Daily Archives: 2 Novembre 2019

Due cosplayer vestiti da nazisti al Lucca Comics

Due giovani con costumi nazisti sono stati visti alla manifestazione fumettistica nella città toscana. L'organizzazione e il Comune prendono le distanze.

Un travestimento fuori luogo, destinato a far discutere. La Digos di Lucca ha avviato accertamenti per identificare due giovani che l’1 novembre, a margine di una delle tante iniziative di Lucca Comics, hanno posato accanto a un carro armato indossando divise dell’esercito tedesco ed esponendo al braccio una fascia ben riconoscibile delle Ss. Secondo quanto appreso, la Digos è intervenuta dopo aver ricevuto una segnalazione ma, anche per la notevole presenza di persone, non ha subito rintracciato i due che intanto si erano allontanati.

INDIVIDUATI DALLA DIGOS

La Digos li avrebbe comunque individuati e valuterà se nel loro comportamento è ravvisabile un’ipotesi di reato. Sul posto, inoltre, gli agenti hanno rintracciato altri giovani, presenti nella stessa installazione, dove c’era pure montata una tenda da campo, i quali indossavano divise ma di altre formazioni militari, forse degli alpini. Questi avrebbero spiegato alla polizia che loro intenzione era realizzare una specie di simulazione storica di epoca bellica. Il 2 novembre è circolato sul web un video dove si vede che visitatori di Lucca Comics hanno criticato i due giovani che avevano simboli delle Ss ed esponevano una bandiera militare germanica.

UNA MANIFESTAZIONE SPONTANEA

Dagli accertamenti è anche emerso che la performance non faceva parte di quelle previste dalla manifestazione ma, come molte altre durante Lucca Comics, è frutto della spontaneità dei visitatori, decine di migliaia ogni giorno. In un comunicato diffuso la sera del 2 novembre, il Comune di Lucca e Lucca Crea per Lucca Comics «prendono le distanze e condannano il comportamento dei due ragazzi apparsi nel video caricato oggi in rete, offensivo non solo per il festival e tutto il suo pubblico, ma soprattutto per la memoria storica del nostro territorio».

«NESSUNA RELAZIONE CON LA COMMUNITY COSPLAY»

La nota prosegue: «L’accaduto non è in alcun modo in relazione con il festival né con le community cosplay (che si mascherano emulando nell’apparenza personaggi di film, fumetti, ecc., ndr), né con alcuna rievocazione storica. Nessun evento della manifestazione, nessun partner, nessuna attività collaterale è coinvolta in questo gesto dei due ragazzi. Il pubblico presente ha immediatamente condannato il gesto e la security li ha prontamente allontanati dall’area». «Simili manifestazioni richiamano spettri di intolleranza e barbarie, e non ci appartengono in alcun modo», concludono Comune e organizzatori.

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Ecco quanto il governo incasserà e perderà dalla manovra

Due miliardi dalle microtasse, destinati a raddoppiare nel 2021. A farla da padrone è la plastic tax.

Il lungo lavoro di taglia e cuci all’interno del governo è terminato. La manovra è stata ‘bollinata’ dalla Ragioneria dello Stato. La nuova versione della legge di bilancio verrà inviata a breve in parlamento. Il testo è composto da 119 articoli ed è lungo 90 pagine. Uno dei primi interventi riguarda la sterilizzazione delle clausole Iva. Ecco cosa prevedono le tabelle di sintesi allegate al testo della legge di bilancio.

2 MILIARDI DALLE MICROTASSE

Dalle nuove tasse introdotte aumenteranno nel 2020 il prelievo fiscale per oltre 2 miliardi. Ma l’anno successivo l’incasso raddoppia a oltre 4 miliardi. A guidare i prelievi sarà la tassa sulla plastica, che vale 1,079 miliardi nel 2020, visto che si applica da metà anno, e 2,192 miliardi nel 2021. Quest’ultima norma alleggerirà la tasche dei contribuenti di circa 868 milioni Il prelievo sale ancora nel 2021 se si considera la stretta sulla flat tax ora esistente fino a 35 mila euro: vale 824 milioni e porterebbe il maggior esborso fiscale tra due anni a sfiorare i 5 miliardi. Non va dimenticato però che la prima voce della manovra blocca 22,6 miliardi di aumenti Iva e 400 milioni di incassi di accise che sarebbero scattati automaticamente a gennaio come ‘clausole di salvaguardia’.

224 MILIONI DALLA SUGAR TAX

Il ‘congelamento’ della cedolare sugli affitti concordati, che doveva passare al 15% e che invece rimane al 10%, porta invece un risparmio sulle tasche degli italiani di 201 milioni. Il ‘piatto’ fiscale del 2021 conta anche 233,8 milioni di incassi dalla tassa sulle bevande zuccherate, 88,4 dalle accise sui tabacchi, 30,6 dall’imposta su cartine e filtri delle sigarette, 108 milioni dall’arrivo della web tax, 25 milioni dall’esenzione dell’imposta di bollo sui certificati penali, 332,6 milioni dalla stretta sui finge benefit aziendali, 51,3 milioni per la revisione dei limiti di esenzione dei ticket restaurant aziendali.

DETRAZIONI SOLO SU PAGAMENTI TRACCIABILI

La stangata del 2021, oltre che dalla plastic tax, arriva anche dai paletti messi alle detrazioni fiscali, che saranno riconosciute in gran parte solo se i pagamenti sono stati fatti l’anno precedente in modo tracciabile: gli italiani – calcola il governo – avranno 868 milioni di ‘sconti’ in meno e in pratica di tasse in più da pagare. L’anno successivo il maggior esborso si assesta a 496 milioni.

894 MILIONI DALLA STRETTA SULLE PARTITE IVA

La stretta sul forfait al 15% per le partite Iva vale 894 milioni nel 2021 e 568 milioni nel 2022. Il paletto più ‘pesante’ è quello sul divieto di cumulo per chi ha altri redditi da lavoro dipendente o assimilati superiori a 30 mila euro, che vale 593,8 milioni nel 2021 e 350 milioni nel 2022. Con lo stop alla flat tax sopra i 65 mila euro che doveva scattare dal 2020, invece, lo Stato ‘risparmia’ 154 milioni nel 2020, ma ben 2,5 miliardi nel 2021 e 1,5 miliardi nel 2022 quando la norma entrava a regime.

BONUS BEBÈ INTERO PER UN TERZO DEI BENEFICIARI

Circa un terzo dei beneficiari del bonus bebè riceverà il massimo dell’assegno, 160 euro al mese, perché il nuovo nato arriverà in famiglie con Isee sotto i 7 mila euro. I nuovi nati del 2020 vengono indicati in 440 mila di cui 140 mila in famiglie povere. La metà degli assegni sarà comunque maggiorato del 20% perché andrà a figli dal secondo in poi.

SOLO 8 MILIONI LORDI PER LE PENSIONI

Sono solo 8 milioni lordi (6 milioni al netto delle tasse) i fondi destinati alle pensioni fino a quattro volte il minimo (2.052 euro lordi al mese) la cui rivalutazione in modo pieno (100%) è prevista dal 2020. Circa 3 euro lordi in più all’anno (25 centesimi al mese) per i 2,8 milioni di pensionati beneficiati secondo la Cgil.

IL RINNOVO DEI CONTRATTI COSTA 5,7 MILIARDI

I 3 miliardi e 175 milioni per il rinnovo del contratto degli statali, che entrerà a regime nel 2021, corrispondono ad aumenti in busta paga del 3,5%. Quello per il settore non statale, compresi Comuni ed enti locali, vale 2,53 miliardi, sempre a regime, di cui dovranno farsi carico i bilanci dei territori. La somma totale per il rinnovo di tutto il pubblico impiego, quasi 3,3 milioni di dipendenti, ammonta così a 5,7 miliardi di euro. E il rialzo del 3,5% vale anche per la sanità.

LO STOP AL SUPERTICKET COSTA 185 MILIONI

L’abolizione del superticket sanitario da settembre peserà sulle casse dello Stato per 185 milioni di euro nel 2020. Dal 2021, il minor gettito sarà di 554 milioni di euro.

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Quartararo conquista la pole del Gp della Malesia in MotoGp

Il giovane francese primo nelle qualifiche della MotoGp. Dominio Yamaha, ma Rossi è solo sesto. Marquez cade e scatterà undicesimo.

Dominio Yamaha nelle qualifiche del gran premio della Malesia. La pole position la conquista il francese Fabio Quartararo, che stabilisce anche il nuovo record della pista, dopo averlo già abbassato nelle libere del venerdì. Una soddisfazione per il team Petronas che festeggia il primo gran premio di casa con il terzo tempo di Franco Morbidelli (che ha dominato le prime due sessioni del sabato al comando della classifica dei tempi). Tra i due si inserisce Maverick Vinales in sella alla Yamaha ufficiale a completare la prima fila. Scatterà 11esimo il pluricampione del mondo Marc Marquez, caduto nella Q2. Continua a confermare la sua crescita Jack Miller (Pramac Racing), quarto, piazzando la prima Ducati sullo schieramento seguito dalla migliore Honda, quella di Cal Crutchlow (LCR Honda), e dalla Yamaha di Valentino Rossi che chiude la seconda fila con un ritardo di 0.697 da Quartararo. Settima piazza per Alex Rins (Suzuki Ecstar), Johann Zarco (LCR Honda) s’infila tra i due piloti del Ducati Team, Danilo Petrucci lo precede in ottava posizione mentre Andrea Dovizioso chiude la top 10.

