Monthly Archives: Dicembre 2019

Dal primo gennaio stop alla prescrizione: le cose da sapere

Il Pd propone una sospensione dei tempi di due anni per l'appello e di un anno dopo la Cassazione. Cosa cambia.

Mitigare ad un livello «fisiologico» lo stop alla prescrizione, che il governo ha invece abolito da inizio 2020: è l’obiettivo della proposta di legge presentata in parlamento dal Pd. Ecco un quadro della situazione.

CHE COSA È LA PRESCRIZIONE

La prescrizione prevede che un reato sia estinto, dunque che il relativo processo penale che lo riguarda abbia fine, «decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto e a quattro se si tratta di contravvenzione, ancorché puniti con la sola pena pecuniaria». Dunque, trascorso un certo periodo, il reato non può più essere perseguito, e chi è sospettato di averlo commesso non è più processato. Ciò in base alla convinzione che, passato un determinato numero di anni, non sia più nell’interesse della comunità perseguire alcuni reati oppure non ci siano più le condizioni per farlo. Fanno eccezione i reati di particolare gravità, per i quali è prevista la pena dell’ergastolo.

LA NORMA DELLO ‘SPAZZACORROTTI’

In base a quanto previsto dalla cosiddetta legge Spazzacorrotti, dal primo gennaio 2020, il corso della prescrizione viene sospeso dalla data di pronuncia della sentenza di primo grado. Ciò accadrà sia in caso di condanna che di assoluzione.

LA PROPOSTA DEL PD

I dem propongono una sospensione dei tempi della prescrizione di due anni per l’appello e di un anno dopo la Cassazione, ai quali si possono aggiungere altri sei mesi se c’è il rinnovo dell’istruzione dibattimentale, per un totale di 3 anni e sei mesi. Il Pd lega la sua proposta al fatto che è in appello che oggi si prescrive il numero dei reati, mentre è trascurabile il loro numero in Cassazione.

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Facebook spiega ai giudici che CasaPound è «odio organizzato»

Il social network ha presentato un reclamo contro l'ordinanza del tribunale di Roma che aveva chiesto di riattivare l'account del movimento neofascista: «Abbiamo una policy sulle organizzazioni pericolose».

Facebook ha presentato un reclamo contro l‘ordinanza del Tribunale di Roma che il 12 dicembre scorso aveva ordinato al social di riattivare gli account di CasaPound. «Ci sono prove concrete che CasaPound sia stata impegnata in odio organizzato e che abbia ripetutamente violato le nostre regole. Per questo motivo abbiamo presentato reclamo», fa sapere un portavoce di Facebook.

«ABBIAMO UNA POLICY SULLE ORGANIZZAZIONI PERICOLOSE»

«Non vogliamo che le persone o i gruppi che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono utilizzino i nostri servizi, non importa di chi si tratti. Per questo motivo abbiamo una policy sulle persone e sulle organizzazioni pericolose che vieta a coloro che sono impegnati in ‘odio organizzato’ di utilizzare i nostri servizi», ha dichiarato il portavoce di Facebook.

«LE REGOLE VALGONO AL DI LÁ DELLA IDEOLOGIA»

«Partiti politici e candidati, così come tutti gli individui e le organizzazioni presenti su Facebook e Instagram, devono rispettare queste regole, indipendentemente dalla loro ideologia». Il reclamo di Facebook è contro l’ordinanza con cui il 12 dicembre il tribunale civile di Roma ha ordinato al social network la riattivazione immediata della pagina Facebook di CasaPound, oltre che del profilo personale e della pagina pubblica dell’amministratore Davide Di Stefano. Tali account erano stati disattivati da Facebook il 9 settembre.

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L’ultimo film di Eastwood gioca con la storia e finisce nella bufera

In "Richard Jewell" il regista descrive una reporter, oggi morta, che si concede in cambio di notizie. Il giornale per cui lavorava pronto a denunciare il premio Oscar per diffamazione.

Bufera su Clint Eastwood per il nuovo film sull’attentato alle Olimpiadi di Atlanta: in Richard Jewell, che esce oggi nelle sale Usa, il regista americano premio Oscar per Million Dollar Baby insinua che Kathy Scruggs, una cronista di ‘nera’ del giornale locale Atlanta Journal-Constitution, offrì sesso all’agente dell’Fbi incaricato delle indagini in cambio di informazioni per uno scoop sul colpevole. Il film si presenta come una storia vera, sullo stile di The 15:17 to Paris, Sully o American Sniper: stavolta lo spunto di Eastwood sono l’attentato del luglio 1996 al Centennial Park di Atlanta e la tempesta mediatica che cambiò la vita di Jewell, una guardia giurata che risultò poi innocente. Jewell, che è morto nel 2007, fu effettivamente il principale sospetto, come l’Atlanta Journal-Constitution riferì in un articolo di prima pagina. Ripresa dalla Cnn, la storia rimbalzò immediatamente su tutti i media e l’uomo, che non fu mai incriminato, passò settimane asserragliato in casa, circondato da giornalisti e telecamere fino a quando non fu scagionato tre mesi dopo la bomba che provocò due morti e 111 feriti.

LA SEQUENZA “INCRIMINATA”

Nel film la Scruggs (Olivia Wilde) incontra l’agente dell’Fbi (Jon Hamm) in un bar giorni dopo l’esplosione. «Dammi qualcosa che posso stampare», chiede la donna. Lui all’inizio si nega («Neanche se vieni a letto con me»), ma poi cede quando la mano della giornalista gli risale sulla coscia e rivela che l’inchiesta sta puntando su Jewell, inizialmente salutato come eroe per aver scoperto la bomba, avvertito la polizia con venti minuti di anticipo sull’esplosione e limitato così il numero delle vittime. «Vuoi prendere una stanza o andiamo nella mia macchina?», chiede a quel punto la Scruggs, in una battuta contestata da chi la conosceva bene. La giornalista è morta a 42 anni nel 2001 per overdose di farmaci.

LE LICENZE DI EASTWOOD CON LA VERITÀ STORICA

Come in molti docudrammi, anche l’ultimo Eastwood si prende licenze con la verità storica, usando tra l’altro il vero nome della giornalista e un nome inventato per l’agente dell’Fbi. Questa settimana l’Atlanta-Constitution, con l’aiuto di un avvocato, Martin Singer noto come «il cane da guardia delle star», ha scritto a Eastwood, allo sceneggiatore Billy Ray e a Warner Bros minacciando una causa per diffamazione se la reputazione della Scruggs non sarà restaurata nei titoli di testa. Quanto alla scena del bar nel film, per molti è l’ultimo esempio di un approccio sessista di Hollywood alle giornaliste: reporter donne che vanno a letto con le loro fonti per ottenere notizie sono apparse tra l’altro nelle serie House of Cards di Netflix, Sharp Objects di HBO e nel film Thank You for Smoking.

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Una hard Brexit anche per la Consob

Savona impegnato a preparare un tavolo di crisi in vista dell'uscita del Regno Unito dall'Ue? Forse perché il colosso dei dati Refinitiv è stato acquisito dal London Stock Exchange di cui dal 2007 fa parte anche Borsa Italiana...

I dipendenti della Consob sono ancora in attesa dell’invito del presidente per il tradizionale brindisi natalizio con tanto di panettone. Forse Paolo Savona è troppo impegnato a preparare un comitato di crisi in vista della Brexit che si preannuncia più hard che soft. Lo scossone avverrà in una fase chiave dell’acquisizione del colosso dei dati Refinitiv da parte del London Stock Exchange di cui dal 2007 fa parte anche Borsa Italiana. Il capogruppo della Lega in Commissione Finanze, Giulio Centemero, lancia l’allarme: «So che Consob ci sta lavorando con un tavolo ad hoc ma so anche che la partita è politica e che il governo non può lasciare i tecnici soli. L’acquisizione di Refinitiv, colosso dei dati e spin-off di Reuters, pone un ulteriore interrogativo rispetto al destino della nostra piazza finanziaria perché è evidente che il core business del Lse potrebbe spostarsi da quello della gestione dei mercati borsistici a quello della gestione dati». Nel frattempo, a fine novembre la capitalizzazione complessiva di Borsa ha raggiunto i 642 miliardi di euro, con una variazione rispetto a fine anno del 18%.

