Monthly Archives: luglio 2011

Brasile 2014, sorteggio buono Per l’Italia c’è la Danimarca

Danimarca, Repubblica Ceca, Bulgaria. E ancora, Armenia e Malta. Il sorteggio di Rio de Janeiro per i gironi di qualificazione ai Mondiali brasiliani del 2014 riserva all'Italia un girone, quello B, non facilissimo, ma poteva andare peggio. Come capitato alla Francia, che si troverà ad affrontare la Spagna mondiale. Le vincenti dei nove gruppi europei si qualificheranno direttamente alla fase finale, mentre le migliori otto seconde giocheranno degli spareggii tra di loro da cui usciranno le altre 4 finaliste. Evitata la Francia (in seconda fascia, gli azzurri erano teste di serie), il ct Prandelli dovrà preoccuparsi di limitare i pochi talenti di Danimarca (lo spilungone dell'Arsenal Bendtner), Repubblica Ceca (in pieno ricambio generazionale, resiste il portiere del Chelsea Cech) e Bulgaria (il bomber del Manchester United Berbatov). "Sarà un girone da vincere", ha detto a caldo il mister azzurro. E non ha torto.

L’editoriale

DI GIAMPAOLO PANSA - Qualcuno ricorda ancora Eugenio Cefis? Era un friulano nato a Cividale nel 1921, un pezzo d’uomo alto un metro e novanta, con il portamento del militare. Da giovanissimo tenente del 2° Granatieri di Sardegna, aveva combattuto in Jugoslavia contro i partigiani comunisti di Tito. Dopo l’8 settembre 1943 andò a fare il partigiano nell’area dell’Ossola e qui incontrò altri comunisti: i garibaldini di Cino Moscatelli.Gli uomini di Cefis portavano il fazzoletto blu e le stellette del Regio esercito. Gli uomini di Moscatelli avevano il fazzoletto rosso con la falce e martello. Tra loro poteva succedere di tutto e infatti accadde parecchio. Dopo la fine della guerra civile  Cefis divenne un grande manager, destinato a prendere il posto di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni morto nell’ottobre 1962 in un misterioso incidente aereo. E guidò l’ente petrolifero di Stato sino al maggio 1971, quando passò a guidare la Montedison. Cefis amava il segreto. Tanto sull’Eni che su se stesso. Quando venni assunto al “Giorno”, il quotidiano di fatto posseduto da lui, mi avvisarono subito che era vietato pubblicare il suo nome e la sua fotografia. L’oscurità e il silenzio: ecco una regola di vita che Cefis osservò sempre. Tranne in un caso: all’epoca di Tangentopoli, nell’aprile 1993. Quando venne interrogato come testimone dal sostituto...

L’editoriale

DI GIAMPAOLO PANSA - Qualcuno ricorda ancora Eugenio Cefis? Era un friulano nato a Cividale nel 1921, un pezzo d’uomo alto un metro e novanta, con il portamento del militare. Da giovanissimo tenente del 2° Granatieri di Sardegna, aveva combattuto in Jugoslavia contro i partigiani comunisti di Tito. Dopo l’8 settembre 1943 andò a fare il partigiano nell’area dell’Ossola e qui incontrò altri comunisti: i garibaldini di Cino Moscatelli.Gli uomini di Cefis portavano il fazzoletto blu e le stellette del Regio esercito. Gli uomini di Moscatelli avevano il fazzoletto rosso con la falce e martello. Tra loro poteva succedere di tutto e infatti accadde parecchio. Dopo la fine della guerra civile  Cefis divenne un grande manager, destinato a prendere il posto di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni morto nell’ottobre 1962 in un misterioso incidente aereo. E guidò l’ente petrolifero di Stato sino al maggio 1971, quando passò a guidare la Montedison. Cefis amava il segreto. Tanto sull’Eni che su se stesso. Quando venni assunto al “Giorno”, il quotidiano di fatto posseduto da lui, mi avvisarono subito che era vietato pubblicare il suo nome e la sua fotografia. L’oscurità e il silenzio: ecco una regola di vita che Cefis osservò sempre. Tranne in un caso: all’epoca di Tangentopoli, nell’aprile 1993. Quando venne interrogato come testimone dal sostituto...

Nella "Stalingrado" di Sesto tocca la sinistra e rischi

Chi tocca la sinistra rischia la pelle. Era vero nella Sesto San Giovanni degli anni Settanta, ribattezzata allora la Stalingrado d’Italia. Ed è vero anche ora che la “banda di Sesto” tenta la scalata al potere economico.
Se n’era già reso conto il professor Giulio Sapelli, presidente dell’Asam, la società che controlla l’Autostrada Serravalle ed è a sua volta controllata al 99% dalla Provincia di Milano.

Una pessima esperienza per il professore di Storia economica dell’Università Statale di Milano, che nel 2005 era stato chiamato da Filippo Penati, a quel tempo presidente della Provincia di Milano, a presiedere la holding. Da quell’incarico, disse, «ho imparato molte cose, quindi se non mi ammazzano prima, cosa che penso potrebbe anche essere diciamo possibile, io le scriverò. Con calma, con tutta la documentazione».
Dovevano ancora passare quasi quattro anni prima che i magistrati di Monza decidessero di far chiarezza nella vicenda dell’acquisizione del 15% della Serravalle da parte dell’amministrazione del centrosinistra.
Ma di fronte alla prima e seconda commissione della Provincia di Milano, il 26 ottobre del 2007, l’accademico non aveva nascosto che «c’è sempre stato un senso di cupa… di cupo senso di minaccia». Ammetteva pubblicamente di aver perfino «avuto un po’ di paura fisica con questi padroni». Sapelli stava parlando del clima che si respirava nella società da cui si era dimesso appena tre settimane prima. Lo descriveva come un incubo, «proprio un po’ come uno vive a volte quando sente che c’è un potere occulto».
Dubita fortemente che la società sarà mai quotata in Borsa. Un’operazione del genere comporterebbe un intollerabile livello di trasparenza, spiega il professore, perché «ti impone di sottoporti ai controlli di Borsa. I dati trimestrali, le società di revisione, i Sindaci devono fare i Sindaci, il Collegio Sindacale deve fare il Collegio Sindacale. Ti esponi, casseforti segrete le puoi sempre avere, ma allora devi fare dei falsi in bilancio clamorosi». Quindi non era opportuno, per l’azionista di controllo, perché «credo che la funzione di Serravalle, la funzione reale potremmo dire, che non è quella di gestire un’autostrada ma è un’altra, è un’altra, sarebbe molto difficile esercitarla». Quale? Sapelli risponde secco, per due volte, testuale: «È come Eni Petromin», alludendo all’affare che consentì a Bettino Craxi di dare la scalata al Psi. In questo caso, avrebbe potuto consentire la scalata a Unipol, secondo la tesi dell’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, che aveva sollevato il caso.
Di tutta l’audizione, non vi è che una debolissima traccia sugli organi d’informazione del periodo, nonostante l’impegno profuso dall’allora consigliere di opposizione Giovanni De Nicola che, dai banchi di An, aveva chiesto chiarimenti già a partire dal bilancio 2005.
Un silenzio che si può spiegare grazie alla rivelazione di un giornalista del Fatto Quotidiano, Ferruccio Sansa. Nella sua carriera, ha lavorato per il Messaggero, La Repubblica, Il Secolo XIX e La Stampa. Sul suo blog, ieri, denunciava «l’amara esperienza di diventare una specie di paria, un intoccabile nella mia città perché ho osato scrivere inchieste sul centrosinistra».