«UNA POLE FANTASTICA»

«È stata una pole fantastica», ha commentato Quartararo che ha dovuto lottare soprattutto con un piede dolorante, «è stata una settimana difficile, non avevo molta fiducia. È una pole importante. C’è anche la prima fila di Morbidelli, sono contento per tutto il team». Soddisfatto Morbidelli: «È stato un buon weekend sin dall’inizio», le parole del pilota italiano, «Non come l’Australia ma come il Giappone, forse un pelo meglio. Stiamo facendo la strada giusta».

QUARTARARO VINCE LA SFIDA CON MARQUEZ

La qualifica del gp della Malesia è una sfida serrata tra un pluricampione del mondo e la rivelazione dell’anno e ad avere la meglio è il rookie del 2019 Quartararo, mentre Marc Marquez finisce a terra alla curva 2 chiudendo la qualifica con l’undicesimo tempo. Lo spagnolo cerca la scia del francese che decide di non cedere al ricatto e rinuncia ad un paio di minuti di qualifica, passa per la corsia box nel tentativo di liberarsi di Marquez ma non c’è niente da fare perché il catalano continua a seguirlo a ruota. Tornano in pista ed è lì che Marquez perde il controllo della sua Honda facendo un high side alla curva 2. Ormai libero, Quartararo approfitta degli ultimi minuti per spingere al massimo prendendosi la pole e vincendo una guerra psicologica che preannuncia essere appena iniziata.

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Perché la politica in Libano è ostaggio dei soliti clan

La piazza chiede la rimozione totale della classe dirigente. Ma non c'è alternativa ai partiti degli ex guerriglieri, dei magnati e dei loro eredi. Di padre in figlio, gli Hariri, i Gemayel e le altre dinastie si spartiscono il Paese dei cedri.

Il premier libanese Saad Hariri ha rassegnato le dimissioni, per placare la popolazione in rivolta. Per il passo di lato ha citato il padre milionario Rafiq, assassinato nel 2005 per mano ancora ignota: «Nessuno è più grande del proprio Paese», una promessa di democrazia attraverso il richiamo alla memoria. E una buona dose di retorica: Hariri è consapevole di essere in un «vicolo cieco» non solamente per le manifestazioni incontenibili. Il ricambio politico preteso dai libanesi non può compiersi con un sistema partitico interamente costruito, come avviene nel Paese dei cedri, su base familistica ed ereditaria. Il premier uscente ne è la prova provata, e anche le altre forze politiche libanesi si tramandano di padre in figlio. Separate tra le componenti politico-religiose stabilite nella ripartizione del potere amplifcata dagli accordi di pace di Taif, nel 1989, che misero fine a 15 anni di guerra civile. Ma già fissata nella Costituzione dell’indipendenza nel 1943.

Libano proteste clan politico
Supporter del presidente libanese Michel Aoun, ex generale di brigata nella guerra civile. Getty Imaes.

IL CAMALEONTICO LEADER DRUSO JUMBLATT

Non ci sono alternative alla ragnatela di partiti controllati dagli ex signori della guerra e dai loro discendenti. In Libano non esistono leader trasversali di movimenti dal basso, anche nascenti, per scardinare il sistema. Il capo dei drusi Walid Jumblatt, per esempio, rappresenta dalla morte del padre nel 1977 i circa 200 mila libanesi (circa il 7% della popolazione) di questo ramo particolare dello sciismo. Socialista, nella guerra civile fu un alleato della Siria e dell’Olp palestinese contro le falangi dei cristiano-maroniti, combattendo anche contro l’attuale capo di Stato ed ex generale Michel Aoun. Ma dall’omicidio di Hariri è diventato un nemico giurato del regime degli Assad, passando dalla parte della coalizione sunnita del 14 marzo del premier uscente, finanziata dai sauditi. Così per i libanesi Jumblatt, 71enne, è il «camaleonte», a capo di una delle più antiche dinastie. L’erede designato è il figlio Taymour, al quale lo scorso anno ha ceduto il seggio parlamentare.

Sul presidente Aoun, 84enne garante delle istituzioni e della stabilità nelle crisi politiche, si fa leva per formare un nuovo esecutivo in Libano

AOUN, IL CRISTIANO CON GLI HEZBOLLAH

Anche a guidare i cristiano-maroniti restano le grandi famiglie Aoun, Geagea, Gemayel e Frangieh. Insanguinate e divise, durante e dopo la guerra, ma saldamente alla spartizione del potere. Presidente del Libano dal 2016, Aoun è stato il protagonista di un altro spettacolare cambio di schieramento, del percorso opposto a Jumblatt: contro l’occupazione siriana fino alla fine della guerra civile, dal ritorno dall’esilio nel 2005 ha finito per appoggiare la coalizione sciita dell’8 marzo guidata dagli ex nemici di Hezbollah. Per il suo ruolo di ponte con le forze filo-iraniane, oggi più armate e potenti del Libano, nell’investitura è stato appoggiato anche dagli Stati Uniti di Barack Obama. E su Aoun, 84enne garante delle istituzioni e della stabilità nelle crisi politiche, si fa leva per formare un nuovo esecutivo. Suo delfino è il genero Gebran Bassil, 49enne ministro degli Esteri e dal 2018 capo del suo movimento politico.

Sami Gemayel, tra gli eredi dei presidenti falangisti Bachir e Amin Gemayel. Getty Images.

FRANGIEH E I FALANGISTI GEAGEA E GEMAYEL

Contraltare di Aoun è Samir Geagea, 66enne e suo rivale da candidato alla presidenza del blocco filo-saudita di Hariri. Ma soprattutto ex capo milizia cristiano delle Forze libanesi, reduce da 11 anni in isolamento per i crimini commessi durante la guerra. Unico leader dei guerriglieri a finire in prigione, Geagea ha pagato per l’intransigenza che mantiene, tra i pochi, contro il Partito di Dio degli Hezbollah. Resta il personaggio più divisivo, sebbene quest’anno abbia fatto notizia per aver stretto la mano, «in segno di unità nazionale», al capo dello schieramento rivale nella comunità maronita, Sleiman Frangieh. Dalla parte dei siriani e accusatore di Geagea per il massacro della famiglia nel 1978, a Ehden. L’altra dinastia di maroniti segnata dal sangue e ramificata in politica sono i Gemayel: Sami Gemayel, 38enne, è figlio del leader falangista Amine, il presidente del Libano durante la guerra civile che seguì al fratello Bachir, assassinato nel 1982. Il figlio 37 Nadim, come il cugino Sami, è stato eletto in parlamento.

Lo sciita Nabih Berri, capo del parlamento dal 1990, è il leader della milizia di Amal dal 1980

I DOLORI DI BERRI E IL POTERE DI NASRALLAH

Per mandato costituzionale il capo di Stato del Libano è di confessione cristiano-maronita (il 35-40% della popolazione). Il primo ministro è un leader della comunità sunnita (circa il 20%) e il presidente del parlamento è un rappresentante degli sciiti (34%). Così se il 49enne Hariri, già premier dal 2008 al 2011, incarna – come nelle dinastie maronite – una continuità con il padre anche negli affari, l’81 enne sciita Nabih Berri è capo del parlamento dal 1990. Leader della milizia di Amal dal 1980, è in carica dalla fine della guerra civile ed è considerato un milionario corrotto: perciò il suo movimento, come quello di Hariri, arretra per gli scandali. Ma il più potente nell’alleanza dell’8 marzo è il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, privo di incarichi politici ma il più armato del Libano. Con Amal è parte dell’esecutivo di Hariri e ha mandato miliziani contro i manifestanti: Hezbollah potrebbe ottenere la rimozione totale del governo che chiedono i dimostranti. Ma con la forza. 

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I risultati degli anticipi dell’11a giornata di Serie A

Roma-Napoli, Bologna-Inter e il derby di Torino. L'11esima giornata si apre all'insegna dello spettacolo.

Tre gol, due traverse, un palo, un rigore parato, 1 minuto di sospensione per cori di discriminazione territoriale. Il grande sabato della Serie A si è aperto all’insegno dello spettacolo e delle emozioni con il primo degli anticipi dell’11esima giornata. All’Olimpico la Roma ha battuto il Napoli per 2-1, grazie ai gol segnati da Nicolò Zaniolo e Jordan Veretout, mentre la rete del Napoli porta la firma di Arkadiusz Milik.

