dall’indice Dow Jones.

DOPO LE BIG TECH, L’EXPLOIT DI SAUDI ARAMCO

Il successivo x 10, arrivati a questo punto, potrebbe spaventare gli azionisti di Alphabet, Apple e Microsoft, le prime aziende a superare, nel giro di qualche settimana, la soglia di 1000 miliardi di capitalizzazione. Ma c’è un candidato più autorevole al ruolo di gigante che verrà spazzato via dallo sviluppo degli eventi, una società che fino a poco fa non era quotata e che ora che lo è ha preso lo scettro di azienda più grande del mondo: la petrolifera Saudi Aramco. La domanda di petrolio nelle economie sviluppate potrebbe aver già conosciuto i suoi massimi e l’orientamento generale, a partire dalle direttive Onu, fino alle possibili linee guida delle Banche centrali, sembra indirizzato a ridurre ovunque l’utilizzo di energia di origine fossile.

L’INNOVAZIONE RENDE TUTTO FRAGILE

Quindi gli azionisti delle grandi aziende tecnologiche americane forse non hanno bisogno di affrettarsi a sfuggire al rischio che Google o Microsoft diventino obsolete come un walkman o un videogioco Atari, ma devono ricordare che in un’economia innovativa, prima o poi le cose cambiano direzione e che ogni x 10 è venuto più velocemente del precedente, quindi potremo vedere la prima azienda da 10 mila miliardi di dollari entro la fine degli Anni 30. L’innovazione rende tutto fragile e caduco. E non dimentichiamoci che sulle big tech prima o poi arriverà l’intervento di un regolatore. Per fortuna. Significa infatti che la concorrenza abbatterà i margini esistenti e che emergeranno nuove aziende di successo; non possiamo mai sapere con certezza quali aziende saranno le vincitrici nel futuro. Un instancabile e continuo adattamento all’inesorabile e continuo cambiamento. È questo il prezzo (e il segreto) della sopravvivenza. Ce lo insegna la Natura. L’economia non è diversa.

*Dietro questo nom de plume si nasconde un manager finanziario.

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Perché la 70esima edizione di Sanremo rischia di essere un flop

Un Festival che scoppiato ancora prima di cominciare. Dove tutti girano a vuoto e di artisti veri se ne scorgono meno ancora del solito. Anche le polemiche hanno già stancato. Mentre sullo sfondo le faide Rai continuano a regnare sovrane.

Ma che strano questo Sanremo incombente, doveva essere la festa scintillante di settant’anni del costume, di storia canzonettistica nazionale e invece si tradisce ogni giorno di più nella cronaca di una morte annunciata. Nasce storto, stentato: di tutto si parla fuorché delle canzoni, di tutto e di più si litiga e la sensazione è che questa volta non siano polemiche cercate ma orrendamente subìte.

Perché Sanremo è Sanremo, ma – quante volte l’abbiamo già scritto – Sanremo è anzitutto politica, ergo Sanremo è Rai, e quindi si rifluisce alla politica, quindi Sanremo è televisione, idem come sopra, di poi Sanremo è spettacolo, in fondo, ma solo in fondo, Sanremo è musica, è canzoni, è artisti: la ragione sociale s’è ridotta, come non mai, all’olio che lubrifica il motore. Ma il motore grippa, gira a vuoto e l’olio pare già da cambiare ancor prima di partire.

Ma che brutto questo Sanremo in cui, scusate il francesismo, nessuno sembra capire un ca**o sul da farsi; perché Sanremo, sembra assurdo, è la camera di compensazione della politica e a questo giro deve scontare il riciclo del potere in Rai, con l’ad Fabrizio Salini, ormai sfiduciato dal consiglio d’amministrazione, che fa il due di coppe a briscola quando comanda bastoni, lui voleva Alessandro Cattelan ma gli hanno imposto il nasone Amadeus; con il presidente Marcello Foa che conta ancor meno di una scartina e gira a vuoto e s’incazza a vuoto sui rapper misogini; con il nuovo direttore di Rai 1, Stefano Coletta, appena arrivato in rimozione della Teresa de Santis in quota leghista ma troppo vergine per poter dire la sua.