LA DIGISTART (AND STOP) DI RENZI

«Ho aperto una piccola realtà per lavorare all’estero, nel momento in cui nessuno immaginava che avrei dovuto tornare a occuparmi di politica. Appena c’è stata la crisi del mojito ho detto al commercialista di chiudere la società, avendo fatturato zero. Visto che c’è chi ha scritto che io l’ho fatta per non pagare le tasse, ho fatto una bella denuncia per recuperare le spese Io ho fatto un accordo con M5s e sono buono, fessacchiotto no». Matteo Renzi aveva usato queste parole, il 2 ottobre a Otto e mezzo, su La7 a proposito della società Digistart. Una piccola srl creata appunto l’11 maggio (quindi quando c’era ancora il governo Conte 1) versando un capitale di 10 mila euro con due assegni emessi da Cariparma e Bnl. Oggetto sociale: “analisi dei processi comunicativi che collegano cittadini e imprese, anche mediante l’organizzazione e/o partecipazione a convegni, seminari, incontri sia in Italia che all’estero” e di “consulenza aziendale e di marketing strategico”. Ma come Renzi aveva detto a Lilli Gruber a ottobre, la Digistart è stata chiusa. Per la precisione, si legge nell’atto depositato nella banca dati della Camera di Commercio, è stata sciolta anticipatamente e messa in liquidazione il 23 novembre 2019. Come liquidatore è stato nominato lo stesso Renzi , unico socio dell’srl, che a settembre si era fatto sostituire temporaneamente nel ruolo di amministratore unico dall’amico Marco Carrai, per poi riprendersi l’incarico dopo aver lanciato Italia viva. «La società è stata aperta e poi chiusa per le polemiche mediatiche, Carrai avrebbe dovuto gestire la società ma alla luce delle polemiche e dell’annuncio della chiusura ha subito lasciato la carica», aveva spiegato Renzi sottolineando che la Digistart non ha fatturato niente.

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Il presidente della Valle d’Aosta Fosson indagato per voto di scambio mafioso

Inchiesta della Dda di Torino sul condizionamento delle elezioni del 2018 da parte della 'ndrangheta. E c'è anche un incontro tra l'ex governatore e un boss.

Il presidente della Regione Valle d’Aosta, Antonio Fosson, è indagato per scambio elettorale politico mafioso nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla Dda di Torino sul condizionamento delle elezioni regionali 2018 in Valle d’Aosta da parte della ‘ndrangheta. Oltre a Fosson sono indagati, per lo stesso reato, anche alcuni assessori e consiglieri regionali. L’indagine è stata svolta dai carabinieri di Aosta.

L’INCONTRO (FOTOGRAFATO) TRA L’EX PRESIDENTE E IL BOSS

I carabinieri del Reparto operativo del Gruppo Aosta nell’annotazione dell’inchiesta Egomnia sulle elezioni regionali del 2018 hanno anche documentato con fotografie un incontro a fini elettorali con un boss, durato un’ora circa. Il 4 maggio 2018 l’allora «presidente della Regione autonoma Valle d’Aosta» Laurent Viérin «nonché prefetto in carica, ha incontrato uno degli esponenti di vertice del ‘locale’ di Aosta», Roberto Di Donato, «presso l’abitazione di Alessandro Giachino» ad Aymavilles.

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Quali sono le tappe per la procedura di impeachment di Trump

Dopo l'ok della commissione Giustizia, settimana prossima la Camera (a maggioranza dem) dovrebbe mettere il presidente in stato d'accusa. A gennaio il processo in Senato, dove è previsto che la maggioranza repubblicana lo scagioni.

Dopo l’ok della commissione Giustizia al voto sull’impeachment, sarà l’aula della Camera la settimana prima di Natale a decidere se mettere o meno Donald Trump in stato di accusa. Alla House of Representatives è necessario il 50% più uno di voti favorevoli per far proseguire la procedura. Considerato che i dem hanno la maggioranza alla camera bassa, il via libera è quasi scontato.

AL SENATO UN VERO E PROPRIO PROCESSO

A quel punto la palla passa al Senato, dove l’impeachment si configura come un vero e proprio processo al presidente in parlamento. Alla fine del dibattimento, con tanto di testimonianze e arringhe, si avrà il voto finale. Per far decadere il capo di Stato sono necessari due terzi dei voti, ma visto che il Senato è a maggioranza repubblicana è altamente improbabile che Trump perda la battaglia finale. Il processo si terrà a gennaio, un mese prima dell’inizio delle primarie.

La Casa Bianca ha fatto sapere che non parteciperà ad un procedimento che ritiene «infondato e illegittimo». La strategia di Trump e del suo partito sembra chiara: negare ogni accusa e trasformare il processo in una zuffa politica montando un ring da pugilato al Senato per un contro processo ai Biden. Il presidente sta già preparando il terreno insieme al suo avvocato personale Rudy Giuliani, che è andato in Ucraina per raccogliere informazioni sull’ex vicepresidente e su suo figlio nonostante sia emerso nell’indagine di impeachment come l’uomo chiave incaricato dal tycoon della campagna di pressione su Kiev.

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Intesa tra Usa e Cina per una rimozione graduale dei dazi

Trump annuncia l'accordo con la Cina su twitter. Bloccate le tariffe che dovevano entrare in vigore il 15 dicembre. Il vice ministro del Commercio Wang: rimozione per «fasi graduali». Wall street prima brinda, poi ci ripensa.

Il dazio, infine, è tratto. Donald Trump ha annunciato come di consueto via twitter il raggiungimento di un accordo tra Usa e Cina sulle tariffe commerciali. «Abbiamo raggiunto un’intesa sulla fase uno dell’accordo con la Cina», che ha dato il suo via libera «a molti cambi strutturali e ad acquisti massicci di prodotti agricoli, energetici e manifatturieri», ha sottolineato Trump, evidenziando che non scatteranno i dazi che dovevano entrare in vigore il 15 dicembre.

«Rimarranno come sono i dazi del 25%», ha aggiunto il presidente Usa. Più tardi, il vice ministro del Commercio cinese, Wang Shouwen ha spiegato: l’accordo prevede la rimozione dei dazi per «fasi graduali».

Forniture di prodotti chimici stanno per essere caricate nel porto di Zhangjiagang nella provincia orientale dello Jiangsu ( JOHANNES EISELE/AFP via Getty Images)

RAFFORZATO IL COPYRIGHT E MERCATO CINESE PIÙ APERTO

Wang, uno dei negoziatori di punta del team cinese per il ruolo di vice rappresentante per il Commercio internazionale, ha spiegato che l’accordo include il rafforzamento della tutela dei diritti sulla proprietà intellettuale, l’espansione dell’accesso al mercato domestico e la salvaguardia dei diritti delle compagnie estere in Cina, tra le questioni più contestate dalla parte americana a Pechino.

Merci in fase di carico nel porto di Zhangjiagang nella provincia orientale dello Jiangsu (JOHANNES EISELE/AFP via Getty Images)

NOVE PUNTI PER L’INTESA

Il comunicato diffuso dalla Cina menziona nove punti sul raggiungimento dell’accordo: preambolo, proprietà intellettuale, trasferimento di tecnologia, prodotti alimentari e agricoli, servizi finanziari, tassi di cambio, l’espansione del commercio, risoluzione delle controversie e clausole finali. I media Usa hanno menzionato impegni di spesa cinesi per 50 miliardi di beni agricoli Usa, ma nel corso della conferenza i numerosi sono stati accuratamente evitati. Wang ha parlato di «molto lavoro da fare», tra la revisione legale e la traduzione del testo nelle due lingue «da completare il prima possibile». Le parti dovranno «negoziare gli specifici accordi per la firma formale» in modo da dare attuazione alla ‘fase uno’.

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Come cambiano i tempi della Brexit dopo

BoJo promette il divorzio da Bruxelles il prima possibile. Voto a Westminster forse già prima di Natale. Dal primo febbraio via al periodo di transizione, con l'obiettivo di raggiungere un'intesa commerciale entro giugno. A quel punto la Brexit diventerebbe effettiva a partire da gennaio 2021.

Con la schiacciante e difficilmente prevedibile, almeno nelle proporzioni, vittoria del partito conservatore alla elezioni nel Regno Unito, il processo verso la Brexit è destinato a subire un’inevitabile accelerazione. Boris Johnson intende presentare al voto di Westminster l’accordo sul divorzio da Bruxelles il prima possibile, forse già entro Natale, vale a dire sabato 21 dicembre. Il via libera definitivo, in ogni caso, arriverebbe solo a gennaio. «Dalle urne è emerso un mandato per la Brexit, che noi onoreremo entro il 31 gennaio» ha detto Johnson di fronte a Downing Street nel discorso della vittoria, ringraziando gli elettori e impegnandosi a «lavorare senza risparmio» anche per una programma di politica interna su temi come sanità, sicurezza e «fine dell’austerità».

IL PERIODO DI TRANSIZIONE A PARTIRE DAL PRIMO FEBBRAIO

Dato per scontato che, avendo i Tory la maggioranza assoluta, l’intesa questa volta passerà, proprio il 31 gennaio, come promesso ripetutamente dal premier in campagna elettorale, sarà il Brexit day. Dal giorno dopo, infatti, inizierà il periodo di transizione che si protrarrà, con tutta probabilità, fino alla fine del 2020.

LA NUOVA INTESA COMMERCIALE GIÀ ENTRO LA FINE DI GIUGNO?