ROMA-NAPOLI 2-1

Roma che parte forte e trova il vantaggio con Nicolò Zaniolo, al quarto gol di fila in altrettante partite, un gran sinistro sotto la traversa, imprendibile per Meret che poco dopo si riscatta due volte: prima deviando in angolo un rasoterra angolato di Kolarov, poi respingendo allo stesso terzino sinistro serbo un calcio di rigore decretato da Rocchi con l’ausilio del Var per un fallo di mano di Callejon. Il Napoli non molla e sfiora il pareggio due volte nel giro di pochi secondi, colpendo la traversa con Milik e il palo con Zielinski sulla ribattuta della difesa. Nel secondo tempo la Roma trova subito il raddoppio con un calcio di rigore per un altro fallo di mano, stavolta di Mario Rui. Cambio di rigorista e trasformazione da parte di Veretout. Dagli spalti partono cori contro Napoli e i napoletani, così Rocchi sospende la gara per 1 minuto. Il Napoli la riapre al 72′ con Milik, che appoggia in rete da pochi passi dopo un assist di Lozano, poi è la Roma a sfiorare il 3-1 con Zaniolo (traversa) prima di vedersi annullare per fuorigioco il gol della sicurezza di Dzeko. Nel finale espulso Yildirim Cetin per somma di ammonizioni

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La cronaca delle proteste di Hong Kong del 2 novembre 2019

22esimo weekend di proteste contro la Cina. Attacco vandalico contro la sede dell'agenzia di stampa cinese Xinhua. Lacrimogeni sui manifestanti al Victoria Park.

Ancora un weekend di proteste a Hong Kong dove il 2 novembre migliaia di manifestanti col volto coperto hanno sfidato il divieto della polizia scendendo per le strade del centro per chiedere più autonomia da Pechino. Nel corso del corteo ci sono stati tensioni e disordini. La polizia ha lanciato lacrimogeni all’interno del Victoria Park, dove sono in programma vari eventi dei candidati pro-democrazia in vista delle elezioni distrettuali del 24 novembre, in risposta ai tentativi dei manifestanti di costruire barricate vicino a un’uscita su Causeway Road dopo aver divelto dei pali da un vicino campo di football. La mossa della polizia, riferisce il network Rthk, ha spinto molti manifestanti ad abbandonare il parco.

A VICTORIA PARK 128 CANDIDATI PRO DEMOCRAZIA

Quello di Victoria Park è stato il primo confronto tra i manifestanti e la polizia nel 22esimo weekend di fila di proteste pro-democrazia. Le forze dell’ordine avevano autorizzato due iniziative, una a Edinburgh Place e l’altra a Chater Garden, convocate dai promotori per sostenere l’Hong Kong human rights and democracy act all’esame del Congresso Usa e per preparare le tradizionali gru di carta. Nessuna manifestazione era invece stata autorizzata a Victoria Park, dove circa 128 candidati pro-democrazia in corsa alle elezioni locali distrettuali del 24 novembre avevano ventilato l’ipotesi di avere appuntamenti separati a partire dalle 15 (8 in Italia). Una mossa per aggirare le sanzioni delle manifestazioni non autorizzate, non essendo i cosiddetti ‘meeting elettorali’ soggetti alla regolamentazione della Public order ordinance, a patto che non superino i 50 partecipanti per volta.

VANDALISMO CONTRO LA XINHUA

Gli scontri tra attivisti e polizia si stanno moltiplicando sull’isola, soprattutto a Causeway Bay, l’area dello shopping dove si sono riversate migliaia di persone mascherate, tra molotov, lacrimogeni, cannoni ad acqua, spray al peperoncino e barricate. Atti di vandalismo si sono verificati contro attività commerciali riconducibili alla Cina. Per la prima volta è stato attaccato l’ufficio della Xinhua, l’agenzia di stampa ufficiale di Pechino dove sono state danneggiate porte e finestre. I manifestanti hanno scritto vari graffiti sui muri, distrutto vetri e porte dell’ufficio della Xinhua: le immagini diffuse dai media locali hanno mostrato un principio di incendio nella lobby dell’agenzia di stampa cinese che si trova nel distretto di Wan Chai, anche se non è chiaro se vi fosse qualcuno nei locali.

PRESE DI MIRA BANCHE CINESI

Nelle ultime settimane, le frange più irriducibili dei dimostranti hanno preso di mira banche e attività collegate alla Cina a rimarcare la rabbia verso Pechino, accusata di aver violato gli impegni sulla libertà garantita dall’accordo sul passaggio di Hong Kong da Londra alla sovranità cinese nel 1997. La polizia, secondo i media locali, ha proceduto a diversi arresti nel corso della giornata, in diverse parti della città. Le proteste sono maturate malgrado il fermo monito di venerdì della Cina secondo cui non sarebbe stata tollerata alcuna sfida al sistema di governo di Hong Kong, in base alle decisioni del quarto plenum del 19esimo Comitato centrale del Pcc, che ha dato anche il via libera alla ‘educazione patriottica’ nelle scuole della città.

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Massimo Montanari su sovranismo, cucina e tradizione

Rivendicare presunte radici gastronomiche in realtà non porta a nulla. Anzi. Secondo lo storico «negare cittadinanza a ricette nuove, chiudersi alle sperimentazioni significa stravolgere il senso e l’identità della cultura italiana». L'intervista.

Da Matteo Salvini che ha trasformato il cibo in cavallo di propaganda con i suoi selfie alle polemiche sui pretesi cedimenti della tradizione italiana all’islam, il sovranismo ha allargato la battaglia per il primato nazionale anche alla tavola. Ma con che fondamenti? A sentire Massimo Montanari, storico dell’Alimentazione, pochi, se non nessuno. Lo dimostra la querelle che ha tenuto banco per giorni sul tortellino di pollo. La variante al maiale, quella “tradizionale”, è davvero così canonica? «“Canonico” è un aggettivo che non mi piace, così come “autentico” o cose del genere», spiega Montanari a Lettera43.it. «La cucina è il luogo della libertà e quando qualcuno annuncia che vuole “codificare” una ricetta io mi metto subito in allarme, perché quello che potrebbe sembrare un appello alla storia è in realtà la negazione della storia».

Massimo Montanari è autore de “Il Mito delle origini. Breve storia degli spaghetti al pomodoro” (Laterza).

DOMANDA. Quindi la storia è a rischio, ma per motivi diametralmente opposti a quelli gridati dai salviniani…
RISPOSTA. Tutto ciò che si ritiene immodificabile è morto, perché la vita è movimento, e la storia cambiamento. La cucina, poi, è per definizione il luogo della libertà, di gusti sempre diversi e continuamente reinventati. E il tortellino – così come il tortello, o la torta, geniali invenzioni del Medioevo – che cos’altro è se non un semplice contenitore, all’interno del quale si può introdurre qualsiasi cosa?

Ma allora la tradizione?
Ciò che chiamiamo tradizione si contrappone spesso all’innovazione, ma i due termini non vanno contrapposti tra loro, perché ogni tradizione nasce come innovazione di una tradizione precedente. La scintilla può essere il caso, un’intuizione, una sperimentazione: da quel momento in poi avviene il cambiamento, se e quando la comunità accoglie il nuovo che qualcuno ha immaginato. Non dimentichiamo che “tradizione” è una parola derivata dal verbo latino tradere, consegnare. La tradizione è qualcosa che si consegna e che esiste solo se qualcuno la riceve e la accoglie. In questo senso la tradizione non appartiene al passato, ma al presente. E nessuna consegna impedisce di modificare quello che si è ricevuto. La memoria è oggi e tutte queste parole – memoria, tradizione, ricordo – appartengono al presente. Questo non significa negare l’importanza di ciò che riceviamo dal passato, bensì l’impegno a mantenerlo vitale.

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Quindi lei approva il tortellino al pollo?
Quel contenitore posso riempirlo in mille modi diversi, assecondando gusti e usanze che cambiano nel tempo e nello spazio. A Baku, in Azerbaigian, un tortellino simile a quello bolognese viene farcito con carne ovina. Nel Rinascimento, i tortellini si usavano per accompagnare le carni di volatili. Si potrebbe perfino raccontare che il tortellino al pollo, o al tacchino, fino al XIX secolo fu una presenza normale nella tradizione bolognese, forse addirittura più diffuso di quello con la carne di maiale. La preferenza per quest’ultimo tipo di ripieno fu una scelta ottocentesca, che Pellegrino Artusi, nel 1891, registrò nel suo celebre ricettario, fondamento della cucina italiana moderna. Perché dunque ostinarsi a ritenere “corretta” solo la versione più recente, ignorando altre scelte, altri gusti che ugualmente appartengono alla nostra storia? Ma il punto non è questo.