SANREMO SCHIAVO DELLE FAIDE POLITICHE DELLA RAI

Nel vuoto dei poteri i vuoti hanno potere, comandano, e si mormora, ma è un mormorio di cascata, non di bosco, che il potere vero ce l’abbia il manager Lucio Presta, renziano di ferro (o magari è Matteo Renzi ad essere prestiano di ferro), al suo gran ritorno al potere sanremese dopo le stagioni del rivale Beppe Caschetto prima, e del superimpresario Ferdinando Salzano poi. E il mormorio maligno vuole Amadeus, della scuderia di Presta, poco più di una marionetta nelle mani del manager; pettegolezzi a livello foyer dell’Ariston, sicuro, ma è un fatto che finora il povero conduttore non ne ha imbroccata mezza e lasciamo pur stare le frasi, più o meno infelici, sulle belle donne che stanno un passo indietro, quelle volendo lasciano bava di polemiche che evapora al sole degli spot.

La Lega che chiede la pelle di Salini, questi la vende cara, uno squallore

Fatto è che Amadeus annuncia Madonna, e quella manco risponde; annuncia Monica Bellucci, e quella declina; annuncia Giorgina, di professione fidanzata di CR7, e quelli fanno sapere che per la mancia di 50 mila euro manco s’alzano dal letto; annuncia Salmo, e quello fa valere chissà quali scrupoli di coscienza; annuncia Ultimo, e adesso pure quello sta lì lì per ripensarci. Alla fine, tocca contentarsi di Antonella Clerici, tanto per restare in famiglia. Perché la Rai è una grande famiglia, se non lo sapete.

Il Teatro Ariston.

E intanto, sulla pelle della farfalla Junior Cally, uno che ieri voleva squartare Gioia, l’amica «troia che beve e ingoia», ma già domani, vedrete, sarà normalizzato a livello parrocchia, perché, se non lo sapete, funziona così, si nasce violenti e si muore sagrestani dell’Ariston (citofonare Piero Pelù); sulla pelle di questo bambascione che Mogol, lucidissimo, ha trovato modo di paragonare a Jimi Hendrix, senza badare a quel che Hendrix e gli altri grandi misogini del rock hanno costruito prima e dopo e dentro le loro liriche crudeli; sulla pelle di questa mascherina caduta, si giocano le solite faide in Rai, la Lega che chiede la pelle di Salini, questi che la vende cara, uno squallore. Un casino. Altro che l’amica Gioia che beve e poi ingoia.

IL FESTIVAL DOVEVA DAR PROVA DI VITALITÀ E RIPARTE DA RITA PACONE

Ma che cupo questo Sanremo senza senso apparente, che doveva dar prova di vitalità musicale e alla fine siamo sempre lì, la vitalità riparte da Rita Pavone, che con rispetto parlando è in pista da 60 anni e, d’accordo, la devi pur lasciar vivere anche lei, ma come nuova proposta è un po’ curiosa; dai soliti soprammobili dell’Ariston, i Masini, gli Zarrillo, volendo pure le Vibrazioni, che potranno pure scrivere in bella calligrafia, ma ormai usano il calamaio; dagli indie addomesticati, la Levante, i Pinguini Tattici Nucleari, che all’attivo hanno un nome cretinetto e poco più; dalla solita manciata di miracolandi scartati dai talent, tipo Enrico Nigiotti, e da chi il talent l’ha vinto, come Anastasio, sul quale pesa il macigno di un lancio definitivo da un palco che potrebbe anche baciarlo a morte.

