Monthly Archives: maggio 2011

Il nuovo minisito per il riscatto della laurea

Nel sito Internet dell’Inps è attivo un sottosito dedicato ai riscatti di laurea, al quale possono accedere i cittadini provvisti di PIN identificativo. Una volta all’interno del minisito, è possibile ottenere: informazioni generali riguardanti il servizio; la modulistica per la domanda di riscatto relativa sia agli inoccupati che agli occupati; la visualizzazione e la stampa dei bollettini MAV; una serie di servizi integrati di supporto, tra cui la possibilità di modificare l’indirizzo di residenza e l’accesso ai servizi di pagamento diretto on-line. E’ possibile effettuare i pagamenti anche chiamando il numero verde gratuito 803.164 - utilizzando la carta di credito -, attraverso il circuito Reti Amiche oppure per mezzo del RID (autorizzazione all’addebito permanente sul conto corrente).


Per approfondimenti consultare la circolare n. 77 del 27 maggio 2011.

Relazione Annuale dell’Inps – Montecitorio 25 maggio 2011

Lo stato dell’Istituto, il suo nuovo assetto frutto della profonda riorganizzazione, il percorso intrapreso verso la totale telematizzazione dei servizi e il suo nuovo ruolo nel sistema del Welfare italiano, dopo la recente riforma pensionistica, saranno oggetto della Relazione del Presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, programmata per il 25 maggio prossimo alla Sala della Lupa a Montecitorio.
Il programma prevede l’intervento introduttivo del Presidente della Camera, Gianfranco Fini, l’esposizione della relazione annuale a cura del Presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, l’intervento del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maurizio Sacconi e le conclusioni del Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Gianni Letta. Nel corso della mattinata sarà presentato il Rapporto Annuale Inps 2010 e sarà lanciata una nuova iniziativa rivolta ai giovani dal titolo “Un giorno per il futuro”, voluta dal Ministero del Lavoro e condivisa dall’Inps per diffondere la cultura previdenziale nelle scuole. La Direzione generale dell’Inps ospiterà poi alle ore 14,30 la presentazione di alcuni lavori di scuole partecipanti all’iniziativa, al termine della quale interverranno il Ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi e il Ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini.
Nel Portale dell’Inps è disponibile una sezione dedicata, nella quale i docenti delle scuole medie e superiori potranno reperire materiale informativo (schede e video), utilizzabile per svolgere lezioni sul tema, e dalla quale potranno accedere al sito realizzato dal Ministero del Lavoro a supporto dell’iniziativa, www.ungiornoperilfuturo.it.

Visita la sezione del portale Inps che contiene i materiali informativi proposti alle scuole nell’ambito del progetto “Un giorno per il futuro”



Comunicato stampa 18 maggio 2011


Vai alla pagina Evento per il resoconto e la documentazione multimediale

Consulta il Rapporto Annuale 2010

L’Inps al ForumPA raccoglie la sfida della telematizzazione dei servizi e lancia il progetto mobile

Nell'edizione 2011 del ForumPA dal titolo "Una riforma in cammino" l'Inps ha avuto un ruolo di primo piano. Dopo il taglio del nastro il 9 maggio il Presidente Antonio Mastrapasqua ha ricevuto allo stand Inps la visita del Ministro Brunetta e della Presidente della Regione Polverini, per poi prendere parte al Convegno inaugurale del ForumPA, nel quale ha testimoniato come l'Inps abbia da subito raccolto le sfide lanciate dalla riforma Brunetta: mettere il cittadino al centro e telematizzare i servizi al 100% per rendere più efficiente la PA.
Allo stand, oltre al consueto servizio di consulenza previdenziale, sono stati presentati: il nuovo portale dell'Inps, il progetto mobile con le nuove applicazioni per I-phone e Smart-phone (estratto conto online e Ufficio Stampa) e alcuni prodotti editoriali per valorizzare il patrimonio storico-artistico dell'Istituto

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Software di controllo UniEMens Individuale per le denunce retributive e contributive individuali mensili

E’ disponibile la versione 2.1 del software di controllo UniEMens Individuale che consente la verifica e la certificazione delle denunce retributive e contributive mensili .
Le modalità operative rimangono comunque inalterate. La procedura può essere scaricata dalla sezione "Software" del sito.

Convegno “Prevenzione e Sicurezza nei luoghi di lavoro” 12/5/2011

Giovedì 12 maggio 2011, alle 9.30, si terrà presso la Sala Mancini della Direzione generale Inps, in via Ciro in grande 21, il convegno dal titolo “Prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro: stato di attuazione del Testo Unico 81/2008. Scenari futuri”.
L’iniziativa, promossa dai vertici dell’Istituto e organizzata dal Coordinamento generale Tecnico-Edilizio, in collaborazione con la Direzione centrale Risorse Umane, risponde all’esigenza di fare il punto sullo stato dell’arte in materia di sicurezza e anche di formazione alla prevenzione, come strumento fondamentale per l’abbattimento dei rischi. Tra le attività avviate dall’Inps di cui si darà conto nel convegno, sono da segnalare la mappatura dell’amianto, presente nei siti del patrimonio immobiliare Inps e la verifica del radon, finalizzata alla riqualificazione dei progetti concreti.
Dopo il saluto del Presidente, Antonio Mastrapasqua, e del Direttore Generale, Mauro Nori, seguiranno gli interventi del Direttore centrale Risorse Umane, Ciro Toma, del Responsabile del Coordinamento generale tecnico-edilizio, Francesco Di Maso e di esperti internazionali come l’architetto Christian Schaller e Michele Lepore dell’Agenzia Europea di Bilbao. Dopo una breve pausa, i lavori riprenderanno con gli interventi di Lorenzo Fantini del Ministero del Lavoro, Francesco Avallone, Prorettore dell’Università La Sapienza di Roma, Eugenio Pacelli docente di Medicina del Lavoro, Fulvio D’Orsi, Direttore dello SPRESAL RM/C, Agostino Messineo, docente di Medicina del Lavoro e Raffaele Guariniello, Pubblico Ministero di Torino. Il confronto tra gli esperti sarà moderato da Wittfrida Mitterer, Direttore del Master “casaClima-Bioarchitettura” dell’Università LUMSA di Roma.

 

Locandina

L’Europa vuole le spiagge italiane: "Sorpresi dal dl"

L'Unione Europea pretende il suo posto al sole sulle spiagge italiane. Anzi, una bella fetta di spiagge. L'Ue chiederà chiarimenti al governo italiano sul decreto che concede gli arenili in concessione per 90 anni. "Se le notizie riportate dala stampa - fa sapere Chantal Hughes, portavoce del commissario al Mercato interno Michel Barnier -, la Commissione europea sarebbe molto sorpresa perché il provvedimento non sarebbe conforme con le regole del Mercato unico europeo". "Quello che ci inquieta in particolare - ha precisato la funzionaria di Bruxelles - è se alla fine del periodo di concessione non ci sia il diritto quasi automatico per il concessionario ad ottenere il rinnovo". La questione è regolata dall'articolo 12 della direttiva Bolkestein del 2006, secondo cui le concessioni devono essere "rilasciate per una durata limitata adeguata e non possono prevedere la procedura di rinnovo automatico né accordare altri vantaggi al prestatore uscente o a persone che con tale prestatore abbiano particolari legami".

POSTO AL SOLE
- Il punto, sottolinea la Hughese, è "che siamo in Europa e che, se si mettono le spiagge sul mercato, chiunque faccia parte della Ue ha diritto a partecipare al banchetto". Il decreto, di fatto, viene considerato da Bruxelles una forma di protezione del "territorio italiano dalle imprese straniere che vengono a colonizzare le nostre spiagge". Protesta anche il Codacons: "E' evidente  - sottolinea l'associazione consumatori - che concedere il diritto di superficie per 90 anni è l'opposto di garantire la libera concorrenza oltre ad essere contrario alla normativa europea. Con il 'piano spiagge' il gioverno è riuscito nell'impresa di consentire la cementificazione, senza nemmeno avere in contropartita la garanzia di poter migliorare l'offerta turistica".