Il cibo è stato sempre usato anche come strumento di comunicazione politica. Tutto ciò che facciamo è politica, è ideologia

E qual è?
Il punto è che proprio nella varietà delle soluzioni, e nel rispetto di queste varietà, risiede il carattere più profondo della cucina italiana. Lo stesso Artusi non pretende mai di “codificare” le ricette, ma, proponendo le sue scelte, apre larghi orizzonti alla libertà dei gusti, dando per inteso che se qualcuno preferirà modificare quell’ingrediente, quella spezia, quel grasso di cottura sarà assolutamente libero di farlo. È questa l’essenza della nostra cucina, che Artusi interpreta perfettamente. Agire in modo diverso – negare cittadinanza a ricette nuove, chiudersi a nuove sperimentazioni – significa, questo sì, stravolgere il senso e l’identità della cultura italiana.

Possibile che in un momento come questo si dichiarino guerre pure sul cibo?
Non mi stupisco e non mi scandalizzo di questa polemica e di questo scontro, perché il cibo è stato sempre usato anche come strumento di comunicazione politica. Tutto ciò che facciamo è politica, è ideologia. Ci siamo raccontati che viviamo in una società post-ideologica, ma la politica è il rapporto con il mondo, è il nostro modo di partecipare a una polis, di essere comunità e di porsi rispetto all’altro. In questo senso ogni gesto della vita quotidiana è politica, soprattutto quando il gesto è essenziale e primordiale come il mangiare.

Il cibo è quindi uno strumento politico?
Lo è per sua natura. Aprire o chiudere una tavola, offrire da mangiare ad altri o mangiare da soli, guardare la cucina degli altri con attenzione o affermare che solo la propria è buona, tutte queste sono scelte politiche. Il massimalismo gastronomico è la manifestazione di un atteggiamento politico che non mi stanco di combattere, non solo per estraneità ideologica, questa sarebbe una normale dialettica di pensieri discordanti, bensì sul piano dell’analisi storica, che faccio per mestiere. Il messaggio che viene dalla storia in questo senso è molto chiaro, e molto diverso da quello che vorrebbero i fautori di un’identità gastronomica immutabile e incontaminata.

Negare cittadinanza a ricette nuove, chiudersi a nuove sperimentazioni significa stravolgere il senso e l’identità della cultura italiana

Immaginiamo una dieta “sovranista” italiana. Togliamo prodotti di provenienza esotica tipo pomodoro, fagioli, patate, caffè, tè, cioccolato, zucchero, riso, limoni, peperoni. Ma che rimarrebbe?
Ben poco, in effetti. Ma questo non deve farci dubitare della nostra identità, che è evidente e fortissima, anche o forse soprattutto quando parliamo di cucina. La cultura gastronomica italiana si è costituita nel tempo attraverso una straordinaria capacità di accogliere, rielaborare, riproporre elementi di altre culture. L’ho sostenuto con forza anche nel mio ultimo libro, Il mito delle origini, col sottotitolo Breve storia degli spaghetti al pomodoro. La decostruzione storica di questo piatto, che è oggi uno dei principali segni identitari della cucina italiana, ci mostra come questa identità si sia formata lentamente, nel corso di molti secoli, mettendo a frutto apporti di molteplici culture, sparse in luoghi e tempi diversi, dall’Asia all’America, dall’Africa all’Europa, dalle prime civiltà agricole alle innovazioni medievali, fino a vicende di qualche secolo fa, o dell’altro ieri.

Dove porta questo viaggio?
Alla fine si scopre che ricercare le origini della nostra identità, ciò che siamo, non ci porta a ritrovare noi stessi, ciò che eravamo, bensì altri popoli e altre tradizioni, dal cui incontro e dalla cui mescolanza si è prodotto ciò che siamo diventati.

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Dove è che l’influenza esterna è stata più forte in Italia?
In Sicilia, formidabile luogo d’incontro delle più diverse culture, attraverso e oltre il Mediterraneo. Come a dire che più le culture si incrociano, più il risultato è ricco e interessante. Non casualmente, in tutti i Paesi, le aree culturalmente più interessanti, anche dal punto di vista gastronomico, sono quelle di confine.

Il contributo maggiore che l’Italia ha dato alla cultura gastronomica europea e non solo è stata la capacità di valorizzare le verdure. Un apporto decisivo della cultura contadina

E cosa è invece che l’Italia ha dato al mondo?
Gli storici sono concordi nell’affermare che il contributo maggiore che l’Italia ha dato alla cultura gastronomica europea – ma più recentemente anche oltre i confini europei – è stata la capacità di mettere a frutto e valorizzare le verdure. In questo, io sono convinto che si debba riconoscere un apporto decisivo della cultura contadina, che, nella storia della cucina italiana, ha avuto un ruolo particolarmente importante, interagendo in maniera sistematica con la cucina di corte.

I McDonald’s, i ristoranti sushi, i kebab avranno un influsso in profondità nella cucina italiana del futuro?
È impossibile dirlo a priori. Queste diverse culture potranno semplicemente convivere fianco a fianco oppure, chissà, riservarci sorprese nel segno di nuove interazioni, di invenzioni che potrebbero avere successo. Le sperimentazioni continuano, e a decidere il successo degli esperimenti alla fine siamo noi che mangiamo. Il gusto è sempre stato sovrano. E per fortuna, il futuro è ancora da scrivere.

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Scontro tra Italia viva e M5s sul futuro di Conte

Renzi: «Il primo ministro resta se l'esecutivo funziona». Ma i pentastellati avvertono: dalla sua permanenza dipende la prosecuzione della legislatura.

Il M5s blinda il premier Giuseppe Conte dagli attacchi di Matteo Renzi, leader di Italia viva che è parte della maggioranza ma che non perde occasione per “picconare” la manovra dell’esecutivo giallorosso.

In un’intervista al Messaggero, Renzi ha dichiarato: «Italia viva ha fatto un lavorone per evitare i 23 miliardi dell’aumento dell’Iva e l’aumento di tasse su cellulari, gasolio, casa. Ora c’è bisogno di eleminare i tre principali errori rimasti: le tasse su zucchero, plastica e soprattutto auto aziendali, che sono un’inspiegabile mazzata alla classe media». Quanto alla tenuta del governo, l’ex premier ha lanciato un avvertimento: «A me sta a cuore il futuro dell’Italia, non quello di Conte. Il primo ministro resta se l’esecutivo funziona».

Nel pomeriggio è arrivata la replica del M5s, con un post ufficiale su Facebook: «Non esiste futuro per questa legislatura se qualcuno prova a mettere in discussione il presidente Conte con giochini di palazzo, immaginando scenari futuri decisamente fantasiosi. Lo stesso vale anche se si continua a indebolire quest’esecutivo attraverso messaggi che fanno male al Paese e che lo mettono continuamente in fibrillazione».

Il governo, si legge ancora nel post, «è forte se lavora unito e compatto». Poi la conclusione: «Tutti dobbiamo lavorare seguendo la stessa strada, perché non esistono scorciatoie. L’accordo sulla legge di bilancio è stato raggiunto da tutte le forze politiche di maggioranza. Ora andiamo a meta e miglioriamo la qualità della vita degli italiani».

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La scuola rimetta al centro la responsabilità condivisa

Spesso gli studendi disabili necessitano di particolari servizi che una volta venivano svolti in base alle necessità da figure diverse. Oggi esistono i collaboratori scolastici, ma spesso si rifiutano di svolgere le mansioni per cui sono pagati.

A scuola mi capitava molto raramente di dover usufruire della toilette e non a caso mi sono meritata il nome di “Wonder vescica”. Le rare occasioni in cui avevo bisogno del bagno ad accompagnarmici era colei che una volta si chiamava assistente educatrice, quel ruolo professionale che mi aiutava anche a prendere appunti durante le lezioni, a mangiare la merenda nell’intervallo e a cui dettavo nei compiti in classe.

Talvolta ho chiesto aiuto anche a una delle due insegnanti di sostegno che ho avuto nel corso della mia carriera scolastica. Non ho invece mai usufruito dell’assistenza delle collaboratrici scolastiche, quelle che ai miei tempi si chiamavano con il nome forse non molto politically correct ma sicuramente più simpatico di “bidelle”.

Mi ricordo bene quella che lavorava nella mia scuola elementare. Si chiamava Mina, era simpatica, a volte un po’ brontolona ma indubbiamente molto disponibile. Si era affezionata a me ma a dire il vero voleva bene a tutti noi scolari. Sono sicura che se io o un altro bambino con disabilità avessimo avuto bisogno del suo aiuto per svolgere le operazioni necessarie all’espletamento delle nostre funzioni fisiologiche ce l’avrebbe offerto volentieri.

LE MANSIONI DEI COLLABORATORI SCOLASTICI SONO IN PARTE CAMBIATE

Non so se a quell’epoca il ruolo professionale deputato all’assistenza igienica a scuola fosse normato ma di fatto l’impressione che mi è rimasta è, in linea generale, quella di una maggior elasticità nella gestione dei compiti e delle mansioni. Quando l’alunno o alunna disabile esplicitava un’esigenza (ma anche nel caso in cui, pur non espresso a parole, il bisogno era evidente) chi tra gli adulti era presente cercava di soddisfarla al meglio. In anni più recenti invece è intervenuta la legge a sancire che la mansione relativa all’assistenza igienica spetta proprio ai collaboratori scolastici.

