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Vox, la destra spagnola “contesa” da Salvini e Meloni

Il partito di estrema destra per storia e valori è più vicino a Fratelli d'Italia che alla Lega. Ad allontanare Abascal dal Carroccio pesano soprattutto le radici indipendentiste dei leghisti e il loro sostegno alla Catalogna.

Giorgia Meloni non ha nemmeno aspettato lo spoglio delle elezioni spagnole e, basandosi sugli exit poll, ha sottolineato la «grande affermazione di Vox» 14 minuti dopo la chiusura dei seggi.

I complimenti di Matteo Salvini sono arrivati un po’ più tardi, alle 21.36, corredati dalla foto con il leader del partito Santiago Abascal.

Dai temi cardine alla retorica, sia la Lega sia Fratelli d’Italia hanno molto in comune con Vox, la formazione di estrema destra che in meno di un anno è passata da 0 a 52 deputati in parlamento, diventando con il suo 15% la terza forza politica del Paese. E tutto l’interesse a trovare una sponda al di là dei Pirenei.

LA DESTRA IN SPAGNA SI È ALLINEATA AI SOVRANISTI SUI MIGRANTI

Come evidenzia il think tank Carr (Centre for Analysis of the Radical Right), la Spagna è stata per anni immune all’affermazione di partiti di destra radicale, secondo molti perché le istanze dell’elettorato più reazionario erano già incarnate dal Partido Popular (Pp). Dal 2014, però, un manipolo di dissidenti del Pp ha scelto di abbandonare la «derechita cobarde» (piccola destra codarda, ndr): secondo loro i popolari erano troppo moderati e succubi della sinistra, troppo timidi nel difendere i valori storici della destra spagnola.

In maniera simile a quella della Lega e di Fratelli d’Italia, la narrazione di Vox tende a dipingere come «anti-spagnolo» chi non persegue idee nazionaliste

La crescita repentina di Vox ricalca quella di tanti partiti di destra in Europa e nel mondo, compresi quelli italiani. Molto simile è il repertorio di temi e narrazioni, con qualche variazione. Si parte dalla questione migratoria, un tema che in Spagna come in Italia risulta parecchio divisivo, e vi si associa un attacco costante alle non meglio specificate «oligarchie di Bruxelles», suggerendo così una relazione fra le politiche dell’Unione europea e i fenomeni migratori e in contrapposizione agli interessi dei cittadini. Un’operazione pienamente riuscita nell’Ungheria di Viktor Orbán e che sta dando i suoi frutti in Francia, Italia e Germania.

Sulla sinistra, il leader di Vox Santiago Abascal saluta i suoi sostenitori durante la nottata elettorale.

L’insistenza ossessiva sulle «radici cristiane dell’Europa» non è certo una novità e nemmeno il lemma España lo primero, che ricorda da vicino sia l’America First di Trump che il nostrano Prima gli italiani. In maniera simile a quella della Lega e di Fratelli d’Italia, la narrazione di Vox tende a dipingere come «anti-spagnolo» chi non persegue idee nazionaliste e, per contrapposizione, a identificare il partito come autentico rappresentante della volontà popolare, soffocata dai media mainstream e dalle élite culturali del Paese. Quelli che per Salvini sono «i giornaloni e i professoroni», nella retorica di Abascal diventano la «dictadura progresista» che allunga le mani su stampa e televisione. Alle aspirazioni sovraniste si aggiungono temi culturali specifici della Spagna, come la difesa della caccia o della corrida, considerati patrimoni tradizionali messi in pericolo dalle ingerenze straniere.

FRATELLI D’ITALIA, IL PARTITO PIÙ VICINO ALLE POLITICHE DI VOX

Oltre alle convergenze generali, ci sono quelle particolari. I tre deputati di Vox eletti al Parlamento europeo appartengono al gruppo Conservatori e Riformisti (Erc), lo stesso di Fratelli d’Italia. Come il partito della Meloni, quello di Abascal fa della «difesa della famiglia tradizionale» un punto cardine del suo progetto politico. In Spagna, dove il movimento femminista ha molto più seguito rispetto all’Italia, questo si traduce non solo nei rifiuti di aborto, eutanasia e matrimoni omosessuali, ma anche con la contestazione della Legge sulla violenza di genere del 2004, che per Vox concede troppo spazio a denunce false e vittimizzazioni.