TUTELA DEL TURISMO - "La nostra preoccupazione è quella di tutelare le nostre coste, i malintesi saranno chiariti", chiarisce il ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla rispondendo agli ambientalisti e, indirettamente, all'Ue. "Il testo del dl non è ancora stato diffuso, ci può essere un malinteso ma - spiega la Brambilla - non ci deve essere preoccupazione perché tutto avviene nel rispetto delle norme di legge che tutelano l'ambiente". L'obiettivo del governo è quello di incentivare "lo sviluppo del settore tramite il rilancio del turismo del mare, che rappresenta il primo prodotto turistico italiano e garantire agli imprenditori "la continuità e le certezza dei loro investimenti e delle loro attività", fatto salvo il diritto per chiunque di fare ancora un bagno, con, come si legge nel dl, "libero accesso e fruizione della battigia, anche ai fini di balneazione".

La Cgil in piazza: "Un fiacco rituale per non lavorare"

La Cgil porta tutti in piazza. Tutti, o quasi. Lo sciopero è un flop. Secondo gli ultimi dati, l'adesione, per il ministero, sarebbe del 13 per cento. Per il sindacato rosso, invece, schizza al 58 per cento. Cifre che, comunque, non possono far sorridere la segretaria Susanna Camusso. Comunque sia, chi ha deciso di fasciarsi nelle bandiere rosse e - per dirla con le parole del ministro Brunetta - "concedersi il solito week-end allungato", è riuscito a creare la consueta selva di disagi, tra autobus fermi, città paralizzate dal traffico, uffici e sportelli chiusi. Non mancano poi i soliti scemi, protagonisti di atti di vandalismo durante i cortei. A inquadrare la situazione, ci ha pensato il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. Prima fa leva "sulla bassa adesione allo sciopero", che si sta registrando "tanto nel pubblico quanto nel settore privato". Poi invita la Cgil a riflettere "sulla linea fin qui seguita": creare disagi e violenze, ma a quale pro?

CAMUSSO A NAPOLI -Dal palco di Napoli, intanto, Susanna Camusso chiede dialogo aperto con i lavoratori, con Cisl e Uil. Poi rivolge un appello a Confindustria affinché cambi la sua politica. Nel giorno dello sciopero generale della Cgil, indetto per chiedere "più lavoro e meno fisco", la neosegretaria non le manda a dire. Manifestazioni organizzate in tutta Italia, blocchi e disagi, ma sull'adesione sindacato e ministero litigano. Sulla base dei dati pervenuti, secondo il Ministero alle 13 avrebbero incrociato le braccia soltanto il 13,41% dei lavoratori del pubblico impiego. Secondo la Cgil, invece, l'adesione sarebbe al 58 per cento. Un dato che comunque non può soddisfare il sidnacato rosso.


"GOVERNO BUGIARDO" - "Questo governo dice solo bugie" e per cambiare rotta è necessario tornare a parlare con i lavoratori, anche con la Cisl e con la Uil, e che Confindustria cambi la sua politica". Susanna Camusso, a Napoli, ne ha per tutti. "Si può voltare pagina decidendo tutti insieme di tornare nei luoghi di lavoro e dare di nuovo la parola ai lavoratori - ha sottolineato la Camusso rivolgendo un appello a Cisl e Uil - . E' arrivato il momento di dire no ad un governo che ci mette l’uno contro l’altro" perchè "è possibile riprendere il filo a partire dalla necessità di tassare chi ha di più". Un altro invito la leader sindacale lo ha rivolte Confindustria: "Dopo due anni di politiche sbagliate, di deroghe ai diritti dei lavoratori, di divisione del sindacato, la vostra politica non ha prodotto alcun risultato. Fermatevi e ripartiamo dal lavoro che, solo con forme certe, è un diritto". Poi, dal palco di Napoli, la Cgil ribadisce le sue priorità: riforma fiscale, un futuro per i giovani e cambiare le modalità con cui viene conferità l'indennità di disoccupazione. Infine l'ennesima bordata contro il governo. Questa volta si tira in ballo Fiat: "Non può esserci un Paese che non si occupa del piano industriale del suo più grande gruppo e di quali sono le conseguenze", tuona la Camusso.

BRUNETTA: "UN FALLIMENTO" - La scarsa adesione dei dipendenti pubblici allo sciopero generale indetto dalla Cgil, del tutto analoga a quella registrata negli altri 4 scioperi generali degli ultimi 3 anni - ha commentato il ministro per la Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta - certifica il fallimento di un’iniziativa di cui non si capiscono gli obiettivi e della quale i cittadini non sentivano certo l’esigenza. Quella di oggi è stata solo la fiacca celebrazione dell’ennesimo sciopero allunga week-end".

DISAGI -
Nonostante la protesta tenga conto dei servizi essenziali,  sono stati riscontrati disagi specie per i trasporti. Gli orari dello stop cambiano a seconda della città. Mentre le navi ritarderanno le partenze di quattro ore, le ferrovie si fermeranno delle 14.00 alle 18.00. Per quel che  riguarda bus e metro i lavoratori si fermeranno per 4 ore, salvo Torino e Genova, dove lo stop coprirà otto ore. A Milano, disagi sono previsti dalle 18alle 22.

"Serve più creatività per convincere i capi"

«Non si può chiedere a un’azienda di essere buona. Le donne che lavorano, le mamme devono uscire da un equivoco che impedisce di adottare nuovi modelli organizzativi: il “come siamo brave noi e come sono cattive le aziende che non ci valorizzano” non ci porta da nessuna parte». A parlare è Cecilia Spanu, la vulcanica co-fondatrice assieme ad Anna Zavaritt di Moms@Work, il progetto di Gi Group dedicato alla consulenza sulla conciliazione famiglia-lavoro e al reinserimento delle professioniste-mamme nel mercato del lavoro.  «È una battaglia persa: trovarsi fra donne e accusare le imprese di non capire la condizione di mamma non porta da nessuna parte. Non è il miglior modo per affrontare la conciliazione fra vita personale e lavoro. Si finisce per battere le solite strade, gli schemi vecchi di sempre. Le aziende sono disponibili a introdurre  un'innovazione solo se intuiscono una convenienza a farlo. Sono queste le regole del gioco. Semmai la vera sfida è un'altra...».

Quale?

«Aiutare le aziende a uscire dal vecchio schema: la dipendente-mamma è un costo di cui mi devo disfare. È qui che dobbiamo incidere, aiutando chi si trova ai vertici del potere aziendale ad usare strumenti diversi, cambiando per esempio l’organizzazione del lavoro. Bisogna ragionare di possibilità concrete, di strumenti per cambiare il modo di lavorare che possano essere utili a tutti, uomini e donne. Anche a un padre. Non dobbiamo mai dimenticare mai che la vita non si ferma dentro alle mura dell’azienda, l’essere genitori è una responsabilità, ma deve essere anche un piacere e un compito che accomuna entrambi i genitori. Devi affrontarlo con gioia e con creatività. Bisogna saper uscire dalla dimensione burocratica, anche nel rapporto con il proprio datore di lavoro. So bene che il capo vorrebbe tutto da te, fino all’ultima goccia di sangue. Ma noi donne dobbiamo essere capaci di cambiare marcia, proporre soluzioni nuove che tengano conto della fase della  vita che stiamo vivendo. Quella di mamme con dei bimbi da crescere. Appellarsi ai diritti, ai principi porta soltanto in un vicolo cieco».

Facciamo qualche caso concreto. Lei dice: usciamo dagli schemi, dalla logica delle contrapposizioni fra imprese e genitori. Come si può farlo in concreto?


«Per esempio dotare una mamma di uno smartphone, un ufficio mobile in miniatura, che a veder bene non ha costi elevatissimi per le imprese, inserirla in un gruppo di lavoro che condivida a tutti i livelli le informazioni in modo che ogni fase del progetto, qualsiasi novità, venga resa disponibile su un database comune, accessibile anche a chi si trova fuori dall'azienda».

Un salto mica da poco...

«Bisogna avere il coraggio di far girare le informazioni anche al di fuori delle riunioni che magari si svolgono alle sette della sera. Utilizzare un nuovo modello organizzativo che permetta ad esempio la condivisione delle informazioni a distanza. Ed è precisamente ciò che è accaduto alla sottoscritta e ad Anna Zavaritt con Moms@Work. Certo, deve trattarsi di lavori che prescindano dalla presenza fisica, per esempio dalle mansioni legate a un lavoro alla catena di montaggio».

Alla fine parliamo di telelavoro...

«Qualcosa di più: lo definirei di e-work, lavoro con tecnologie mobili e molta flessibilità in entrata e in uscita».

Già, la flessibilità. Ma quale? Ciascuno le dà un significato diverso.

