Monthly Archives: settembre 2011

Riposizionamenti Il sesso? Meglio a Oriente Da noi la scoperta dell’altro ha perso fascino

Ecco il testo che Pietrangelo Buttafuoco ha letto al festival Frontiere La prima volta che si svolge a Bari.

La prima volta è ogni volta. Ogni volta è, infatti, un attraversamento di palude. E la plaga è lo stagno della nostra solitudine. I sensi partecipano dell’impresa come ad un agguato - ogni volta - devono andare uniti i soldati di un’unica pattuglia per ritornarne orgogliosi del combattimento. Ogni impegno  militare è votato alla conquista. Si mangia carne, si gode di carne, si comanda carne e si rinuncia alla propria solitudine per prendersene in cambio una nuova, ancora più devastante, abbracciando un amore di ancora più grande abbandono rispetto alla nudità dell’Io. La donna è un terreno da arare e ogni volta è la prima volta. Nella presa di possesso di una femmina, infatti, vi si stabilisce la regola carnale del mettere a dimora, in quel suo ventre, un segreto ogni volta inedito. Non esistono persone, ci sono solo esistenze e più la donna è misterica più la prima volta si reitera il rito di congiunzione di due opposte (e nemiche) polarità: la fragilità del maschio e la potente marea della femmina. L’aratro che sderena l’agro o, secondo metafora marina, la vela che solca le onde. La natura che si scatena per concatenarsi a se stessa.Quella prima volta in assoluto è un mettere in atto delle dicerie più che una teoria. È sempre un affanno di sentito dire rispetto all’urgenza di vedere spuntare lo stupore di desiderio e felicità dalla viva allegria dell’incontro. Non si tratta di sporcare l’innocenza piuttosto di restituirsi alla dimensione ludica dell’umidità, del sudore e del turgore fosse anche per non spendere una sola parola di tutto quel che s’è raccontato sulle femmine e sul piacere.

 Una strana patente L’eros non ha altra voce che la eco di una stanza vuota, di un vuoto o di un fosso. Si finisce in un budello a-sincrono di indecifrabile patto a due e, come diceva Indro Montanelli, «spiegatemi una volta per tutte perché le donne gemono quando godono e gli uomini, invece, quando soffrono?». (...) Quella della prima volta viene naturalmente dimenticata e riportata alla memoria. Per dare un contesto, facciamo per dire, di chi è vissuto negli anni ’50 (giusto per adoperarsi in un circuito non troppo remoto né troppo vicino), quella della celebrazione della “prima volta” è solo una forma di civismo: sensi vietati e percorsi obbligati, una sorta di patente conquistata per poi andare su strada e fuori da ogni strada ampliando il proprio parco macchine con cui pilotare la propria esistenza. Chi è pilota resta tale nella specificità del ruolo e se ci viene obbligato, a questo punto dell’argomento, il doppio canone di donne/motori, ebbene: alzi la mano chi non ha messo nel magazzino del proprio immaginario il catalogo pneumatico di curve e gambe affisso in ogni officina? Ogni disturbo è bene accetto. Alzi la mano, tra i maschi degli anni ’50 (del secolo scorso), chi non ha avuto gli occhi pieni di calendarietti profumati, quelli del barbiere?

Adesso ci sono solo parrucchieri, avanguardia della frocizzazione obbligata, ma chiunque abbia vissuto l’epoché paesana del maschio italico riconosce l’afrore di un percorso volto tutto alla prima volta assai simile - nella corrispondenza etologica - a quello del somaro le cui spugnose froge sono sempre attente alle conturbanti deiezioni asperse dalle asine lungo i viottoli, ancora una volta, del sottinteso. È sottinteso che tutti gli errori compiuti la prima volta vengano poi aggirati nell’ogni volta delle future prime volte. Se il sentito dire pornocratico non può che precipitare nell’inazione, il sottinteso dell’istinto, dunque il corredo fisiologico di oblio e fame di ogni individuo maschio portatore di responsabilità, moltiplica le strategie di conquista e prende forma nell’amor del mettere a dimora. Facendo anche una dimora. La responsabilità, infatti, è quella della prosecuzione della specie: si scopa per un obbligo di eternità. Si trapana la carne per un’obbedienza all’eterno divenire dell’essere con tutte le conseguenze del nascondimento dello stesso essere.  (...)
Nel sottinteso delle società arcaiche c’erano le “navi scuola”. Erano signore, anche amiche delle madri, incaricate di far diventare grandi i ragazzi offrendo loro le mature grazie. Oppure c’erano le cameriere o, meglio ancora, prostitute amorevoli, assolutamente pulite, che sapevano fare di quella prima volta una festa di complimenti e immunizzare per sempre da qualunque trauma quei virgulti, quei giovani tutti liberi e forti, immunizzati soprattutto dalla bestia immonda per eccellenza partorita dal tardo Novecento liberal-capitalista, ovvero, l’Adolescenza.


Doppia coppia L’Adolescenza, infatti, è solo un’invenzione culturale, al più un target commerciale, comunque una menzogna esistenziale forse più pericolosa di quella macchina generatrice di impotenza qual è la psicoanalisi e se si pensa che la metafora più usurata, quella di Woody Allen, della coppia che si porta cerebralmente a letto altre due coppie, quelle dei rispettivi genitori, si capisce che nella modernità compiuta la depravazione non viene più orchestrata per doveri di climax piuttosto il contrario: per deprimere. Chiunque abbia modo di frequentare le società libere dalla tirannia occidentale potrà infatti verificare quanto vasta sia, ancora oggi, in quei mondi lontanissimi delle Mille e una Notte, la felicità del desiderio, l’istinto di vita e la sontuosa seduzione. E tutto ciò, tutto quel baciare le parti scoperte, in virtù del sacro. La prima volta è anche una preghiera a lungo attesa. È un’orazione da sempre preparata nel sottinteso di un andare a guerra. Gli uomini, presi alla spicciolata, in quel grappolo di esistenze che è la comitiva in un territorio, hanno l’immediata preoccupazione di fare la selezione al proprio interno per aggiudicarsi il ruolo di maschio “alfa”. La prima volta è solo un avanzamento nella scala sociale dell’aggregazione puramente animale.  E l’amplesso è tutto quello che si racconta dopo. È la glorificazione del fatto più che dell’atto a determinare ciò che con la più minuta presenza di dettagli determina la leggenda. Non è dunque l’atto carnale - consumato appena prima ma rovinoso, improvvisato e bambino - a fare uomo di un uomo, ma il disvelamento del sottinteso, pubblicamente riconosciuto, sebbene nella coltre di un ovvio pudore, a sancire il passaggio.
Ed è per questo che si dimentica l’amore della prima volta. E si surroga, subito dopo e dopo ancora, per sempre, con una sovrastruttura mentale. È solo un’orgia di parole fatta di baci mai dati. Un formulario ad uso di esorcismo per sublimare l’amarezza dell’insieme e la delusione per aver sprecato l’inizio dell’età adulta nella pasticciata messa in opera della vita sudata.