In questo lasso di tempo la situazione resterà identica all’attuale, rimarranno in vigore leggi e accordi tra l’Ue e il Regno Unito fino a quando non ne saranno negoziati altri. In particolare quelli commerciali. Secondo la Bbc, la nuova intesa commerciale tra Bruxelles e Londra dovrebbe essere pronta entro il 30 giugno 2020 e portata in parlamento entro dicembre dello stesso anno.

L’IPOTESI DI UN’ESTENSIONE DEL PERIODO DI TRANSIZIONE

Se sarà ratificata, dal primo gennaio 2021 la Brexit sarà davvero effettiva e tra Unione europea e Regno Unito sarà in vigore un nuovo accordo commerciale (e non solo). Se dovesse essere bocciata, il Regno Unito dovrà chiedere un’estensione del periodo di transizione oppure a gennaio 2021 lascerà del tutto l’Unione senza alcuna intesa. Con un largo sostegno alle spalle, in ogn caso, per Boris sarebbe più semplice perseguire una “hard Brexit” basata su un vago accordo di libero scambio, sull’esempio del modello canadese: una soluzione che allontanerebbe decisamente Londra dall’Europa e la spingerebbe verso l’anglosfera dominata dagli Stati Uniti.

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Chi è Dominic Cummings, lo spin doctor dietro la vittoria di Johnson

No euro da sempre, ex assistente di Gove, è l'uomo che ha inventato gli slogan Take Control e Get Brexit Done e che ha trasformato la campagna tory in perfetti meme.

Stratega e esperto social, inventore di slogan, ma anche di traiettorie politiche, creatore di video tormentoni e di nuovi consensi. Se c’è un uomo dietro al trionfo di Boris Johnson alle elezioni britanniche è lui: lo sconosciuto Dominic Cummings. Con cinque parole, Take control’ e ‘Get Brexit done‘, ha consacrato nel 2016 Johnson come leader della campagna pro-Leave e oggi ne ha fatto il vincitore assoluto della politica del Regno Unito. Cummings, è la mente dei nuovi Tory, inviso ai politici conservatori paludati che ha saputo parlare alla pancia della Gran Bretagna con messaggi semplici ma evidentemente efficaci.

PRIMO OBIETTIVO: ELIMINARE FARAGE

Ex consulente dei Tory, classe 1972, l’uomo con lo zainetto che stamani alle sette è stato ripreso dalla telecamere di mezzo mondo mentre bussava al numero 10 di Downing street come un cittadino qualsiasi ha puntato la sua strategia comunicativa, oggi come tre anni fa, su un uso massiccio dei social e un linguaggio aggressivo e non convenzionale. Aver sostituito Get changecon ‘Take control’ nello slogan per il referendum sulla Brexit impresse una virata netta alla campagna anti-Ue, mettendo in ombra persino il re dei brexiteer Nigel Farage che, non è un caso, è uscito da questa tornata elettorale senza neanche un seggio. Gli addetti ai lavori raccontano che uno degli obiettivi di Cummings era proprio silurare Farage e il suo Brexit Party. «Se vogliamo marginalizzare quel partito dobbiamo fare campagna elettorale sul concetto niente più ritardi, realizziamo la Brexit», scrisse Cummings ai suoi in un sms ad ottobre, svelando per la prima volta l’ormai storico ‘Get Brexit done‘.

DA SEMPRE ANTI EURO, IN COPPIA PERFETTA CON BOJO

Che fosse un tipo tosto a Westminster lo avevano capito già nel 2003, quando cominciò la sua crociata contro l‘euro. I suo avversari lo deridevano chiamandolo «adolescente brufoloso», nonostante avesse 31 anni. Lui tirava dritto e sentenziava: «Avere l’euro significherebbe perdere il controllo della nostra economia». Brexit ante-litteram. Nel 2010 diventò assistente di Michael Gove al ministero dell’Istruzione e la sua carriera nel partito conservatore iniziò a decollare fino a diventare il guru elettorale di Johnson. A «match made in heaven», una coppia perfetta che, almeno per quanto riguarda la comunicazione politica, ha dato il meglio di sé nelle ultime settimane prima del voto.

LA STRATEGIA CHE GENERA MEME HA FUNZIONATO

La parodia del popolarissimo film di Natale ‘Love Actually’ (‘Brexit Actually‘), che gli avversari hanno deriso e bollato come un becero tentativo di distrarre l’opinione pubblica dai temi veri, è stato un colpo da maestro. Ed effettivamente ha distolto l’attenzione dall’ultimo scivolone di Johnson, pescato ad ignorare la foto di un bambino malato di polmonite che dormiva sul pavimento di un ospedale. Una strategia che per i Tory più snob e tradizionalisti è roba da meme (‘meme-generating behaviour‘, l’ha definita il Guardian) ma che forse proprio per questo ha regalato il Regno a Boris Johnson con numeri che per i conservatori non si vedevano dai tempi di Margaret Thatcher.

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Il mito silenzioso di Gigi Riva protagonista di #SkyBuffaRacconta

Il simbolo del Cagliari nell'anno del centenario protagonista della mini docu-serie in onda su Sky. Una storia di resistenza e riservatezza. Che restituisce un'immagine inedita di uno dei più grandi bomber della storia.

Raccontare Gigi Riva non è cosa semplice. Di lui, del suo sinistro potentissimo, dei 35 gol in 42 presenze con la Nazionale, di quello scudetto assurdo conquistato 49 anni e mezzo fa col Cagliari, si è detto e scritto di tutto. Per farlo bisogna lavorare di cesello, andare per sottrazione, scavare in profondità, trovare una chiave originale. Federico Buffa lo ha fatto, partendo dai luoghi della sua vita e dai rapporti interpersonali, dai volti di chi gli è stato vicino e di chi, invece, con la sua assenza, ha saputo avere un peso enorme sulla sua formazione.

IL VUOTO MAI COLMATO DELLA SCOMPARSA DEI GENITORI

#SkyBuffaRacconta Gigi Riva, la mini docu-serie in due parti il cui primo episodio va in onda il 13 dicembre alle 21, approccia la vita di un campione partendo dal legame con la madre persa a 16 anni, da una mancanza che si è sommata a un’altra, quella del padre morto quando di anni Riva ne aveva solo nove, lasciando spazio a un vuoto mai del tutto colmato. Riva, il fioeu che alla fine dell’estate scappa sul fico per non tornare al collegio di Viggiù in cui è costretto per tre anni dopo la morte del padre, influenza l’evoluzione di Riva, il fuoriclasse che ha scritto il suo nome nella storia del calcio italiano.

UN SAGGIO DI RESISTENZA ATTRAVERSO LE GENERAZIONI

E se raccontare Riva è un’impresa, farlo rivolgendosi a un pubblico di 15enni-20enni lo è ancora di più. Che cosa può dire, ai giovani di oggi, una storia in bianco e nero di mezzo secolo fa? Cosa può raccontare un campione così distante dai modelli attuali, dalle ribalte social, dai divismi contemporanei? «Credo che ci siano dei valori eterni nella storia del genere umano», spiega Buffa, «come la capacità di reagire al destino, e la storia di Gigi Riva vale in eterno per la capacità che ha avuto di reagire alle situazioni negative come quelle che gli veniva proposte dalla sua vita». Valori di «un’Italia diversa e che si aiutava di più».

DALLA VOGLIA DI SCAPPARE ALLA SCELTA DI RESTARE PER SEMPRE

Cose come perdere due genitori, perdere il proprio paese e il proprio lago, ritrovarsi all’improvviso in una terra sconosciuta e temuta, in un’isola per gran parte senza illuminazione artificiale, in un aeroporto collegato alla città più importante e vicina da una strada ancora in gran parte sterrata. Cose come pensare di voler scappare e poi, quasi all’improvviso, decidere di restare per non andare più via, dopo essersi reso conto che quel mare non è poi così distante dal lago sulle sponde del quale si è cresciuti.

Gigi Riva protagonista nel racconto di Federico Buffa in onda su Sky.

IL PALLONE PER DESCRIVERE CIÒ CHE LE PAROLE NON DICONO

In mezzo c’è il pallone, sì, ma appare solo un accessorio attraverso cui raccontare tutto ciò che le parole non dicono, ma che può essere espresso con un’alzata di spalle o una smorfia dell’estremità sinistra delle labbra. Riva è un uomo di poco parole, lo è sempre stato, per questo quelle poche che vengono inserite dentro al racconto di Buffa hanno un peso specifico particolare e suonano preziose come l’oro. Uno storytelling costruito di «ciò che si fa, non di ciò che si dice».