Con toni ancora più accesi dei nazionalisti italiani, Vox lancia spesso l’allarme per una presunta «invasione islamica»

Il nazionalismo di Vox va di pari passo con un approccio molto discusso alla storia patria. Ferme restando le ovvie differenze fra Italia e Spagna e fra i rispettivi regimi autoritari del Novecento, appare chiaro il trait d’union con la destra del nostro Paese. Fratelli d’Italia non difende apertamente il lascito del fascismo, (come invece fanno movimenti quali CasaPound e Forza Nuova), ma ritiene il 25 aprile una «festa divisiva» e ha candidato alle ultime Europee un pronipote di Benito Mussolini. Per molti questi sono esempi di una strategia volta ad accattivarsi le simpatie dei nostalgici del Ventennio.

Il flirt con i «nietos de Franco», i nipoti di Franco, come sono chiamati in Spagna i sostenitori del dittatore spagnolo, risulta ancora più evidente nel caso di Vox: uno dei suoi cavalli di battaglia è l’abrogazione della Legge di memoria storica, una normativa volta a condannare il regime franchista e a riconoscere forme di compensazione alle vittime. L’opposizione alla riesumazione della salma di Francisco Franco, un tema caldo della campagna elettorale, è solo l’ultima delle prese di posizione in questo senso: normale allora che il discorso di Santiago Abascal dopo le elezioni venga accolto dagli Arriba España e che a qualche manifestazione di partito faccia capolino una bandiera franchista, proibita dalla costituzione spagnola.

Pur rifiutando l’etichetta di partito xenofobo, Vox non manca di suggerire la classica associazione fra immigrazione e criminalità

Con toni ancora più accesi dei nazionalisti italiani, Vox lancia spesso l’allarme per una presunta «invasione islamica» del territorio nazionale. In Spagna questo messaggio si appropria dell’epica della Reconquista, il periodo storico culminato nel 1492 in cui gli Arabi vennero cacciati dalla penisola iberica. Pur rifiutando l’etichetta di partito xenofobo, come del resto fanno le formazioni politiche italiane, Vox non manca di suggerire la classica associazione fra immigrazione e criminalità, in alcuni casi fornendo dati parziali o scorretti.

ABASCAL E SALVINI: UNA RELAZIONE COMPLICATA

Se l’asse con Fratelli d’Italia è lineare, quello con la Lega presenta invece un profilo più problematico. Fra Salvini e Abascal c’è piena sintonia rispetto al tema dell’immigrazione: rimpatri forzati, difesa delle frontiere e precedenza ai connazionali sono parole d’ordine per entrambi i partiti. Anche le boutade si assomigliano: quando il leader della Lega paventava il blocco navale per fermare le partenze dall’Africa, quello di Vox proponeva la realizzazione di un «muro impenentrabile» nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla. Quasi speculare è pure la campagna per la sicurezza: Abascal, come Salvini, ritiene la difesa sempre legittima e afferma orgoglioso di portare una pistola con sé.

Il partito di Abascal è fortemente centralista, propone la soppressione degli statuti autonomici e auspica il ritorno allo Stato di tutte le competenze. Una visione che stride con quella della Lega

Al di là delle politiche condivise, ad accomunare Salvini e Abascal sono strategie comunicative e artifici retorici molto simili. Al pari del suo omologo, il leader di Vox non ha paura di sfidare il politicamente corretto e anzi ne fa un suo punto di forza, come quando sostiene la necessità di rimpatriare perfino i minori non accompagnati che sono entrati illegalmente nel territorio spagnolo. E come quella della Lega, la comunicazione di Vox punta in una duplice direzione: conquistare passo dopo passo l’elettorato moderato, senza alienarsi le simpatie di quello più oltranzista. Per farlo Abascal propone spesso frasi che si prestano a molteplici interpretazioni. Dire «non siamo né fascisti né antifascisti», lascia aperte molte porte, così come citare il comunismo per “neutralizzare” l’accusa di fascismo, un espediente molto caro pure al leader italiano. Entrambi vogliono trasmettere l’idea dell’uomo forte che guida la nazione, una concezione che as sume una sfumature “militare” grazie all’ostentato (e sempre ben divulgato) cameratismo con gli agenti delle forze dell’ordine.