Depresso e con 24 chili in meno Lele Mora finisce in ospedale

Era prevedibile quanto inevitabile. Un signore che, in prigione, dimagrisce in pochi mesi 24 chili, che ha malori quasi ogni giorno e accusa una forte depressione, appare spossato e confuso, beh, prima o poi sarebbe crollato. Qualcuno penserà che Lele Mora meriti la galera per bancarotta fraudolenta, il reato per cui è indagato e che lo scorso giugno l’ha spedito nel carcere di Opera. Qualcuno altro, magari, ritiene che  le sbarre gli si addicano per le sue amicizie e per lo stile di vita. Perché non è chic, perché frequenta tronisti, perché porta le  ragazze alle cene di Berlusconi. Di certo non lo pensa il suo corpo. Che ieri non ha retto.
Il manager di Bagnolo Po, come ha rivelato ieri il nostro sito è stato ricoverato nel pomeriggio all’Ospedale San Paolo di Milano in seguito a un malore dovuto alla pressione molto alta. E allo stress. Le sue condizioni di salute continuano a peggiorare, in particolare negli ultimi quindici giorni. Mora, 56 anni, ha iniziato sin da subito a perdere peso, lui che è una buona forchetta e non farebbe una dieta nemmeno sotto tortura. La lancetta della bilancia è scesa inesorabilmente fino a toccare quota meno 24 chili. È depresso. I suoi legali - gli avvocati Luca Giuliante e Nicola Avanzi - avevano chiesto gli arresti domiciliari per incompatibilità tra il carcere e le sue condizione di salute, ma la richiesta è stata rigettata dai magistrati. Motivo: «pericolo di fuga».  Il gip ha valutato che Mora può restare in carcere. I pm di Milano Eugenio Fusco e Massimiliano Carducci, sempre su istanza dei difensori, hanno acconsentito che l’agente  venisse visitato dai suoi medici in carcere. Ogni giorno è seguito da uno psicologo e da uno psichiatra, scrive lunghe lettere agli amici e ha il permesso di comprare solo tre giornali. Lui opta per quelli di gossip e un quotidiano. In ogni caso, l’ipertensione, il diabete e lo stato psicologico molto fragile non hanno perdonato. Dopo l’ennesimo tracollo fisico e il ricovero di ieri, i famigliari dell’agente rinnoveranno la richiesta per ottenere un regime meno rigido. Intanto Mora sarà sottoposto a cure e controlli. Non uscirà dall’istituto almeno fino ai primi giorni della prossima settimana.

I suoi avvocati pochi giorni fa avevano lanciato l’allarme: «Lele Mora è l’ombra di se stesso». Le persone che sono andate a trovarlo in carcere, qualche tronista, l’ex Pupa Francesca Cipriani, Platinette e ovviamente i famigliari, la figlia Diana e il figlio Mirko, hanno spiegato di essere molto preoccupati. Durante i colloqui Mora si presentava affaticato e anche confuso. Ma la sua permanenza dietro le sbarre è stata ritenuta necessaria dal tribunale perché non sarebbe stato reciso quell’ipotetico «vincolo criminale» che lo potrebbe portare, secondo le accuse, a inquinare le prove. Mora è accusato di concorso in bancarotta fraudolenta per il fallimento della sua società, la L&M management, chiusa con un buco di 8 milioni e mezzo di euro. Il sospetto dei magistrati è che parte dei fondi destinati al salvataggio dall’azienda siano invece finiti su qualche conto in Svizzera. Nel corso di un interrogatorio Mora spiegò di aver chiesto un prestito da 3 milioni a Silvio Berlusconi, parte dei quali (circa 700mila euro) finiti nelle tasche di Emilio Fede. Il direttore del Tg4, però, ha sempre negato di aver fatto la «cresta» su quel prestito. «Si trattava della restituzione di una somma avuta nel corso del tempo», aveva spiegato Fede.
Mora e Fede, prima del crack, insieme a Nicole Minetti sono stati indagati per sfuttamento della prostituzione nell’ambito dell’arcinota inchiesta che prende il nome di Ruby-gate.
di Alessandra Menzani

Rifiuti a Napoli, neve a Palermo Il Sud spreca e l’Italia paga

La monnezza di Napoli, la neve di Palermo, la rabbia del Nord. Questa volta gli slogan politici e la propaganda elettorale "padana" c'entrano poco, perché l'autogol è tutto delle due "capitali" del Meridione. Sotto il Vesuvio hanno rimediato una bella lettera dalla Commissione europea e conseguente apertura della procedura d'infrazione per non aver eseguito una sentenza di condanna  emessa nel 2010 dalla Corte di giustizia europea. La grana rifiuti, nonostante i proclami del sindaco De Magistris, è lontana dalla soluzione e come se non bastasse è in arrivo una multa salatissima, non a Napoli ma all'Italia. "L'ammenda la paghino loro", avvertono dalla Lega Nord. E Davide Boni, presidente del consiglio regionale lombardo, fa sapere: "Dopo questo schiaffone europeo non si deve riprendere la solita inaccettabile richiesta di smaltire i rifiuti campani qui al nord". Ed è lo stesso Boni a commentare, caustico, l'altra notizia di sprechi e regole violate. Questa volta viene dalla Sicilia e da Palermo, dove un dipendente della Provincia veniva pagato profumatamente (con centinaia di ore di straordinari anche d'estate) per spalare la neve sulle Madonie, dove si toccano i 33 gradi. "Poi non sorprendiamoci - sottolinea il leghista Boni - se certe Regioni come la Sicilia costano nove volte di più della Lombardia...".

Come previsto: l’aumento dell’Iva ha fatto schizzare i prezzi

Dal 17 settembre per effetto della manovra è scattato l'aumento dell'Iva dell'1%. Risultato?  I prezzi sono aumentati anche del 7%. Le associazioni dei consumatori lo avevano annunciato che i prezzi sarebbero andati alle stelle  e - secondo quanto riporta il Corriere della Sera - le previsioni non sono state smentite. E' aumentato il prezzo della benzina, le sigarette sono aumentate in media del 4% con punte del 5% per il tabacco trinciato. L'Adoc, l'associazione per la difesa e l'orientamento dei consumatore ha monitorato alcuni negozi per rendere conto dell'aumento dei prezzi. E si ha un'idea di quanto, l'aumento dell'Iva, abbia condizionato l'aumento dei prezzi. Qualche esempio concreto: per fare un corso di nuoto potremmo spendere fino al 5% in più, per un aperitivo aumenti anche del 3,2%.