L’opera di denigrazione è sistematica, a tappeto: «Mi avvertirono che qualcuno nel Pd faceva circolare l’immancabile voce che ero omosessuale, anzi, “buliccio” come si dice a Genova». I primi attriti avvengono dopo una telefonata a Massimo D’Alema, ai tempi dell’inchiesta su Antonveneta. Sansa, che è figlio di un ex sindaco rosso di Genova,  vuole correttamente verificare la notizia sul contratto di leasing dello yacht di Massimo D’Alema, stipulato con una società legata alla Banca Popolare di Lodi.
Il peggio arriva «quando con il collega Marco Preve scrissi il libro, Il partito del cemento, dedicato alla passione bipartisan dei politici liguri per il mattone». Nella vicenda sono coinvolti «con anni di anticipo rispetto all’inchiesta della Procura di Roma», Vincenzo Morichini, Franco Pronzato e i loro soci. Gliela faranno pagare cara, dice Sansa, quando avrà l’occasione di entrare «in un grande giornale. Dopo mesi venni a sapere che proprio nel periodo della trattativa i vertici del Pd nazionale avevano fatto arrivare il messaggio che l’incarico non era gradito al partito».  Eppure lo avevano avvertito. Alla sede del Pd genovese «uno dei massimi dirigenti locali mi accolse così: “Ecco l’amico di Berlusconi. Vergogna, vattene”, e via con accuse e insulti». Solo per aver osato svolgere la professione del cronista senza esercitare l’autocensura.

di Andrea Morigi

Nella "Stalingrado" di Sesto tocca la sinistra e rischi

Chi tocca la sinistra rischia la pelle. Era vero nella Sesto San Giovanni degli anni Settanta, ribattezzata allora la Stalingrado d’Italia. Ed è vero anche ora che la “banda di Sesto” tenta la scalata al potere economico.
Se n’era già reso conto il professor Giulio Sapelli, presidente dell’Asam, la società che controlla l’Autostrada Serravalle ed è a sua volta controllata al 99% dalla Provincia di Milano.

Una pessima esperienza per il professore di Storia economica dell’Università Statale di Milano, che nel 2005 era stato chiamato da Filippo Penati, a quel tempo presidente della Provincia di Milano, a presiedere la holding. Da quell’incarico, disse, «ho imparato molte cose, quindi se non mi ammazzano prima, cosa che penso potrebbe anche essere diciamo possibile, io le scriverò. Con calma, con tutta la documentazione».
Dovevano ancora passare quasi quattro anni prima che i magistrati di Monza decidessero di far chiarezza nella vicenda dell’acquisizione del 15% della Serravalle da parte dell’amministrazione del centrosinistra.
Ma di fronte alla prima e seconda commissione della Provincia di Milano, il 26 ottobre del 2007, l’accademico non aveva nascosto che «c’è sempre stato un senso di cupa… di cupo senso di minaccia». Ammetteva pubblicamente di aver perfino «avuto un po’ di paura fisica con questi padroni». Sapelli stava parlando del clima che si respirava nella società da cui si era dimesso appena tre settimane prima. Lo descriveva come un incubo, «proprio un po’ come uno vive a volte quando sente che c’è un potere occulto».
Dubita fortemente che la società sarà mai quotata in Borsa. Un’operazione del genere comporterebbe un intollerabile livello di trasparenza, spiega il professore, perché «ti impone di sottoporti ai controlli di Borsa. I dati trimestrali, le società di revisione, i Sindaci devono fare i Sindaci, il Collegio Sindacale deve fare il Collegio Sindacale. Ti esponi, casseforti segrete le puoi sempre avere, ma allora devi fare dei falsi in bilancio clamorosi». Quindi non era opportuno, per l’azionista di controllo, perché «credo che la funzione di Serravalle, la funzione reale potremmo dire, che non è quella di gestire un’autostrada ma è un’altra, è un’altra, sarebbe molto difficile esercitarla». Quale? Sapelli risponde secco, per due volte, testuale: «È come Eni Petromin», alludendo all’affare che consentì a Bettino Craxi di dare la scalata al Psi. In questo caso, avrebbe potuto consentire la scalata a Unipol, secondo la tesi dell’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, che aveva sollevato il caso.
Di tutta l’audizione, non vi è che una debolissima traccia sugli organi d’informazione del periodo, nonostante l’impegno profuso dall’allora consigliere di opposizione Giovanni De Nicola che, dai banchi di An, aveva chiesto chiarimenti già a partire dal bilancio 2005.
Un silenzio che si può spiegare grazie alla rivelazione di un giornalista del Fatto Quotidiano, Ferruccio Sansa. Nella sua carriera, ha lavorato per il Messaggero, La Repubblica, Il Secolo XIX e La Stampa. Sul suo blog, ieri, denunciava «l’amara esperienza di diventare una specie di paria, un intoccabile nella mia città perché ho osato scrivere inchieste sul centrosinistra».

L’opera di denigrazione è sistematica, a tappeto: «Mi avvertirono che qualcuno nel Pd faceva circolare l’immancabile voce che ero omosessuale, anzi, “buliccio” come si dice a Genova». I primi attriti avvengono dopo una telefonata a Massimo D’Alema, ai tempi dell’inchiesta su Antonveneta. Sansa, che è figlio di un ex sindaco rosso di Genova,  vuole correttamente verificare la notizia sul contratto di leasing dello yacht di Massimo D’Alema, stipulato con una società legata alla Banca Popolare di Lodi.
Il peggio arriva «quando con il collega Marco Preve scrissi il libro, Il partito del cemento, dedicato alla passione bipartisan dei politici liguri per il mattone». Nella vicenda sono coinvolti «con anni di anticipo rispetto all’inchiesta della Procura di Roma», Vincenzo Morichini, Franco Pronzato e i loro soci. Gliela faranno pagare cara, dice Sansa, quando avrà l’occasione di entrare «in un grande giornale. Dopo mesi venni a sapere che proprio nel periodo della trattativa i vertici del Pd nazionale avevano fatto arrivare il messaggio che l’incarico non era gradito al partito».  Eppure lo avevano avvertito. Alla sede del Pd genovese «uno dei massimi dirigenti locali mi accolse così: “Ecco l’amico di Berlusconi. Vergogna, vattene”, e via con accuse e insulti». Solo per aver osato svolgere la professione del cronista senza esercitare l’autocensura.

di Andrea Morigi

Bacco Etichette del terrore sulle bottiglie Così ci mandano di traverso anche il vino