«Stante un monte ore settimanale da rispettare che la mamma arrivi in azienda due ore dopo l’orario consueto ed esca due ore più tardi alla sera, può cambiare poco sul risultato.  Lo stesso ragionamento si può fare anche per il congedo: perché non allungarlo in cambio dell’impegno da parte della mamma di operare da casa col telelavoro? Questa è la creatività che serve».

È necessaria però la reale disponibilità del datore di lavoro ad avventurarsi su questo terreno...

«Il capo che dà risposte negative lo fa per paura di cambiare, di creare un precedente».

E allora come se ne esce?


«Le aziende dovrebbero essere libere di concedere il telelavoro quando ritengono che possa funzionare. Dicendo no, per esempio, a un dipendente che si comporta da fannullone già in ufficio».

E se ti dicono no a prescindere? Non servirebbe una legge sull’esempio di quella che ha introdotto le quote rosa nei Cda delle grandi imprese? Forse potrebbe bastare soltanto una norma che obblighi il datore di lavoro ad aprire un tavolo di confronto...

«Forse sì, ma delle leggi che impongano qualcosa ho imparato a diffidare. Anche perché di solito le aziende, alla fine, trovano sempre il modo per aggirare le disposizioni. Semmai vale la pena di sforzarsi a dimostrare che la flessibilità paga. Anche in termini di risultati. E poi la legge 53 dà dei soldi alle imprese che introducono dei progetti per flessibilizzare il lavoro».

Ecco, parliamo dell’ultima novità. Martedì è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la modifica all’articolo 9 della legge 8 marzo 2000, che prevede l’erogazione di contributi per finanziare progetti a favore di mamme e papà che lavorano...

«Sì, è un’ottima notizia davvero. Sarà possibile finanziare progetti per consentire alle lavoratrici e ai lavoratori di usufruire di particolari forme di flessibilitaà negli orari e nell’organizzazione del lavoro, per esempio il part time reversibile, il telelavoro, il lavoro a domicilio, la banca delle ore, l’orario flessibile in entrata o in uscita, su turni e su sedi diverse, l’orario concentrato. Avranno la priorità  i progetti che prevedano di applicare sistemi innovativi per la valutazione dei risultati per le misure di flessibilità introdotte, e per i progetti provenienti dalle piccole e medie imprese. Insomma, si può cominciare!».

intervista di Attilio Barbieri

"La maternità insegna alle donne una fessibilità che noi sognamo"

«Ci siamo abituati a tutto, ormai. Pensiamo che le assurdità siano la norma. Donne, dovete incazzarvi di più di quanto non facciate oggi». Chiedere a Domenico De Masi, classe 1938 e sulla cattedra di Sociologia del Lavoro dell’Università “La Sapienza” di Roma che cosa pensi della conciliazione tra la vita lavorativa e famigliare di una donna, significa – anche – farsi rispondere senza giri di parole politically correct: «Direi che la prima cosa da sottolineare è che mi sta chiedendo di una donna che lavora, quando il lavoro è invece in questo Paese maschile».

De Masi, ma ormai non abbiamo sdoganato questa differenza dei sessi? Siamo nel 2011...

«In alcuni luoghi di lavoro vedere una donna all’opera è un fatto in sé. Ed è ancor più significativo nella gerarchia. Non è cosa comune che ad amministrare un’azienda ci sia una donna. Basta guardarsi attorno, è ancora così».

Perché questa reticenza, secondo lei? Non viene lasciato abbastanza spazio al rosa?

«Anzi, direi che il primo problema delle donne sia l’autostima. Giusto qualche tempo fa si è cominciato a parlare delle quote rosa nei consigli di amministrazione e le donne italiane che fanno? Si chiedono, pensi, se ci siano donne sufficienti a far parte dei consigli d’amministrazione. Sono meno di mille: su 30 milioni di donne ne esisteranno almeno 500 capaci di sedersi in consiglio!? Mai un maschio si sarebbe posto una domanda del genere. Questa è mancanza di autostima».

Può essere, De Masi, ma resta il fatto che dopo il parto ci sia un’altra persona della quale prendersi cura. E resta che le aziende questo fatichino ad accettarlo. A volte finita la maternità il contratto non viene rinnovato, altre si è spinte a lasciare.

«Questo è il problema serio, certo. Nessuno lo ha affrontato. Ma ci sono Paesi nei quali la leva obbligatoria mette fuori gioco i ragazzi per più di 10 mesi, senza penalizzarli. Perché per una donna invece un figlio dovrebbe farlo?».

C’è chi dice che anzi le renda migliori...

«Ne sono convinto pure io. L’esperienza della maternità rende la donna più flessibile. È un evento pieno di imprevisti. Il bimbo si ammala, piange... La donna impara una flessibilità difficile da insegnare a un maschio. Un nuovo nato è in questo senso un capitale per l’azienda: la donna durante il periodo di maternità è come se frequentasse uno stage outdoor di flessibilità. Altro che corsi di sopravvivenza per le aziende tra montagne e foreste, meglio partorire un figlio».

Già, ma la cosa non è per nulla chiara alle aziende, che spesso non vogliono assumersi l’onere di questo “stage”. Quali strumenti a suo parere possono migliorare la situazione? Il telelavoro, ad esempio?

«Il telelavoro risolve poco nei primi mesi di allattamento, perché la donna è spesso assorbita anche psicologicamente dal figlio. Ma è utilissimo nel periodo successivo. È uno strumento che va diffuso e adottato, è importantissimo. Non solo per le donne, anche per i maschi. I lavori non sono più di carattere soltanto fisico. Bastano, spesso, un telefono e un computer. Ma quel che manca è una rete d’aiuto».

E qui entra in gioco quindi lo Stato...


«Sì, o meglio la società. Affinché la società si faccia carico di questa rete d’aiuto serve una sola cosa: donne in Parlamento, una vera rappresentanza. Che faccia le leggi per le donne. È un circolo virtuoso, ma sono ancora troppo poche».

Che ne pensa invece del part time, o dell’asilo aziendale, o della banca ore? Quali altri strumenti sono a suo parere utili per la conciliazione vita-lavoro?

«Le aziende temono a concedere il part time. Hanno paura che servano due persone al posto di una. È così, ma non è vero che si produce di meno, anzi. In quattro ore al posto di otto si fa più della metà del lavoro, perché si è più freschi. Con due contratti part time al giorno si ottengono  10-12 ore di lavoro. E comunque se non si fa così si lascia a casa un’intelligenza utile all’azienda: chi ci perde è chi avrebbe bisogno di valido capitale umano. E poi smettiamo di vedere questi strumenti come destinati solo alle donne».

In che senso?

«Perché se il bimbo si ammala solo la donna deve restare ad accudirlo a casa? Il part time dovrebbe interessare anche i maschi».
Sì, ma se è chi porta i pantaloni a prendere lo stipendio maggiore in famiglia...

«Proprio qui la volevo: quel che è da combattere è la differenza retributiva. È una vergogna, un’ingiustizia alla quale ci siamo assuefatti. Si risolve combattendo, impossibile aspettare che le cose piovano dal cielo un giorno».

Cosa vede all’orizzonte?


«Un futuro, neanche tanto lontano, nel quale il 60% dei laureati saranno donne, così come la maggioranza di chi avrà un master di specializzazione. Di che cosa stiamo discutendo allora? Faccio il professore universitario da 40 anni e so che le donne studiano meglio dei maschi, ma la meritocrazia in Italia funziona al contrario. Ben vengano, poi, gli interventi dei privati, che ad esempio costruiscono a loro spese un asilo aziendale. È un esempio positivo, da incentivare».

intervista di Giulia Cazzaniga

Gli eletti del telecomando: è l’Auditel che governa le sorti d’Italia

Quali sono i potentissimi mezzi dell'Auditel? Come viene registrato il gradimento dei programmi, in base al quale si organizzano gli investimenti pubblicitari? Insomma, come si fa girare il denaro sulle telecomunicazioni? Francesco Specchia svela tutti gli altarini in un'intervista a Miss Auditel, la signora "Addolorata", una dei 5mila capo famiglie/campione che decidono le sorti della televisione (e non solo) italiana.