Bankitalia, è corsa a cinque

Più che un totonomine è diventato uno (spiacevole) calciomercato. Nel giro di pochi giorni, dal testa-a-testa fra due candidati si è passati a una griglia di cinque concorrenti (per ora). Così  la discussione sul nuovo governatore della Banca d’Italia, invece di restare a porte chiuse, corre il rischio di trasformarsi nell’ennesimo oggetto di scambio all’interno della maggioranza e del governo.

Si va avanti da giugno, Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti, però,  non sono ancora riusciti a mettersi d’accordo sul successore di Mario Draghi, che tra un mese approderà alla  Banca centrale europea. Il premier continua a indicare l’attuale direttore generale di via Nazionale, Fabrizio Saccomanni. Mentre il ministro dell’Economia fa da sempre il tifo per Vittorio Grilli, dg del Tesoro.     

I tempi si stringono.  Berlusconi potrebbe portare al prossimo consiglio dei ministri una terna di nomi. Il terzo candidato  sarebbe Lorenzo Bini Smaghi, ora membro del board della Bce. Incarico che lascerà quando Draghi arriverà a Francoforte, permantenere intatti gli equilibri fra i Paesi dell’area euro  e far spazio alla Francia. Tuttavia la rosa, come accennato, si è già  allargata ad altri due alti dirigenti di Bankitalia, cioè i vicedg Ignazio Visco e Annamaria Tarantola. Insomma, ma faccenda  è decisamente aperta. Occhio, dunque, agli outsider. Bini Smaghi troverebbe subito le resistenze di Tremonti. Senza dimenticare che, al pari di Grilli, è un esterno, caratteristica non apprezzata dalla struttura. Ecco perché sono stati buttati nella mischia  i due vicedirettori. E - mentre la Tarantola non ha molte chance   - Visco, che ha nel suo curriculum una ampia esperienza internazionale, ha conquistato parecchi punti. 

Saccomanni, in ogni caso, rimane il favorito. Del resto, dalla sua parte si sono già schierati il consiglio superiore di via Nazionale e lo stesso Draghi, che ne ha parlato più volte con il capo dello Stato, Giorgio Napolitano. E l’ipotesi pare aver trovato il gradimento dell’inquilino del Quirinale, cui spetta l’ok finale dopo la delibera del governo.

Secondo gli addetti ai lavori,  però, l’estenuante duello con Grilli potrebbe penalizzare il numero due di palazzo Koch. Di sicuro, se Berlusconi intendesse ottenere il via libera su Saccomanni potrebbe far leva sulla maggioranza dei ministri pidiellini in cdm. Una scelta  democratica, sulla quale neanche Tremonti e la Lega potrebbero opporsi. Tutto si risolverà nel vertice di maggioranza convocato per la prossima settimana. Una scelta politica che, fra gli addetti ai lavori, non pare appropriata a una nomina squisitamente istituzionale. 
 
di Francesco De Dominicis


Il Cav dà l’ultimatum a Giulio "Se fa da solo lo sfiducio"

La resa dei conti è rinviata di una settimana. Magari - è la speranza - Tremonti ci ripensa e ammorbidisce la linea dura su Bankitalia, lasciando che prevalga il candidato sponsorizzato dal governatore uscente Mario Draghi e gradito al Quirinale: Fabrizio Saccomanni. «Altrimenti andremo in consiglio dei ministri, voteremo su una rosa di  candidati governatori e metteremo Giulio in minoranza». Ma Silvio, nonostante a un certo punto il vertice di coalizione convocato a Palazzo Grazioli si tramuti in uno sfogatoio contro il ministro dell’Economia, non vuole ricominciare la guerra con l’inquilino di via XX settembre. A meno che il professore non se la vada a cercare.  Saggezza consiglia di prendere un po’ di tempo: «La prossima settimana», spiega il premier, «convocheremo un nuovo vertice di maggioranza e arriveremo a un accordo politico». Alla presenza di Bossi e Tremonti, entrambi assenti al tavolo di ieri. L’auspicio, nel frattempo, è che si muova anche il Quirinale, con la propria moral suasion, per sciogliere l’impasse e invitare il superministro a desistere dal braccio di ferro. Intanto, oltre alle candidature di Saccomanni e Grilli (l’uomo tremontiano), avanza l’ipotesi di un terzo nome che possa agevolare la mediazione, chiudendo la partita Berlusconi-Tremonti  senza vincitori né vinti.

L’altro tema della riunione di maggioranza è il decreto sviluppo. Secondo motivo di attrito con il titolare dell’Economia. Specie quando uno dei partecipanti tira fuori delle cartelline e le distribuisce: sono carte riservate del Tesoro - con numeri e tabelle - da cui si evincerebbe che Tremonti sta già scrivendo il provvedimento da solo, senza consultare nessuno. Alla faccia della collegialità. Silvio non ci vuole credere: «Non esiste, il decreto sarà preparato con il contributo di tutti e con il coordinamento mio e di Gianni Letta. Il testo porterà la mia firma e decido io». Dunque, nulla è già deciso, nessuna scatola chiusa da aprire in consiglio dei ministri. Anzi: nascerà una commissione del Pdl per mettere a punto, entro 15 giorni, delle proposte. Non è l’originaria idea di cabina di regìa, ma un modo per evitare il proliferare di emendamenti durante l’iter parlamentare. Berlusconi dà un’accelerata al pacchetto riforme costituzionali, al ddl sulle intercettazioni, alla delega fiscale e assistenziale. E alla nuova legge elettorale: «Io non lascio Palazzo Chigi, avete visto che numeri abbiamo ottenuto  alla Camera su Romano? È l’ora di ripartire». O adesso o mai più.

di Salvatore Dama


La Bce stronca la sinistra

Siamo stati presi alla lettera. Le cose che qui sosteniamo da tanto tempo le abbiamo ritrovate su carta intestata della Banca Centrale Europea, il che segnala quanto siano evidenti. Perfino ovvie. Cerchiamo di renderci ulteriormente utili chiarendo il perché non vengono fatte: il governo manca di lucidità,  determinazione e coraggio, mentre l’opposizione e le parti sociali sono contrarie. Di più: solleticando i più ottusi istinti si sono portati anche i cittadini ad essere contrari, sicché non vale nemmeno la scusa della “casta”, perché cittadini e politici intenti alla conservazione del non conservabile procedono a braccetto.