Le bottiglie di vino come i pacchetti di sigarette. Dopo l'Australia anche il Canada si prepara a introdurre l'obbligo di indicare in etichetta messaggi come: "Bere fa male alla salute". Rendendo un po' meno politically correct uno dei pilastri del buon vivere, il nettare di Bacco.  Di vino in Italia se ne beve sempre meno. Per fortuna nel resto del mondo avviene l'esatto contrario: negli Stati Uniti, ma soprattutto sui mercati dei Paesi emergenti, la domanda di bottiglie made in Italy è in forte crescita. Su tutti la Russia che ha fatto segnare un +90% nell'import di bollicine italiane, inducendo il governo locale a imporre un dazio pesantissimo, pari all'80%. Ma l'effetto-tappo delle tariffe doganali è nulla a confronto che quel che potrebbe accadere se dovesse diventare legge un provvedimento per ora soltanto allo studio: l’obbligo di inserire in etichetta avvertenze simili a quelle che già ci sono sui pacchetti di sigarette: "Bere fa male", oppure un più esplicito e preoccupante: "L'alcol può provocare il cancro".
A darne notizia per primo è stato il portale internet Winenews: in Australia  una organizzazione non profit, DrinkWise,  ha lanciato una campagna per anticipare una legge approvata da Camberra e destinata a entrare in vigore solo il prossimo anno. L'obiettivo è ridurre lo "sballo" collettivo cui si abbandona un numero crescente di giovani bevitori, moltissimi addirittura under 16.  Le etichette con l’allarme per ora sono top secret, ma si sa che le "avvertenze" saranno ben visibili e graficamente evidenti. In effetti nel Paese-continente dell’emisfero australe, l'abuso di alcol è molto diffuso, tanto che alcuni ritengono di far risalire l'abitudine addirittura alla fine del Settecento quando i galeotti inglesi, esiliati in Australia a scontare la pena, festeggiavano la fine di una lunghissima e altrettanto scomoda traversata con una sonora sbronza.
Ma non è solo Canberra a studiare le bottiglie di vino con l'allarme. Anche il Canada, che non scherza in fatto di "eccessi di prevenzione", ha in preparazione qualcosa di simile. Sono addirittura tre le Università del Paese nordamericano a studiare sugli effetti dell'alcool: a Ottawa, Toronto e Montreal è in corso uno studio epidemiologico per accertare le relazioni fra il consumo di alcool e il tumore al seno. Non ci avventuriamo nell'analisi dei fattori genetici su cui interverrebbero le bevande alcoliche, resta il fatto che i canadesi rischiano di essere gli apripista nell’emisfero Nord anche per le etichette di vino con l’avvertimento, dopo aver introdotto - seppure con risultati insoddisfacenti - i pacchetti di sigarette “bianchi”: nessun marchio, stesso carattere e stesso colore per tutti i brand.
Ma sul nettare di Bacco pende ben altra minaccia. L'Organizzazione mondiale della sanità ha inserito l’alcool tra le sostanze cancerogene di gruppo 1, quelle più pericolose, assieme all'amianto, trovando una valida sponda addirittura nel nostro Istituto superiore di sanità che ha definito l'accoppiata "alcol-cancro sottovalutata con proporzioni allarmanti". A nulla vale far notare che il consumo di vino in quantità moderate viene consigliato addirittura da nutrizionisti e dietologi per le proprietà benefiche sulla digestione e sull'apparato cardiocircolatorio. Il prodotto della vite rischia di essere la prossima vittima della ventata salutista e antiedonistica che percorre l'intero pianeta, da Nord a Sud. Poco importa sapere che i fenomeni di alcolismo diffuso, comuni a molti Paesi come Russia e Australia, si possano far risalire a un consumo smodato non di vino ma di super alcolici. A Mosca e dintorni, per esempio, fino a pochi anni or sono Chianti, Prosecco e Moscato erano quasi del tutto sconosciuti. Eppure gli alcolisti non mancavano.
A voler essere maligni ci sarebbe anche da dubitare che questa operazione di "dissuasione preventiva" non sia casuale. Il nettare di Bacco è uno dei simboli riconosciuti a livello mondiale del buon vivere ed è per definizione francese o italiano, anche se sui mercati italiani si stanno affermando da alcuni anni i nuovi produttori: Cile, Australia, Sudafrica, Stati Uniti (con la California). Se dovesse passare la nuova stretta a danno del vino non possiamo escludere che gli inventori del Chiantishire (così gli inglesi hanno ribattezzato gran parte della Toscana) siano costretti a trovare un nuovo nome per sostituire quello divenuto "politicamente scorretto".

di Attilio Barbieri


Bacco Etichette del terrore sulle bottiglie Così ci mandano di traverso anche il vino

Le bottiglie di vino come i pacchetti di sigarette. Dopo l'Australia anche il Canada si prepara a introdurre l'obbligo di indicare in etichetta messaggi come: "Bere fa male alla salute". Rendendo un po' meno politically correct uno dei pilastri del buon vivere, il nettare di Bacco.  Di vino in Italia se ne beve sempre meno. Per fortuna nel resto del mondo avviene l'esatto contrario: negli Stati Uniti, ma soprattutto sui mercati dei Paesi emergenti, la domanda di bottiglie made in Italy è in forte crescita. Su tutti la Russia che ha fatto segnare un +90% nell'import di bollicine italiane, inducendo il governo locale a imporre un dazio pesantissimo, pari all'80%. Ma l'effetto-tappo delle tariffe doganali è nulla a confronto che quel che potrebbe accadere se dovesse diventare legge un provvedimento per ora soltanto allo studio: l’obbligo di inserire in etichetta avvertenze simili a quelle che già ci sono sui pacchetti di sigarette: "Bere fa male", oppure un più esplicito e preoccupante: "L'alcol può provocare il cancro".
A darne notizia per primo è stato il portale internet Winenews: in Australia  una organizzazione non profit, DrinkWise,  ha lanciato una campagna per anticipare una legge approvata da Camberra e destinata a entrare in vigore solo il prossimo anno. L'obiettivo è ridurre lo "sballo" collettivo cui si abbandona un numero crescente di giovani bevitori, moltissimi addirittura under 16.  Le etichette con l’allarme per ora sono top secret, ma si sa che le "avvertenze" saranno ben visibili e graficamente evidenti. In effetti nel Paese-continente dell’emisfero australe, l'abuso di alcol è molto diffuso, tanto che alcuni ritengono di far risalire l'abitudine addirittura alla fine del Settecento quando i galeotti inglesi, esiliati in Australia a scontare la pena, festeggiavano la fine di una lunghissima e altrettanto scomoda traversata con una sonora sbronza.
Ma non è solo Canberra a studiare le bottiglie di vino con l'allarme. Anche il Canada, che non scherza in fatto di "eccessi di prevenzione", ha in preparazione qualcosa di simile. Sono addirittura tre le Università del Paese nordamericano a studiare sugli effetti dell'alcool: a Ottawa, Toronto e Montreal è in corso uno studio epidemiologico per accertare le relazioni fra il consumo di alcool e il tumore al seno. Non ci avventuriamo nell'analisi dei fattori genetici su cui interverrebbero le bevande alcoliche, resta il fatto che i canadesi rischiano di essere gli apripista nell’emisfero Nord anche per le etichette di vino con l’avvertimento, dopo aver introdotto - seppure con risultati insoddisfacenti - i pacchetti di sigarette “bianchi”: nessun marchio, stesso carattere e stesso colore per tutti i brand.
Ma sul nettare di Bacco pende ben altra minaccia. L'Organizzazione mondiale della sanità ha inserito l’alcool tra le sostanze cancerogene di gruppo 1, quelle più pericolose, assieme all'amianto, trovando una valida sponda addirittura nel nostro Istituto superiore di sanità che ha definito l'accoppiata "alcol-cancro sottovalutata con proporzioni allarmanti". A nulla vale far notare che il consumo di vino in quantità moderate viene consigliato addirittura da nutrizionisti e dietologi per le proprietà benefiche sulla digestione e sull'apparato cardiocircolatorio. Il prodotto della vite rischia di essere la prossima vittima della ventata salutista e antiedonistica che percorre l'intero pianeta, da Nord a Sud. Poco importa sapere che i fenomeni di alcolismo diffuso, comuni a molti Paesi come Russia e Australia, si possano far risalire a un consumo smodato non di vino ma di super alcolici. A Mosca e dintorni, per esempio, fino a pochi anni or sono Chianti, Prosecco e Moscato erano quasi del tutto sconosciuti. Eppure gli alcolisti non mancavano.
A voler essere maligni ci sarebbe anche da dubitare che questa operazione di "dissuasione preventiva" non sia casuale. Il nettare di Bacco è uno dei simboli riconosciuti a livello mondiale del buon vivere ed è per definizione francese o italiano, anche se sui mercati italiani si stanno affermando da alcuni anni i nuovi produttori: Cile, Australia, Sudafrica, Stati Uniti (con la California). Se dovesse passare la nuova stretta a danno del vino non possiamo escludere che gli inventori del Chiantishire (così gli inglesi hanno ribattezzato gran parte della Toscana) siano costretti a trovare un nuovo nome per sostituire quello divenuto "politicamente scorretto".

di Attilio Barbieri


Venere Lady Kate, duchessa (finta) proletaria Alle nozze della cugina con l’abito riciclato