Non mancano i casi in cui qualche collaboratore incaricato si rifiuti di compiere le sue funzioni

È specificato nella Tabella A relativa ai profili di area del personale Ata allegata agli articoli 47 e 48 del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro. Questo particolare, importante e delicato compito non spetta a tutti i collaboratori scolastici ma solo a quelli specificatamente incaricati dal dirigente. All’assegnazione dell’incarico segue la frequenza obbligatoria di un corso di almeno quaranta ore, a spese dell’Ufficio Scolastico Regionale. Nonostante tutto ciò sia scritto nero su bianco non mancano i casi in cui qualche collaboratore incaricato si rifiuti di accompagnare in bagno gli studenti con disabilità e a prestar loro la dovuta e necessaria assistenza igienica.

L’INTERVENTO DELLA CORTE DI CASSAZIONE

A dire il vero il dissenso in merito alla questione serpeggia da diverso tempo e a esprimersi in merito è stata pure la Corte di Cassazione. Nel 2016 ha deciso, attraverso una storica sentenza che il lavoratore che si rifiuti di assolvere all’ordine di servizio emanato dal dirigente scolastico subisca le sanzioni disciplinari previste dal caso e sia passibile di incriminazione per inottemperanza ai propri doveri d’ufficio

Ma anche pochi mesi fa, ad esempio, un gruppo di collaboratori scolastici si è rivolto a Salvatore Nocera, presidente nazionale del Comitato dei Garanti della Fish, protestando contro l’affidamento della mansione relativa al cambio di pannolini. Mi pare evidente che la legge, da sola, non basti a dirimere la controversia. O meglio, ovviamente una sentenza si chiude con dei vincitori a cui viene risarcito il danno subito così come viene assicurato loro di poter tornare a godere del diritto leso e dei vinti a quali viene comminata una sanzione a causa dell’infrazione che hanno commesso.

L’IMPORTANZA DI FARE SQUADRA

La legge è quindi un valido strumento per ripristinare un diritto ma non credo sia sempre efficace nel generare condivisione in merito alle modalità di gestione di una situazione critica. In questo caso, ad esempio, nonostante ci sia stata una sentenza esemplare il dissenso di chi fatica ad accettare l’imposizione di questo dovere continua ancora a serpeggiare. E penso che nemmeno l’obbligo di frequenza al corso di formazione basti di per sé a cambiare la percezione e le teorie dei collaboratori scolastici rispetto a questa particolare mansione. Una figura professionale ha degli obiettivi sia specifici e relativi al suo ruolo sia condivisi con la squadra di lavoro, delle responsabilità e delle mansioni che altro non sono se non le azioni attraverso cui conseguire gli obiettivi e assolvere alle proprie responsabilità.

IN BALLO C’È LA SALUTE DI TUTTI, NON SOLO DEI DISABILI

Occorrerebbe riflettere insieme a questi lavoratori sulla responsabilità che hanno nel compartecipare all’obiettivo di perseguire la salute dell’intera comunità scolastica, compresi gli studenti con disabilità, insieme agli altri ruoli presenti all’interno dell’istituto. Incaponirsi sulla decisione “assistenza igienica sì, assistenza igienica no” è inutile perché non serve a cambiare la prospettiva da cui si guarda il problema e di conseguenza a trovare una soluzione che persegua l’interesse e la “salute” di tutti. La scelta che i collaboratori scolastici dovrebbero considerare non si gioca dunque tra accompagnare gli studenti in bagno o non farlo bensì tra esercitare questa specifica professione o un’altra, nella consapevolezza che l’assistenza igienica rientra per legge nel mansionario previsto da questo ruolo. Nessuna imposizione, dunque, perché un’alternativa esiste e chiunque può sceglierla in qualsiasi momento. Basta solo assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.

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L’Italia chiede alla Libia modifiche al memorandum sui migranti

Fonti del governo italiano hanno fatto sapere di aver chiesto al governo di Tripoli di riunire la commissione congiunta dei due Paesi per modificare l'accordo sul contrasto al traffico di esseri umani.

Migliorare il memorandum con la Libia sul piano dei diritti umani dei migranti, ma comunque mantenerlo. Fonti del governo italiano hanno fatto sapere di aver chiesto al governo di Tripoli di riunire la commissione congiunta dei due Paesi per modificare l’intesa sul contrasto al traffico di esseri umani. La commissione dovrebbe essere presieduta da parte italiana dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio e dal ministro dell’Interno Luciana Lamorgese.

Il memorandum Italia-Libia è stato firmato nel febbraio 2017 dall’allora premier Paolo Gentiloni e dal primo ministro libico Fayez al-Serraj. Si rinnova oggi con la procedura del silenzio-assenso. Alla Libia vengono forniti aiuti economici per i cosiddetti centri d’accoglienza, corsi di addestramento e motovedette per la Guardia costiera. Ma proprio la Guardia costiera libica risulta formata almeno in parte da milizie locali colluse con i trafficanti.

I contenuti esatti del memorandum non sono mai stati portati alla conoscenza del parlamento. Secondo l’Onu, inoltre, i centri libici sono a tutti gli effetti dei centri di detenzione, in cui i migranti vengono costretti in condizioni disumane. E la Libia è un Paese in guerra, dunque non può essere considerato un porto sicuro.

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Gli insospettabili trafficanti di droga di Perugia

Arrestate dai carabinieri oltre 150 persone. Sequestrati quintali di sostanze stupefacenti, per un valore stimato di decine di milioni di euro.

Avevano dato vita a Perugia a «un’inedita e insospettabile organizzazione» di trafficanti internazionali di droga. Con quest’accusa i carabinieri hanno arrestato più di 150 persone e hanno sequestrato quintali di sostanze stupefacenti, per un valore stimato di decine di milioni di euro. Il blitz è stato condotto in collaborazione con organismi di polizia nazionali e internazionali. I dettagli saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa con il procuratore reggente di Perugia, Giuseppe Petrazzini, che si terrà presso il comando provinciale dei carabinieri.

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Grassino, presidente del Cisu: «Siamo ufologi non complottisti»

Interessarsi agli Ufo e farsi delle domande non significa sposare per forza teorie assurde. Anzi. Vuol dire dialogare con la scienza. L'intervista.

«Siamo ufologi, non complottisti. Anzi, vogliamo dialogare con la scienza». Mette subito le cose in chiaro Gian Paolo Grassino, presidente del Centro Italiano Studi Ufologici (Cisu), associazione culturale nata nel 1985 che il prossimo 23 novembre a Bologna tiene il suo 34esimo congresso nazionale dal titolo: «Gli Ufo del Pentagono: il caso del secolo o una nuova grande illusione?». «Non andiamo a caccia di marziani», continua Grassino parlando a Lettera43.it. «Vogliamo solo cercare di capire. Per la gran parte delle cose strane che la gente ritiene di aver visto in cielo in realtà ci sono spiegazioni convenzionali, ma restano comunque alcuni casi non spiegati che meritano un approfondimento. E poi nei 72 anni in cui si è parlato di Ufo si è creata una mitologia che ha influenzato la pubblicità, la comunicazione, la moda. È un fenomeno culturale che pure cerchiamo di spiegare».

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Un frame di uno dei tre video in cui la Marina ha ammesso la presenza di Ufo

DOMANDA. Quindi secondo lei gli Ufo non sono necessariamente navi spaziali venute da altri pianeti…
RISPOSTA. Nel corso degli anni abbiamo raccolto una grande quantità di dati e i nostri archivi sono tra i più ampi d’Europa. Ma le prove vanno poi condivise e validate da scienziati. Partire subito dalle conclusioni è sbagliato, ed è difficile oggi parlare di prove di visite extraterrestri.

Ci sono scienziati che dialogano con voi?
Certamente. Alcuni anni fa a un convegno abbiamo avuto l’onore di ospitare il fisico Tullio Regge (scomparso nel 2014, ndr). Anche se l’attenzione mediatica è sempre per l’elemento extraterrestre, pensiamo sia giusto andare con i piedi di piombo.

Anche se ora anche la Marina militare Usa ha ammesso l’esistenza di oggetti non identificati...
Sì, questa volta occorre capire meglio cosa c’è di concreto dietro l’ultimo rilascio di documentazione statunitense, perché in realtà la situazione è molto più complicata di quanto appare. C’è infatti anche una operazione pubblicitaria legata a un ente privato che sta producendo documentari sull’argomento.

Nel corso degli anni abbiamo raccolto una grande quantità di dati. Ma le prove vanno poi condivise e validate da scienziati

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Ma le ultime informazioni desecretate rappresentano davvero una svolta?
In realtà, no. Sono filmati realizzati due anni fa durante alcune esercitazioni che circolavano da due anni e senza particolare clamore. Adesso la Marina Usa ha ammesso che sono Uap: non oggetti volanti non identificati (Unidentified Flying Objects), ma fenomeni aerei non identificati (Unidentified Aerial Phenomenon).