«La curva d’ascolto a volte può avere un fascino - diciamo - gastroenterico».
Sicché lei, signora mia, non coglie nutrimento dal mezzo televisivo...
«Vede la mia dieta tv è semplice: essendo io molto ma molto di sinistra, soffro di duodenopatia erosiva appena si materializza Berlusconi. Somatizzo. Così l’ordine è di spegnere il televisore quando appare Lui ed ogni sua appendice, tipo Emilio Fede. Non ho mai visto il Tg4 in vita mia, appena c’è la sigla, clic! non gli concedo nemmeno un decimale d’audience...».
Così parlò la signora Auditel. Ossia “Addolorata” (nome di fantasia: dalla sensazione che di solito ella prova smanettando sul telecomando), una delle 5000 famiglie/campione che, da una lista segretissima, decide il destino di programmi, volti, direttori di rete, investimenti pubblicitari. Addolorata è una simpatica professionista di età variabile tra i quaranta e i sessanta, pugliese dell’hinterland milanese con figlia hacker che vota Vendola; ed è titolare di un meter che misura gli ascolti dei programmi. Il meter è la saetta di Zeus, lo scettro del potere televisivo.
Addolorata, com’è diventata parte dell’“armata delle tenebre” dell’Auditel?

«Nel 2009 mi sottoposero  un questionario telefonico; elencai i mei dati: composizione familiare, sesso, stato sociale, tendenza politica. Settimane dopo mi misero due meter in casa, uno per tv. Con un codice “A” per me che sono capofamiglia, e un codice “B” per mia figlia. Ognuno di noi, mentre guarda la tv, può avere un massimo di otto ospiti a testa, ognuno opportunamente registrato».
Diciamola tutta: lei l’Auditel lo tarocca?
«Be’, diciamo che io rappresento un pubblico medio-alto. Non tutti i programmi hanno rilevanza semantica. Io cerco l’approfondimento non l’intrattenimento, ignoro i reality, rifuggo le soap. Anche se poi, quando al pomeriggio la donna di servizio, mentre stira, mette su “Centovetrine” e si registra, mi rovina tutta la strategia. D’altronde non posso mica sopprimerla...».
Mica esiste più la servitù di una volta. Ma l’ascolto lo trucca o no?
«Be’, diamine, può accadere. Non è un’abitudine, ma...».
E quando può accadere?
«Per dire, quando Masi minacciava di chiudere “Annozero”, io e mia figlia invitavamo sempre 8+8, 16 invitati finti. Praticamente un gruppo d’ascolto virtuale, alle volte la tv rimaneva accesa da sola,  fiammella nella speranza. Mi dicono che ora il dottor Masi l’hanno fatto fuori, è andato a far danni da altre parti».
Scusi, ma non dovrebbe esserci un gentlemen’s agreement , un accordo sul non barare nelle rilevazioni?
«In condizioni normali, sì. Ma qui siamo di fronte alla falsificazione della realtà. Prenda quel Minzognini... ».
 “Minzognini”?
«Massì, Augusto Minzolini io lo chiamo così, un vezzeggiativo. Prima mi facevo forza: sapevo che il Tg1 diceva stronzate, nascondeva le notizie ma lo guardavo, presa da una cupa fascinazione; da quando c’è il tg La7 di Mentana, il Tg1 delle 20 l’ho vaporizzato e vado sempre su La7. Sia alle 13 che alle 20, per la verità già da quando c’era Piroso, nonostante tutti quei tatuaggi. Mi deve scusare, sa; ma io sono di sinistra».
 Addolorata, lei m’addolora. Diceva David Frost, l’anchorman che triturò Nixon: «La televisione ti permette di godere dal tuo salotto di persone che non inviteresti mai a casa tua».
«Aveva ragionissimo. Per esempio, io ho ignorato volentieri tutte le puntate di Vespa con quei plastici di Cogne e Avetrana, cui avrei dato volentieri fuoco. E, per esempio, non vedo il Tg5 e le fiction salvo quelle storiche; nemmeno le soap tipo un “Posto al sole”, o “Agrodolce”, che sono molto del sud come me. Però apprezzo Fazio, “Report” e ...mi ci faccia pensare...».
Permetta che l’aiuti, signora: forse Telese e Costamagna? Lucia Annunziata...
«Ecco, sì, loro sì. La Annunziata solo in “In mezz’ora”. “Potere” è troppo anche per me».
Vede Italiauno?...
«Per carità, film troppo violenti, fantascienza, giochini stupidelli. No, no. Vede noi, in famiglia, seguiamo un certo tipo di schema di ascolto televisivo. Salvo quando, qualche mattina, c’è la nonna. La nonna - strappo alla regola- vede Forum. È stata ben indottrinata: si mette sul divano, programma il meter, data, sesso, anni. La nonna, 88 anni, fa zapping, un po’ su tutto salvo quando passa Gasparri: ha un sussulto, si spaventa e poi sussurra “Io a chill’gli sparerei”».
Però la nonna che ha gusti un po’ più diversificati, Emilio Fede lo guarda?
 «No, no, Fede non lo vede nemmeno lei. È una sorta di moto repulsivo di famiglia, sa».
Addolorata, non le sembra di essere un tantinello di parte?

«Guardi, io non accetto pressioni. Il tecnico dell’Auditel, che ormai è come fosse di famiglia, ci dice sempre che se noi non fossimo un utente modello ci avrebbero già tolto il meter. Si figuri che noi non veniamo pagati; ma per il disturbo ci regalano degli elettrodomestici più o meno scrausi, a seconda dell’anzianità d’Auditel. L’anno scorso ho avuto 10 buoni da 10 euro da spendere alla Trony».
Attenta a non spenderli tutti in un colpo. E quest’anno, il regalino?
«È una macchina da cucire Necchi, carina. Ancora mi deve arrivare. E dire che a noi della lista Auditel attingono anche tutti i sondaggisti. Noi riceviamo chiamate da Istat, Ipsos, Mannheimer, perfino da aziende di calze».
Cioè, lei mi sta dicendo che in pratica, quando si fanno i sondaggi in Italia chiamano sempre gli stessi?
«Be’ a me in un anno, mentre cucinavo, mi hanno chiesto opinioni su Berlusconi; la violenza sulle donne; i rapporti Palestina -Israele; su che calze e dentifricio uso, perfino. E sulla spazzatura a Napoli. Mi chiesero pure se Berlusconi avrebbe risolto il problema. Ovviamente dissi di no».
Ovviamente. Sa che da questa settimana la rilevazione degli ascolti riguarderà anche i programmi registrati, su Internet e MySky?
«Mi fa piacere assai. Santoro sul web dev’essere delizioso. Se poi in tv ci va lei, dottore, mi avverta prima: vediamo cosa si può fare...».

Aboliamo i genitori/6: "Dopo il ’68 cattivi genitori e figli migliori"

Giovani bamboccioni? Sì, molti. Ma non tutti. Giovani cresciuti «senza una vera prospettiva futura», educati secondo i disastrosi «canoni del Sessantotto, che ha prodotto catastrofi, come la mistificazione del concetto di uguaglianza, gettando al vento quello del merito. Che oggi, però noi abbiamo recuperato e reso un obiettivo del governo». Giorgia Meloni, ministro della Gioventù, ha certo tutti i titoli per intervenire nel dibattito-confronto aperto dall’articolo provocatorio di Giampaolo Pansa.

Genitori imbelli, ragazzi senza educazione e arroganti: chi si dovrebbe abolire?

«Giampaolo Pansa è un mito del giornalismo e dice cose sicuramente vere. Ci sono ragazzi e giovani maleducati, arroganti, sfaticati, ma esiste poi un’Italia che non si racconta, che trapela ben poco dalle cronache dei media: quella, cioè, dei giovani che studiano, che hanno due lauree e una sfilza di master, ma che non hanno paura di fare i camerieri. Appartengono ad una generazione che non ha prospettive, e, proprio come scrive Pansa su Libero, hanno avuto genitori cresciuti all’ombra del ‘68, con tutto quel che ne consegue...»

E la scuola, che colpe ha?
«La scuola ha abdicato alla propria funzione educativa, per diventare, nella maggior parte dei casi, una sorta di ammortizzatore sociale. Nonostante tutto, però, abbiamo dinanzi una generazione più forte, più culturalmente attrezzata e anche motivata».

È il caso, allora, di essere ottimisti?
«La situazione è oggettivamente difficile, ma possiamo permetterci il lusso di essere ottimisti. Intanto, questo governo sa interpretare le esigenze giovanili, senza le demagogie della sinistra. Lo dimostra il decreto di sviluppo, varato ieri dal Consiglio dei ministri, che è particolarmente attento ai giovani. Anzi, ne è praticamente il motore».