L’EMOZIONE NEL RACCONTO DI BUFFA

C’è un’emozione diversa, stavolta nella voce di Buffa: «Racconto solo storie che vorrei raccontare, non quelle che non mi piacciono. Ci metto sempre una componente personale, in questo caso anche troppa, forse». Perché il piccolo Federico, cresciuto a qualche centinaia di metri di distanza dalla casa di Leggiuno di Riva, ogni pomeriggio d’estate scappava con la bicicletta per recarsi sotto il suo balcone, aspettando che uscisse a fumare per avere il privilegio di osservarlo soltanto, quell’uomo che un gol dopo l’altro, un silenzio dopo l’altro, scriveva la sua leggenda.

GLI ANEDDOTI INEDITI RIVELATI DALLA SORELLA E DAL FIGLIO

Lo guardava senza parlarci mai. e ancora oggi, nonostante tutto, non l’ha mai incontrato ed è felice di non averlo fatto perché «diversamente mi avrebbe intimidito con la sua presenza». A fornirgli il materiale per aneddoti inediti e aspetti ancora inesplorati della vita di Rombo di Tuono sono stati gli amici e i parenti più stretti, la sorella Fausta o il figlio Nicola, presente all’anteprima per poter dire alla fine: «Pensavo di conoscere la vita di mio padre e invece non la conoscevo ancora tutta».

PRESIDENTE ONORARIO NELL’ANNO DEL CENTENARIO

Ed è la sensazione che si ha pur essendoci cresciuti dentro a quel mito, in un’isola e una città in cui uno scudetto di 50 anni fa è tramandato oralmente come l’epica di un tempo e l’uomo che l’ha portato è venerato come una semidivinità pagana vivente, presente eppure allo stesso tempo distante, come un dio dell’Olimpo che sempre più di rado scende tra la gente. Una mistica alimentata da una vita pubblica ormai quasi inesistente, perché «papà», racconta il figlio Nicola, «è tornato sul fico». Eppure ne scenderà ancora, almeno una volta, per diventare presidente onorario del Cagliari il 18 dicembre e coronare così l’anno del centenario del club e del cinquantenario dello scudetto. Una storia che ha scritto in prima persona e che non può certamente esimersi dal suggellare.

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Il nuovo presidente dell’Algeria Tebboune stretto tra militari e proteste

Ex primo ministro di Bouteflika e leale al capo delle Forze armate Salah, è stato eletto in una votazione boicottata dal popolo. Ora si trova tra l'incudine dell'esercito e il martello delle manifestazioni.

Dal febbraio del 2019 l’Algeria ha visto il susseguirsi settimanale di una lunga teoria di manifestazioni di protesta contro Abdelaziz Bouteflika, il suo “cerchio magico” diremmo noi, e l’intero sistema politico, militare, ed economico che è andato impossessandosi delle leve del potere del Paese dal 1962, ingabbiandolo in una camicia di forza che la crisi degli ultimi anni ha reso intollerabile. Crisi politica dunque ma anche economico-sociale, l’una e l’altra strettamente intrecciate in una soffocante corruzione e spartizione della rendita energetica.

LA PROFONDA CRISI SOCIO-ECONOMICA DELL’ALGERIA

Non si può non sottolineare come l’Algeria si collochi tra i primi 10 produttori mondiali di gas e terzo produttore africano di petrolio; che gli idrocarburi rappresentano ancora oggi il 95% delle entrate dell’export e il 65% del bilancio dello Stato e soffre chiaramente di una monocultura industriale, quasi esclusivamente votata allo sfruttamento energetico e di conseguenza dipendente dall’andamento del prezzo di quelle risorse nel mondo con ricadute di forte criticità sociali come in questi ultimi tempi. Non stupisce certo che in questa dinamica sia andato fermentando un diffuso scontento soprattutto nel segmento più giovane del Paese nel quale il 55% del totale ha meno di 30 anni.

LE DIMISSIONI DI BOUTEFLIKA

Serviva solo una scintilla perché si producesse l’incendio e l’entourage di Bouteflika lo ha offerto su un piatto d’argento con la presentazione della ri-candidatura di Bouteflika per un quinto mandato. Inesorabile l’onda delle proteste la cui parola d’ordine spiegava chiaramente quale fosse il bersaglio cui si puntava e se dunque era del tutto prevedibile che le dimissioni di Bouteflika rassegnate all’inizio di aprile non sarebbero bastate a fermare la protesta popolare, si doveva ad una robusta miopia del regime di cogliere la profondità strutturale della protesta (Hirak).

Proteste ad Algeri nel giorno delle elezioni, boicottate dalla maggior parte della popolazione (GettyImages).

Ancor meno di riuscire a “leggere” il suo carattere anomalo, mai scaduto in violenza neppure al momento in cui la data delle elezioni, rinviate ben due volte sotto la pressione del Hirak, sono state fissate al 12 dicembre. Pacifico dunque ma fortemente determinato a denunciarne l’inaccettabilità e dunque a promuoverne il boicottaggio contro una consultazione giudicata al servizio esclusivo del potere costituito.

IL POTERE NELLE MANI DEL CAPO DELL’ESERCITO

E ben poco ascolto è stato dato alle rassicurazioni del Comandante delle forze armate, il generale Ahmed Gaid Salah, considerato l’uomo forte del sistema assieme al Presidente ad interim Abdelkarem Bensalah, che poteva vantare a suo merito l’aver convinto/costretto Bouteflika alle dimissioni. Lo stesso Gaid Salah che aveva da ultimo smentito con forza la notizia che le forze armate stessero sponsorizzando uno dei candidati alla presidenza, bollandola come «propaganda» propalata per delegittimare le elezioni. Lo stesso Gaid Salah che aveva definito «giusta punizione inflitta a certi elementi della gang in sintonia con l’urgente e legittima attesa del popolo» la condanna a 15 anni di prigione inflitta a Said Bouteflika, il fratello del deposto presidente, e altri due alti ufficiali dello spionaggio algerino per complotto contro lo Stato. La ragione? Il diffuso convincimento che si trattasse di prese di posizione finalizzate a lucidare la propria immagine, renderla più accettabile e con ciò posizionarsi meglio anche all’interno del «sistema Bouteflika», e non di veri convincimenti riformistici.

I CANDIDATI TUTTI LEGATI A BOUTEFLIKA

La lista dei cinque candidati alla presidenza, del resto, ne era specchio fedele dato che ben quattro di loro (Abdelmajid Tebboune, Ali Benflis, Azzedine Mihoubi e Abdelaziz Belaïd) erano già stati parte di governi del ventennio di presidenza di Bouteflika, il quinto, Abdelkader Bengrina, essendo un outsider di stampo islamista impegnato in particolare in una personale battaglia contro il celibato femminile.

LE ELEZIONI BOICOTTATE

Con queste premesse, non ha stupito la modesta affluenza alle urne al 41%, più bassa di dieci punti di quella del 2014 e comunque la più bassa di sempre.

Non ha stupito che la giornata fosse scandita da una dimostrazione di massa che chiedeva a gran voce di non andare a votare.

Ancor meno ha stupito che la giornata fosse scandita da una dimostrazione di massa da parte del movimento protestatario che chiedeva a gran voce di non andare a votare e represso spesso in modo brutale dalla polizia che, a sua giustificazione ha potuto stigmatizzare alcuni tentativi di blocco dei seggi elettorali.

TEBBOUNE ELETTO PRESIDENTE

Da segnalare che nell’attesa dei risultati vi è stata una prima rivendicazione di vittoria da parte di Tebboune, già primo ministro di Bouteflika nel 2017, che come era facile ipotizzare ha fatto subito scattare la risposta di Hirak improntata al rifiuto dell’esito elettorale e alla promessa di un nuovo ciclo di manifestazioni di protesta settimanale. Si è trattato di una rivendicazione che aveva una solida base di riferimento visto che è proprio questo 74enne dirigente e politico algerino a risultare il nuovo presidente dell’Algeria con un consistente 58% dei voti. Nessuna necessità di ballottaggio dunque e una mera formalità l’attesa dei risultati che saranno comunicati dal Consiglio costituzionale entro una decina di giorni.

IL NUOVO CAPO DI STATO STRETTO TRA MILITARI E PROTESTE

Amicizie trasversali, nessuna tessera di partito, aveva iniziato la sua campagna affermando di essere stato un precursore del movimento Hirak in quanto convinto sostenitore della necessità di un processo di riforma del sistema e dalla lotta alla corruzione. Un figlio in carcere con l’accusa di traffico di stupefacenti. Si trova tra l’incudine del potentato militare che certo cercherà di salvaguardare il suo ruolo, sostanzialmente decisorio, e il martello di una diffusa sfiducia popolare di cui il vero Hirak è portabandiera e di cui si attendono le reazioni, ciò che lo pone in una posizione complicata e per di più appesantita dalla crisi economico-sociale che sta attraversando il Paese, nonché dall’incombente minaccia del terrorismo. I suoi primi giorni daranno il termometro della sua capacità di imprimere una rotta costruttiva al suo mandato. Intanto si è saputo che il primo personaggio che gli ha fatto visita è stato l’ambasciatore statunitense; un segnale tutt’altro che trascurabile a livello politico-economico.