Cominciamo da qui. Il governo ha proposto e il Parlamento varato una giusta legge, frutto del recepimento di direttive europee, favorevole alla gestione privata di un bene pubblico, come l’acqua. La sinistra s’è sollevata come un suol uomo, anche se (pochi) uomini della sinistra avvertivano l’errore. È stato convocato un referendum e mentre la maggioranza si è squagliata, mostrando viltà innanzi alle urne, le forze d’opposizione si sono lanciate nella battaglia. Risultato: una valanga di sì all’abrogazione. La lettera della Bce indica la via opposta, quella per cui ci siamo battuti solitari. La sinistra e i tanti demagoghi da strapazzo farebbero bene a leggerla, dopo avervi per giorni alluso, quasi che in quelle pagine si trovassero le loro ragioni. C’è l’esatto contrario.
Discorso analogo per la flessibilità del lavoro: il governo ha fatto troppo poco, ma l’opposizione, i sindacati e la Confindustria si oppongono anche a quel poco. La Bce suggerisce “accordi a livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende”, assieme a maggiore elasticità di assunzioni e licenziamenti. È bastato che il governo accennasse a questo tema che s’è scatenato il putiferio. Dopo di che il governo stesso ha provato a rimpiattare il tentativo, mentre sindacati e Confindustria hanno firmato, con la ola della sinistra, un bel documento in cui ribadiscono il grande valore della contrattazione nazionale. Difendono solo le loro rendite di posizione, non gli interessi dei lavoratori e degli imprenditori.
Subito la parificazione

Per non dire delle pensioni. Ad agosto s’udirono urla al cielo per il solo tentativo di cancellare il valore d’anzianità dei contributi figurativi. Un brodino. I ministri si sono prontamente rimangiati tutto, mentre quelli che hanno passato giorni a dire che la Bce bacchettava il governo erano ferocemente contrari. Ma la lettera dice che quella è robetta da poco, serve molto, ma molto di più, compresa la parificazione dell’età pensionabile fra uomini e donne, come noi sosteniamo e come la sinistra aborre, chiamandola “macelleria sociale”. E serve subito, come qui abbiamo argomentato. Se bacchetta il governo, quindi, massacra l’opposizione.
Pubblico impiego? Sono riusciti a montar su una gazzarra solo perché un ministro ha detto quel che sanno tutti: ci sono molti uffici nei quali non si lavora. Poi hanno sostenuto gli insegnanti nel mentre pretendevano di non essere sottoposti a valutazione, sebbene per via indiretta, valutando in modo uniforme gli studenti. La lettera dice che si deve controllare sempre e ovunque la produttività dei lavoratori, come suggerisce di non escludere una diminuzione della spesa in conto stipendi. Va a ponente mentre quelli vanno a levante.
Avendone anticipato i contenuti, ci permettiamo di anticiparne le conseguenze: quel che serve all’Italia non è adottare questa o quella misura, perché quei provvedimenti sono scontati e urgenti, più tempo passa e più saranno duri, ma non saranno mai risolutivi, perché c’è bisogno di mettere mano alla governance, alla capacità di prendere decisioni e farle rispettare. La politica italiana, quando non è turpiloquio, è vaniloquio. La spesa pubblica è incontrollata, al centro come in periferia, nello Stato come nelle regioni, province e comuni, perché nessuno sa com’è composta: i soldi avanzano dove non servono e mancano dove sono indispensabili. I tagli alla spesa pubblica, in queste condizioni, non sono una condanna, ma un’opportunità. Ma si deve cambiare l’architettura costituzionale, altrimenti continueremo ad assistere ad una gara fra inutili e incapaci. Che vinca il peggiore.
di Davide Giacalone

I politici rispondono al sondaggio

I lettori di Libero chiamano e qualcuno dal Palazzo della politica risponde. Come per la campagna delle primarie, anche il sondaggio sulla "rifondazione del centrodestra" sta muovendo le acque del Pdl, mentre la Lega, per ora, latita. Giovedì hanno scritto al direttore Maurizio Belpietro sia il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli sia il portavoce degli azzurri Daniele Capezzone. Due "manifesti" programmatici che hanno focalizzato l'attenzione su differenti questioni. Matteoli ha sottolineato come per rilanciare il paese e dare più forza al governo serva il presidenzialismo, con l'elezione diretta del capo dello Stato. Solo così, sottolinea il ministr, l'esecutivo sarà in grado di fare effettivamente il proprio lavoro. Oltretutto, spiega, "sono convinto che il modello presidenziale possa rafforzare il bipolarismo e agevolare anche l'avvento del bipartitismo". Capezzone, invece, invoca un nuovo Pdl più liberale su tasse e diritti civili che lotti per la riduzione delle tasse sul modello dei Tea Party americani ("Resto favorevole - scrive il portavoce - all'ipotesi di una flat tax con aliquota unica al 20%"), il presidenzialismo e una apertura in materia di libertà civili e personali: "Evitare come la peste di schiacciare il centrodestra su una linea integralista e confessionale".

Voi cosa ne pensate? Scrivete a proposte@libero-news.it

Votate il sondaggio in basso a destra: "Rifondare il centrodestra"


Rifondare il centrodestra Pdl accetta, la Lega cosa fa?

Lo spettacolo che mette in scena l’opposizione all’indomani dell’ennesima spallata mancata al governo è imbarazzante. Con nelle orecchie ancora i grugniti minacciosi di Antonio Di Pietro sul sangue che prima o poi scorrerà nelle piazze e davanti agli occhi il patetico tribunale del popolo allestito in fretta e furia contro i disertori Radicali, colpevoli di non aver obbedito al «fuoco» ordinato dal capoplotone Dario Franceschini contro  il ministro Saverio Romano, non si sa se mettersi a ridere o piuttosto tremare al pensiero che in queste mani potrebbe presto cadere il Paese.

Un’accozzaglia forcaiola, statalista, conservatrice. Un’armata Brancaleone tenuta insieme solo dall’antiberlusconismo e dalla parola d’ordine «dimissioni, dimissioni». Una  squadretta prodiga di sgambetti inutili e incapace di segnare anche a porta vuota. Che cosa possiamo aspettarci da una coalizione dove uno di quelli che passa per essere più serio e moderato, Enrico Letta, confessa papale papale di avere una sola missione: mandare a casa il governo e poi accada quel che accada?

No, l’Italia merita di meglio. E malgrado le cocenti delusioni che ci ha inflitto negli ultimi anni, tocca rivolgersi ancora al centrodestra per sperare di limitare i danni e provare a ripartire. Non questo centrodestra, però.  Non l’alleanza indecisa, litigiosa, condizionata dai veti incrociati, tremebonda davanti alle grandi sfide che abbiamo visto all’opera di recente. Non la coalizione ammaccata e cigolante che sta attualmente governando. Occorre «aggiustarlo» il centrodestra. Bisogna costringerlo a guardarsi allo specchio e a riconoscere i suoi fallimenti. È necessario indurlo  a recuperare le sue ragioni di essere, a ricostruirsi intorno a un programma che, accanto a inevitabili sacrifici, offra una prospettiva e, perché no?, un sogno.