Secondo matrimonio reale in Gran Bretagna a tre mesi da quello del principe William con Kate Middleton. Stavolta all’altare sono arrivati Zara Phillips e Mike Tindall. Lei è la figlia di Anna (primogenita della regina Elisabetta II) e dell’ex marito Mark Phillips, tredicesima in linea di successione al trono; lui è il capitano della nazionale di rugby, campione del mondo nel 2003, un omone tutto muscoli famoso per il suo naso non certo alla francese. Si ripropone, ma a parti alternate, la coppia nobile-commoner. I novelli sposi stavano insieme dal 2003, da quando – durante la coppa del mondo di rugby a Sydney – il principe Harry, cugino di lei, non li ha presentati.
Per il sì alla chiesa Canongate Kirk di Edimburgo si è riunita la famiglia reale al completo, a cominciare dalla regina Elisabetta e dalla coppia William e Kate, con la solita passerella dove le signore hanno fatto bella mostra dei loro abiti (e cappellini).
Ma il vestito di cui si è più parlo, in queste nozze reali, è quello della festa che ha preceduto il matrimonio: un aperitivo organizzato dagli sposi sulla nave Royal Yacht Britannia, attraccata permanentemente al porto di Leith e messa a disposizione dalla nonna-regina alla nipote più grande. Kate non si è smentita nell’arte del riciclo: l’abitino verde shocking di Diane Von Furstenberg è lo stesso sfoggiato a Los Angeles lo scorso mese durante il suo viaggio con William in California. E la stampa britannica non se lo è lasciato sfuggire. Il quotidiano Daily Mail bolla la duchessa di Cambridge con l’espressione “Kate the royal recycler”, non mancando di sottolineare, all’inizio dell’articolo, che quella è la moglie del futuro re d’Inghilterra.
Le nozze sono state precedute anche dalla curiosa pretesa della suocera dello sposo, la principessa Anna, che avrebbe chiesto al genero di rifarsi il naso, sicuramente il segno di riconoscimento di Mike Tindall. Il campione di rugby, chiamato ‘frigorifero’ per il suo fisico possente, se lo è rotto otto volte, la prima a quindici anni. Lui ha cortesemente declinato la proposta della suocera, dicendo che a lui quel naso così come è va benissimo, perché «fa parte di me», parole sue.
Zara e Mike sono sempre stata la coppia più informale dei giovani di casa Windsor. Leggenda vuole che Mike si è messo in ginocchio davanti a Zara mentre lei era sdraiata sul divano a guardare un episodio di X Men in televisione. Zara – campionessa di equitazione – è famosa per il suo stile sportivo e un po’ mascolino. Sempre in jeans, venne alla ribalta quando furono state pubblicate le sue fotografie con il piercing sulla lingua. E il suo senso della moda lo rivela il fatto che ha scelto Stewart Parvin, lo stilista della nonna Elisabetta, per l’abito da sposa.

di Simona Verrazzo

Venere Lady Kate, duchessa (finta) proletaria Alle nozze della cugina con l’abito riciclato

Secondo matrimonio reale in Gran Bretagna a tre mesi da quello del principe William con Kate Middleton. Stavolta all’altare sono arrivati Zara Phillips e Mike Tindall. Lei è la figlia di Anna (primogenita della regina Elisabetta II) e dell’ex marito Mark Phillips, tredicesima in linea di successione al trono; lui è il capitano della nazionale di rugby, campione del mondo nel 2003, un omone tutto muscoli famoso per il suo naso non certo alla francese. Si ripropone, ma a parti alternate, la coppia nobile-commoner. I novelli sposi stavano insieme dal 2003, da quando – durante la coppa del mondo di rugby a Sydney – il principe Harry, cugino di lei, non li ha presentati.
Per il sì alla chiesa Canongate Kirk di Edimburgo si è riunita la famiglia reale al completo, a cominciare dalla regina Elisabetta e dalla coppia William e Kate, con la solita passerella dove le signore hanno fatto bella mostra dei loro abiti (e cappellini).
Ma il vestito di cui si è più parlo, in queste nozze reali, è quello della festa che ha preceduto il matrimonio: un aperitivo organizzato dagli sposi sulla nave Royal Yacht Britannia, attraccata permanentemente al porto di Leith e messa a disposizione dalla nonna-regina alla nipote più grande. Kate non si è smentita nell’arte del riciclo: l’abitino verde shocking di Diane Von Furstenberg è lo stesso sfoggiato a Los Angeles lo scorso mese durante il suo viaggio con William in California. E la stampa britannica non se lo è lasciato sfuggire. Il quotidiano Daily Mail bolla la duchessa di Cambridge con l’espressione “Kate the royal recycler”, non mancando di sottolineare, all’inizio dell’articolo, che quella è la moglie del futuro re d’Inghilterra.
Le nozze sono state precedute anche dalla curiosa pretesa della suocera dello sposo, la principessa Anna, che avrebbe chiesto al genero di rifarsi il naso, sicuramente il segno di riconoscimento di Mike Tindall. Il campione di rugby, chiamato ‘frigorifero’ per il suo fisico possente, se lo è rotto otto volte, la prima a quindici anni. Lui ha cortesemente declinato la proposta della suocera, dicendo che a lui quel naso così come è va benissimo, perché «fa parte di me», parole sue.
Zara e Mike sono sempre stata la coppia più informale dei giovani di casa Windsor. Leggenda vuole che Mike si è messo in ginocchio davanti a Zara mentre lei era sdraiata sul divano a guardare un episodio di X Men in televisione. Zara – campionessa di equitazione – è famosa per il suo stile sportivo e un po’ mascolino. Sempre in jeans, venne alla ribalta quando furono state pubblicate le sue fotografie con il piercing sulla lingua. E il suo senso della moda lo rivela il fatto che ha scelto Stewart Parvin, lo stilista della nonna Elisabetta, per l’abito da sposa.

di Simona Verrazzo

Winehouse, quel che resta Inediti? No, sono solo cover

Lo sciacallaggio mediatico su Amy continua e i tabloid londinesi, professionisti in questo campo, in questi giorni ci sguazzano. Purtroppo questa triste operazione si sta spostando sul versante musicale: dopo le notizie sui brani incisi dalla Winehouse, pronti per essere inseriti in un disco mai realizzato, ora è la volta di due canzoni definite “inedite”.
 Si tratta di Round midnight e di Some unholy war, pezzi che sono stati caricati sul sito del produttore Salaam Remi, lo stesso che aveva lavorato con Amy nel 2006, ai tempi del primo album della cantante, Frank. A caricare i brani, poche ore dopo la morte della cantante, è stato lo stesso Salaam ma soltanto ieri sono saliti alla ribalta del web, ascoltati e commentati da migliaia di fan.
Si tratta, a un ascolto attento, di cover di canzoni già esistenti, non di due veri inediti. La prima è l’interpretazione “alla Winehouse” di una delle partiture jazz più celebre di tutti i tempi: Round midnight, incisa da molti artisti del genere, portata al successo dal sassofonista Dexter Gordon, celebrata nel 1986 in un film da Betrand Tavernier e cantata persino da Aretha Franklin. Amy la esegue esaltando soprattutto gli alti, condendola con falsetti molto spinti e rendendola meno jazz. Una versione suggestiva della canzone jazz sulla mezzanotte ma oggettivamente spogliata da quell’atmosfera magica che ha reso questo pezzo un classico. In più, il tappeto musicale di contorno, poverello e quasi tirato via, fa pensare più a un’esercitazione da studio che a una canzone finita anche se qualche brivido lo si avverte quando la Winehouse ricama: «I ricordi arrivano sempre a mezzanotte circa, quando il mio cuore è ancora con te. E la cara mezzanotte lo sa… E io sono fuori di testa...».  Non basta, però, la voce della povera Amy per far diventare l’esecuzione indimenticabile.
Remi, che fa il produttore da anni, poteva sinceramente  tenersela nel cassetto invece che caricarla in fretta sul sito. Meglio, sul piano dell’arrangiamento: Some unholy war. Una versione diversa e più sincopata rispetto all’originale contenuto in Back to black, l’album fiore all’occhiello dell’artista che è stata definita ieri dal rapace produttore «un’amica e una sorella». Sarà… Questo Remi è, tra l’altro, l’artefice di un duetto che la Winehouse aveva registrato con il rapper Cee Lo Green. Ha confermato l’esistenza delle famosi dodici registrazioni inedite: «Ma sono incomplete», ha aggiunto.
Perché le due sul web no, ci chiediamo noi? E ancora: «Non sappiamo che farne con Universal, prima di tutto bisogna capire cosa vuole fare la famiglia». Cioè come intende dividersi la torta dei futuri, faraonici guadagni. Papà Mitch, ieri, ha annunciato ieri la nascita della Amy Winehouse Foundation, Remi lancia brani di Amy sul web e il resto verrà.
Non è tutto. Sentite questa: Neil McCormick, un giornalista del Telegraph, è stato l’unico testimone ad aver incontrato Amy in occasione dell’ultima, vera canzone della cantante; è accaduto poche settimane prima della morte, in occasione del duetto che ha inciso con Tony Bennett, negli studi Abbey Road.
 Il disco uscirà a settembre è sarà quello il vero ritorno artistico della Winehouse dal giorno della morte. A tal proposito Neil ha raccontato di aver visto durante intervista, una Amy «sulla strada della miglior ripresa. Indossava un abito cortissimo, era bella, appariva più sana di quanto non l’aveva vista in precedenza, abbronzata, i grandi capelli scolpiti attorno al volto dai lineamenti forti».
Pochi giorni dopo quell’intervista, la morte tragica. Forse il buon Neil - come si dice in gergo giornalistico - sull’effettivo stato di salute di Amy ha preso un imperdonabile “buco”.