Le gaffe di Amadeus paiono figlie dello sbando in Rai e inducono tristi presagi

Infine, da quelli che, con un paio di successi infantili, sono già in odor di stantio, come Francesco Gabbani o Achille Lauro; della solita quota De Filippi, immancabile; del reducismo degli Elodie o i Morgan con Bugo, sai che libidine. E allora non può stupire che, forse per carità di festival, che di canzoni non parli nessuno e tutto si concentri sulle allucinanti, grottesche, noiose diatribe della politica sciacallesca e paranoica. O sulle gaffe di Amadeus, che paiono proprio figlie dello sbando in Rai e comunque inducono tristi presagi fin dall’agghiacciante spot ufficiale, il piccolo Amedeo che cresce con Sanremo nel cuore finché non lo raggiunge. Ma per favore.

QUESTO SANREMO SEMBRA GIÀ SCOPPIATO PRIMA DI COMINCIARE

Ma che assurdo Festival questo dei settant’anni, arteriosclerotico anzi che no, dove di artisti veri se ne scorgono meno ancora del solito aggrappato al nasone di Amadeus che tutti aspettano al varco e al fondoschiena turbo dell’ereditiera Elettra Miura Lamborghini, profetessa della riccanza, la “queen twerking”, che sarebbe muovere oscenamente le chiappe, immortale voce di Pem Pem e questo è tutto il suo ragguardevole curriculum.

E l’ereditiera in Innamorata di un altro cabron porta una perla d’autore che dice: «Mi piace la musica fino al mattino faccio un casino lo stesso ma non bevo vino ridi cretino la vita e’ corta per l’aperitivo». «Una canzone molto importante per me, mi rappresenta in pieno», ha spiegato Miura. Sì, ci crediamo. Però che triste Sanremo, questo dei 70 anni, che capitano una volta sola ed è già sprecato, già abortito sul nascere, in un certo senso, con tutti che girano a vuoto e nessuno che sembra in grado di rimettere insieme i cocci di una deflagrazione prematura.

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Ecco le 30 aziende tecnologiche considerate pericolose per la sicurezza

Da MySpy sino a Amazon. Passando per Google e Facebook. Tutte le società considerate dannose per i suoi utenti.

Avete mai pensato che le aziende tech ci stiano intossicando con tutti i loro problemi? O per lo meno ci nascondano qualcosa? Certamente se lo è chiesto il sito slate.com che ha stilato una trentina di nomi delle aziende più dannose del nostro pianeta. E quando si parla di danno si intendono quei mali che supportano le nostre comodità ma, nell’ottica di tutti, vengono ritenute pericolose. Perché si insinuano tra di noi scoprendo i nostri gusti e pensieri. A preoccupare maggiormente sono le società straniere che si dilettano in sorveglianza e intelligenza artificiale. Questo perché sono loro che alimentano il business dei broker di dati personali. Ecco la lista delle 30 aziende stilata da Slate

30 – MYSPY

MySpy è stata fondata nel 2010 da Andrei Shimanovich ed è una società di software di spionaggio telefonico che consente agli utenti di monitorare messaggi, posizioni, social media, cronologie di navigazione, chiamate e altre attività digitali di un’altra persona. Google l’aveva tolta dal suo Play Store (insieme ad altre sette app) poiché veniva utilizzata dagli utenti per monitorare persone.

29 – CELLEBRITE

Cellebrite è stato fondato nel 1999 e il Co-CEO sono Yossi Carmil e Rob Serber. Si tratta di una società forense con sede in Israele che blocca dispositivi personali per conto dei suoi clienti, spesso forze dell’ordine o altre autorità governative.

28 – BAIDU

Baidu è il secondo motore di ricerca e fornitore di smart speaker al mondo. Ma soprattutto controlla i due terzi del mercato della ricerca online in Cina, sembra essere stato attivo nel sopprimere le informazioni sulle proteste per la democrazia del 2019. Secondo quanto riportato da Kate Klonick della St. Law University University School Baidu lavorerebbe in concerto con il governo cinese per censurare e sorvegliare i suoi utenti.