È quello che Libero sta cercando di fare con la collaborazione dei lettori, i quali hanno capito subito lo spirito dell’iniziativa e hanno risposto con entusiasmo. Dopo un primo momento di titubanza, anche i big del Pdl si stanno muovendo: alcuni hanno accettato la sfida e ci hanno messo la faccia. Certo, per ora sono solo parole alle quali è necessario seguano i fatti perché il tutto non resti un bel gioco di  società. Però era importante cominciare e il confronto è avviato. Mancano ancora all’appello tuttavia gli esponenti della Lega, l’altra gamba su cui si regge la compagine. Conosciamo i malumori degli uomini del Carroccio. Sappiamo che molti sono tentati dalla corsa solitaria, magari dopo un blitz sulla legge elettorale. Ma sarebbe un errore, che finirebbe per pagare il popolo di centrodestra: azzurro o verde che sia. I pezzi grossi traslocherebbero dalla stanza dei bottoni agli scranni dell’opposizione. E pazienza. Ma noi, tutti noi, finiremmo dritti nelle grinfie di Bersani, Vendola e Di Pietro. E, se permettete, non è cosa che si perdona facilmente.

di Massimo de' Manzoni

Industriali contro governo ma si fanno mantenere

Ahi, ahi Marchionne. Correva il 9 novembre del 2009 e l’ad della Fiat, in una delle sue intemerate sui presunti soldi pubblici che in più di un’occasione avrebbero traghettato il Lingotto fuori dalle secche, affermava apodittico: «Nel 2004 eravamo disastrati e non abbiamo chiesto aiuto a nessuno. Noi al ministro Tremonti non abbiamo chiesto una lira». Anzi. «Senza l’Italia – evidenzierà qualche mese dopo – la Fiat starebbe meglio». Che faccia tosta, verrebbe da dire. Perché, negli ultimi sette anni, l’azienda torinese ha ottenuto incentivi allo stesso ritmo precedente.  E soprattutto  perché, poche settimane prima, il 26 giugno del 2009, il Cipe ha assegnato 300 milioni al ministero per sostenere pure gli stabilimenti della casa automobilistica di Pomigliano e Termini Imerese. Oppure, ahi, ahi Marcegaglia. Non era proprio lei, la numero uno di viale dell’Astronomia, a dire nel marzo del 2009 che «la crisi si aggrava, ora servono soldi veri». Alle imprese, sottintendeva. Cara Emma, ma non ti bastano mai? Tra il 2003 e il 2008 le aziende italiane agevolate con soldi pubblici sono state più di 840 mila (il ritmo è di 140 mila all’anno) per un totale di 1307 leggi di incentivazione.

L'orgia - Sono solo alcune delle chicche del libro-inchiesta, “Mani Bucate”, del giornalista di Panorama Marco Cobianchi. E neanche tra le più divertenti. Perché nelle 300 pagine del saggio (pubblicato per Chiarelettere, prezzo 15,90 euro) viene descritto il sistema, una vera e propria orgia la definisce lui, degli aiuti pubblici alle imprese private. Che, ricordando il buon Ricucci si potrebbe tradurre così: “è facile fare impresa con il c… dei contribuenti”. Perché il meccanismo, purtroppo, è ben oleato. Alle entrate italiane, infatti, ci pensano per il 70% le imposte pagate da dipendenti e pensionati e per il restante 30 quelle delle imprese. Cosa significa? Che il 70% degli incentivi alle aziende arrivano dalle tasse versate dai loro dipendenti o ex dipendenti. E lo stesso discorso vale per i fondi europei: l’Italia, infatti, è un contribuente netto che versa più di quanto riceve. Bene, si dirà, così fan tutti. Mica vero. Perché secondo l’elaborazione dell’economista Mario Baldassarri nel solo 2010 siamo arrivati alla cifra monstre di 30 miliardi di euro. Perché negli ultimi 10 anni la commissione europea ha aperto 38.070 pratiche su aiuti di Stato italiani potenzialmente illegali. E perché in questo meccanismo la “furbizia” e la fantasia italiota si sono  davvero sbizzarrite.

Il caso di scuola - Siamo in Sardegna,  area del Sulcis. È il 2001 e l’Ila di Portoscuso, 280 addetti, specializzata nella lavorazione dell’alluminio, ottiene il diritto a incassare 22 milioni di euro pubblici. Tutto fila liscio e nel 2006 arriva la seconda tranche da 5 milioni. Vai con gli investimenti, si dirà. E invece no. Perché pochi mesi dopo, nel 2007, l’Ila fallisce e lascia a casa 166 persone.  Insomma, hai preso incentivi per una vita e sei arrivato a chiudere con 100 lavoratori in meno rispetto a prima? Come è possibile? Si accende il faro della Procura e viene fuori il bubbone: “l’Ila, secondo i curatori fallimentari, è stata tenuta in vita con una sorta di respirazione artificiale fatta di bilanci alterati e comunicazioni aggiustate per mantenere il diritto a incassare i restanti 11 milioni di aiuti pubblici”. Non è un caso isolato, ma l’esempio di come (spesso) funzionano le cose.

Vino e cavalli - Sulla storia del cavallo di Pentro avrebbe da ridire pure la Fiom. Siamo nel 2004 e il Molise viene autorizzato a spendere 120 mila euro l’anno per cinque stagioni al fine di tutelare la razza del cavallo originaria nella zona del Pantano della Zittola in provincia di Isernia. Paghiamo per costruirgli la stalla e i recinti, per regalargli le partecipazioni a mostre, fiere e rodei e gli garantiamo uno sconticino pure sulla fornitura di riproduttori per la monta.  Fino ad arrivare al paradosso del “bonus per il bebè di Pentro”. Cinquecento euro a puledrino sempre che non lo si macelli prima dei cinque anni. Roba che il welfare dei Paesi scandinavi gli fa un baffo. Più inebriante è il capitolo dedicato alla Vernaccia, vino dal colore ambrato, perfetto, pare, con la bottarga e i formaggi piccanti. Siamo tornati in Sardegna per parlare degli 845 mila euro che la Regione concede nel 2009 alla cantina sociale Vernaccia di Oristano. Secondo i funzionari italiani che motivano l’elargizione all’Unione Europea il consumo annuo pro capite di vino negli ultimi trent’anni è calato vertiginosamente. E sì, quei soldi sono proprio necessari. E allora verrebbe da chiedere, ma perché alla fine degli anni Novanta la stessa Sardegna ha dato quattrini, sempre pubblici, ai viticoltori della zona per estirpare i vitigni della stessa vernaccia. Da qualsiasi parte la si guardi, qui c’è qualcuno che ha bevuto troppo.  E come non finire con la cultura. A parte che (quasi) solo in Italia il diritto alla cultura si declina con i soldi pubblici per i cinepanettoni, da “Natale a Rio” fino a “Natale in Crociera”, ma poi c’è la vicenda Bondi che grida vendetta.