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Altro che continuità con Draghi, così Lagarde rivoluziona la Bce

Né falco né colomba: il gufo (simbolo di saggezza) Christine cambia la stategia della Banca centrale europea: in agenda i cambiamenti climatici, nuovi target per la stabilità dei prezzi, pagamenti digitali. Una svolta che non si vedeva da 16 anni.

Era attesa da tutti come la versione color pastello di Mario Draghi. Il suo ruolo doveva essere solo di prosecuzione e continuità con quanto fatto dal governatore celebre per il «Whatever it takes», ma Christine Lagarde ha stupito tutti.

UN DEBUTTO ALLA MOURINHO

Un piglio degno del primo José Mourinho interista (quello del «non sono un pirla») e un polso, nel tenere la conferenza stampa, che ha lasciato molti osservatori positivamente impressionati: dopo la consueta fase di resoconto del meeting direttivo alla stampa, la neo presidente – prima di procedere con il consueto giro di domande – ha voluto riservarsi uno spazio di libere considerazioni.

NON I SOLITI NUMERI SU CRESCITA E INFLAZIONE

Ma oltre al cipiglio c’erano contenuti inattesi. No, non i soliti numeri su crescita (rivista lievemente al ribasso) o inflazione (lievemente al rialzo), né annunci di politica monetaria (invariata), Lagarde ha sparato ben più alto, annunciando una strategic review della Banca centrale europea come non si vedeva da 16 anni.

SVOLTA DA GENNAIO 2020

La Bce ripenserà se stessa, il suo ruolo e le modalità con cui perseguire il suo mandato. Lo farà dal gennaio 2020 per arrivare a una conclusione entro la fine dell’anno. I punti salienti di questa revisione di strategia sono l’inclusione di tematiche inerenti il cambiamento climatico e la ridefinizione del target per la stabilità dei prezzi (oggi posto ad «appena inferiore a 2%»).

CONTESTO TOLLERANTE SULL’INFLAZIONE

Per la stabilità dei prezzi probabilmente l’intenzione è di predisporre un contesto tollerante per l’eventualità di un’inflazione che dovesse superare il 2%, valutando un livello medio pluriennale: dopo anni di livelli inflattivi molto lontani dall’obiettivo, consentire per qualche tempo all’inflazione di galleggiare sopra la soglia del 2% servirà ad avere un livello medio più vicino a 2.

ANCHE L’IMMOBILIARE NELLA DEFINIZIONE DEI PREZZI

La Bce valuterà, inoltre, se considerare anche il comparto immobiliare nella definizione dei prezzi e si premunirà di considerare anche le aspettative di inflazione dei consumatori oltre che quelle di mercato.

CRESCENTE SENSIBILITÀ AMBIENTALE

Le allusioni al surriscaldamento globale lasciano immaginare che la spinta fiscale auspicata potrà avvenire in scia a una crescente sensibilità ambientale: verrà infatti cercato un accordo con la Commissione europea sulla cosiddetta tassonomia, ossia di un sistema di regole di classificazione di criteri per arrivare a definire cosa debba intendersi per attività sostenibile.

BCE PRONTA A DIALOGARE CON LE ALTRE ISTITUZIONI

Un gioco dialettico a tutto campo che crea aspettative, ma che tratteggia già una Bce diversa, ancora tenacemente indipendente, ma pronta a scendere dalla “torre d’avorio” e dialogare con le altre istituzioni perché «non c’è niente di sbagliato nel concordare le azioni per i rispettivi obiettivi».

Le armi che la Bce continuerà a usare saranno:

  • Tassi d’interesse, per la parte più breve della curva.
  • Forward guidance, per dettare un calendario chiaro e “correggere” l’orizzonte di medio termine.
  • Quantitative easing e acquisti di asset, per condizionare la parte più lunga della curva dei rendimenti.

Messa alle strette sulle preferenze fra i tre strumenti, la neo presidente ha fatto intendere di preferire la forward guidance. Non c’era da avere molti dubbi in proposito: la scelta è caduta sullo strumento più basato sulla dialettica, vuoi per confidare sulla principale competenza di Christine (la comunicazione), vuoi perché la capacità di condizionamento residua della Banca centrale è ormai molto esigua, dopo aver già portato i tassi prima a zero, poi sottozero, e aver lanciato più piani di Qe.

POLITICA FISCALE DIVERSA E PIÙ ESPANSIVA

Nonostante le politiche monetarie ultra-accomodanti di questi anni, infatti, i consumi non crescono e i salari nemmeno, per questa ragione una diversa e più espansiva politica fiscale «sarebbe benvenuta».

MA CHI HA IL DEBITO ALTO (COME NOI) SI PREOCCUPI DI QUELLO

Selettivamente, però. I Paesi che hanno spazio di manovra dovrebbero introdurre politiche fiscali più accomodanti, mentre i Paesi ad alto debito dovrebbero preoccuparsi di tornare su un sentiero più virtuoso. Un messaggio esplicito ai governi che non mancherà di mostrare i suoi effetti. Inflazione e crescita (stimate ripettivamente a +1,6% e +1,4% nel 2022) sono ancora troppo modeste, anche se il segno positivo va visto come un buon segnale.

IL GUFO COME SIMBOLO DI SAGGEZZA

La presidente ha prima chiarito un «io sono io» che non ha niente a che fare con la famosa citazione de Il marchese del Grillo di Alberto Sordi, ma che è solo un ammonimento verso la naturale tentazione a fare confronti con il predecessore Draghi. Dopodiché ha respinto ogni classica etichetta definendosi né colomba né falco, semmai un gufo, animale simbolo di saggezza (anche se in Italia ha tutt’altra simbologia).

PURE UN SISTEMA DI PAGAMENTI DITIGALI

Come se tutto ciò non bastasse, in una conferenza stampa di debutto, La Lagarde ha inoltre fatto riferimento alla creazione di una task force che entro metà 2020 porti a termine i lavori per la definzione di una digital currency sotto l’egida della Bce stessa, cioè di un sistema di pagamenti digitali (ma – ha chiarito – non sarà né uno stable coin né il bitcoin). Né falco né colomba: Christine Lagarde sembra una macchina infernale.

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Greta Thunberg a Torino con i ragazzi dei Fridays for future

La giovane attivista svedese arrivata in Italia a Madrid a bordo di un'auto elettrica. Con lei in piazza in 5 mila. Ad accoglierla striscioni e tanto entusiasmo.

Quasi 5 mila persone hanno accolto a Torino la visita di Greta Thunberg, sbarcata in città in occasione del presidio cittadino dei Fridays for future. Prima di scendere in piazza l’attivista svedese ha incontrato una delegazione di cinque ragazzi del movimento al Teatro Regio. «Torino è una città stupenda», sono state le sue prime parole davanti a uno stuolo di giornalisti e fotografi, «sono molto felice di essere qui, anche se non ho avuto molto tempo per visitarla».

UNO STRISCIONE PER ACCOGLIERLA IN CITTÀ

Sul balcone d’onore di Palazzo Civico è stato affisso uno striscione per darle il benvenuto. Sfondo verde e con un mondo libero dall’inquinamento, lo striscione reca la scritta ‘Welcome to Turin, Greta’. Greta è arrivata da Madrid in auto elettrica, accompagnata dal padre e dal suo staff, compresi alcuni documentaristi che seguono la giovane attivista in giro per il mondo.

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Federico Lovadina nuovo presidente di Sia

Il cda ha nominato per cooptazione anche cinque consiglieri designati da CDP. Confermati l'ad Cordone e il vicepresidente Sarmi.

Il Consiglio di Amministrazione di SIA, riunitosi ieri sotto la Presidenza dell’ing. Giuliano Asperti , ha nominato per cooptazione cinque nuovi consiglieri della società, designati da Cassa Depositi e Prestiti (CDP): Federico Lovadina, Andrea Cardamone, Fabio Massoli, Andrea Pellegrini e Carmine Viola.

Nel corso della medesima riunione, il CdA ha inoltre provveduto a nominare nuovo Presidente di SIA, Federico Lovadina, in sostituzione del dimissionario Giuliano Asperti.

Federico Lovadina

Il Consiglio di Amministrazione ha espresso gratitudine ed apprezzamento per il lavoro svolto con competenza e professionalità in questi anni dall’ing. Asperti e dai consiglieri uscenti, nonché un caloroso benvenuto ai nuovi consiglieri.

SIA è una società hi-tech, leader in Europa nel settore dei servizi e delle infrastrutture di pagamento, controllata da CDP Equity all’83,09%.

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Quelle opportunità nascoste dietro un crollo della Borsa

Come (e perché) sfruttare il calo di titoli prestigiosi. Gettando lo sguardo oltre i dubbi di breve periodo. Rapida introduzione al "mix in caduta".