27 – THE GRID

The Grid è composta da servizi pubblici e società private che distribuiscono elettricità a case e aziende in tutto il paese. The Grid è una pietra miliare vitale, ma dolorosamente fragile, della società moderna. I funzionari della sicurezza nazionale si sono sempre preoccupati della prospettiva di una potenza straniera, in particolare della Russia, che ha sconvolto la rete americana con un attacco informatico. A quanto pare, alcune delle più grandi compagnie elettriche del paese potrebbero non essere preparate in questo caso.

26 – VIGILANT SOLUTION

Vigilant Solution è una società di intelligence e analisi artificiale che vende strumenti di sorveglianza per i dipartimenti di polizia. Ogni mese l’azienda utilizza lettori automatici per scansionare tra 150 milioni e 200 milioni di foto di targhe catturate da telecamere in centri commerciali, parcheggi e quartieri residenziali.

25 – MEGVII

Megvii è una Intelligenza Artificiale di deep learning da 4 miliardi di dollari. La società si è concentrata sul riconoscimento facciale che debutterà presto sul mercato azionario di Hong Kong e che l’amministrazione Trump ha inserito nella lista nera a ottobre per presunti sforzi per reprimere gli uiguri nello Xinjiang.

Airbnb

24 – AIRBNB

Airbnb è una piattaforma per ritrovare alloggi per le vacanze e che rende più economico e più facile pianificare il weekend. Nel 2018 il gruppo per i diritti abitativi di New Orleans ha pubblicato uno studio che indica che Airbnb stava aggravando la carenza di alloggi a lungo termine della città e spostando i residenti nei suoi quartieri a basso reddito. Il rapporto ha rilevato che alcuni investitori stavano acquistando proprietà di New Orleans, sfrattando i loro inquilini e convertendoli in spazi di affitto a breve termine.

23 – ADURIL INDUSTRIES

Anduril sta guadagnando milioni di dollari aiutando l’amministrazione Trump a creare un muro di confine di torri di sorveglianza alimentate a energia solare con sensori e telecamere abilitati all’intelligenza artificiale per bloccare l’immigrazione dal Messico verso gli Usa.

22 – IBM

Ibm è una società multinazionale di infrastrutture IT responsabile dell’invenzione di ATM, del disco rigido e di Watson A.I. computer. La città di Los Angeles ha intentato una causa nel 2019 contro Weather Co., una consociata di IBM, perchénon ha chiaramente informato gli utenti che stava raccogliendo le loro posizioni private con l’app Weather Channel.

21 – CLOUDFLARE

Si tratta di una società di infrastrutture Internet che assiste i siti Web nella consegna dei contenuti e nella sicurezza informatica. Il New York Times ha riferito che l’operatore di tre siti Web contenente più di 18 mila immagini pedopornografiche stava usando i servizi di prevenzione degli attacchi informatici di Cloudflare per nascondere i loro indirizzi Internet e quindi evitare il rilevamento.

20 – 8KUN

Un tempo chiamato 8chan e poi rinominato 8kun è un sito che permette agli utenti di creare gallerie fotografiche e video. Tuttavia essendo senza un gran controllo è possibile trovare anche cose spiacevoli come manifesti razzisti o il massacro di 22 persone a El Paso, in Texas. Il proprietario Jim Watkins si è comunque scusato con i suoi utenti per l’errore fatto nel permettere di postare quei contenuti.

19 – ORACLE

Partiamo dal presupposto che Oracle è la piattaforma di Cloud più longeva e famosa del mondo. Il linguaggio di programmazione Java nel 2010 ha proceduto a citare in giudizio Google per violazione dei diritti d’autore dato che Google aveva precedentemente riscritto le API Java in modo che i programmatori potessero creare app Java compatibili con il sistema operativo Android. Nel caso in cui la Corte suprema dovesse dare ragione a Oracle, in futuro i programmatori faranno più fatica a sviluppare software innovativi che possano funzionare su piattaforme diverse.