L’incolpevole Bondi - Tutti ricorderanno. A inizio 2011 il ministro della Cultura viene crocifisso per il crollo della Domus dei gladiatori a Pompei. E lui si dimette. L’accusa? Tremonti ha tagliato il Fus (Fondo unico per lo spettacolo) e il ministro non si è opposto. Anzi ha ceduto. Ma in realtà le cose non stanno proprio così. Perché i soldi per mettere al sicuro  la Domus dei gladiatori ci sarebbero pure stati, ma all’Europa nessuno li ha chiesti. Bruxelles, infatti, aveva previsto  un fondo ad hoc per la conservazione dei beni storici e al 30 aprile del 2010 la percentuale di utilizzo italiana era pari a zero. Chi li doveva pretendere? La Regione di riferimento, quindi la Campania, alias Bassolino. Ma evidentemente se ne sarà scordato. E allora ha ragione Bankitalia quando dice che “i sussidi alle imprese sono inefficaci. Creano distorsioni che penalizzano imprenditori più capaci. Sarebbe più proficuo investire risorse pubbliche nell’effettiva applicazione della legge”.

di Tobia De Stefano

L’editoriale

I giovani industriali hanno invitato i politici a girare al largo da Capri, dove fra qualche settimana si svolgerà l’annuale convegno dei pulcini di Confidustria. Per il governo è il terzo schiaffo, dopo il discorso di Emma Marcegaglia e i fischi ad Altero Matteoli all’assemblea dei costruttori. Dire che gli imprenditori sono incavolati, a questo punto è un eufemismo. E, come abbiamo scritto ieri, qualche ragione ce l’hanno. Le riforme che il centrodestra aveva promesso in campagna elettorale sono rimaste promesse e basta. A cominciare dalla riduzione delle tasse per finire al processo civile. Sulle imposte c’è la giustificazione che l’economia va male e alleggerirle non si può. Ma sui giudizi non ci sono scuse di alcun tipo, se non quella di essersi distratti con altre faccende.Non saremo dunque noi a dire che gli imprenditori fanno male a protestare e a chiedere al governo di mantenere gli impegni. Però, se da un lato non possiamo dar loro torto, dobbiamo anche ricordare che prima  di reclamare il rispetto della parola data,  chiedendo rigore  e maggior serietà, sarebbe il caso di tornare a fare gli imprenditori e non soltanto i prenditori.Molti industriali infatti sono bravi a lamentarsi dello Stato spendaccione e inefficiente, ma poi contribuiscono a farlo spendere di più e a ridurne l’efficienza incassando miliardi sotto forma di sussidi. Comodo rischiare il...

Recupero somme indebite

Le somme corrisposte indebitamente a titolo di maggiorazione per trattamenti di famiglia su pensioni a carico delle Gestioni dei lavoratori autonomi, saranno recuperate sulla base delle medesime disposizioni applicabili agli indebiti relativi agli assegni al nucleo familiare sulle pensioni dei lavoratori dipendenti. Sulle modalità di recupero, sulle relative disposizioni di legge e il loro ambito di applicazione, consultare la circolare 124 del 29 settembre 2011.

 

Domanda telematica assegno nucleo familiare

La circolare 125 del 29 settembre 2011 stabilisce la fine del periodo transitorio e l’avvio del regime di presentazione telematica in via esclusiva – dal 1° ottobre 2011 – per le domande di autorizzazione alla corresponsione dell’assegno per il nucleo familiare e per le richieste di assegno per il nucleo familiare ai lavoratori iscritti alla Gestione separata. A partire da tale data, infatti, le richieste di tali servizi dovranno essere presentate soltanto attraverso uno dei seguenti canali:

WEB – servizi telematici accessibili direttamente dal cittadino tramite PIN attraverso il portale dell’Istituto; Contact Center integrato - chiamando il numero verde 803164; Patronati e intermediari dell’Istituto – attraverso i servizi telematici offerti dagli stessi.

Pertanto, non saranno più accolte le domande presentate con modalità cartacea.

 

Domanda telematica prestazioni di maternità

La circolare 126 del 29 settembre 2011 stabilisce la fine del periodo transitorio e l’avvio del regime di presentazione telematica in via esclusiva – dal 1° ottobre 2011 – per le domande di congedo di maternità e di congedo parentale per lavoratrici/lavoratori dipendenti e le domande di indennità di maternità e di congedo parentale per le lavoratrici autonome (artigiane, commercianti, coltivatrici dirette, colone, mezzadre e imprenditrici agricole professionali). A partire da tale data, infatti, le richieste di tali servizi dovranno essere presentate soltanto attraverso uno dei seguenti canali:

WEB – servizi telematici accessibili direttamente dal cittadino tramite PIN attraverso il portale dell’Istituto; Contact Center integrato - chiamando il numero verde 803164; Patronati e intermediari dell’Istituto – attraverso i servizi telematici offerti dagli stessi.

Pertanto, non saranno più accolte le domande presentate con modalità cartacea.

 

Procura chiede il fallimento San Raffaele: 1,5 mln di debiti

La procura di Milano ha chiesto il fallimento della Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor gravato da 1,5 miliardi di debiti. L'istanza, presentata dai Pm Laura Pedio e Luigi Orsi presso il tribunale fallimentare di Milano, è stata notificata oggi, giovedì 29 settembre, ai legali rappresentanti dell'ospedale fondato da Don Luigi Verzè. L'udienza è stata fissata il 12 ottobre due giorni dopo il termine entro il quale il nuovo Cda dovrà depositare la proposta di concordato preventivo.

La nota della Procura - La richiesta di fallimento era stata già presentata alla sezione fallimentare il 23 settembre scorso ma solo oggi è stata notifica alle parti. "L'azione è innanzitutto finalizzata all'intento di arrestare ulteriori dissipazioni patrimoniali" ed è orientata "a perseguire l'interesse pubblico nella sfera del quale rientra la posizione dei soggetti a vario titolo coinvolti in questo grave default". Lo scrive il procuratore della Repubblica di Milano, Edmondo Bruti Liberati, in un comunicato stampa in relazione alla richiesta di fallimento per l'ospedale San Raffaele. "Dagli atti - continua la nota della Procura - emerge lo stato dell'insolvenza della Fondazione, dato non controverso, tanto che il consiglio di amministrazione ha pubblicamente dichiarato di voler presentare un ricorso per l'ammissione al concordato preventivo, proposito che fin'ora non risulta essersi concretato".