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E cosa significa?
Gli americani hanno detto chiaramente: «Non sono astronavi extraterresti, ma oggetti che non abbiamo identificato». Questo significa che potrebbero essere droni, velivoli che controllavano le esercitazioni. Insomma, qualcosa di spiegabile. Sono fenomeni da studiare: è questo il nostro approccio. Ovvio che se invece sosteniamo che la Marina Usa ha ammesso l’esistenza degli alieni ci facciamo solo ridere dietro.

Ma come mai gli Ufo si “vedono” solo da 72 anni?
Le interpretazioni possibili sono tre. Primo perché prima non esistevano le tecnologie necessarie per osservarli. Secondo perché gli avvistamenti ufologici venivano interpretati in modo diverso, magari in chiave mistico-religiosa. Terzo perché si tratta di un mito basato su archetipi derivanti dalle angosce dell’era atomica e spaziale. Tutto è cominciato il 24 giugno 1947, quando l’agente di commercio e pilota civile Kenneth Arnold riferì di avere osservato nove insoliti oggetti volare in schieramento vicino al Monte Rainier, nello Stato di Washington. Venne ritenuto un testimone attendibile e credibile perché era un pilota, giovane e forte. L’ufologia prese il via da lì.

E poi?
Poi si cominciò a osservare il cielo e a scoprire cose strane. Molte sono state spiegate, altre non ancora. Certamente viene il dubbio: anche prima c’era qualcosa che non riuscivamo a capire?

E qui si entra nell’ambito dell’archeologia spaziale, di cui l’italiano Peter Kolosimo fu un importante esponente.
Tra l’altro assieme alla vedova stiamo raccogliendo i suoi materiali. Peter Kolosimo ha scritto una quantità di opere inimmaginabile per i comuni mortali. L’Archeologia spaziale è un tema certo affascinante, ma più letterario che scientifico. Diciamo che non è il nostro punto di riferimento, anche se ripeto di fenomeni strani se ne sono verificati.

Per esempio?
Nel 1946 in Europa si raccontò di un’ondata di luci strane. Nel 1896 negli Usa vennero avvistate alcune aeronavi, almeno così vennero descritte, paragonandole a quel che volava all’epoca: dirigibili e palloni. Noi stessi abbiamo pubblicato un catalogo dei fatti anomali che si intitola Strane luci nei cieli d’Italia, e che esamina oltre 2000 casi dall’antichità a oggi. Bisogna però avere sempre l’accortezza di non leggere eventi del passato senza conoscere il contesto, altrimenti c’è il rischio di dire assurdità. Una cosa è trovare un trattato medioevale che descrive una luce strana in cielo; altra cosa è rileggere Ezechiele e pensare che i carri di luce siano astronavi.

Io sono della vecchia guardia, ma ci sono nuove generazioni che sono cresciute su internet. E in Rete si trova di tutto

E qua da Peter Kolosimo si arriva ad Alfredo Castelli e al suo Martin Mystère. Un grande fumetto, però basato sull’idea complottista di uomini in nero, una specie di setta che cerca di distruggere le prove di “verità alternative”. E in molti hanno preso queste idee sul serio…
La storia degli uomini in nero che nasce negli Anni 50 è divertentissima, ma è chiaramente assurda. Chi fa l’ufologo sul serio sa per esperienza che i militari non solo non nascondono, ma spesso collaborano e condividono le informazioni. Noi, per esempio, abbiamo uno splendido rapporto con i carabinieri. Però sono militari, non bisogna dimenticarlo. E hanno le loro priorità.

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E l’area 51?
Sul caso Roswell ci fu un depistaggio per coprire alcuni esperimenti con palloni stratosferici. Grattando sotto la superficie, ogni volta che ci viene detto che non è possibile avere informazioni su un caso salta fuori che semplicemente era in corso una missione di addestramento operativo non condivisibile per ragioni militari. Punto.

Niente Ufo, quindi…
L’Area 51 è come la base di Aviano, solo che immensa. È grande come una provincia italiana, ha cinque aeroporti, ci lavorano migliaia di persone. Ma si può pensare seriamente che tutte queste migliaia di persone siano parte di un complotto?

Eppure il complottismo in campo ufologico dilaga…
Lo so. Io sono della vecchia guardia, ma ci sono nuove generazioni che sono cresciute su internet. E in Rete si trova di tutto.

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L’attore Giorgio Tirabassi ha avuto un infarto: è vigile ma in prognosi riservata

È stato sottoposto a un intervento di angioplastica all'ospedale di Avezzano. Ora è ricoverato in terapia intensiva.

Sarebbe vigile anche se non fuori pericolo di vita, almeno al momento, l’attore Giorgio Tirabassi, colpito da infarto ieri sera mentre si trovava alla presentazione del film “Il grande salto” a Civitella Alfedena (L’Aquila). In un primo momento è stato condotto a Castel di Sangro e poi all’ospedale di Avezzano. Fonti sanitarie definiscono la situazione sotto controllo. Importanti le prossime ore. Tirabassi è stato sottoposto nella notte ad intervento di angioplastica con stent per risolvere il problema di occlusione a una coronaria. Ora è ricoverato in terapia intensiva. La prognosi resta riservata e potrà essere sciolta solo nelle prossime ore.

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EICMA, tutte le info utili sull’edizione 2019

Una guida completa sugli eventi e le aree speciali dell’evento che si svolgerà dal 7 al 10 novembre a Fiera Milano-Rho

È ormai ai nastri di partenza e promette di portare a Milano e in Italia un vero moto rivoluzionario. Parliamo di EICMA 2019, l’Esposizione Internazionale del Ciclo e Motociclo giunta alla sua 77esima edizione in programma dal 5 all’10 novembre a Fiera Milano-Rho.

Una cinque giorni di esposizioni pregna anche di appuntamenti, anteprime, concept e tanto intrattenimento con la presenza di piloti, star e autorità e 1800 brand provenienti da oltre 40 Paesi del mondo. Un successo già annunciato per una manifestazione che profuma sempre di più di internazionalizzazione.

LE INFO PRATICHE, BIGLIETTI E INGRESSI

Ma come partecipare a EICMA 2019? Per il secondo anno consecutivo i visitatori possono acquistare il titolo d’ingresso direttamente sul rinnovato sito web dell’evento espositivo eicma.it a un prezzo di 19 euro o sulla pagina Facebook ufficiale della manifestazione cliccando su “Acquista ora” o ancora tramite il profilo Instagram. Alle tariffe indicate sono aggiunti 1,50 euro di commissioni fisse per un prezzo finale chiuso e trasparente. Il costo del biglietto acquistato direttamente in fiera è invece di 23 euro. L’unico altro canale ufficiale di vendita on-line autorizzato è Ticketone.it. Ma andiamo ora agli orari, come e quando entrare? Le prime due giornate sono dedicate alla stampa: martedì 5 novembre sarà possibile entrare nei padiglioni fieristici dalle 8.30 alle 18.30; mentre mercoledì 6 novembre dalle 9.00 alle 18.30. Per gli operatori, invece, il via libera parte da martedì 5 novembre dalle 12 alle 18.30 per continuare mercoledì 6 novembre dalle 9.00 alle 18.30. Da giovedì 7 novembre, dalle 9.30 alle 18.30, sarà, invece, il momento di dare accesso al pubblico che potrà prendere parte alla visita dell’esposizione anche venerdì 8 novembre dalle 9.30 alle 22.00, con accesso gratuito al pubblico femminile; sabato 9 novembre dalle 9.30 alle 18.30 e domenica 10 novembre dalle 9.30 alle 18.30. Per chi raggiunge il quartiere espositivo in moto, EICMA offre un servizio di parcheggio coperto gratuito (PM1 – Porta Ovest del comprensorio fieristico).

GLI EVENTI

Per chi decide di partecipare a EICMA 2019 in programma ci sono davvero tante chicche per gli appassionati di due ruote. Primo tra tutti MotoLive, lo spettacolare e adrenalinico contenitore racing che, nell’area esterna, propone gratuitamente competizioni, show, musica e spettacoli di intrattenimento. Un’occasione unica e molto attesa dagli appassionati per vedere da vicino i piloti, nazionali e internazionali, delle più prestigiose discipline off-road e per esaltarsi con le fenomenali run di Freestyle Motocross e Trial Acrobatico. Tra le gare titolate di quest’anno sono previste le finali degli Internazionali d’Italia di Supercross e le gare internazionali di QuadMX, di Flat Track e WMX. Per il sesto anno consecutivo, inoltre, c’è spazio anche per il Temporary Bikers Shop, l’esclusivo spazio commerciale dedicato ai motociclisti che si trova al Padiglione 9. In quest’area è possibile vedere e acquistare accessori, abbigliamento, caschi, componenti e attrezzatura di ogni tipo per la moto.