18 – 23ANDME

Si chiama 23andMe ed è una delle più grandi società che permettono test genetici di consumo. L’azienda ha aiutato milioni di persone a scoprire rami inesplorati dei loro alberi genealogici. Il servizio ha anche creato database del DNA in grado di identificare enormi fasce della popolazione nel processo. Database simili hanno portato alla cattura di sospetti serial killer. Mentre 23andMe ha resistito alle richieste delle forze dell’ordine di accedere ai loro archivi. Tuttavia un database del genere pone problemi sulla privacy.

17 – SPACEX

SpaceX è il progetto più ambizioso di Elon Musk. Del resto è stata la prima compagnia privata a inviare un veicolo spaziale alla Stazione Spaziale Internazionale. Per qualche motivo, nel 2018, SpaceX ha inviato una Tesla Roadster nello spazio, mentre allo stesso tempo la società è rimasta indietro nel creare veicoli spaziali per trasportare gli astronauti statunitensi. Questo dimostra che SpaceX non è immune ai capricci del suo proprietario. Va inoltre detto che la compagnia ha lanciato 180 satelliti Starlink, che hanno lo scopo di diffondere l’accesso a Internet e che stanno interrompendo gli astronomi nello studio dello spazio profondo poiché luminosi.

16 – VERIZON

Verizon Communications è un fornitore di banda larga e di telecomunicazioni statunitense. Secondo slate.com i giganti della telecomunicazione stanno violando consapevolmente e ripetutamente la privacy dei loro clienti ostacolando i concorrenti in una lotta all’ultimo sangue per vendere di più.

15 – DISNEY

Beh, la Disney è la Disney. Ovvero un geniale conglomerato di intrattenimento. Negli anni il colosso statunitense ha fagocitato ABC, ESPN, Pixar, Lucasfilm, Marvel Entertainment, Twentieth Century Fox e molte altre. Il tutto attirando le attenzione dell’untitrust dato che sta facendo fuori lentamente l’intera concorrenza.

Elon Musk, Ceo di Tesla

14 – TESLA

Si torna a parlare di Elno Musk ma questa volta della sua Tesla, azienda automobilistica statunitense. Tesla è stata criticata per aver usato il termine pilota automatico per descrivere la funzione di assistenza alla guida non autonoma dei suoi veicoli, il tutto inducendo i conducenti a riporre troppa fiducia in una funzionalità che non ha le capacità di guidare effettivamente al loro posto.

13 – TENECT

Tenect è un gigante delle telecomunicazioni, dei social media e dell’elettronica di consumo tra cui i videogiochi. Tencent gestisce inoltre WeChat, l’app di messaggistica più popolare in Cina con oltre 1,15 miliardi di utenti mensili. L’azienda, tuttavia è considerata di esercitare pratiche di censura per ingraziarsi il governo cinese seguendone le logiche politiche.

12 – LIVERAMP

Si tratta di uno dei broker di dati di consumo più formidabili e raccoglie informazioni personali come transazioni con carta di credito, notizie cliniche sulla salute e ricerche su internet da parte di centinaia di milioni di persone al fine di sostenere il settore pubblicitario online.

11 – HUAWEI

Chi non ha mai utilizzato un dispositivo Huawei? Ecco, appunto. Il più grande fornitore al mondo di apparecchiature per le telecomunicazioni e il secondo produttore di smartphone avrebbe falle nella sicurezza dei suoi dispositivi. Anzi, il governo cinese potrebbe facilmente esercitare pressioni su Huawei affinché utilizzi le sue tecnologie per spiare gli Stati Uniti.

10 – EXXON MOBIL

Exxon Mobil è la più grande raffineria di petrolio del mondo che inoltre ha speso milioni di dollari per mettere in dubbio la scienza sui cambiamenti climatici. Tra gli Anni 70 e 80 dopo aver scoperto che le emissioni di carbonio stavano influenzando le temperature globali, la società non ha cambiato rotta ma piuttosto ha lavorato per diffondere disinformazione sulla scienza del clima facendo pressioni per impedire agli Stati Uniti di aderire ai trattati ambientali internazionali come il Protocollo di Kyoto del 1998.