La risposta del cda -
Tempestiva la risposta del cda dell'ospedale. Il consiglio d'amministrazione della Fondazione San Raffaele spiega una nota: "ha preso atto del deposito dell'istanza di fallimento presso il Tribunale di Milano e conferma che il piano di risanamento sarà asseverato fra poco più di 10 giorni, entro il termine del 10 ottobre, nel pieno rispetto del doveroso spirito di collaborazione instaurato con l'autorità giudiziaria".



Esclusiva: Lele Mora ricoverato per depressione e pressione alta

Lele Mora è stato ricoverato in ospedale. L’agente dei vip, detenuto nel carcere di Opera dallo scorso 20 giugno con l’accusa di bancarotta fraudolenta, è stato portato oggi, giovedì pomeriggio, all’Ospedale San Paolo di Milano in seguito a un malore dovuto alla pressione molto alta. Le sue condizioni di salute continuano a peggiorare, in particolare negli ultimi quindici giorni. Mora continua a dimagrire e ha perso in pochi mesi 24 chili. Accusa una forte depressione. I suoi legali avevano chiesto gli arresti domiciliari per incompatibilità tra il carcere e le sue condizione di salute, ma la richiesta è stata rigettata dai magistrati. Dopo l’ennesimo tracollo fisico e il ricovero di oggi, i famigliari dell’agente rinnoveranno la richiesta per ottenere un regime meno rigido. Intanto Mora sarà sottoposto a cure e controlli. Non uscirà dall’istituto almeno fino ai primi giorni della prossima settimana.

di Alessandra Menzani



In aula la stretta su intercettazioni

La discussione sulle intercettazioni è in dirittura d'arrivo. Infatti, secondo quanto ha confermato il vice presidente della Camera, Maurizio Lupi, il ddl sul tema verrà affrontato mercoledì prossimo in Aula. Questa conclusione è emersa dopo il vertice di maggioranza che si è svolto a Palazzo Grazioli, alla presenza del presidente del Consiglio. Si è discusso inoltre del calendario della riforma costituzionale al Senato, "stabilendo di arrivare al primo voto entro 40 giorni". Mercoledì 5 ottobre si terrà dunque la votazione delle questioni pregiudiziali di costituzionalità sul ddl intercettazioni.

Stretta sulle intercettazioni - Nei giorni dell'attacco frontale sferrato dalle procure la maggioranza accelera sulle intercettazioni: la discussione infatti vede il traguardo. Lo ha confermato il vice presidente della Camera, Maurizio Lupi: il ddl sul tema verrà affrontato in aula mercoledì prossimo. Lo si è appreso al termine del vertice di maggioranza che si è tenuto a Palazzo Grazioli, con Silvio Berlusconi presente. All'ordine del giorno anche il calendario della riforma costituzionale al Senato: si è stabilito di arrivare al voto entro 40 giorni, e da mercoledì 5 ottobre si terrà la votazione delle questioni pregiudiziali di costituzionalità sul ddl intercetatzioni.

"Nemmeno a Cuba" - La stretta è stata auspicata nuovamente dal Cavaliere, che nella cena di compleanno di mercoledì sera a casa di Alessandra Mussolini, ha sbottato: "Ma vi rendete conto che sono state fatte 100mila intercettazioni per spiare me, i miei familiari e i miei ospiti? Non è mai successo a nessuno. Nemmeno nella Cina di Mao o nella Cuba di Fidel Castro. I magistrati si stanno facendo la guerra, sono pronti a uccidersi a vicenda pur di farmi fuori". Il Guardasigilli Francesco Nitto Palma è compatto, schierato con il Cavaliere. In un'intervista rilasciata al Messaggero ha spiegato che la necessità è "fare in fretta", anche se ha precisato alcuni punti che andrebbero rivisti. "Non mi convince - ha spiegato il ministro della Giustizia - l'assenza di norme per evitare le cosiddette intercettazioni a strascico, ma anche la registrazione di telefonate irrilevanti dal punto di vista penale e la successiva trascrizione delle conversazioni".

Le proteste dei blogger - Contestualmente tornano a salire d'intensità le proteste dell'opposizione contro quella che bollano come "legge bavaglio". Una manifestazione è stata indetta a piazza del Pantheon a Roma dal Comitato per la libertà e il diritto all'informazione, alla cultura e allo spettacolo: "Diremo no al reiterato tentativo del governo di imbavagliare l'informazione. Siamo con la società civile e decine e decine di associazioni, movimenti e sindacati a fronteggiare questo ennesimo ricatto alla democrazia". Al corteo hanno subito aderito Cgil, Fnsi, l'ordine dei giornalisti e la politica: Pd, Idv, Verdi e Federazione della Sinistra. Si mobilitano anche i blogger per combattere le norme "ammazza blog", che prevedono la possibilità di imporre ai gestori di tutti i siti web l'obbligo di procedere alla rettifica di ogni contenuto pubblicato dopo una semplice richiesta del soggetto che si ritiene leso. In caso di mancata rettifica, il blogger rischierebbe una sanzione fino a 12mila euro.

Beni pubblici, dalla vendita 700 miliardi per lo Stato

Grandi manovre nel Pdl: nasce una nuova commissione, che ha l'obiettivo di mettere a punto le misure da inserire nel decreto Sviluppo. L'annuncio è stato dato dal vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi, mentre lasciava Palazzo Grazioli al termine del vertice di maggioranza. "Ci siamo dati 15 giorni per lavorare al dl", ha spiegato Lupi. Il ministro dell'Economia, al termine di un seminario sulla valorizzazione del patrimonio dello Stato a cui aveva preso parte, aveva anticipato: "Con oggi prende avvio una grande riforma strutturale per la riduzione del debito e per la modernizzazione e la crescita del Paese".

La relazione - Nella relazione approvata giovedì, si sottolinea come un utilizzo efficiente dei beni pubblici sia in grado di innescare un circolo virtuoso per "creare ricchezza per la collettività". La riduzione del debito, si indica, determina un migliore credito e, dunque, interessi minori, generando così nuove risorse per lo sviluppo e lo stesso sviluppo contribuisce alla riduzione del debito. I beni, oggetto della valorizzazione del patrimonio delle amministrazioni pubbliche, sono immobili, concessioni e partecipazioni. Le strategie che possono essere attivate sono l'incremento dei rendimenti, il risparmio dei costi di gestione e cessioni. Nel breve periodo i maggiori effetti si otterranno con le dismissioni, mentre per massimizzare la riduzione del debito nel lungo periodo sarà meglio puntare, indica la relazione, sull'aumento della redditività del patrimonio.