di Leonardo Iannacci



Winehouse, quel che resta Inediti? No, sono solo cover

Lo sciacallaggio mediatico su Amy continua e i tabloid londinesi, professionisti in questo campo, in questi giorni ci sguazzano. Purtroppo questa triste operazione si sta spostando sul versante musicale: dopo le notizie sui brani incisi dalla Winehouse, pronti per essere inseriti in un disco mai realizzato, ora è la volta di due canzoni definite “inedite”.
 Si tratta di Round midnight e di Some unholy war, pezzi che sono stati caricati sul sito del produttore Salaam Remi, lo stesso che aveva lavorato con Amy nel 2006, ai tempi del primo album della cantante, Frank. A caricare i brani, poche ore dopo la morte della cantante, è stato lo stesso Salaam ma soltanto ieri sono saliti alla ribalta del web, ascoltati e commentati da migliaia di fan.
Si tratta, a un ascolto attento, di cover di canzoni già esistenti, non di due veri inediti. La prima è l’interpretazione “alla Winehouse” di una delle partiture jazz più celebre di tutti i tempi: Round midnight, incisa da molti artisti del genere, portata al successo dal sassofonista Dexter Gordon, celebrata nel 1986 in un film da Betrand Tavernier e cantata persino da Aretha Franklin. Amy la esegue esaltando soprattutto gli alti, condendola con falsetti molto spinti e rendendola meno jazz. Una versione suggestiva della canzone jazz sulla mezzanotte ma oggettivamente spogliata da quell’atmosfera magica che ha reso questo pezzo un classico. In più, il tappeto musicale di contorno, poverello e quasi tirato via, fa pensare più a un’esercitazione da studio che a una canzone finita anche se qualche brivido lo si avverte quando la Winehouse ricama: «I ricordi arrivano sempre a mezzanotte circa, quando il mio cuore è ancora con te. E la cara mezzanotte lo sa… E io sono fuori di testa...».  Non basta, però, la voce della povera Amy per far diventare l’esecuzione indimenticabile.
Remi, che fa il produttore da anni, poteva sinceramente  tenersela nel cassetto invece che caricarla in fretta sul sito. Meglio, sul piano dell’arrangiamento: Some unholy war. Una versione diversa e più sincopata rispetto all’originale contenuto in Back to black, l’album fiore all’occhiello dell’artista che è stata definita ieri dal rapace produttore «un’amica e una sorella». Sarà… Questo Remi è, tra l’altro, l’artefice di un duetto che la Winehouse aveva registrato con il rapper Cee Lo Green. Ha confermato l’esistenza delle famosi dodici registrazioni inedite: «Ma sono incomplete», ha aggiunto.
Perché le due sul web no, ci chiediamo noi? E ancora: «Non sappiamo che farne con Universal, prima di tutto bisogna capire cosa vuole fare la famiglia». Cioè come intende dividersi la torta dei futuri, faraonici guadagni. Papà Mitch, ieri, ha annunciato ieri la nascita della Amy Winehouse Foundation, Remi lancia brani di Amy sul web e il resto verrà.
Non è tutto. Sentite questa: Neil McCormick, un giornalista del Telegraph, è stato l’unico testimone ad aver incontrato Amy in occasione dell’ultima, vera canzone della cantante; è accaduto poche settimane prima della morte, in occasione del duetto che ha inciso con Tony Bennett, negli studi Abbey Road.
 Il disco uscirà a settembre è sarà quello il vero ritorno artistico della Winehouse dal giorno della morte. A tal proposito Neil ha raccontato di aver visto durante intervista, una Amy «sulla strada della miglior ripresa. Indossava un abito cortissimo, era bella, appariva più sana di quanto non l’aveva vista in precedenza, abbronzata, i grandi capelli scolpiti attorno al volto dai lineamenti forti».
Pochi giorni dopo quell’intervista, la morte tragica. Forse il buon Neil - come si dice in gergo giornalistico - sull’effettivo stato di salute di Amy ha preso un imperdonabile “buco”.

di Leonardo Iannacci



Ecco i metodi dei democratici: soldi, minacce e paura

Il ritornello sembra identico a quello di quasi venti anni fa. Quando le inchieste della magistratura alzano il velo sulla corruzione dei moderati, si scopre sempre qualche malandrino incallito, che usa il potere per arricchimento personale. Se invece si scoperchia qualche affare a sinistra, ecco la leggenda dei monaci comunisti. Vita spartana, nessun grillo per la testa. Quando anche ci fosse corruzione, è solo per sostenere il partito. Fu così ai tempi di Primo Greganti, la storia sembra ripetersi fra Sesto San Giovanni, l’Enac di Franco Pronzato e le intermediazioni di Vincenzo Morichini. C’è chi in fondo immagina una differenza morale fra le due vie per le malandrinate. Da una parte chi si arricchisce e si gode donne, Ferrari e yacht. Dall'altra chi si sacrifica per un bene superiore, quello del partito. E differenza c'è, perchè è assai più invasiva e dannosa per il bene comune la seconda della prima.

Le differenze
- Chi viola le regole del gioco per arricchirsi a sbafo c'è in politica, come nelle aziende pubbliche o private, come nelle forze di polizia e in fondo in ogni settore della vita pubblica e privata. I casi possono essere pochi o diffusi, ma comunque sono isolati: ognuno gioca per sé.
Il caso della sinistra politica italiana è invece un sistema pervasivo di tutta la vita pubblica del paese. Un sistema per cui il bene comune è ridotto al bene di un partito, quindi di un gruppo solo a svantaggio di tutti gli altri. Non ha casi isolati: è la regola. Sotto il profilo giudiziario spuntano vicende qua e là come funghi. Gli appalti Enac che prevedevano una quota in nero per finanziare un partito politico o le sue fondazioni. L'imprenditore Pio Piccini che racconta ai magistrati che su ogni affare da lui conquistato doveva corrispondere una intermediazione del 5,5% da dividere in parti uguali fra Morichini, il Pd e la Fondazione italiani europei. Certo, la magistratura dovrà verificare fino in fondo gli indizi di questo sistema che emergono a macchia di leopardo in tutta Italia, a Roma come a Sesto San Giovanni, in Abruzzo come in Sicilia.

Pizzo ai lottizzati
- Ma ancora più indicativa di questo modo di occupare la politica e ridurla al vantaggio di un solo gruppo è la vicenda del pizzo imposto da decine di federazioni locali del Pd ai nominati in consigli di amministrazione e collegi sindacali di società pubbliche. Quella senza ombra di dubbio è la fotografia di un sistema, ed è l’elemento che più di ogni altro individua cosa sia la casta politica in Italia. Se ne è colto qualche giorno fa l’evidente imbarazzo nell’intervista al Tg1 del tesoriere del Pd, Antonio Misiani. Certo, non c’è indicatore più evidente della corruzione diffusa della vita pubblica, non c’è simbolo più chiaro di cosa sia una casta di un partito che senza vergogna alla luce del sole mette nero su bianco la propria missione di occupare le poltrone pubbliche e perfino quelle di società per azioni di diritto privato al solo fine di farne derivare un vantaggio patrimoniale al partito stesso, il Pd. È questo l’unico significato di quell’obbligo regolamentare imposto dal Pd a tutti i nominati in cda e collegi sindacali di municipalizzate, enti pubblici, consorzi etc..., di retrocedere al partito una percentuale dello stipendio ricevuto con quell’incarico.
Invece della gestione oculata e parsimoniosa del bene comune, si teorizza l’occupazione di poltrone pubbliche al solo fine di trarre un vantaggio patrimoniale al Pd. Certo, la lottizzazione non è stata inventata da Bersani, e molti altri partiti fanno così. Lo fanno e non lo dicono, perchè un po’ provano vergogna. Solo la vera casta d’Italia- il Pd- poteva avere la sfrontatezza di teorizzare, perfino santificare questa occupazione del bene pubblico a fini privati che è la vera piaga della corruzione italiana.
Niente assoluzione
Non per me, ma per il partito è per altro assoluzione che non ha più alcuna ragione di esistere nell’Italia della secona Repubblica. Grazie a quella generosa legge sui falsi rimborsi elettorali, solo nel 2008 (dati della Corte dei Conti) il Pd si è visto rimborsare 180 milioni di euro di fronte ai 18 effettivamente spesi. Dieci volte tanto! E da anni questa generosità è legge. Di che finanziamenti ha ancora bisogno un partito in queste condizioni? Dove finiscono, in quali imprese sono spesi gli extra che potrebbero arrivare dalle tangenti che emergono nelle inchieste? Quale necessità ancora esiste di imporre quel pizzo ai nominati? I primi a meritarsi una risposta a questa domanda sono gli incolpevoli militanti ed elettori del partito guidato da Bersani. Non risponda per noi. Ma per loro.