9 – BYTE DANCE

Torniamo in Cina e a Byte Dance dove si trova una startup di social media con sede a Pechino. Questa azienda gestisce un’app di lettura delle notizie curata da Intelligenza Artificiale che ha portato a prevedibili problemi di censura. Ma la società è stata sottoposta a controllo negli Stati Uniti dopo che la sua app TikTok si è profondamente diffusa negli Usa e in buona parte del mondo. Va detto che Byte Dance permette ancora l’utilizzo dei deepfake.

8 – TWITTER

Il social fondato da Jack Dorsey è accusato di ospitare account fasulli, diffondere fake news e plagiare parte del pubblico bombardandolo di notizie mistificate. Ultimamente il Ceo starebbe pensando a un piano per deresponsabilizzare Twitter da quello che fanno e scrivono i suoi utenti.

7 – MICROSOFT

Microsoft è la startup di software che Bill Gates e Paul Allen fondarono in un garage di Albuquerque e diventando un mostro sacro tra le aziende di tecnologia. In 20 anni è cresciuta così tanto da potersi permettere di cannibalizzare e fare sue centinaia di startup e aziende minori eliminando ogni tipo di concorrente. Nel solo 2019, Microsoft ha speso 9,1 miliardi acquistando 20 aziende.

Apple

6 – APPLE

L’accusa principale nei confronti di Apple è quella di pagare troppe poche tasse negli Usa e tantissime in Cina che sovvenzionano così il Partito Popolare Cinese in costante lotta commerciale con gli Usa.

5 – UBER

Uber è un’azienda di mobilità che ha commercializzato un nuovo modello di trasporto che ha preso piede lentamente in tutto il mondo. Questo a scapito dei tassisti che pagano licenze e si vedono accerchiati da una concorrenza difficile da battere poiché iper tecnologizzata.

4 – PALANTIR TECHNOLOGIES

L’azienda ha creato Palantir, ovvero un sistema che raccoglie e analizza sistematicamente i dati dei cittadini per agenzie governative, hedge fund e giganti farmaceutici. Il tutto in barba alla privacy delle persone.

3 – ALPHABET

Alphabet è un gigante di Internet che ha abbandonato il suo famoso slogan nel 2015 per un motivo. Alphabet ha sempre seguito progetti anche non in linea con le caratteristiche di una azienda come Google. Ad esempio il piano per un drone del Pentagono a Intelligenza Artificiale o un motore di ricerca cinese censurato. La cosa buona è che ha sempre abortito i progetti ogni volta che la stampa ha accusato l’azienda di poca correttezza.

2 – FACEBOOK

A seguito dello scandalo di Cambridge Analytica, Facebook entra di diritto nella top tre delle aziende più ‘cattive’ che lucrano sulle tecnologie. Va detto però che l’azienda ha annunciato con enfasi un nuovo tipo di comunicazione crittografata per WhatsApp impedendo abusi da parte delle forze dell’ordine. Tuttavia la piattaforma si rifiuta di modificare in modo significativo il sistema pubblicitario legato al mondo politico e che sta destando molte contestazioni per i presunti vantaggi dati a Trump durante le elezioni presidenziali del 2016.

1 – AMAZON

Investimenti costosissimi inappropriati e trattamento dei dipendenti sono le due cose per cui Amazon paga pegno. Salari minimi scarsi e un trattamento quasi da robot. Tanto che nei momenti di massima intensità si sono registrate morti e incidenti sul lavoro.

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Perché l’Egitto è sempre più insofferente nei confronti di Haftar

Al Si-si considera il generale della Cirenaica ormai incapace di imporsi sul piano militare e ha passato la gestione del dossier libico al controspionaggio militare del Cairo. Secondo Middle East Eye vorrebbe addirittura sostituirlo con un ufficiale egiziano.