Dismissioni - Secondo quanto si può leggere in una nota del tesoro, per la prima volta è stato presentato in forma organica e pubblica il patrimonio dello Stato suddiviso per classi di benei e cifrato a valori di mercato. Il piano di valorizzazione allo studio prevede a regime, dal 2020, la stima di una riduzione strutturale del deficit di 9,8 miliardi . Di questi, 6,3 mld vengono dalla riduzione degli spazi e dei costi di gestione degli immobili, 2,5 mld dall'aumento del rendimento delle concessioni, 1 mld dall'aumento del rendimento delle partecipazioni degli enti locali. Per la riduzione diretta del debito si possono poi ricavare circa 25-30 miliardi di euro dalla cessione degli immobili e 10 miliardi di euro dai diritti CO2. Per le operazioni il Tesoro intende costituire una sua Sgr per gennaio 2012 che sara' operativa dopo le autorizzazioni della Banca d'Italia.

Decreto legge in CdM - I primi provvedimenti per lo sviluppo saranno varati dal governo "a giorni". Lo ha detto il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, conversando con i giornalisti a margine di un convegno al Centro italiano di studi americani. "I contenuti - ha aggiunto - sono in corso di elaborazione. Si tratta di contenuti anche amministrativi, cioè di attuazione delle molte misure che abbiamo preso in materia di sviluppo con le manovre estive. Misure - ha poi sottolineato Sacconi - che hanno lo scopo di accelerare gli investimenti infrastrutturali, di sollecitare gli investimenti privati e di favorire l'occupazione giovanile attraverso l’apprendistato". Si è poi appreso che le misure saranno inserite in un solo decreto legge che dovrebbe approdare in Consiglio dei ministri tra il 13 e il 14 ottobre insieme alla Legge di Stabilità, il cui varo è previsto entro il 15 ottobre. Nel provvedimento confluiranno gli interventi sulle infrastrutture e le semplificazioni allo studio del governo.

Patrimonio dello Stato
- Mentre è stato calcolato l'intero patrimonio dello Stato, pari a un valore di 1800 miliardi, sono state rese note anche le quote di partecipazione dello Stato alle società. Valgono 44,868 miliardi di euro, come risulta da una documentazione diffusa dal ministero dell'Economia. Diversa le presenza del denaro statale a seconda che le società siano o meno presenti in Borsa. Per le tre società quotate (Enel, Finmeccanica e Eni) il valore della quota è complessivamente di 17,342 miliardi di euro, mentre per le non quotate è di 27,526 miliardi di euro. Nel calcolo non sono incluse le partecipazioni in società quotate detenute indirettamente tramite Cassa Depositi e Prestiti.

"Si faccia presto per Bankitalia" - Silvio Berlusconi, secondo le indiscrezioni che sono trapelate, nel corso del vertice ha ribadito la sua assoluta determinazione ad andare avanti con l'azione del governo, forte anche del voto di sfiducia al ministro dell'Agricoltura Saverio Romano, respinto alla Camera. E nei mesi che mancano al termine della Legislatura, il Cavaliere vuole andare avanti spedito sulle riforme costituzionali e sulla legge elettorale. Secondo quanto riferito, il premier ha chiesto ai gruppi parlamentari di maggioranza di imprimere un'accelerazione sulle riforme, e avrebbe chiesto di andare avanti in maniera rapida anche sulla delega fiscale. L'altro tema affrontato è quello della successione a Bankitalia, un aspetto che ha suscitato già da ieri una dialettica interna al centrodestra. Secondo il premier Berlusconi, quello della scelta del successore di Draghi, è un problema che va risolto in tempi rapidi. Illustrando poi il quadro della situazione in un vertice a Palazzo Grazioli, il presidente del Consiglio ha invitato utti alla riflessione ma anche a una decisione rapida.

Personificazioni La realtà supera la fantasia Cetto Laqualunque esiste e vive a Enna

Cetto Laqualunque esiste davvero. E non vive in Calabria né in Lombardia, ma in Sicilia, in provincia di Enna. Il suo nome vero è Aldo Ubaldo Biondi (sic!), primo cittadino di Catenanuova, ormai mitologico eroe di un'apparizione video in cui, tra frasi sgrammatiche e dichiarazioni populistiche, esalta e arringa le folle, guadagnandosi il titolo di sindaco più laqualunquista d'Italia. Il fatto accade subito dopo un concerto del cantante Povia. Biondi, a quel punto, prende il microfono e, in preda alla vis oratoria, si lascia andare, accusando gli avversari, scandendo messaggi contro droga e alcol e alla fine, citando l'ormai notissimo personaggio interpretato da Antonio Albanese. "Evviva lu' pilu", dice, dietro il suggerimento del cantante. E pensare che il primo cittadino, nella scorsa amministrazione, è stato assessore alla Cultura.


Auguri amari per Silvio e Pier L’addio di Versace e Pannella

Compleanni amari per Ber and Ber, (Silvio) Berlusconi e (Pier Luigi) Bersani, accomunati dalle iniziali di cognome e dallo stesso giorno di nascita. Nel giorno in cui l'uno, il premier, compie 75 anni, e l'altro, il leader dell'opposizione, ne fa 60, entrambi perdono pezzi nei loro partiti.

Versace e il regalo di addio
- Il Cav ha ricevuto un regalo sgradito da Santo Versace, deputato Pdl, che proprio giovedì ha deciso di lasciare il partito. “E' una decisione che è arrivata oggi ma che maturavo da tempo”. Quindi il fratello del noto stilista ha spiegato le motivazioni. “A me piace lavorare, e nel Pdl non hanno bisogno di uno che lavora. D’altra parte io ho cominciato a lavorare solo nel 1950, si vede che ho poca esperienza". Il biglietto d'addio di Versace al Pdl è stata un'assenza in aula nel giorno decisivo per il ministro Saverio Romano, che non è stato sfiduciato dal Parlamento. “L’ultimo regalo che ho fatto al Pdl ieri è non andare, perché non volevo votare la fiducia”.

Pannella abbandona Bersani - Non tira aria migliore per lo sfidante Bersani, che mercoledì ha subito lo strappo da parte di Mario Adinolfi e il giorno successivo vive di fatto lo smarcamento dei radicali di Marco Pannella. Il filo conduttore tra Bersani e Berlusconi è sempre la sfiducia a Romano. Mercoledì, al momento di votare, i deputati radicali sono usciti dall'aula in segno di protesta contro la mancata amnistia nelle carceri italiane. Subito è scattata la rappresaglia del vertice Pd, che ha minacciato l'espulsione del gruppo pannelliano. "ll comportamento dei radicali è inqualificabile", ha detto Rosi Bindi, vicepresidente della Camera e presidente del Pd. "Non ce lo avevano preannunciato ", si lascia andare Dario Franceschini, presentatore della mozione di sfiducia e capogruppo del Pd alla Camera. "Già sul ddl delle professioni mediche i radicali avevano votato in difformità, e questo non rientra certamente nella normalità. Quest'ultimo però era un voto politico". E ora c'è già chi si prepara alla defenestrazione dei frondisti.


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