Fra Vox e Lega esiste però un problema di fondo, che si ripresenta ciclicamente. Il partito di Abascal è fortemente centralista, propone la soppressione degli statuti autonomici (soprattutto in riferimento a Catalogna e Paesi Baschi) e auspica il ritorno allo Stato di tutte le competenze. Una visione che stride con quella della Lega, nata come un partito secessionista e ancora federalista nello spirito. In Spagna non è passato inosservato il «pensiero al popolo catalano» che Salvini ha espresso nella recente manifestazione delle destre unite di Roma. La presunta simpatia dei leghisti per l’indipendentismo (in realtà retaggio molto vago e sconnesso dei tempi della Lega Nord) viene usata come arma dai detrattori di destra di Vox, come accaduto anche nel dibattito pre-elettorale. Su questo tema, vitale per Vox e fonte di parte del suo consenso, Abascal ha risposto a muso duro, chiedendo a Salvini di «non comportarsi come un burocrate e di non intromettersi nella sovranità spagnola». Un ringhio che nasconde un ghigno: Vox è entrato a pieno titolo nel club della destra europea e terrà fede al suo nome facendosi sentire ancora più forte.

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Elezioni in Spagna: Sanchez e l’eterna rincorsa del governo

Il partito socialista del "guapo" resta la prima forza politica ma passa da 123 a 120 seggi. E la maggioranza resta un rebus.

Un percorso politico da montagne russe: da giovane deputato poco noto alla guida del partito socialista spagnolo, fino alla Moncloa, dove però non riesce a insediarsi stabilmente. Pedro Sanchez ha confermato la sua tenacia anche in uno dei momenti di maggiore incertezza nella politica spagnola e ha puntato dritto all’obiettivo di restare a capo di un governo monocolore, preferendo il rischio al compromesso al ribasso. Ma il risultato delle urne non lo ha premiato: rimane il primo partito ma passa da 123 a 120 seggi. Quarantasette anni, economista, madrileno, Sanchez è soprannominato ‘el guapo’ (il bello), ma secondo alcuni non è un campione in fatto di carisma. Eppure, con la sua pacatezza e il perfetto inglese notato da molti sembra essersi cucito addosso il ruolo del resistente (del resto la sua autobiografia si intitola Manuale di Resistenza) dopo una carriera politica quantomeno travagliata.

L’ASCESA NEL PARTITO SOCIALISTA

Professore universitario ed ex giocatore di basket, sposato e con due figlie, Pedro entra a far parte del Psoe a 21 anni, nel 1993. È consigliere comunale nella sua Madrid e poi deputato, prima di tentare la scalata del partito candidandosi alle primarie, nel 2014. Finanzia la sua campagna con il crowdfunding, viaggia con la sua auto per migliaia di chilometri per raccogliere voti e dorme nelle case dei militanti. Gli iscritti lo premiano, eleggendolo segretario generale: un volto nuovo per salvare un Psoe quasi sempre al governo nella Spagna post-franchista ma punito per la gestione della crisi economica nelle elezioni del 2011, vinte dai Popolari. Sembra incarnare la speranza, ma le cose non vanno per il verso giusto e con Sanchez candidato premier nel 2015 il Psoe ottiene i peggiori risultati di sempre. Stesso scenario nel voto anticipato dell’anno successivo, per cui è costretto a farsi da parte.