È durato poche ore il bluff mediatico della Conferenza di Berlino e la verità del suo fallimento è subito emersa: nessuna tregua in atto, ma i combattimenti duri a sud Est di Tripoli, il bombardamento da parte di Haftar dell’aeroporto Mitiga di Tripoli con sei razzi e, soprattutto, il blocco delle esportazioni petrolifere imposto da Haftar hanno letteralmente fatto saltare l’atmosfera ipocrita di quell’inutile vertice.

Con scelta incredibile, infatti, i 55 punti del documento finale firmato a Berlino contenevano tutti i miraggi possibili e immaginabili (elezioni, nuovo governo, nuova costituzione, tregua e pace tra i popoli) ma non l’unico punto cogente e immediato: l’imposizione ad Haftar di togliere il blocco petrolifero, clamoroso, enorme, atto di guerra.

La realtà si è subito imposta sulla inutile sceneggiata voluta da Angela Merkel e dalla Ue e si è consumato il divorzio pieno tra i voli pindarici della diplomazia e l’escalation verticale del conflitto. Il blocco, martedì 21 gennaio, da parte della Francia, della risoluzione di condanna europea della chiusura delle esportazioni petrolifere ha poi definitivamente svelato la ipocrita realtà di una Ue spaccata drammaticamente, quindi inesistente.

LA SCELTA MASOCHISTICA DI HAFTAR DEL BLOCCO PETROLIFERO

A questo punto, manca comunque ogni certezza sulle ragioni vere alla base della scelta di Haftar, che ha anche un aspetto masochistico perché il crollo da un milione e mezzo di barili esportati ogni giorno agli attuali 70 mila colpisce anche la Cirenaica e dissangua anche le casse del generale coi baffi. Non è facile dare risposte certe a questo quesito che peraltro colpisce una popolazione sotto il “governo” di Haftar che vive unicamente dei proventi del petrolio, tre, quattro volte più numerosa di quella sotto il governo di al Serraj.

Le roboanti «48 ore per la conquista di Tripoli» da parte delle sue milizie, promesse il 14 aprile 2019, si sono ormai allungate a 9 mesi

Una risposta – non certa – può essere che il generale della Cirenaica ha preso atto di non riuscire a sfondare sul piano militare. Le roboanti «48 ore per la conquista di Tripoli» da parte delle sue milizie, promesse il 14 aprile 2019, si sono ormai allungate a 9 mesi (!) e l’arrivo di droni, antiaerea sofisticata dell’esercito turco a protezione delle milizie di al Serraj e dei 3-5.000 miliziani arabi e turcomanni spostati da Recep Tayyip Erdogan dalla Siria alla periferia di Tripoli pare stiano cambiando le sorti del conflitto a detrimento di Haftar.

AL SISI VORREBBE SOSTITUIRE HAFTAR CON UNO DEI SUOI GENERALI

Un segnale, non certo, non verificato, a suffragio della tesi della mossa petrolifera disperata di Haftar a fronte di una impasse sul piano militare, ci viene dalle rivelazioni del Middle East Eye che dà conto di una profonda irritazione del presidente egiziano al Sissi nei confronti di Haftar, della conseguente sua decisione di passare la gestione del dossier libico al controspionaggio militare egiziano e addirittura della volontà del Cairo di sostituire Haftar con uno dei suoi generali.

Un impianto petrolifero libico.

Le ragioni di tale crisi nei fondamentali – per Haftar – rapporti con il Cairo sarebbero da ricercare, appunto, nella sua incapacità di imporsi sul piano militare. Ora, è appurato che Haftar ha rigidamente perso tutte le battaglie che ha ingaggiato, che i suoi “successi” militari sono dovuti unicamente alla aviazione degli Emirati, all’aiuto occulto delle Forze speciali francesi e dei “mercenari” russi della Organizzazione Wagner e alla massa di finanziamenti ricevuti dall’Arabia Saudita che gli hanno permesso di assoldare qualche migliaia di miliziani dal Ciad e dai Paesi limitrofi. Ma è altrettanto vero –va detto- che il Middle East Eye non è affatto una fonte sicura e certa. Ma non è detto che ci sia qualche verità dietro queste rivelazioni.