di Franco Bechis

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- Chi viola le regole del gioco per arricchirsi a sbafo c'è in politica, come nelle aziende pubbliche o private, come nelle forze di polizia e in fondo in ogni settore della vita pubblica e privata. I casi possono essere pochi o diffusi, ma comunque sono isolati: ognuno gioca per sé.
Il caso della sinistra politica italiana è invece un sistema pervasivo di tutta la vita pubblica del paese. Un sistema per cui il bene comune è ridotto al bene di un partito, quindi di un gruppo solo a svantaggio di tutti gli altri. Non ha casi isolati: è la regola. Sotto il profilo giudiziario spuntano vicende qua e là come funghi. Gli appalti Enac che prevedevano una quota in nero per finanziare un partito politico o le sue fondazioni. L'imprenditore Pio Piccini che racconta ai magistrati che su ogni affare da lui conquistato doveva corrispondere una intermediazione del 5,5% da dividere in parti uguali fra Morichini, il Pd e la Fondazione italiani europei. Certo, la magistratura dovrà verificare fino in fondo gli indizi di questo sistema che emergono a macchia di leopardo in tutta Italia, a Roma come a Sesto San Giovanni, in Abruzzo come in Sicilia.

Pizzo ai lottizzati
- Ma ancora più indicativa di questo modo di occupare la politica e ridurla al vantaggio di un solo gruppo è la vicenda del pizzo imposto da decine di federazioni locali del Pd ai nominati in consigli di amministrazione e collegi sindacali di società pubbliche. Quella senza ombra di dubbio è la fotografia di un sistema, ed è l’elemento che più di ogni altro individua cosa sia la casta politica in Italia. Se ne è colto qualche giorno fa l’evidente imbarazzo nell’intervista al Tg1 del tesoriere del Pd, Antonio Misiani. Certo, non c’è indicatore più evidente della corruzione diffusa della vita pubblica, non c’è simbolo più chiaro di cosa sia una casta di un partito che senza vergogna alla luce del sole mette nero su bianco la propria missione di occupare le poltrone pubbliche e perfino quelle di società per azioni di diritto privato al solo fine di farne derivare un vantaggio patrimoniale al partito stesso, il Pd. È questo l’unico significato di quell’obbligo regolamentare imposto dal Pd a tutti i nominati in cda e collegi sindacali di municipalizzate, enti pubblici, consorzi etc..., di retrocedere al partito una percentuale dello stipendio ricevuto con quell’incarico.
Invece della gestione oculata e parsimoniosa del bene comune, si teorizza l’occupazione di poltrone pubbliche al solo fine di trarre un vantaggio patrimoniale al Pd. Certo, la lottizzazione non è stata inventata da Bersani, e molti altri partiti fanno così. Lo fanno e non lo dicono, perchè un po’ provano vergogna. Solo la vera casta d’Italia- il Pd- poteva avere la sfrontatezza di teorizzare, perfino santificare questa occupazione del bene pubblico a fini privati che è la vera piaga della corruzione italiana.
Niente assoluzione
Non per me, ma per il partito è per altro assoluzione che non ha più alcuna ragione di esistere nell’Italia della secona Repubblica. Grazie a quella generosa legge sui falsi rimborsi elettorali, solo nel 2008 (dati della Corte dei Conti) il Pd si è visto rimborsare 180 milioni di euro di fronte ai 18 effettivamente spesi. Dieci volte tanto! E da anni questa generosità è legge. Di che finanziamenti ha ancora bisogno un partito in queste condizioni? Dove finiscono, in quali imprese sono spesi gli extra che potrebbero arrivare dalle tangenti che emergono nelle inchieste? Quale necessità ancora esiste di imporre quel pizzo ai nominati? I primi a meritarsi una risposta a questa domanda sono gli incolpevoli militanti ed elettori del partito guidato da Bersani. Non risponda per noi. Ma per loro.

di Franco Bechis

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Il ritornello sembra identico a quello di quasi venti anni fa. Quando le inchieste della magistratura alzano il velo sulla corruzione dei moderati, si scopre sempre qualche malandrino incallito, che usa il potere per arricchimento personale. Se invece si scoperchia qualche affare a sinistra, ecco la leggenda dei monaci comunisti. Vita spartana, nessun grillo per la testa. Quando anche ci fosse corruzione, è solo per sostenere il partito. Fu così ai tempi di Primo Greganti, la storia sembra ripetersi fra Sesto San Giovanni, l’Enac di Franco Pronzato e le intermediazioni di Vincenzo Morichini. C’è chi in fondo immagina una differenza morale fra le due vie per le malandrinate. Da una parte chi si arricchisce e si gode donne, Ferrari e yacht. Dall’altra chi si sacrifica per un bene superiore, quello del partito. E differenza c’è, perchè è assai più invasiva e dannosa per il bene comune la seconda della prima.

Le differenze
- Chi viola le regole del gioco per arricchirsi a sbafo c’è in politica, come nelle aziende pubbliche o private, come nelle forze di polizia e in fondo in ogni settore della vita pubblica e privata. I casi possono essere pochi o diffusi, ma comunque sono isolati: ognuno gioca per sé.
Il caso della sinistra politica italiana è invece un sistema pervasivo di tutta la vita pubblica del paese. Un sistema per cui il bene comune è ridotto al bene di un partito, quindi di un gruppo solo a svantaggio di tutti gli altri. Non ha casi isolati: è la regola. Sotto il profilo giudiziario spuntano vicende qua e là come funghi. Gli appalti Enac che prevedevano una quota in nero per finanziare un partito politico o le sue fondazioni. L’imprenditore Pio Piccini che racconta ai magistrati che su ogni affare da lui conquistato doveva corrispondere una intermediazione del 5,5% da dividere in parti uguali fra Morichini, il Pd e la Fondazione italiani europei. Certo, la magistratura dovrà verificare fino in fondo gli indizi di questo sistema che emergono a macchia di leopardo in tutta Italia, a Roma come a Sesto San Giovanni, in Abruzzo come in Sicilia.