DUE FINESTRE SUL FUTURO DELLA MOBILITÀ

Spazio anche all’universo dell’e-bike a cui quest’anno è dedicata un’area ancora più grande rispetto alla scorsa edizione. Tante novità che riguardano la mobilità a pedalata elettrica che in questo spazio trovano una vetrina internazionale, dove è possibile vedere tutti gli ultimi modelli prodotti delle aziende italiane ed internazionali. Per chi vuole toccare con mano, inoltre, nel Padiglione 18 sarà allestita un’area di test ride coperta attraverso la quale si potrà scoprire le potenzialità della bicicletta del futuro attraverso un tracciato che si sviluppa per oltre 200 metri. EICMA 2019 dà spazio anche alla creatività, all’innovazione e ai giovani imprenditori nell’area Start Up e Innovation allestita nel Padiglione 11. Una vera finestra sul futuro della mobilità attraverso realtà nascenti e startup che presentano al grande pubblico e agli operatori idee, soluzioni e prototipi. Uno spazio importante dunque che rappresenta la scommessa di EICMA sui giovani.

RIDEMOOD, EICMA ARRIVA ANCHE IN CITTÀ

L’Esposizione Internazionale del Ciclo e Motociclo fa sentire il suo rombo anche in città con RIDEMOOD, un contenitore di eventi, collaborazioni e iniziative che contaminano il cuore di Milano nei sui quartieri più vivi e significativi. Oltre le moto, oltre le biciclette, i padiglioni e gli stand, RIDEMOOD è divertimento e lifestyle. Un ricco palinsesto di appuntamenti gratuiti coordinato da EICMA, che racconta l’anima e l’attitudine dell’universo a due ruote. Immancabile infine l’ormai storica collaborazione con la Rinascente di Milano e le iniziative legate al suo spettacolare “Love to Ride”.

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Incidente sulla A13: morti padre, madre e figlia di 5 mesi

La famiglia era originaria della provincia di Vicenza. L'uomo aveva 32 anni, la donna 29 anni.

Grave incidente stradale nella notte tra l’1 e il 2 novembre sull’autostrada A13 Bologna-Padova, nel tratto tra Bologna Interporto e Altedo in direzione Padova: tre persone sono morte e altre quattro sono rimaste ferite.

Le vittime sono padre, madre e figlia di 5 mesi. La famiglia era originaria della provincia di Vicenza. L’uomo aveva 32 anni, la donna 29 anni. Viaggiavano su un camper e stavano probabilmente tornando verso casa. Il mezzo è stato tamponato da un’utilitaria e, dopo aver urtato il newjersey, si è ribaltato in mezzo alla carreggiata dove è stato nuovamente tamponato da un pullman che stava sopraggiungendo.

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Le proteste in Iraq che uniscono sciiti e sunniti

Come in Libano, la società si unisce contro il governo. Le manifestazioni hanno contagiato tutti. E a Baghdad migliaia tra studenti e dipendenti pubblici sfidano i cecchini delle milizie. Il quadro della ribellione.

Migliaia di iracheni aspettano le dimissioni del premier Adel Abdul Mahdi, spinte dal parlamento ma ancora ritardate. Sfidano il coprifuoco, radunandosi nella piazza Tahrir di Baghdad, diventata il simbolo della Primavera irachena. Anche se stavolta l’Iraq è più simile al Libano: si sfila in tutte le città, da Bassora e Nassiriya nel meridione sunnita, alle città sante sciite di Kerbala e Najaf, nonostante le pallottole sparate dai miliziani e gli oltre 250 morti. Un’unità nelle proteste che, come nel Paese dei cedri, non si vedeva da anni. Grandi manifestazioni sono attese per tutto il fine settimana contro una «classe politica da eliminare». Il motore delle contestazioni, che possono segnare una nuova svolta dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003, è il pessimo stato economico del secondo produttore di petrolio dell’Opec. Mancano i servizi di base e il lavoro per una popolazione per oltre il 60% è di giovani: gli introiti statali (per il 90% dal greggio) vengono redistribuiti tra le élite corrotte che, come in Libano, si spartiscono settariamente gli incarichi di potere.

Iraq proteste Tahrir
Studentesse in chador alle manifestazioni di Kerbala, Iraq. (Getty).

DAI CENTRI SUNNITI ALLE CITTÀ SANTE

La gente chiede «indietro tutti i soldi» che hanno preso, vuole «l’Iran fuori dal Paese». Le dimostrazioni si sono propagate il primo ottobre, dalle periferie della capitale e verso il centro e il Sud dell’Iraq, grazie al tam tam su Facebook contro la rimozione del numero due dell’antiterrorismo Abdul Wahab al Saadi, internazionalmente riconosciuto come il generale che ha sconfitto l’Isis in Iraq, sciita ma cresciuto a molto apprezzato nelle zone sunnite. L’atto del governo Mahdi è stato interpretato come l’ennesimo gesto di sudditanza verso l’Iran: un giogo che sta esasperando anche aree come Kerbala e Najaf, storicamente il cuore della religione e della cultura sciita in Medio Oriente. Dopo i centri sunniti, anche le due città sante si sono ribellate: nelle proteste del 24 ottobre, almeno 18 manifestanti sono rimasti uccisi, secondo fonti mediche e della sicurezza, negli scontri iniziati nella notta. Ma la durezza delle milizie sciite che aprono il fuoco contro di loro non ferma i giovani sciiti che stanno  diventando la maggioranza tra i dimostranti.

LA SOCIETÀ CONTRO LA CORRUTTELA

Tra loro ci sono ex paramilitari delle brigate sciite mandate in Siria a combattere l’Isis che «poi non hanno avuto niente dal governo». Donne in chador protestano a Kerbala per i figli senza lavoro (al 25% la disoccupazione giovanile nell’ultima statistica nazionale rilasciata nel 2017). I dipendenti pubblici per gli stipendi bassissimi. A Baghdad migliaia di studenti hanno interrotto le lezioni nelle scuole e all’università, per accamparsi a Tahrir. Come in Libano si cantano anche versioni di Bella Ciao e spuntano cappelli di Che Guevara. Invocando le dimissioni di Mahdi, centinaia di ragazzi hanno occupato la torre abbandonata tra la Green Zone istituzionale e piazza Tahrir, dove i cecchini delle milizie sciite erano appostati per sparare sulla folla. L’antiterrorismo a proteggere gli edifici sensibili da «elementi indisciplinati» nega l’uso di armi da fuoco contro i civili, come fanno a Kerbala le autorità. La responsabilità viene scaricata sulle milizie filo-iraniane Khorasani e Badr. Nella Green zone sarebbero arrivate anche «unità dei Guardiani della rivoluzione» dei pasdaran.

Iraq proteste Tahrir
Medici e farmacisti protestano per i salari pubblici in Iraq. (Getty).

AL SADR TRASCINA GLI SCIITI

Un ufficiale di intelligence del ministero dell’Interno reputa la «reazione così dura perché l’Iran non vuole minacce»: dal primo ottobre si stimano circa 250 morti, 8 mila feriti e altre migliaia di arresti in Iraq. Ufficialmente il governo Mahdi ha condannato le violenze contro i civili ed è stata aperta un’inchiesta. Ma in Iraq sono soprattutto i paramilitari delle brigate sciite ad aver combattuto l’Isis, guidate dai pasdaran. E alle stesse si deve la sicurezza in diverse zone. Come i predecessori, il premier Mahdi è vincolato alle direttive di Teheran: le responsabilità non saranno appurate e la repressione non si fermerà. A Kerbala i testimoni hanno raccontato sotto anonimato di aver visto sparare di uomini a volto coperto, temendo ritorsioni. La società protesta anche contro la mollezza e l’impotenza degli ultimi governi, e con gli iracheni – contro Mahdi – si è schierato il leader sciita Moqtada al Sadr. Il religioso, ex capo milizia vincitore (senza maggioranza) delle ultime elezioni con il suo movimento nazional-populista Sairoon agita le folle sciite, spaccando il fronte che l’Iran vorrebbe unito.

Senza una nuova legge elettorale il premier Mahdi sarà rimpiazzato da un altro come lui

SPARTIZIONE ETNICO-RELIGIOSA

A Najaf anche alcuni giovani chierici sono scesi in strada. Nella Tahrir di Baghdad i manifestanti arrivano da centri a centinaia di chilometri di distanza. Dei cortei hanno marciato, respinti dai lacrimogeni, verso i centri di potere nella Green zone e al parlamento. Chiedono, come in Libano, una  «nuova legge elettorale» prima che «nuove elezioni». Altrimenti «anche Mahdi sarà rimpiazzato da un altro come lui». L’ultimo premier iracheno, ex ministro delle Finanze e del petrolio, sciita ma indipendente, è diventato capo del governo a 76 anni nel 2018, dopo mesi di consultazioni dalle Legislative. Nel post Saddam, il sistema politico che si imposto dall’invasione americana prevede un capo di Stato curdo (tra il 15% e il 20% della popolazione), un premier sciita (il 60% degli iracheni) e un capo del parlamento sunnita (il 15%-20%). Ogni blocco etnico-religioso si spartisce entrate e prebende tra l’establishment. Le comunità – tutte – restano senza servizi e welfare. Per Transparency l’Iraq è il 12esimo Paese più corrotto al mondo.