Nel processo di controllo dei propri investimenti, anche il risparmiatore alle prime armi deve approfittare del “mix in caduta”. Di cosa si tratta? Il monitoraggio dei portafogli va fatto cogliendo le opportunità che il mercato offre lungo il percorso di investimento. Se applicate il constant mix in automatico a determinate scadenze (almeno ogni 12 mesi, come già visto la settimana scorsa), il mix in caduta si attiva ogni qualvolta un vostro asset subisce un calo importante (nel caso dell’azionario, superiore al 30%; nel caso dell’obbligazionario, superiore al 10%). Riequilibrando il portafoglio secondo la regola del constant mix di cui sopra, o in alternativa investendo nuove risorse (nel rispetto dei vostri obiettivi e del profilo di rischio, naturalmente). Spieghiamo il perché.

UNA QUESTIONE DI PROSPETTIVA

Abbiamo detto a più riprese che l’economia globale cresce sempre e che noi, investendo in strumenti efficienti, siamo in grado di incorporare questa crescita. Ma abbiamo anche sottolineato che i mercati finanziari non crescono in modo costante e lineare, perché nel breve periodo sono condizionati da fattori emotivi e speculativi che generano oscillazioni incontrollabili. Pertanto, ogni volta che il mercato crolla abbiamo un’opportunità unica di acquisto. È un po’ come durante i saldi, ma su prodotti di lusso: chi si farebbe sfuggire l’occasione di acquistare a metà prezzo una Mercedes, un iPhone, una borsa di Louis Vuitton o un Rolex? Ebbene sì: quando crolla la Borsa abbiamo l’occasione unica di comprare a metà prezzo le azioni di tutte queste aziende, quindi perché non farlo? Se non lo fate è perché il vostro sguardo non è rivolto lontano, all’orizzonte temporale giusto, ma è concentrato sul breve periodo, sulla piccola tragedia che state vivendo in quel momento. Vi impantanate a rimuginare che state momentaneamente perdendo il 30-40%. È solo questione di prospettiva.

Se per almeno una settimana sentite al telegiornale commenti del tipo «La Borsa sta crollando», allora è il momento di sedersi al tavolo con il vostro consulente

Mi direte: «E come faccio a seguire i mercati in caduta? Non ho tempo e competenze per poterlo fare!» Non lo accetto più. Si tratta dei vostri soldi e un minimo di attenzione dovere averlo. Ma la soluzione smart c’è. In questo i media contribuiscono parecchio a spaventarvi. Se per almeno una settimana sentite al telegiornale o nei talk televisivi o leggete sul giornale commenti del tipo: «La Borsa sta crollando», «I mercati non reagiscono» e altre frasi a effetto negativo, allora è il momento di sedersi al tavolo con il vostro consulente e verificare se è il caso di approfittare del mix in caduta. E comunque è venuto il momento di non fare l’italiano figlio di Guicciardini perché dietro quelle notizie ci potrebbe essere anche l’opportunità per il vostro investimento.

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X Factor 2019, le pagelle della finale

La puntata migliore. Perché è stata l'ultima. E così è finito questo talent che ha perso appeal e spettatori. O si fa un lifting o si chiude. Inadeguati i giudici, bene solo Davide e Sofia. Ma la vincitrice dovrà crescere.

Ma quella lì sarebbe la piccola Luna? Dio mio come si è trasformata in appena un anno, sembra una influencer, sembra già rifatta a 17. Questo sarebbe il magico mondo dello spettacolo oggi? Qualcosa che ti cancella l’anima più che rubartela? Persa ogni freschezza, nell’AnteFactor invita il pubblico a fare «un grande casino» per la finale che sta per partire. E la finale è la puntata migliore. Perché bene o male sforna un vincitore (cui verrà rimossa l’anima), ed è la vincitrice annunciata, almeno da noi, se un vanto è concesso, ed è, in fondo, la più meritevole. E così, in extremis, capisci che X Factor no, non è Canzonissima, non è La Corrida. È Miss Italia, che dopo 12 mesi non la riconosci più, la ragazzina di tremule ambizioni non esiste più e c’è una donna, donna, donna dimmi: cosa vuol dir, sei una popstar ormai? C’è da tremare pensando a cosa diventerà la tenera, ingenua Sofia, che già ci cambia sotto gli occhi.

L’IMMARCESCIBILE CATTELAN CI SARÀ SEMPRE

E l’ultimo taglio è più più profondo: tutto si dissolve nel presente già passato ed è già tempo di spingere sull’acceleratore del successo. Mentre tutto si sbaracca a Milano, il Forum di Assago si svuota e il pubblico lento sfila via, i giudici spariscono sulle loro auto nere e difficilmente verranno confermati in una 14esima edizione già annunciata dall’immarcescibile Alessandro Cattelan che ci sarà sempre, stagionerà qui a Xf, ormai è parte del processo, ha legato il suo nome a questo talent, chissà se a gioco lungo gli converrà. Ma forse ha ragione lui, forse la sua dimensione è questa.

TALENTI CHE NON SARANNO MAI TALI

Si smorzano i clamori di X Factor, che quest’anno ha rotolato respirando male come non mai, ha perso appeal e spettatori, formula vecchia: fare un lifting o chiudere proprio? Formula risaputa e cervellotica, estenuante, puntate che non finivano mai, inzuppate nella noia, eliminazioni con ballottaggi difficili da capire, da seguire, e su tutto quell’aria di posticcio, di talenti che non saranno mai tali, che balleranno, forse, un anno solamente.

QUANTE CRISALIDI MAI SBOCCIATE IN FARFALLE

Magari non tutti, magari Sofia o Davide ce la faranno, ma la strada di X Factor è costellata di crisalidi mai sbocciate in farfalle. Che rimane di questi tre mesi? Poco, una gran fatica, un profondo senso di stanchezza, la sensazione di una impotenza insormontabile. L’ultima puntata è stata la migliore. Perché è stata l’ultima, perché è finita.

ALESSANDRO CATTELAN 6

Ammazza, ma suona pure il piano. Molto andante. Era meglio il vecchio Pippo. Anche in questo. Arrivederci all’anno prossimo, tu sei l’unico che non ha bisogno di bootcamp, sei l’inesorabilità del talent.

MARA MAIONCHI 4

Quest’anno li ha persi tutti, i suoi, e fa numero, fa tappezzeria. Che mestizia. Sarò cattivo, sarò pazzo, ma a me ha ricordato Peo Pericoli, il personaggio di Teocoli. Triste, solitaria y final.

MALIKA AYANE 4

Da questa esperienza esce conclamata nell’antipatia, nell’affettazione sciocca, una della quale ci si chiede: sì, ma questa che ha mai fatto, dopotutto, in carriera? E la risposta, amici, soffia nel vento.

SFERA EBBASTA 4

Alzi la mano chi l’ha trovato preparato, o carismatico, o adeguato. Va bene, ha vinto anche lui con Sofia, ma in realtà Sofia ha vinto da sola. Una faccia da schiaffi, ma lo sapevano, e tutto il resto… non c’è. Svegliatevi ragazzi, vi stanno prendendo per il coso.

SAMUEL 4

Il nostro “Umarell” torinese, con ragionieristico piglio, ne porta due in finalissima, scandalosamente, ma è la legge del menga: chi più vende (si spera), il pubblico se lo tenga. Come giudice, come personaggio, latitante. Lo truccano, lo pitturano, ma finisce per somigliare curiosamente a Gilberto Govi. Morale: una band finita, i Subsonica, genera una band che mai comincerà, i Booda. Corsi e ricorsi sonici…

BOODA 4

(Heart Beat, Nneka; 212, Azealia Banks; Hey Mama, David Guetta ft Nicky Minaj). La scandalosa finalissima di questa cosa strampalata fin dal nome induce domande esistenziali: che sono questi? Che vogliono? Che fanno? Una band no, giovani no, il pestone ai tamburi ha 40 anni, la cantante pare Cristina d’Avena che canta la canzone dell’Orangutang, quella degli scout. Sembrano più tre tipi che un giorno si dicono: dài, proviamoci; e se poi ci va dritta? Per chi scrive restano una Boodanada, ma forse proprio per questo restano l’ideale di Xf.

SIERRA 4

(Le acciughe fanno il pallone, Fabrizio de Andrè; 7 Rings, Ariana Feande; Dark House, Katy Perry). Terzi, arrivano. Terzi. Su decine e decine di aspiranti. Questi di strada ne faranno, perché il piccolo provinciale music business all’amatriciana ha un bisogno disperato di sempre nuovi coatti da lanciare: una rapperia tappetara, che prima o poi finirà, ma non domani. Auguri.