Parla del credito di imposta...
«Decisamente. È importante ed è previsto per quelle aziende che, al Sud, assumeranno a tempo indeterminato lavoratori svantaggiati e cioè disoccupati da tempo. La disoccupazione giovanile al Meridione è una vera piaga. Perciò la possibilità d’impiegare una parte dei fondi Ue per incentivare le assunzioni è una risposta concreta. Per questo ci siamo battuti e ci batteremo insieme ai ministri Tremonti e Fitto per superare le difficoltà burocratiche esistenti».

Si grida spesso allo scandalo per la fuga dei cervelli dall’Italia. Cervelli giovani, in gran parte. C’è una risposta anche per questo?

«Mi sembra un bel segnale la decisione di sperimentare un credito d’imposta dedicato alle imprese che finanziano la ricerca universitaria e pubblica. In questo modo si potrà  dare maggior ossigeno ai ricercatori italiani e riconoscere il ruolo di moderni Mecenate ai privati che decidono di investire una parte delle loro risorse per far progredire la nostra nazione. Anche il previsto Fondo per il Merito è una risposta alla devastante cultura del ’68, che ha mistificato il concetto di “uguaglianza”, spazzando via quello del merito. Un obiettivo che è stato sempre perseguito, a cominciare dalla riforma della scuola e dell’università».

Insomma, bisogna legare la scuola con il lavoro...
 «Questa la strada. Infatti un altro provvedimento approvato dal governo è quello che riguarda il contratto di apprendistato, che renderà più semplice ed efficace entrare nel mondo del lavoro per i giovani tra i 18 e i 29 anni. Sarà il contratto del futuro, che legherà la scuola al lavoro: un modo per superare la pratica dello stage perenne che, in pratica, si traduce in uno sfruttamento dei ragazzi che invece lo inseguono come un miraggio».

di Caterina Maniaci

Aboliamo i geniotri / 6: "Dopo il ’68 cattivi genitori e figli migliori"

Giovani bamboccioni? Sì, molti. Ma non tutti. Giovani cresciuti «senza una vera prospettiva futura», educati secondo i disastrosi «canoni del Sessantotto, che ha prodotto catastrofi, come la mistificazione del concetto di uguaglianza, gettando al vento quello del merito. Che oggi, però noi abbiamo recuperato e reso un obiettivo del governo». Giorgia Meloni, ministro della Gioventù, ha certo tutti i titoli per intervenire nel dibattito-confronto aperto dall’articolo provocatorio di Giampaolo Pansa.

Genitori imbelli, ragazzi senza educazione e arroganti: chi si dovrebbe abolire?

«Giampaolo Pansa è un mito del giornalismo e dice cose sicuramente vere. Ci sono ragazzi e giovani maleducati, arroganti, sfaticati, ma esiste poi un’Italia che non si racconta, che trapela ben poco dalle cronache dei media: quella, cioè, dei giovani che studiano, che hanno due lauree e una sfilza di master, ma che non hanno paura di fare i camerieri. Appartengono ad una generazione che non ha prospettive, e, proprio come scrive Pansa su Libero, hanno avuto genitori cresciuti all’ombra del ‘68, con tutto quel che ne consegue...»

E la scuola, che colpe ha?
«La scuola ha abdicato alla propria funzione educativa, per diventare, nella maggior parte dei casi, una sorta di ammortizzatore sociale. Nonostante tutto, però, abbiamo dinanzi una generazione più forte, più culturalmente attrezzata e anche motivata».

È il caso, allora, di essere ottimisti?
«La situazione è oggettivamente difficile, ma possiamo permetterci il lusso di essere ottimisti. Intanto, questo governo sa interpretare le esigenze giovanili, senza le demagogie della sinistra. Lo dimostra il decreto di sviluppo, varato ieri dal Consiglio dei ministri, che è particolarmente attento ai giovani. Anzi, ne è praticamente il motore».

Parla del credito di imposta...
«Decisamente. È importante ed è previsto per quelle aziende che, al Sud, assumeranno a tempo indeterminato lavoratori svantaggiati e cioè disoccupati da tempo. La disoccupazione giovanile al Meridione è una vera piaga. Perciò la possibilità d’impiegare una parte dei fondi Ue per incentivare le assunzioni è una risposta concreta. Per questo ci siamo battuti e ci batteremo insieme ai ministri Tremonti e Fitto per superare le difficoltà burocratiche esistenti».

Si grida spesso allo scandalo per la fuga dei cervelli dall’Italia. Cervelli giovani, in gran parte. C’è una risposta anche per questo?

«Mi sembra un bel segnale la decisione di sperimentare un credito d’imposta dedicato alle imprese che finanziano la ricerca universitaria e pubblica. In questo modo si potrà  dare maggior ossigeno ai ricercatori italiani e riconoscere il ruolo di moderni Mecenate ai privati che decidono di investire una parte delle loro risorse per far progredire la nostra nazione. Anche il previsto Fondo per il Merito è una risposta alla devastante cultura del ’68, che ha mistificato il concetto di “uguaglianza”, spazzando via quello del merito. Un obiettivo che è stato sempre perseguito, a cominciare dalla riforma della scuola e dell’università».

Insomma, bisogna legare la scuola con il lavoro...
 «Questa la strada. Infatti un altro provvedimento approvato dal governo è quello che riguarda il contratto di apprendistato, che renderà più semplice ed efficace entrare nel mondo del lavoro per i giovani tra i 18 e i 29 anni. Sarà il contratto del futuro, che legherà la scuola al lavoro: un modo per superare la pratica dello stage perenne che, in pratica, si traduce in uno sfruttamento dei ragazzi che invece lo inseguono come un miraggio».

di Caterina Maniaci

Aboliamo i genitori / 5: "Occidente finito, alleviamo bimbi terribili"

Paola Mastrocola è una scrittrice di successo, con una particolare sensibilità riguardo ai problemi dell’educazione. Insegna in un liceo scientifico a Torino e il suo ultimo libro, Togliamo il disturbo (Guanda) è tutto dedicato ai mali della scuola, incapace di formare i giovani, sia sul piano culturale sia su quello della convivenza civile.

Il caso dei ragazzi che hanno aggredito con ferocia due carabinieri dopo un rave party ha spinto Pansa a sostenere che situazioni di questo genere sono la punta di un iceberg fatto di insofferenza a regole e divieti. Secondo Pansa, la responsabilità è soprattutto dei genitori, che rinunciano a educare e ormai sono quasi inutili.

«Certo, i primi a doversi occupare dell’educazione sono i genitori: sono loro che “ricevono” il pargolo alla nascita, è loro il compito nei primissimi mesi e anni. Credo che si cominci a educare un figlio fin da quando lo si porta a casa dall’ospedale, fin dai suoi primi giorni di vita. Ed è vero quel che scrive Pansa, basta andare al ristorante e osservare la scena ai tavoli. Lì si vede come i Nuovi Genitori abbiano dismesso il pensiero di educare, e come i Nuovi Bambini vengano su a mo’ di selvaggi. Credo che a breve gli infanti terribili prenderanno il potere, ci salteranno in testa, ci calpesteranno facendo di noi adulti poltiglia. Ma il problema è ben più esteso, dal momento che i genitori siamo tutti noi. Noi genitori, noi insegnanti, noi sacerdoti, noi società adulta di oggi, insomma. Anzi, direi meglio, noi italiani, noi occidentali... Non c’è, a mio avviso, una colpa che possa essere imputata a una categoria specifica: è il nostro mondo tutto intero, l’Occidente, ad aver abdicato a certi compiti. E la ragione a me pare questa: siamo un impero arrivato al suo culmine, siamo una civiltà al  massimo splendore e quindi all’inizio della decadenza, soffriamo perciò dei mali tipici di ogni età di decadenza. Viviamo tutti più o meno nell’agio. Siamo la civiltà del benessere, ci riconosciamo solo nei diritti, e quindi mal sopportiamo le restrizioni, le costrizioni, qualsiasi cosa limiti la nostra raggiunta, individuale onnipotenza. Non siamo disposti a rovinarci la festa, abbiamo imparato a vivere, ecco! Abbiamo appreso il piacere del mangiar bene, del lavorar poco, del viaggiare molto. Andiamo spesso al mare, in montagna, raggiungiamo paesi esotici con voli low cost. Siamo connessi all’universo intero. Scarichiamo, clicchiamo, navighiamo, chattiamo. E vediamo amici al ristorante... Figurarsi se abbiamo voglia di prenderci la cura di educar figli! Troppo faticoso, richiede tempo ed energie che noi abbiamo imparato a mettere, molto più piacevolmente, in altro».