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È morto Terry Jones, star dei Monty Python

L'attore e musicista gallese è morto a 77 anni. È il secondo del celebre gruppo a uscire per sempre dalle scene.

Addio a Terry Jones, uno dei grandi protagonisti dell’epopea dei Monty Python, il gruppo comico capace di segnare un’epoca – nel Regno Unito e nel mondo – fra tv, cinema e teatro. L’attore e musicista gallese è morto a 77 anni, come reso noto oggi dal suo agente. Jones è il secondo dei Monty Python a uscire per sempre dalle scene, dopo Graham Chapman. Del gruppo, discioltosi da tempo, rimangono sulla breccia John Cleese, Terry Gilliam, Eric Idle e Michael Palin, che proprio con Terry Jones – conosciuto in gioventù a Oxford, dove si erano entrambi laureati – aveva poi formato un affiatato tandem di autori di testi. Malato da qualche anno, Jones aveva ricevuto nel 2016 un riconoscimento alla carriera da parte del Bafta, l’academy britannica, salutata da una pubblica ovazione.

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Il n°2 del parlamento tunisino contro Salvini: «Atteggiamento razzista»

La replica del leader della Lega: «La lotta alla droga dovrebbe unire».

Un razzismo che è anche danno ai rapporti diplomatici. È netto il commento di Osama Sghaier vicepresidente del parlamento tunisino sul gesto del leader della Lega Matteo Salvini che a Bologna ha citofonato mina i rapporti tra i due Paesi: «Un atteggiamento razzista e vergognoso che mina i rapporti tra Italia e Tunisia», ha detto a Radio Capital.

«LA LOTTA ALLA DROGA DOVREBBE UNIRE»

«Il vice presidente del parlamento tunisino mi accusa di razzismo? Io ho raccolto il grido di dolore di una mamma coraggio che ha perso il figlio per droga. Un atto di riconoscenza che dovremmo far tutti: la lotta agli spacciatori dovrebbe unire e non dividere. Tolleranza zero contro droga e spacciatori di morte: per noi è una priorità. In Emilia Romagna e in tutta Italia ci sono immigrati per bene, che si sono integrati e che rispettano le leggi. Ma chi spaccia è un problema per tutti: che sia straniero o italiano non fa nessuna differenza», ha risposto il leader della Lega Salvini.

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Libia, nuovi raid contro l’aeroporto di Tripoli

Dei razzi Grad avrebbero colpito lo scalo di Mitiga poco lontano dalla capitale. Accuse alle forze di Haftar. Bloccati arrivi e partenze fino a nuovo ordine.

L’aeroporto internazionale Mitiga, l’unico in funzione a Tripoli, è stato colpito da «sei razzi Grad in una flagrante minaccia alla navigazione aerea e una nuova violazione del cessate il fuoco». Lo ha scritto la pagina Facebook di “Vulcano di collera“, l’operazione di difesa della capitale libica dall’attacco delle forze del generale Khalifa Haftar. A colpire lo scalo sono state le «milizie del criminale di guerra e ribelle Haftar», ha precisato il post citando il portavoce colonnello Mohamed Gnounou senza fornire altri dettagli.

SCALO CHIUSO FINO A NUOVO ORDINE

Nel corso della mattinata la pagina Facebook dell’aeroporto ha annunciato la «sospensione di tutti i voli all’aeroporto internazionale di Mitiga fino a nuovo ordine». «La caduta dei proiettili», si legge nel comunicato, «ha avuto luogo al momento dell’atterraggio, poi avvenuto in sicurezza a Misurata, di un aereo delle Libyan Airlines proveniente dall’aeroporto di Cartagine» in Tunisia, precisa lo scalo. Come noto le forze del generale Haftar hanno più volte bersagliato l’aeroporto, situato a meno di dieci km dal centro, sostenendo che serve per far giungere a Tripoli aiuti militari e combattenti a sostegno del governo del premier Fayez al-Sarraj.

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