DAVIDE ROSSI 7

(How Long Has This Time Going On, George Gershwin). Vergogna su di voi, chiunque voi siate: il più talentuoso in assoluto, lo segano in finale; e umilia anche il bolso Robbie Williams. L’ex bambino grasso della Clerici resta l’incognita più grande, un talento che non sapranno assolutamente come gestire. Sarebbe da dirgli: fallo da solo, fatti da solo, ma come si fa? Non sono più i tempi, oggi a 20 anni Satisfaction non la scrive più nessuno e anche col talento di un Davide non esci; non c’è nessuno che te lo riconosce. Auguri, con una stretta al cuore, perché meriti il meglio.

SOFIA TORNAMBENE 7

(Fix You, Coldplay; Papaoutai, Stromae; C’est la Vie, Achille Lauro). Adesso che ha vinto, possiamo pure farle un po’ di pulci. Brava, sì, in tutto: ma dovrà perdere quel non so che di caramelloso, dolciastro, trasognato di provincia. Insomma dovrà crescere, in fretta. Il punto è come: non lo sappiamo, c’è da rabbrividire, creta in ciniche mani, sorde mani che non rispettano la musica, che corrono dietro al soldo facile… La aspettiamo tra un anno, senza illusioni.

ROBBIE WILLIAMS 4

(The Christmas Present: Time for change/Let it snow). Ammazza quant’è scoppiato, pare il fratello anziano di Eros Ramazzotti. In apertura riesce a cantare peggio di tutti, perfino di Cattelan. Uno dei tanti bluff di questi tempi buffi.

ULTIMO 5-

(Tutto questo sei tu). Un po’ Tiziano, un po’ Antonello, un po’ di questo, un po’ di quello. Dicono che è un genietto, un fuoriclasse; lo dicono, e intanto il nuovo singolo, Tutto questo sei tu, clona Gente di mare di Tozzi/Raf (1988). E se invece fosse la costruzione di un atomo?

LOUS AND THE YAKUZA 5

(Gore: Dilemme) Si leggono meraviglie di costei, principalmente per «la sua storia difficile», ci crediamo per carità, solo che questa lagna super patinata e facile facile non va oltre la milionesima variazione, poco variata, sul solito tema world…

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Con la manovra arriva una piattaforma digitale per le notifiche di multe e atti

I destinatari riceveranno un avviso elettronico e potranno accedere all'area riservata personale per consultare i documenti.

Un emendamento alla manovra approvato in commissione Bilancio al Senato introduce una nuova piattaforma digitale per le notifiche con valore legale di atti, provvedimenti, avvisi e comunicazioni della Pubblica amministrazione. Multe comprese. I destinatari riceveranno un avviso digitale dell’avvenuta notifica e potranno accedere alla propria area riservata per consultare i documenti. La piattaforma non sarà usata per le notifiche giudiziarie e si affiancherà alla Posta elettronica certificata.

LEGGI ANCHE: Le ultime novità sulla manovra prima del voto di fiducia

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Catanzaro, indagati per truffa 29 consiglieri comunali su 32

Secondo la Procura molti percepivano il gettone di presenza ma non si presentavano alle sedute, o lo facevano per un tempo molto limitato.

Percepivano il gettone di presenza per la partecipazione a commissioni quando invece non andavano affatto o erano presenti solo per poco tempo rendendo, di fatto, impossibile il reale svolgimento della riunione. È stata l’accusa mossa dalla Procura di Catanzaro a 29 dei 32 consiglieri comunali del capoluogo, ai quali è stato notificato un avviso conclusione indagini con le accuse, a vario titolo, di truffa aggravata per erogazione pubbliche, falsità ideologica, uso di atti falsi. Gli indagati sono complessivamente 34.

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In Toscana Salvini ha un potente alleato: la Cina

La concorrenza del Dragone è alla base della crisi che spinge tanti elettori nelle braccia della Lega. Il Capitano non lo ha ancora capito ma Pechino lavora per lui più e meglio della sua famigerata “Bestia”.

Nel modo di pensare cinese il termine Wu wei è di grande importanza e di difficile traduzione per noi occidentali. Il concetto alla base del Wu wei si potrebbe rendere come «lasciare fare ad altri ciò che è utile a noi», oppure anche – secondo il taoismo – «l’arte della non-azione», un principio secondo cui il miglior modo di affrontare una situazione, specialmente se conflittuale, è non agire e non forzare alcuna soluzione, bensì permettere che le cose accadano da sole e lavorino per il tuo scopo finale. Matteo Salvini probabilmente non lo sa, ma la Cina, attraverso il concetto di Wu wei, è attualmente il suo migliore alleato nelle prossime elezioni in Toscana.

SEMPRE PIÙ ELETTORI ABBRACCIANO LA LEGA

Questa è anche – più o meno – la tesi dell’autorevole quotidiano americano New York Times, che qualche giorno fa ha pubblicato un ampio reportage nel quale ha messo in relazione l’ascesa di Salvini in Toscana con la concorrenza economica della Cina. Gli autori del lungo articolo dal titolo “The Chinese Roots of Italy’s Far-Right Rage” (Le radici cinese della rabbia di estrema destra in Italia) si sono mossi per la loro inchiesta nella cosiddetta “zona rossa”, quell’area compresa tra Toscana, Marche e Umbria, dove la sinistra è da sempre forza politica maggioritaria ma dove, di recente – e proprio in coincidenza con la crisi economica e sociale in atto in quelle zone -, sempre più elettori dicono di voler votare per la Lega e per i partiti populisti e anti-establishment. Nelle interviste fatte ad artigiani, piccoli imprenditori e politici locali – tutti in questi anni colpiti dalla crisi e costretti a licenziare i propri dipendenti o a chiudere le loro attività – è emersa infatti una singolare “sintonia” tra l’impatto aggressivo e devastante della “concorrenza sleale” delle imprese cinesi – valga un esempio per tutti, il tessile a Prato – e l’ascesa politica locale del Capitano.

Giorgia Meloni dovrebbe ripensare i suoi recenti feroci attacchi a Pechino, e guardare invece con grande simpatia al regime illiberale cinese

L’inchiesta, condotta come sempre magistralmente dai due giornalisti del Nyt, Peter S. Goodman ed Emma Bubola, è a dir poco illuminante e chiarisce come – malgrado gli sforzi del M5s e di Beppe Grillo per “lisciare il pelo” a Pechino – la Cina sia invece il principale alleato del successo elettorale della Lega nella fu “Toscana rossa”. Una costatazione che dovrebbe spingere per esempio Giorgia Meloni almeno a ripensare i suoi recenti feroci attacchi a Pechino, e a guardare invece con grande simpatia al regime illiberale cinese, al quale del resto FdI e appunto la Lega sono molto più vicini delle altre forze politiche italiane, non foss’altro per la comune “ispirazione” dei propri programmi elettorali, volti a promuovere un sistema di “valori” – se così possiamo chiamarli – e di principi basati sull’autoritarismo e la retorica dell’uomo forte: insomma, Xi Jinping e l’attuale regime illiberale comunista (se non altro nel nome) cinese, come fonte di ispirazione ed esempio da seguire.

L’IMPATTO DELLA CONCORRENZA CINESE E IL SENTIMENTO ANTI-IMMIGRATI

Così dall’inchiesta del quotidiano americano veniamo a conoscere quello che pensa per esempio Mauro Lucentini, oggi consigliere per la Lega a Montegranaro, una cittadina dove le circa 600 aziende calzaturiere si sono ridotte ormai a meno di 150 a causa della crisi economica causata dalla concorrenza cinese, spingendo la gente del posto ad abbracciare la Lega e le sue invettive contro gli immigrati. Il negozio di mobili di sua madre è uscito devastato dalla concorrenza dell’Ikea, che attinge fortemente dai fornitori a basso costo in Cina. Fogli di cartone coprono le porte di vetro di un rivenditore fallito che vendeva lacci per le scarpe e altri accessori per calzature. Un negozio che vende strumenti e macchinari è vuoto. Una fabbrica a tre piani che una volta impiegava 120 persone versa in desolante abbandono, con la facciata che cade a pezzi. «Non possiamo aiutare l’ultima persona in Africa e non aiutare il nostro vicino», ha detto Lucentini al Nyt, sintetizzando il suo pensiero.

Salvini forse non lo ha ancora capito ma la Cina, in Toscana e non solo, lavora per lui più e meglio della sua famigerata “Bestia”

«Non penso che sia giusto che vengano a rubare il lavoro agli italiani», ha detto poi la signora Travaglini, impiegata in un’azienda tessile di Prato, ora rimasta senza lavoro e che si dice convinta che le aziende cinesi non paghino le tasse e violino le leggi sui salari, riducendo la retribuzione per tutti. Il concetto di multiculturalismo è una bestemmia per lei. Con i giornalisti americani ha insistito sul fatto che l’Italia è per gli italiani – un affermazione che ha esteso ovviamente anche ai cinesi, compresi quelli di seconda e terza generazione, quelli che parlano italiano con accento toscano più degli italiani. «Sono italianizzati», è il suo pensiero, «ma non sono ancora italiani». Insomma, Salvini forse non lo ha ancora capito ma la Cina, in Toscana e non solo, lavora per lui più e meglio della sua famigerata “Bestia”, l’efficiente macchina di propaganda della Lega. Mettendo in pratica anche l’altro antico detto cinese: “uccidere il nemico con una spada presa in prestito”. Dalla Cina, appunto.