Il suo ultimo libro, mi pare, dimostra che la scuola ha colpe gravi:  non è in grado di formare i giovani.

«La scuola  segue di pari passo la società, molto semplice: società del benessere, scuola del benessere. D’altronde come potrebbe essere il contrario? Se la vede lei una società che si gode la vita, e una scuola che invece impone dei doveri? Le idee pedagogiche oggi imperanti si rifanno essenzialmente a un’idea di benessere e serenità: l’importante è “far stare bene” i ragazzi a scuola, divertirli, incuriosirli, motivarli, con ogni mezzo. Mai richieder loro uno sforzo o un’obbedienza a regole fissate a priori, sempre cercare il dialogo, contrattare. Mai frustrarli con brutti voti, giudizi negativi, carichi eccessivi di compiti. Sempre capire, aiutare, sostenere e recuperare. Anche “insegnare” è un verbo ritenuto antiquato, poco democratico, che sa di imposizione e coercizione: l’insegnante che per un’ora osi ancora far lezione, imponendo nozioni (cioè conoscenze!) agli alunni è ritenuto un vecchio reazionario che considera imbuti i suoi allievi. Meglio uscire, giocare, fare esperienza. Lo studio non è più ritenuto utile: disturba il benessere, incrina la serenità, toglie tempo ai divertimenti, alle amicizie, allo svago digital-mediatico».

Forse dare la croce addosso ai genitori è sbagliato. La stessa cultura permissivista che si è imposta nella scuola la troviamo, per esempio, nella giustizia. Dove sentenze che impongono alla famiglia di mantenere un figlio fino a 40 anni si accompagnano a sanzioni assurde per chi dà uno scapaccione al figlio. E intanto l’illegalità diffusa, piccola e grande, non viene punita.
«Sì, ad esempio non vengono puniti i piccoli imprenditori che fanno lavorare in nero gli immigrati. So di molti giovani romeni di buona volontà che lavorano duramente anche dieci ore al giorno, e non hanno uno straccio di contratto. Così, se vogliono ottenere un piccolo prestito bancario, non ce la fanno perché non possono produrre alcuna busta paga. Mi pare ignobile».

Le chiedo una riflessione anche sul ruolo delle parrocchie. Un tempo svolgevano una funzione educativa importante, ora pare che soffrano degli stessi mali presenti nella scuola, nelle famiglie e altrove.

«Le parrocchie dovrebbero “rilanciare” l’idea di una vita intellettuale-spirituale. Non pensare solo ad aggregare i giovani e intrattenerli. Ma nutrirli con letture, musica, cinema, teatro, arte... Perché la Bibbia, che è alla base della cultura occidentale, è completamente sparita dagli orizzonti culturali dei giovani e non fa più parte delle loro conoscenze di base?».

Secondo lei come dovrebbe cambiare la scuola per rispondere alle nuove esigenze?

«La scuola non può cambiare se non cambia la società. Ma la scuola fa parte della società. Quindi che fare? Siamo tornati al punto di partenza. Nasce prima l’uovo o la gallina? Non lo so. Però mi sembra che da una parte bisognerà pur partire. La scuola certo potrebbe fare il primo passo: per esempio, potrebbe ricominciare a credere in se stessa, al suo ruolo culturale enorme, al suo compito principale, che sarebbe quello di... insegnare! La scuola oggi dovrebbe ripartire da capo, con coraggio, distruggere e ricostruire, ma in fretta perché non abbiamo tutto questo tempo: dovrebbe anzitutto alzare il livello! Puntare ad una altezza dell’istruzione, perché solo così aiuterebbe prima di tutto le classi più svantaggiate che hanno come unica chance l’istruzione scolastica, non il denaro, non le relazioni utili. Abbassando il tiro e facendo una scuola sempre più facile  stiamo di fatto realizzando una  scuola classista. Un bel paradosso davvero, non c’è che dire! A quel punto sarebbe il caso che la scuola avesse dalla sua parte (e non contro, come oggi)proprio le famiglie. I genitori dovrebbero andare nella stessa direzione della scuola, volere le identiche cose:  cioè che i figli imparassero qualcosa, e non solo che si divertissero e fossero sempre difesi e aiutati ad oltranza, indipendentemente dai loro sforzi! Ma vede, anche lì: bisognerebbe che l’intera società credesse ancora nella cultura, nello studio, nei libri, e che avesse una minima disposizione al sacrificio... Anche la televisione, infine, potrebbe fare molto: se la smettesse di dare solo programmi idioti, se infilasse ogni tanto qualcosa di alto, di bello, di mirabilmente “inutile”. Non so, per esempio si potrebbe leggere una poesia, tra una pubblicità e l’altra, tanto per dare l’idea che non esiste solo il commercio nella vita...

di Francesco Borgonovo

Aboliamo i geniotri / 5: "Occidente finito, alleviamo bimbi terribili"

Paola Mastrocola è una scrittrice di successo, con una particolare sensibilità riguardo ai problemi dell’educazione. Insegna in un liceo scientifico a Torino e il suo ultimo libro, Togliamo il disturbo (Guanda) è tutto dedicato ai mali della scuola, incapace di formare i giovani, sia sul piano culturale sia su quello della convivenza civile.

Il caso dei ragazzi che hanno aggredito con ferocia due carabinieri dopo un rave party ha spinto Pansa a sostenere che situazioni di questo genere sono la punta di un iceberg fatto di insofferenza a regole e divieti. Secondo Pansa, la responsabilità è soprattutto dei genitori, che rinunciano a educare e ormai sono quasi inutili.

«Certo, i primi a doversi occupare dell’educazione sono i genitori: sono loro che “ricevono” il pargolo alla nascita, è loro il compito nei primissimi mesi e anni. Credo che si cominci a educare un figlio fin da quando lo si porta a casa dall’ospedale, fin dai suoi primi giorni di vita. Ed è vero quel che scrive Pansa, basta andare al ristorante e osservare la scena ai tavoli. Lì si vede come i Nuovi Genitori abbiano dismesso il pensiero di educare, e come i Nuovi Bambini vengano su a mo’ di selvaggi. Credo che a breve gli infanti terribili prenderanno il potere, ci salteranno in testa, ci calpesteranno facendo di noi adulti poltiglia. Ma il problema è ben più esteso, dal momento che i genitori siamo tutti noi. Noi genitori, noi insegnanti, noi sacerdoti, noi società adulta di oggi, insomma. Anzi, direi meglio, noi italiani, noi occidentali... Non c’è, a mio avviso, una colpa che possa essere imputata a una categoria specifica: è il nostro mondo tutto intero, l’Occidente, ad aver abdicato a certi compiti. E la ragione a me pare questa: siamo un impero arrivato al suo culmine, siamo una civiltà al  massimo splendore e quindi all’inizio della decadenza, soffriamo perciò dei mali tipici di ogni età di decadenza. Viviamo tutti più o meno nell’agio. Siamo la civiltà del benessere, ci riconosciamo solo nei diritti, e quindi mal sopportiamo le restrizioni, le costrizioni, qualsiasi cosa limiti la nostra raggiunta, individuale onnipotenza. Non siamo disposti a rovinarci la festa, abbiamo imparato a vivere, ecco! Abbiamo appreso il piacere del mangiar bene, del lavorar poco, del viaggiare molto. Andiamo spesso al mare, in montagna, raggiungiamo paesi esotici con voli low cost. Siamo connessi all’universo intero. Scarichiamo, clicchiamo, navighiamo, chattiamo. E vediamo amici al ristorante... Figurarsi se abbiamo voglia di prenderci la cura di educar figli! Troppo faticoso, richiede tempo ed energie che noi abbiamo imparato a mettere, molto più piacevolmente, in altro».

Il suo ultimo libro, mi pare, dimostra che la scuola ha colpe gravi:  non è in grado di formare i giovani.