Pizzo ai lottizzati
- Ma ancora più indicativa di questo modo di occupare la politica e ridurla al vantaggio di un solo gruppo è la vicenda del pizzo imposto da decine di federazioni locali del Pd ai nominati in consigli di amministrazione e collegi sindacali di società pubbliche. Quella senza ombra di dubbio è la fotografia di un sistema, ed è l’elemento che più di ogni altro individua cosa sia la casta politica in Italia. Se ne è colto qualche giorno fa l’evidente imbarazzo nell’intervista al Tg1 del tesoriere del Pd, Antonio Misiani. Certo, non c’è indicatore più evidente della corruzione diffusa della vita pubblica, non c’è simbolo più chiaro di cosa sia una casta di un partito che senza vergogna alla luce del sole mette nero su bianco la propria missione di occupare le poltrone pubbliche e perfino quelle di società per azioni di diritto privato al solo fine di farne derivare un vantaggio patrimoniale al partito stesso, il Pd. È questo l’unico significato di quell’obbligo regolamentare imposto dal Pd a tutti i nominati in cda e collegi sindacali di municipalizzate, enti pubblici, consorzi etc..., di retrocedere al partito una percentuale dello stipendio ricevuto con quell’incarico.
Invece della gestione oculata e parsimoniosa del bene comune, si teorizza l’occupazione di poltrone pubbliche al solo fine di trarre un vantaggio patrimoniale al Pd. Certo, la lottizzazione non è stata inventata da Bersani, e molti altri partiti fanno così. Lo fanno e non lo dicono, perchè un po’ provano vergogna. Solo la vera casta d’Italia- il Pd- poteva avere la sfrontatezza di teorizzare, perfino santificare questa occupazione del bene pubblico a fini privati che è la vera piaga della corruzione italiana.
Niente assoluzione
Non per me, ma per il partito è per altro assoluzione che non ha più alcuna ragione di esistere nell’Italia della secona Repubblica. Grazie a quella generosa legge sui falsi rimborsi elettorali, solo nel 2008 (dati della Corte dei Conti) il Pd si è visto rimborsare 180 milioni di euro di fronte ai 18 effettivamente spesi. Dieci volte tanto! E da anni questa generosità è legge. Di che finanziamenti ha ancora bisogno un partito in queste condizioni? Dove finiscono, in quali imprese sono spesi gli extra che potrebbero arrivare dalle tangenti che emergono nelle inchieste? Quale necessità ancora esiste di imporre quel pizzo ai nominati? I primi a meritarsi una risposta a questa domanda sono gli incolpevoli militanti ed elettori del partito guidato da Bersani. Non risponda per noi. Ma per loro.

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Il ritornello sembra identico a quello di quasi venti anni fa. Quando le inchieste della magistratura alzano il velo sulla corruzione dei moderati, si scopre sempre qualche malandrino incallito, che usa il potere per arricchimento personale. Se invece si scoperchia qualche affare a sinistra, ecco la leggenda dei monaci comunisti. Vita spartana, nessun grillo per la testa. Quando anche ci fosse corruzione, è solo per sostenere il partito. Fu così ai tempi di Primo Greganti, la storia sembra ripetersi fra Sesto San Giovanni, l’Enac di Franco Pronzato e le intermediazioni di Vincenzo Morichini. C’è chi in fondo immagina una differenza morale fra le due vie per le malandrinate. Da una parte chi si arricchisce e si gode donne, Ferrari e yacht. Dall’altra chi si sacrifica per un bene superiore, quello del partito. E differenza c’è, perchè è assai più invasiva e dannosa per il bene comune la seconda della prima.

Le differenze
- Chi viola le regole del gioco per arricchirsi a sbafo c’è in politica, come nelle aziende pubbliche o private, come nelle forze di polizia e in fondo in ogni settore della vita pubblica e privata. I casi possono essere pochi o diffusi, ma comunque sono isolati: ognuno gioca per sé.
Il caso della sinistra politica italiana è invece un sistema pervasivo di tutta la vita pubblica del paese. Un sistema per cui il bene comune è ridotto al bene di un partito, quindi di un gruppo solo a svantaggio di tutti gli altri. Non ha casi isolati: è la regola. Sotto il profilo giudiziario spuntano vicende qua e là come funghi. Gli appalti Enac che prevedevano una quota in nero per finanziare un partito politico o le sue fondazioni. L’imprenditore Pio Piccini che racconta ai magistrati che su ogni affare da lui conquistato doveva corrispondere una intermediazione del 5,5% da dividere in parti uguali fra Morichini, il Pd e la Fondazione italiani europei. Certo, la magistratura dovrà verificare fino in fondo gli indizi di questo sistema che emergono a macchia di leopardo in tutta Italia, a Roma come a Sesto San Giovanni, in Abruzzo come in Sicilia.

Pizzo ai lottizzati
- Ma ancora più indicativa di questo modo di occupare la politica e ridurla al vantaggio di un solo gruppo è la vicenda del pizzo imposto da decine di federazioni locali del Pd ai nominati in consigli di amministrazione e collegi sindacali di società pubbliche. Quella senza ombra di dubbio è la fotografia di un sistema, ed è l’elemento che più di ogni altro individua cosa sia la casta politica in Italia. Se ne è colto qualche giorno fa l’evidente imbarazzo nell’intervista al Tg1 del tesoriere del Pd, Antonio Misiani. Certo, non c’è indicatore più evidente della corruzione diffusa della vita pubblica, non c’è simbolo più chiaro di cosa sia una casta di un partito che senza vergogna alla luce del sole mette nero su bianco la propria missione di occupare le poltrone pubbliche e perfino quelle di società per azioni di diritto privato al solo fine di farne derivare un vantaggio patrimoniale al partito stesso, il Pd. È questo l’unico significato di quell’obbligo regolamentare imposto dal Pd a tutti i nominati in cda e collegi sindacali di municipalizzate, enti pubblici, consorzi etc..., di retrocedere al partito una percentuale dello stipendio ricevuto con quell’incarico.
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Niente assoluzione
Non per me, ma per il partito è per altro assoluzione che non ha più alcuna ragione di esistere nell’Italia della secona Repubblica. Grazie a quella generosa legge sui falsi rimborsi elettorali, solo nel 2008 (dati della Corte dei Conti) il Pd si è visto rimborsare 180 milioni di euro di fronte ai 18 effettivamente spesi. Dieci volte tanto! E da anni questa generosità è legge. Di che finanziamenti ha ancora bisogno un partito in queste condizioni? Dove finiscono, in quali imprese sono spesi gli extra che potrebbero arrivare dalle tangenti che emergono nelle inchieste? Quale necessità ancora esiste di imporre quel pizzo ai nominati? I primi a meritarsi una risposta a questa domanda sono gli incolpevoli militanti ed elettori del partito guidato da Bersani. Non risponda per noi. Ma per loro.

di Franco Bechis

Tabacco Bossi il crociato anti-sigarette Senatùr, non mandare in fumo i nostri vizi

Ora, è vero che di più odioso dei ticket sulla sanità esiste solo l’accertamento fiscale di domenica mattina presto. È vero che in questo momento di tutto c’è bisogno in Italia fuorché di nuove tasse. È vero che la base della Lega è in fase di depressione acuta e ha un pressante bisogno di un’incarnazione del centralismo romano ciucciasoldi da mandare al diavolo.  Vero tutto questo ed è vero anche un sacco di altra roba. Però, onorevole Bossi, prendersela con noialtri poveri cristi di fumatori no.
«No ai ticket, meglio aumentare il prezzo del tabacco». E no. No per tre motivi. Il primo è pratico. Perché il tabacco è già aumentato abbastanza: tanto per restare all’attualità, nelle ultime settimane le sigarette sono salite in blocco di dieci centesimi, e farsi una fumata ormai è diventato un lusso. Il secondo è filosofico: se la tassa sulla salute ripugna, a maggior ragione dovrebbe farlo quella sull’autodistruzione. Il terzo, e qui sta il cuore della faccenda, è politico. Perché se a sostegno dell’idea di aumentare la tassa sul tabacco - la maggioranza restando in assordante ed eloquente silenzio - parlano soltanto il Codacons ed il Partito democratico (nella persona del senatore Ignazio Marino, il cui essere medico è un alibi solo fino ad un certo punto), allora significa che da qualche parte si sta sbagliando. Senza contare che il tabacco è forse l’unica cosa che si era riusciti a tenere al riparo dalle voraci fauci della manovra: intervenirci adesso suonerebbe come una beffa.
Da ultimo, c’è un altro aspetto della proposta che stride. Ovvero che essa non viene da un salutista di ferro o da un crociato anti-vizi. No, viene da un uomo che ha fatto del sigaro Garibaldi sempre in bocca un marchio di fabbrica secondo giusto al fazzolettone verde. E allora, Umberto, non mandare in fumo le nostre speranze. Mettiti una mano sul polmone e ripensaci.

di Marco Gorra

Tabacco Bossi il crociato anti-sigarette Senatùr, non mandare in fumo i nostri vizi