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Siamo poveracci con portafogli (quasi) pieni

Pochi nel cosiddetto primo mondo si rendono conto di appartenere alla percentuale più fortunata del Pianeta. Questa errata percezione unita alla disuguaglianza crescente ci condanna al caos. E in un mondo globalizzato anche le proteste lo sono.

Il neo-liberismo nasce e muore in Cile. È una scritta comparsa sui muri di Santiago, che ricorda come dopo il putsch militare contro il presidente Salvador Allende, la dittatura di Pinochet fu il primo banco di prova delle teorie di Milton Friedman e dei suoi Chicago boys, un gruppo di giovani economisti cileni chiamati dal governo a liberalizzare l’economia del Paese. Laissez-faire, monetarismo, taglio delle tasse ai ricchi, privatizzazione di previdenza e sanità sono stati i loro capisaldi teorici.

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«Miracolo cileno» lo defini l’economista neo-liberista che ispirò poi altri Paesi e leader negli Usa (Ronald Reagan) e in Europa (Margaret Thatcher). Ora quel miracolo si trova nel pieno di una rivolta sociale scoppiata con incredibile velocità e forza. E la cui principale causa è spiegata in un tweet dell’altro giorno di Branko Milanovic che segnala come «il Cile batta la Russia per ricchezza detenuta dai miliardari sulla percentuale rispetto al Pil nazionale (Forbes 2014). Il Cile, sotto quest’aspetto, è attualmente il Paese più ineguale al mondo».

PERCHÉ LA RIDISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA È NECESSARIA

Milanovic, autorevole economista serbo-statunitense nel saggio del 2017  Ingiustizia globale, migrazioni, diseguaglianze e il futuro della classe media segnalava come la crescente diseguaglianza e concentrazione delle ricchezze in poche mani rendesse indispensabile la ridistribuzione dei redditi da parte del capitale. Pena il precipitare nel più generale scatenamento di criminalità diffusa, proteste di piazza, permanenti tensioni e conflitti sociali. Sostanzialmente quel sta accadendo un po’ in tutto il mondo. E che segnala due grandi disattenzioni. Una evidente a tutti, ma alla quale non si riesce a porre concreto rimedio, l’altra invece non considerata, anche se la sua azione produce idee e convinzioni errate, dunque soluzioni illusorie

APPARTENIAMO AL 5% E NON CE NE RENDIAMO CONTO

La prima riguarda il permanere di un’abissale sperequazione, riassunta  dall’1% di ricchi contrapposto al 99% di poveri, che è stata la bandiera della protesta di Occupy Wall Street scoppiata però più 10 anni fa. La seconda si riferisce al fatto che quasi nessuno in Italia, come nel resto dell’Occidente sviluppato, è consapevole di appartenere, anche se non miliardario e nemmeno milionario, a una frazione minima della popolazione mondiale benestante. Ossia di essere non l’1% però ben dentro il 5%. Se volete verificarlo andate sul sito globalrichlist.com e digitate il vostro reddito. Scrivete per esempio 20 mila euro, che possiamo considerare un reddito medio-basso: dopo un rapidissimo conto scoprirete di fare parte del 2,26% di popolazione mondiale più ricca. Ora questo giochino è funzionale a una bella iniziativa di charity marketing la cui filosofia è riassunta nel messaggio che lancia e che ci dice: «Vedi che sei molto più ricco di quel che credevi….allora tira fuori i soldi, fai un offerta per una buona causa».

CI SENTIAMO POVERACCI, MA NON LO SIAMO

Certo bisogna tenere ben presente che a un impiegato o un operaio che sta a Como, Bologna, Livorno o Bari non interessa sapere cosa guadagna un suo pari grado in Bangladesh, in Vietnam o in Senegal. Anche perché i livelli di consumi non sono comparabili e ognuno di noi fa i conti con la situazione e il caro-vita del Paese in cui vive. Ma è altrettanto vero che il povero (relativo) italiano è relativamente molto più ricco di tre quarti di umanità. Però non ci pensa o non ne è consapevole, perché non guarda chi sta peggio, ma chi sta meglio. E questo sguardo non agli ultimi e penultimi, ma ai primi e addirittura primissimi, lo fa sentire un poveraccio, ancor più miserabile di quel che è in realtà.

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COSA DICONO I NUMERI DELLA RICCHEZZA ITALIANA

«Siamo indigenti perché non siamo poveri», scriveva Famiglia Cristina nel 2008, nel momento in cui stava partendo la Grande Depressione e dopo che l’anno prima il 74% degli italiani, secondo l’annuale Rapporto Censis aveva dichiarato «di sentirsi povero». Un sentimento che in questi anni in Italia e in tante altre zone d’Europa è cresciuto, ben più e anche a dispetto di quel che certificano le statistiche sui patrimoni, sui redditi, sui consumi. Certo sono 20 anni che il Paese cresce poco, però è cresciuto. I confronti internazionali dicono che la ricchezza nazionale è meno dinamica di quella nord-europea, tuttavia quella lorda delle famiglie dal 1990 al 2010 è cresciuta mediamente del 5% annuo. Nel 2015, secondo dati Istat Eu-Silc, il reddito delle famiglie era cresciuto dell’1,8% rispetto all’anno precedente. Negli ultimi 3 anni, 2016-18, è sempre I’Istat a dirci che «il potere d’acquisto degli italiani è in qualche misura migliore rispetto a un paio d’anni fa». 

ABBIAMO UNA IDEA OSSESSIVA DI CRESCITA

La grande questione, che non riconosciamo più, è che viviamo in una società dominata da un’idea ossessiva di crescita, di moltiplicazione esagerata dell’offerta quotidiana di nuovi prodotti, pratiche ed esperienze. Insomma di tutto e di più, sin che si può e ce ne sta. Perché l’adsl è superveloce e illimitata, non c’è prodotto che non sia easy&simple e il salotto nuovo Poltrone &Sofà te lo dà subito e lo paghi quando vuoi. Per essere brutalmente sintetici tutti noi abbiamo maturato attese eccessive. Ma i nostri desideri e voglia di gratificazioni si infrangono contro una realtà che ci ricorda, ogni giorno e in concreto, che la quotidianità è mediamente dura per tutti e poco o per niente straordinaria, come invece raccontano la pubblicità, i magazine di gossip e vipperia varia, le immagini di Instagram, le imprese delle star del web.

QUEL GIUSTO EQUILIBRIO TRA ASPETTATIVE E OPPORTUNITÀ

Le teorie classiche sostengono che una società funziona quando il sistema delle attese personali viene validato da un’adeguata offerta e da una possibilità di soddisfacimento. Ossia quando aspettative e opportunità, ma anche sogni e desideri, possono realizzarsi in misura diversa, però ritenuta equa, ragionevole, giusta. Cosa questa che comporta non solo il buon funzionamento dei poteri pubblici e delle politiche governative. Ma anche che persone, utenti, cittadini che abbiano una percezione adeguata della realtà, ovvero un realistico e ragionevole senso delle proporzioni e dei limiti.

L’ERRORE È RISPONDERE IN MODO SEMPLICE A INTERROGATIVI COMPLESSI

Purtroppo e per ripetere il concetto ci troviamo invece a fare i conti con una situazione che è squilibrata e fuori controllo su entrambi i lati. Con aggravante ulteriore che gli squilibri, i disallineamenti sono presenti un po’ ovunque e che le criticità più forti sono proprio in settori cruciali e strategici. Disagio economico e conflittualità esasperata, guerre commerciali e rivendicazioni nazionalistiche, disastro ambientale e climatico stanno agendo infatti in modo concomitante.

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È questa la novità assoluta segnalata dalle teorie acceleranti di Raymond Kurzweil e del saggio di Youvel N.Harari XXI secolo, che disegnano scenari potenzialmente disastrosi. Ancor più tragici se a tutti questi problemi complessi si risponde in modo semplice. Autoritario. Attaccandosi al passato, alla tradizione, anziché aprirsi al futuro. E in caso di idee diverse e avverse, reprimerle anche brutalmente. Come sta avvenendo, appunto in Cile, ma anche a Hong Kong, a Beirut, in un succedersi sempre più incalzante di proteste e violenze che dagli indipendentisti della Catalogna ai gilet gialli francesi ci dicono che nel mondo globale anche le proteste e le violenze di piazza lo sono. E che il passaggio epocale che stiamo vivendo, la transizione che ci si sta profondamente cambiando, sarà nient’affatto facile, veloce e tranquilla. Ma al contrario lunga, dura e turbolenta.

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