«La scuola  segue di pari passo la società, molto semplice: società del benessere, scuola del benessere. D’altronde come potrebbe essere il contrario? Se la vede lei una società che si gode la vita, e una scuola che invece impone dei doveri? Le idee pedagogiche oggi imperanti si rifanno essenzialmente a un’idea di benessere e serenità: l’importante è “far stare bene” i ragazzi a scuola, divertirli, incuriosirli, motivarli, con ogni mezzo. Mai richieder loro uno sforzo o un’obbedienza a regole fissate a priori, sempre cercare il dialogo, contrattare. Mai frustrarli con brutti voti, giudizi negativi, carichi eccessivi di compiti. Sempre capire, aiutare, sostenere e recuperare. Anche “insegnare” è un verbo ritenuto antiquato, poco democratico, che sa di imposizione e coercizione: l’insegnante che per un’ora osi ancora far lezione, imponendo nozioni (cioè conoscenze!) agli alunni è ritenuto un vecchio reazionario che considera imbuti i suoi allievi. Meglio uscire, giocare, fare esperienza. Lo studio non è più ritenuto utile: disturba il benessere, incrina la serenità, toglie tempo ai divertimenti, alle amicizie, allo svago digital-mediatico».

Forse dare la croce addosso ai genitori è sbagliato. La stessa cultura permissivista che si è imposta nella scuola la troviamo, per esempio, nella giustizia. Dove sentenze che impongono alla famiglia di mantenere un figlio fino a 40 anni si accompagnano a sanzioni assurde per chi dà uno scapaccione al figlio. E intanto l’illegalità diffusa, piccola e grande, non viene punita.
«Sì, ad esempio non vengono puniti i piccoli imprenditori che fanno lavorare in nero gli immigrati. So di molti giovani romeni di buona volontà che lavorano duramente anche dieci ore al giorno, e non hanno uno straccio di contratto. Così, se vogliono ottenere un piccolo prestito bancario, non ce la fanno perché non possono produrre alcuna busta paga. Mi pare ignobile».

Le chiedo una riflessione anche sul ruolo delle parrocchie. Un tempo svolgevano una funzione educativa importante, ora pare che soffrano degli stessi mali presenti nella scuola, nelle famiglie e altrove.

«Le parrocchie dovrebbero “rilanciare” l’idea di una vita intellettuale-spirituale. Non pensare solo ad aggregare i giovani e intrattenerli. Ma nutrirli con letture, musica, cinema, teatro, arte... Perché la Bibbia, che è alla base della cultura occidentale, è completamente sparita dagli orizzonti culturali dei giovani e non fa più parte delle loro conoscenze di base?».

Secondo lei come dovrebbe cambiare la scuola per rispondere alle nuove esigenze?

«La scuola non può cambiare se non cambia la società. Ma la scuola fa parte della società. Quindi che fare? Siamo tornati al punto di partenza. Nasce prima l’uovo o la gallina? Non lo so. Però mi sembra che da una parte bisognerà pur partire. La scuola certo potrebbe fare il primo passo: per esempio, potrebbe ricominciare a credere in se stessa, al suo ruolo culturale enorme, al suo compito principale, che sarebbe quello di... insegnare! La scuola oggi dovrebbe ripartire da capo, con coraggio, distruggere e ricostruire, ma in fretta perché non abbiamo tutto questo tempo: dovrebbe anzitutto alzare il livello! Puntare ad una altezza dell’istruzione, perché solo così aiuterebbe prima di tutto le classi più svantaggiate che hanno come unica chance l’istruzione scolastica, non il denaro, non le relazioni utili. Abbassando il tiro e facendo una scuola sempre più facile  stiamo di fatto realizzando una  scuola classista. Un bel paradosso davvero, non c’è che dire! A quel punto sarebbe il caso che la scuola avesse dalla sua parte (e non contro, come oggi)proprio le famiglie. I genitori dovrebbero andare nella stessa direzione della scuola, volere le identiche cose:  cioè che i figli imparassero qualcosa, e non solo che si divertissero e fossero sempre difesi e aiutati ad oltranza, indipendentemente dai loro sforzi! Ma vede, anche lì: bisognerebbe che l’intera società credesse ancora nella cultura, nello studio, nei libri, e che avesse una minima disposizione al sacrificio... Anche la televisione, infine, potrebbe fare molto: se la smettesse di dare solo programmi idioti, se infilasse ogni tanto qualcosa di alto, di bello, di mirabilmente “inutile”. Non so, per esempio si potrebbe leggere una poesia, tra una pubblicità e l’altra, tanto per dare l’idea che non esiste solo il commercio nella vita...

di Francesco Borgonovo

"Annozero 10 volte meglio di Vespa": Santoro punge Bruno, poi lo censura

Vespa chiama Santoro, ma Michele butta giù. Sembrerebbe una baruffa fra innamorati, invece è una vera e propria lotta di potere quella che si è scatenata ieri sera in casa Rai. Durante la diretta della trasmissione televisiva Annozero di giovedì 5 maggio, il conduttore Michele Santoro, pungolato dalle rivelazioni di Libero sul "taroccamento" dei risultati Auditel, ha voluto dare una risposta agli scettici. E lo ha fatto diffondendo dati che vedrebbero Annozero padrone dell'informazione su web, seguito da Report e Ballarò. Fanalino di coda Porta a porta. Ma Bruno Vespa non ci sta e telefona in trasmissione al collega per dare la sua versione dei fatti. Risultato, il democratico Santoro gli impedisce di intervenire.

"ANNOZERO AL TOP, VESPA KO" - Michele snocciola i dati della sua personale Auditel per rispondere alle accuse di Libero e de Il Giornale, che hanno portato avanti inchieste sulla reale popolarità del programma di Rai Due: "Libero ha scritto che i risultati Auditel di Annozero sono taroccati e che noi abbiamo dei fan in chi fa i dati Auditel, ma avrebbero potuto vedere i dati su Internet dove è difficile il taroccamento. Sia chiaro comunque - continua il conduttore - che il lavoro che svolgono Libero e Il Giornale di controllare trasmissioni come la nostra è legittimo. Ma parlare di una manipolazione da parte nostra mi sembra eccessivo". Secondo Santoro, "I dati sono questi: Annozero 80 mila contatti, Report 40mila, Ballarò 38mila e a Porta a porta diamogli 8mila altrimenti si deprimono".

REPLICA DA PORTA A PORTA - Prontissima la reazione di Bruno Vespa, forse anche lui fra gli 80mila fedelissimi di Annozero. Il giornalista alza la cornetta e chiama la redazione di Santoro, che però si rifiuta di farlo intervenire. Secondo Vespa, i dati diffusi su Porta a porta sarebbero incorretti e viziati dal fatto che il sito del programma è stato aperto da un solo mese, a differenza di quello dei competitor, ed è stato pubblicizzato una sola volta. "Replicheremo nella trasmissione di Porta a porta di lunedì prossimo - ha spiegato Vespa -. Volevamo dare una notizia e ci è stata data una risposta poco garbata. Agiremo di conseguenza". Sarà una mezzanotte di fuoco quella dell'informazione Rai?

Ruby, i pm tirano dritto: gli errori non contano

I pasticci non fermano la Procura di Milano. Il caso Ruby è un verminaio di imprecisioni, ultima delle quali la telefonata di Karima all'utenza di Lele Mora, erroneamente attribuita ad Emilio Fede, ma poco importa: i pm hanno chiesto il rinvio a giudizio per Fede, Mora e Nicole Minetti con l'accusa di induzione e favoreggiamento della prostituzione anche minorile di 32 ragazze e una minore, Karima el Mahroug. La richiesta di giudizio, di 36 pagine, è stata inoltrata al gup Maria Grazia Domanico. I fatti sarebbero stati commessi a Milano e altrove dagli inizi del 2009 al gennaio 2011, e per quanto riguarda Ruby dal settembre 2009 fino al maggio 2010, quando la marocchina era minorenne. Il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati ha precisato che le intercettazioni indirette tra Silvio Berlusconi e alcune giovani, tra cui la Minetti, non sono ancora state depositate alle difese della stessa consigliera regionale del Pdl, di Fede e di Mora: "Il procedimento di trascrizione e stralcio può essere fatto fino all'udienza preliminare o al dibattimento e tutte le telefonate, comprese quelle che riguardano Berlusconi, possono essere depositate fino all'udienza preliminare o al dibattimento".