IL RAPPORTO TRAVAGLIATO CON GLI INDIPENDENTISTI

La sua carriera politica sembra arrivata già al capolinea ma lui non ci sta e si ripresenta alla primarie. Riesce a convincere nuovamente la base con lo slogan ‘no è no’ ad un dialogo con i popolari di Mariano Rajoy e prevale. Quando il Pp viene travolto da uno scandalo di corruzione, nel maggio 2018, Sanchez presenta una mozione di sfiducia e il 2 giugno giura davanti al re. Ma alla Moncloa resiste soltanto otto mesi: i partiti indipendentisti gli ritirano la fiducia per la sua contrarietà a discutere la convocazione di un referendum sull’autodeterminazione della regione. A quel punto gioca d’anticipo e convoca nuove elezioni, le terze in meno di quattro anni, sperando in un mandato popolare che lo confermi alla Moncloa.

LA DECISIONE DI TORNARE ALLE URNE

Davanti però si trova l’avanzata dell’ultradestra di Vox e una Spagna provata dall’instabilità: il 28 aprile 2019 il Psoe viene incoronato primo partito ma non ha la maggioranza necessaria per governare da solo. Sanchez ancora una volta sceglie di tirare dritto verso l’obiettivo: con Podemos non c’è dialogo, con Ciudadanos bruciano ancora le ferite di una tesissima campagna elettorale. La quadra non si trova, il governo con l’appoggio esterno non si fa e dopo mesi di tentativi il premier è costretto a indire nuove elezioni: un’altra prova di resistenza.

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Le elezioni in Spagna incoronano l’ultradestra di Vox

Gli estremisti raddoppiano i seggi in parlamento e diventano il terzo partito. Il leader Abascal ha scommesso sul nazionalismo in piena crisi catalana e ha portato a casa il risultato.

«Questo è solo l’inizio. Vox è qui per rimanere!», esultava Santiago Abascal nella notte del 28 aprile scorso. Aveva vinto la scommessa di portare l’estrema destra nel parlamento spagnolo per la prima volta nella sua storia democratica, ma la sfida non era finita. Sei mesi dopo, i 24 deputati in Congresso sono più che raddoppiati, e il suo partito è diventato la terza forza dopo socialisti e popolari, grazie anche alle crepe lasciate nella politica dal recente acuirsi della crisi catalana. Abascal ha chiuso la campagna elettorale fra migliaia di sostenitori avvolti nella bandiera spagnola, ha promesso di battersi per mantenere la Spagna unita e ha chiesto il voto «di tutti», proponendosi come «l’alternativa patriottica». In molti, moltissimi gli hanno dato ascolto. Così se sei mesi fa, nelle elezioni dell’exploit, Abascal aveva attirato a sé anche la protesta e l’onda dell’antipolitica, questa volta l’establishment lo corteggia, lo stesso del resto in cui il leader di Vox è cresciuto. Nato nel 1976 a Bilbao, diventa membro del Partido Popular a 18 anni. Ed è anche una storia di famiglia per Abascal, figlio e nipote di politici locali, il padre con i popolari e il nonno sindaco durante il periodo franchista. È la traccia che ripercorre anche Santiago, eletto due volte nel parlamento basco per il Pp. Con cui però rompe nel 2013. Le differenze sono ormai troppe con la leadership di Mariano Rajoy e su troppi temi, dagli scandali per corruzione fino alle posizioni sull’indipendentismo. Si unisce quindi a Vox agli albori della formazione nel 2014 e mentre questa compie i primi passi nei governi locali. Nel settembre di quell’anno Abascal diventa presidente del partito con il 91% di preferenze fra i suoi militanti. A fargli da sponda l’emergere anche altrove nel mondo di figure politiche e formazioni di cui condivide priorità e parole d’ordine: si dichiara infatti fan di Donald Trump e, da questa parte dell’Oceano, di Marine Le Pen e Matteo Salvini. Poi il clamoroso risultato dell’ultradestra in Andalusia nel 2018 – con conseguente coalizione di destra – crea il caso e Abascal vede a quel punto la strada spianata verso Madrid. Fino ad oggi, con Vox che in pochi mesi sembra ormai essere percepito come una sorta di nuova normalità. «Cresce come la schiuma», dicono alcuni osservatori descrivendo la cavalcata nella breve ma intensa campagna elettorale dominata dalla crisi catalana. E Abascal si trovava già al posto giusto, nel momento giusto.