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Che ne sarà di questa little England dopo i cicloni Johnson e Brexit

Ci ritroviamo una nazione corsara ai confini dell'Ue. Decisa a strappare business al Continente. Ma ora il Regno Unito potrebbe disgregarsi sotto la spinta indipendentista della Scozia. Le (brutte) notizie per l'Europa dal voto britannico.

Partita chiusa. Boris Johnson ha vinto la sua scommessa. Jeremy Corbyn non solo ha subìto la peggiore sconfitta laburista dal 1935 perdendo una sessantina di seggi, ma ha confermato in pieno il pessimo giudizio di chi dalle file stesse del Labour lo accusava di avere una strategia sbagliata e confusa. E i liberal democratici che si illudevano con Jo Swinson di decuplicare i deputati da 12 (o 21, contando i transfughi raccolti dalle file dei conservatori soprattutto) a 120, dovranno accontentarsi di 11, e risultano travolti dal ridicolo.

A BORIS INTERESSA SOPRATTUTTO LA SUA STATURA

Ci sarà la Brexit anche se difficilmente sarà così rapida e radicale come Johnson ha promesso infinite volte perché ora l’obiettivo è dimostrare che il Regno Unito affronta il nuovo cammino senza scosse e i conservatori costruiscono così le premesse per un’altra vittoria quando si tornerà alle urne, fra cinque anni salvo sorprese. Chi conosce Johnson sa bene che assai più della Brexit gli importa entrare fra i primi ministri di lunga durata come Margaret Thatcher e Tony Blair e raggiungere una statura che non sfiguri accanto a quella del suo idolo Winston Churchill.

CLAMOROSI ERRORI DI CORBYN

Brillante nei risultati, con una quarantina di seggi in più rispetto a quelli ottenuti al voto anticipato del giugno 2017 da Theresa May e una maggioranza parlamentare tranquilla di circa 30 seggi, la vittoria di Johnson è dovuta però prima di tutto ai clamorosi errori di Corbyn che ha dimostrato di avere una lettura della realtà profondamente distorta dall’ideologia politica. E si è illuso di trasformare quello che il Paese sentiva come un secondo referendum sulla Brexit sotto le spoglie di voto per il rinnovo del parlamento di Westminster in una svolta politico-culturale e nell’avvio della sua Inghilterra verso il socialismo laburista, nazionalizzazioni comprese.

UNA SANGUINOSA SCONFITTA LABURISTA

«È colpa di Corbyn, colpa di Corbyn», diceva dopo i pessimi exit poll l’ex ministro laburista dell’Interno Alan Johnson, buttandola in grottesco. «I corbinisti tireranno fuori la tesi che la vittoria è un concetto borghese, e che il solo obiettivo dei veri socialisti è una gloriosa sanguinosa sconfitta». Resta il fatto che in molti comizi, l’ultimo due giorni prima del voto a Liverpool, Corbyn ha parlato del suo sogno di una nuova Gran Bretagna e citato la Brexit solo di sfuggita in un inciso. Proprio fuori strada.

HANNO LASCIATO GLI ANTI-BREXIT SENZA UN LEADER

L’errore fondamentale di Corbyn viene da lontano ed è quello di avere lasciato senza leadership un potenziale voto maggioritario – il Paese secondo tutti i sondaggi era ormai 55 a 45% piuttosto critico della Brexit nonostante il referendum del 2016 – che andava invece organizzato motivato e sostenuto. Ma Corbyn stesso è sempre stato pro Brexit, una sua brexit socialista, perché se per molti conservatori Bruxelles è da rifiutare perché troppo dirigista e non abbastanza liberista, per Corbyn era da rifiutare in quanto non abbastanza socialista.

UN GOVERNO DI COALIZIONE ERA POSSIBILE

Quindi ha deciso di fare un campagna elettorale tutta contro l’austerità imposta per 10 anni dai conservatori, per il rilancio del Nhs, il servizio sanitario nazionale, e per una visione da «socialismo in un solo Paese» in questa Europa troppo capitalista. La stessa promessa di tenere un secondo referendum in caso di vittoria alle Politiche del dicembre 2019 gli è stata alla fine imposta dal suo gruppo parlamentare, a netta maggioranza filo Ue. Una vera vittoria è sempre stata impossibile; era in teoria possibile però un governo di coalizione a guida Corbyn che sarebbe stato tenuto insieme solo per il tempo necessario a tenere un secondo referendum. Gli elettori hanno preferito un taglio netto.

DI FIANCO A JEREMY DUE VETERO SOCIALISTI

Per capire Corbyn basta un’occhiata ai suoi due uomini di fiducia al vertice del labour, Seumas Milne e Andrew Murray, perché sempre i collaboratori più stretti rivelano la vera natura del capo. Milne e Murray, entrambi di estrazione alto borghese, sono due vetero socialisti molto ideologizzati, con un giudizio decisamente favorevole per esempio di quella che fu l’Unione sovietica (secondo Milne il Muro di Berlino era un giusto baluardo della Guerra fredda e la Germania Est un Paese efficiente e ricco che faceva star bene il suo popolo, come l’Urss del resto), e con una visione che in altri tempi sarebbe passata terzomondista.

Il gioco politico assegnava a Corbyn il ruolo di anti Brexit e non avendo raccolto il guanto ha perso malamente il duello

L’unica attenuante alla confusione mentale di Corbyn e che c’è nel Labour, soprattutto nell’elettorato popolare delle Midlands e dell’Inghilterra del Nord, c’era e c’è un consistente filone pro Brexit che arriva a un quarto circa del potenziale elettorato laburista e che lui non ha voluto antagonizzare. Perché in fondo è come loro. Ma il gioco politico gli assegnava il ruolo di anti Brexit, visto che i conservatori sono diventati con Johnson e anche prima il Conservative Brexit Party, e non avendo raccolto il guanto ha perso malamente il duello. Harold Wilson aveva ugualmente nel 1975, anno del primo referendum britannico sull’Europa, un partito diviso e seguì ugualmente una politica ufficiale di non scelta, ma tutti sapevano che in privato era pro Bruxelles e fu decisamente più abile e molto meno ideologizzato.

JOHNSON, TROPPE PROMESSE DI SPESA PUBBLICA

Johnson ha avuto una strategia semplice e quindi chiara. «Facciamo la Brexit». Anche lui ha fatto molte promesse di spesa pubblica che in realtà si ridurranno assai. Ha condotto una campagna che ha puntato a fare breccia nei collegi storicamente laburisti del Nord dell’Inghilterra. E qui ha raccolto il nerbo dei nuovi seggi conservatori, portando al suo partito elettorati da generazioni laburisti, in nome della Brexit e solo di quella Brexit che Corbyn si è rifiutato di valutare bene. La corsa alla successione a Corbyn era già aperta, nel Labour, prima del voto.

E LA SCOZIA MINACCIA IL REGNO UNITO

C’è poco da aggiungere. Forse il buon successo dei nazionalisti scozzesi in Scozia, che rende ora la richiesta di un nuovo referendum locale per l’indipendenza più pressante. Fortememnte filo Ue, dicono di non poter accettare il distacco dall’Europa. Ma non sarà facile. Johnson resterà a lungo a Downing Street, ma chi in queste ore mastica amaro sostiene che potrebbe essere l’ultimo premier del Regno Unito, destinato a disunirsi proprio sulla questione europea. Non sarà semplice.

TRADITA L’EREDITÀ DI CHURCHILL

Per quanto scontato, per quanto abituati a Bruxelles a una Londra che spesso ha remato contro e quindi alla fine meglio fuori che dentro, il risultato è una brutta notizia per l’Europa. Se è un buon risultato per il Regno Unito, oltre che per l’attuale partito conservatore che portò nel 1973 il Paese nel Mec, solo il tempo potrà dirlo. Certamente non è un risultato che ha seguito l’eredità lasciata da Winston Churchill. Il premier della Seconda guerra mondiale ha lasciato una posizione molto chiara e filoeuropea e senza tentennamenti fin dal discorso alla Albert Hall del 1947. Nella sua visione il Regno Unito avrebbe appoggiato il disegno europeo dall’esterno se fosse riusciuto a mantenere l’Impero, ed entrando con decisa e piena partecipazione se l’Impero fosse sparito. Vedremo ora che cosa la “little England”, nazione corsara ai confini della Ue e decisa a diventare un porto franco per strappare business al Continente, riuscirà a fare.

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