EMILIO ACCERCHIATO - Nell'occhio del ciclone Emilio Fede c'è per almeno altri due motivi. Innanzitutto, gli inquirenti non hanno accolto la richiesta dei difensori del direttore del Tg4 di sentire come persona informata sui fatti il manager che, secondo quanto dichiarato dallo stesso Fede, registrato di nascosto gli avrebbe detto di aver ospitato Karima El Mahroug quando è arrivata a Milano nel 2009 e di averla poi indirizzata da Lele Mora. Alla domanda se gli atti depositati dalla difesa di Fede abbiano inciso sulla richiesta di rinvio a giudizio, oggi il procuratore della Repubblica Bruti Liberati ha risposto: "Non abbiamo fatto ulteriore attività" e che "il capo di imputazione è rimasto inalterato" rispetto all'avviso di conclusione delle indagini. Altro capitolo bollente: la presunta telefonata tra Ruby e Fede del 14 febbraio. In realtà, l'utenza contattata dalla marocchina era quella di Mora. Solo "un errore di trascrizione", l'ha definita Bruti Liberati: "L'errore c'è - spiega ancora il procuratore capo - ma si trova in una trascrizione di lavoro del tabulato. L'informativa su cui abbiamo lavorato e che è stata trasmessa è sempre stata giusta".

LE PROTESTE DI FEDE - Non una svista da poco, però, quella rivelata dallo stesso direttore del Tg4 in una conferenza stampa organizzata la scorsa settimana. "E' un mio diritto essere prosciolto", aveva sbottato Fede, secondo cui l'errore sarebbe alla base di tutto l'impianto accusatorio ai suoi danni. Quella telefonata, infatti, sarebbe stato il contatto tra il giornalista e la giovane che la sera stessa, per la prima volta, partecipò ad una festa ad Arcore. Fede ha ammesso di aver conosciuto Ruby al concorso di bellezza in Sicilia nel 2009, ma ha poi dichiarato di averla rivista soltanto la sera del 14 febbraio ad Arcore, senza averla per altro riconosciuta. Nessuna sorpresa, quindi, per la decisione di rinvio a giudizio. "Non c'è nulla di nuovo" ha commentato a caldo il direttore del tg4 . "Sono otto, nove mesi - ha detto Fede - che la Procura si occupa delle cene di Arcore, non poteva smentire se stessa. La richiesta di rinvio a giudizio sarà probabilmente accettata dal giudice perchè nessuno smentirà l'altro. L'unica speranza è il Tribunale".

IL  SILENZIO DELLA MINETTI - No comment per la consigliere regionale Nicole Minetti, che preferisce non rilasciare dichiarazioni, almeno "non a caldo". Dopo la richiesta di rinvio a giudizio la Minetti ha detto: "Non dico nulla, non ne parlo. O almeno non adesso". Nicole Minetti nei giorni scorsi aveva deciso di cambiare legale, l'avvocato Daria Pesce, per affidarsi a un avvocato di Rimini, che la difenderà con la collaborazione del professore Piermaria Corso. La consigliera regionale lombarda del Pdl, infatti, non sarebbe stata soddisfatta della linea difensiva scelta dall'avvocato Pesce e, in particolare, non avrebbe giudicato positivamente alcune affermazioni rilasciate ai media dal legale.


Strage Marrakech, 3 arresti: "Contatti con al Qaeda"

Tre marocchini sono stati arrestati per la strage di Marrakech. Il 28 aprile un commando terrorista aveva fatto esplodere 4 bombole del gas al caffè Argana, provocando la morte di 16 persone, nella maggior parte turisti europei. Gli arresti, di cui si è appreso in tarda serata, sono avvenuti nel pomeriggio nella città di Safi, circa 350 km a sud di Casablanca.

SPETTRO AL-QAEDA - Uno dei tre arrestati avrebbe avuto legami con al-Qaeda e sarebbe stato la mente del gruppo. In un comunicato stampa diramato dal ministero dell'Interno marocchino, l'uomo è stato descritto come "impregnato di ideologia jihadista" e indicato come autore materiale dei "due ordigni esplosivi telecomandati inviati a Marrakech".

RECLUTAVANO TRUPPE JIHADISTE - I presunti terroristi avevano tutti dei "precedenti" ed erano noti come reclutatori di jihadisti ai tempi della guerra i Iraq. Secondo gli inquirenti, la scelta di compiere un attentato al caffè Argana, nella centrale e famosa piazza Jemaa el Fna sarebbe stata dovuta alla presenza tanto di turisti, quanto di marocchini, che avrebbe reso più semplice l'infiltrarsi dei terrosrti e micidiale l'esplosione. I tre, di cui non è stata finora rivelata l'identità, saranno tradotti davanti alla giustizia quando saranno concluse le indagini. Ieri il ministro degli esteri francese, Alain Juppè, aveva dichiarato che almeno due sospetti erano stati identificati.

Strage Marrakech, 3 arresti: "Contatti con al-Quaeda"

Tre marocchini sono stati arrestati per la strage di Marrakech. Il 28 aprile un commando terrorista aveva fatto esplodere 4 bombole del gas al caffè Argana, provocando la morte di 16 persone, nella maggior parte turisti europei. Gli arresti, di cui si è appreso in tarda serata, sono avvenuti nel pomeriggio nella città di Safi, circa 350 km a sud di Casablanca.

SPETTRO AL-QAEDA - Uno dei tre arrestati avrebbe avuto legami con al-Qaeda e sarebbe stato la mente del gruppo. In un comunicato stampa diramato dal ministero dell'Interno marocchino, l'uomo è stato descritto come "impregnato di ideologia jihadista" e indicato come autore materiale dei "due ordigni esplosivi telecomandati inviati a Marrakech".

RECLUTAVANO TRUPPE JIHADISTE - I presunti terroristi avevano tutti dei "precedenti" ed erano noti come reclutatori di jihadisti ai tempi della guerra i Iraq. Secondo gli inquirenti, la scelta di compiere un attentato al caffè Argana, nella centrale e famosa piazza Jemaa el Fna sarebbe stata dovuta alla presenza tanto di turisti, quanto di marocchini, che avrebbe reso più semplice l'infiltrarsi dei terrosrti e micidiale l'esplosione. I tre, di cui non è stata finora rivelata l'identità, saranno tradotti davanti alla giustizia quando saranno concluse le indagini. Ieri il ministro degli esteri francese, Alain Juppè, aveva dichiarato che almeno due sospetti erano stati identificati.

Marta Russo, un milione a famiglia. Scattone: "Rifare"

Quattro anni di attesa. Tanto è durata la causa civile intrapresa dai familiari di Marta Russo, la giovane uccisa da un colpo di arma da fuoco mentre camminava nei viale dell'università La Sapienza, a Roma, nel maggio del 1997, per ottenere un risarcimento dei danni subiti. La famiglia della giovane studentessa decisero di chiamare in giudizio civile non solo i due imputati, Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, ma anche l'ateneo capitolino, perché "doveva controllare ed essere più vigile nei confronti dei due imputati (all'epoca dei fatti ricercatori universitari, ndr). E che pur non essendo strettamente dipendenti comunque vi lavoravano all'interno". Il tribunale civile, che ieri sera ha stabilito in un milione di euro il risarcimento per la famiglia Russo, ha però non ritenuta responsabile della morte della giovane l'Università romana.

"SONO INNOCENTE" - Uno dei due imputati, Giovanni Scattone, non si arrende: "Questo era il primo grado del giudizio civile. Sinceramente non mi sembra che cambi nulla", ribadisce l'uomo condannato con Salvatore Ferraro a risarcire la famiglia di Marta Russo. "Quello che mi potrà interessare - spiega dalle pagine del Messaggero - sarà una revisione del processo nel momento in cui ci saranno nuovi elementi. Ma già dai tempi del processo penale era stato stabilito un risarcimento, la decisione di ieri notte è solo una conseguenza". A giudizio di Scattone, "questo è stato tutto un processo sbagliato che ha originato come conseguenza accessoria questa condanna". "Sicuramente prima o poi farò una richiesta di revisione perché ero innocente e sono stato condannato ingiustamente. Lo farò nel momento in cui ci saranno elementi sufficienti".

Prato, uomo uccide moglie e si spara. Figlia salva

I cadaveri di due coniugi sono stati rinvenuti venerdì mattina a Prato, poco prima delle 8, in una casa di via Firenze. Si tratterebbe, secondo una prima ricostruzione, di un caso di omicidio-suicidio. Ad avvertire i carabinieri sarebbe stato l'uomo, forse dopo aver ucciso la moglie. Subito dopo si sarebbe tolto la vita, ma la ricostruzione dell'accaduto è ancora al vaglio degli inquirenti. L'uomo avrebbe voluto avvertire i carabinieri che in casa c'era la figlia di 6 anni, salvata dai vigili del fuoco, che hanno fatto irruzione nell'appartamento. Quando l'ambulanza della Misericordia con il medico è intervenuta sul posto, per i due coniugi non c'era più niente da fare. La figlioletta è stata portata fuori casa dai vigili del fuoco.

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