Ora, è vero che di più odioso dei ticket sulla sanità esiste solo l’accertamento fiscale di domenica mattina presto. È vero che in questo momento di tutto c’è bisogno in Italia fuorché di nuove tasse. È vero che la base della Lega è in fase di depressione acuta e ha un pressante bisogno di un’incarnazione del centralismo romano ciucciasoldi da mandare al diavolo.  Vero tutto questo ed è vero anche un sacco di altra roba. Però, onorevole Bossi, prendersela con noialtri poveri cristi di fumatori no.
«No ai ticket, meglio aumentare il prezzo del tabacco». E no. No per tre motivi. Il primo è pratico. Perché il tabacco è già aumentato abbastanza: tanto per restare all’attualità, nelle ultime settimane le sigarette sono salite in blocco di dieci centesimi, e farsi una fumata ormai è diventato un lusso. Il secondo è filosofico: se la tassa sulla salute ripugna, a maggior ragione dovrebbe farlo quella sull’autodistruzione. Il terzo, e qui sta il cuore della faccenda, è politico. Perché se a sostegno dell’idea di aumentare la tassa sul tabacco - la maggioranza restando in assordante ed eloquente silenzio - parlano soltanto il Codacons ed il Partito democratico (nella persona del senatore Ignazio Marino, il cui essere medico è un alibi solo fino ad un certo punto), allora significa che da qualche parte si sta sbagliando. Senza contare che il tabacco è forse l’unica cosa che si era riusciti a tenere al riparo dalle voraci fauci della manovra: intervenirci adesso suonerebbe come una beffa.
Da ultimo, c’è un altro aspetto della proposta che stride. Ovvero che essa non viene da un salutista di ferro o da un crociato anti-vizi. No, viene da un uomo che ha fatto del sigaro Garibaldi sempre in bocca un marchio di fabbrica secondo giusto al fazzolettone verde. E allora, Umberto, non mandare in fumo le nostre speranze. Mettiti una mano sul polmone e ripensaci.

di Marco Gorra

Meredith, le domande ai periti "Il coltello non fu lavato"

E' ripreso, sabato 30 luglio, il processo per l'omicidio di Meredith Kercher con le domande delle difese ai periti Stefano Conti e Carla Vecchiotti, incaricati dalla Corte d'Assise d'appello di Perugia di svolgere nuovi accertamenti genetici nell'ambito del procedimento in corso nei confronti di Amanda Knox e Raffaele Sollecito. La difesa di Raffaele Sollecito, così come la Corte, ha detto di non aver domande da esporre. Rispondendo, invece, ai quesiti della difesa di Amanda Knox, i periti hanno spiegato che "il coltello ritenuto dall'accusa l'arma del delitto di Meredith Kercher non è stato oggetto di accurato lavaggio altrimenti non sarebbe presente l'amido e che su di esso di certo non vi è traccia di dna".

La perizia - Un'udienza che arriva all'indomani del duro colpo che i periti hanno inflitto al lavoro svolto dalla Polizia scientifica. Conti e Vecchiotti, presentando le conclusioni della perizia, lo scorso lunedì, avevano infatti contestato l'attendibilità dei test effettuati sul coltello e sul gancetto del reggiseno della vittima. Avevano così spiegato come quest'ultimo fosse stato repertato dalla scientifica attraverso l'utilizzo di "guanti sporchi" e che sul coltello ci fossero tracce di amido ma non di sangue come invece era risultato dai test della polizia.

La scientifica si difende - Il presidente della Corte di assise di appello di Perugia, in apertura di udienza, ha letto una lettera inviata dal direttore del servizio di polizia scientifica, Piero Angeloni, alla Corte stessa e nella quale si fa riferimento alle critiche avanzate dai periti sul lavoro svolto dalla scientifica. Nella lettera Angeloni ha evidenziato le competenze della scientifica, ricordando che svolge "ogni anno 4.500 sopralluoghi" e ha evidenziato come i laboratori sono dotati della certificazione di qualità."La scientifica è dotata di un sistema informatico di tracciabilità dei reperti - ha detto Angeloni nella lettera-.  Le apparecchiature tecniche sono d'avanguardia e il personale ha esperienza pluriennale". Angeloni ha, infine, sottolineato come "mai in passato sono stati avanzati rilievi di tale natura come in questa sede investono l’operato della polizia scientifica".

Meredith, le domande ai periti "Il coltello non fu lavato"

E' ripreso, sabato 30 luglio, il processo per l'omicidio di Meredith Kercher con le domande delle difese ai periti Stefano Conti e Carla Vecchiotti, incaricati dalla Corte d'Assise d'appello di Perugia di svolgere nuovi accertamenti genetici nell'ambito del procedimento in corso nei confronti di Amanda Knox e Raffaele Sollecito. La difesa di Raffaele Sollecito, così come la Corte, ha detto di non aver domande da esporre. Rispondendo, invece, ai quesiti della difesa di Amanda Knox, i periti hanno spiegato che "il coltello ritenuto dall'accusa l'arma del delitto di Meredith Kercher non è stato oggetto di accurato lavaggio altrimenti non sarebbe presente l'amido e che su di esso di certo non vi è traccia di dna".

La perizia - Un'udienza che arriva all'indomani del duro colpo che i periti hanno inflitto al lavoro svolto dalla Polizia scientifica. Conti e Vecchiotti, presentando le conclusioni della perizia, lo scorso lunedì, avevano infatti contestato l'attendibilità dei test effettuati sul coltello e sul gancetto del reggiseno della vittima. Avevano così spiegato come quest'ultimo fosse stato repertato dalla scientifica attraverso l'utilizzo di "guanti sporchi" e che sul coltello ci fossero tracce di amido ma non di sangue come invece era risultato dai test della polizia.

La scientifica si difende - Il presidente della Corte di assise di appello di Perugia, in apertura di udienza, ha letto una lettera inviata dal direttore del servizio di polizia scientifica, Piero Angeloni, alla Corte stessa e nella quale si fa riferimento alle critiche avanzate dai periti sul lavoro svolto dalla scientifica. Nella lettera Angeloni ha evidenziato le competenze della scientifica, ricordando che svolge "ogni anno 4.500 sopralluoghi" e ha evidenziato come i laboratori sono dotati della certificazione di qualità."La scientifica è dotata di un sistema informatico di tracciabilità dei reperti - ha detto Angeloni nella lettera-.  Le apparecchiature tecniche sono d'avanguardia e il personale ha esperienza pluriennale". Angeloni ha, infine, sottolineato come "mai in passato sono stati avanzati rilievi di tale natura come in questa sede investono l’operato della polizia scientifica".

Mykonos, confessa l’assassino del 21enne del Lodigiano

Nessuna indiscrezione trapelata, ma l'assassino di Stefano Raimondi, il 21 di Ospedaletto Lodigiano ucciso giovedì notte a Mykonos, avrebbe confessato. Venerdì erano stati fermati tre giovani svizzeri: i sospetti si erano concentrati tutti su un ragazzo svizzero di origine greca che sotto il torchio degli inquirenti dell'isola alla fine avrebbe ceduto. Gli due, invece, sono stati rilasciati. La polizia greca, inoltre, avrebbe terminato la raccolta delle le diverse testimonianze per ricostruire la dinamica dei fatti. Non si conoscono però ancora i risultati dell'autopsia, effettuata in giornata, sul corpo di Raimondi.

La rabbia -
Intanto, a Ospedaletto Lodigiano, il paesino del 21enne ucciso, si attendono notizie sul rientro della salma. Per sabato sera è atteso il rientro in Italia della mamma e della sorella maggiore di Stafano, partite per Mykonos appena saputo della tragedia. Con ogni probabilità rientrerà con loro anche il gruppo di amici con i quali Raimondi era in vacanza. Avrebbero dovuto fermarsi ancora una decina di giorni. A casa è rimasto il padre e il fratellino minore. Ininterrotto il via vai di parenti per portare una parola di conforto. Ma molta anche la rabbia di chi si chiede come possa essere stata spezzata così la vita di un giovane studente, descritto da tutti solare e tranquillo.

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