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I risultati delle elezioni in Spagna del 10 novembre 2019

Urne aperte in Spagna per le quarte elezioni in quattro anni. Nel Paese iberico, alle prese col problema di una..

Urne aperte in Spagna per le quarte elezioni in quattro anni. Nel Paese iberico, alle prese col problema di una maggioranza che non c’è, il Psoe del premier Pedro Sanchez sembra destinato a essere confermato primo partito, ma senza i numeri necessari per formare un governo stabile. E allora i riflettori sono puntati sul partito di destra radicale Vox, che spera in un exploit in grado di portarlo al governo in una coalizione di centrodestra.

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Scontri a Barcellona tra polizia e indipendentisti

Barricate e fuochi in strada nella città dove almeno 350 mila persone sono scese in piazza per chiedere la libertà dei leader che hanno promosso il referendum secessionista. Quattro feriti e tre arresti.

La Catalogna che sogna l’indipendenza e respinge il pugno duro della giustizia spagnola contro i suoi leader si è radunata il 25 ottobre 2019 a Barcellona. Almeno 350 mila persone, secondo le cifre generalmente al ribasso fornite dalla polizia locale, sono scese in piazza al grido «libertà per i prigionieri politici». La manifestazione si è svolta pacificamente fino alla serata, quando scontri si sono verificati nei pressi della centrale della polizia a Via Laietana, dove migliaia di persone si erano radunate, quindi in altri punti del centro, con barricate e fuochi in strada. La polizia – che ha risposto al lancio di oggetti – ha caricato in varie occasioni. Un primo bilancio parla di quattro feriti e tre arresti. Il bersaglio dei manifestanti è l’Alta corte di Madrid, che a metà ottobre ha condannato nove leader indipendentisti, rei di aver promosso il referendum secessionista del 2017, a pene tra i 9 e i 13 anni di carcere. Con il risultato di un’ondata di proteste, costate finora circa 600 feriti e decine di arresti, dopo l’infiltrazione di gruppi violenti nei cortei pacifici.

Il nuovo corteo, che si è snodato lungo Carrer de la Marina, una delle strade più lunghe della città, era scivolato via senza incidenti nel pomeriggio. «Nessuna violenza ci rappresenta», hanno tenuto a sottolineare gli organizzatori dell’adunata, l’Assemblea Nazionale Catalana e dall’associazione Omnium Cultural, che hanno richiamato oltre 100 sigle di organizzazioni della società civile, culturali, economiche, sindacali. Altrettanto chiaro è stato il messaggio politico: «I nostri leader sono stati detenuti ingiustamente e nessuna sentenza cambierà i nostri obiettivi»: ossia, l’indipendenza della Catalogna. E «noi andremo avanti fin dove i catalani vorranno», ha sottolineato il presidente della Generalitat Joaquim Torra, che aveva annunciato l’intenzione di organizzare un nuovo referendum secessionista entro due anni. Torra, prima della manifestazione, ha cercato di serrare le fila del movimento incontrando i sindaci di oltre 800 comuni. Ai primi cittadini il leader catalano ha assicurato che «l’autodeterminazione è una strada senza ritorno» ed ha fatto un appello all’unità: un appello quanto mai necessario, tanto più che alla sua riunione non hanno partecipato i sindaci delle cinque città più grandi della Catalogna, che rappresentano un terzo della popolazione. Mancava all’appello anche la sindaca di Barcellona, Ada Colau, a cui Torra ha rimproverato una posizione troppo morbida, ancorata al dialogo a tutti i costi con Madrid. Alla Moncloa, per ora, la porta del confronto con le autorità catalane resta chiusa. Lo ha ribadito la vicepremier Carmen Calvo, ricordando che «il governo ha incontrato gli esponenti della Generalitat in diverse occasioni, ma li ha avvertiti che parlare di diritto all’autodeterminazione è una cosa che non esiste». E probabilmente a Madrid si confida anche nella parte della Catalogna che di indipendenza non vuol sentir parlare. E che domenica 27 ottobre ha in programma una contro-manifestazione unionista, sempre a Barcellona.

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