Category Archives: salute

Il nuovo coronavirus rievoca in Cina i fantasmi dell’epidemia Sars

ORIENTE ESTREMO. I contagi di 17 anni fecero migliaia di morti. E l'attuale crisi non sarebbe potuta arrivare in un momento peggiore: il Capodanno cinese, quando migliaia di lavoratori tornano in patria da tutto il mondo.

Hong Kong, primavera 2003: «Uscire di casa. Salire su un autobus. Aprire una porta toccando una maniglia. Stringere la mano a un amico. Gesti normali, automatici, che si fanno senza pensarci. Non più, non qui. Vivere ogni giorno in prima linea combattendo contro il nemico invisibile, qui a Hong Kong, vuol dire vivere una vita rallentata, interrotta mille volte dall’ansia, dalla paura per un gesto semplice che ormai si associa alla consapevolezza che potrebbe significare la malattia, l’infezione, forse la morte».

«In molti cercano di rassicurare: in fondo queste quattro lettere che anche i bambini hanno imparato a temere, Sars, non sono in realtà così terribili; il numero dei morti e quello dei malati è ancora basso s paragonato – per esempio – alla periodica epidemia di influenza che anno dopo anno miete migliaia di vittime nel mondo. Ma non c’è nulla da fare. Questa malattia crea il panico perché la gente di Hong Kong ha capito che i medici, i ricercatori, gli scienziati non ne sanno ancora nulla. Non sanno contro cosa combattere. E la paura dilaga senza controllo».

Gli incubi, i peggiori incubi, spesso sono ricorrenti, lo si sa. E le notizie sempre più catastrofiche che arrivano ormai giornalmente dalla Cina su questo nuovo, sconosciuto virus, proveniente dalla città di Wuhan, hanno il potere di richiamare alla mente quella primavera di 17 anni fa, quando a Hong Kong, unico corrispondente italiano presente per tutta la durata di quella che si rivelerà poi una terribile epidemia che conterà migliaia di morti, continuavo comunque – mascherina in faccia e tanta paura addosso – a fare il mio dovere di cronista.

I GIORNI DELL’INCUBO SARS SEMBRANO TORNATI

Erano i primi giorni, gli inizi dell’epidemia di Sars, la Sindrome Acuta Respiratoria Severa, come l’avevano ribattezzata i medici e ricercatori di mezzo mondo, attoniti di fronte a un nuovo nemico di cui non si sapeva nulla. Tranne che era un parente – letale – dell’innocuo virus dell’influenza al quale siamo abituati. E che apparteneva alla grande famiglia dei coronavirus, che si chiamano così per la loro forma, una corona, appunto. Un coronavirus: esattamente come questo nuovo sconosciuto agente patogeno che sta riportando nella mente di tutti quella lontana primavera di inizio millennio. E insieme al ricordo, tutta la paura e il terrore di quei mesi.

Fu tale la paura, allora, tale il coinvolgimento emotivo per avere insieme a me, proprio nel centro geografico dell’epidemia, Hong Kong appunto, la mia famiglia – mia figlia aveva allora solo due anni – che a quei mesi terribili trascorsi su è giù per la Cina con la mascherina in faccia – tra Hong Kong, Guangzhou, Shanghai e Pechino – ho dedicato una larga parte di uno dei miei libri. Un racconto nel racconto, di quei giorni terribili, di paura, ansia e fatica, una sorta di “diario” dell’epidemia. Un vero e proprio diario di guerra.

L’EPIDEMIA DEL NUOVO CORONAVIRUS POTREBBE ESSERE PEGGIORE DI QUELLO IPOTIZZATO

Allora – come per questo nuovo contagio – gli esperti decretarono che il virus era passato dall’animale all’uomo. Della Sars si seppe che veniva da un piccolo e simpatico mammifero dall’aspetto innocuo, lo Zibetto, che i cinesi cantonesi – un popolo che si vanta, nella sua ricchissima gastronomia, di poter creare piatti prelibati da qualsiasi cosa «purché si muova» – usavano mangiare e vendere in affollati e molto poco igienici mercati appunto a Guangzhou, l’antica Canton, ritenuta dagli esperti il focolaio di origine di quella epidemia. Da dove infatti proveniva anche quello che venne individuato nel 2003 come «il paziente zero» dell’epidemia di Sars: il primo infettato. Si trattava di un medico, un biologo ricercatore dell’Università di Medicina di Guangzhou, che venne a Hong Kong per partecipare al matrimonio della figlia di un amico, e diede inizio al contagio che si sparse poi fino alla Thailandia – dove causò la morte del coraggioso medico italiano Carlo Urbani – attraversando gli oceani e arrivando fino al Canada.

L’ultimo avvertimento è arrivato dopo che uno studio dell’Università di Hong Kong (Hku) ha stimato che il virus si sia già diffuso in altre 20 città continentali cinesi, tra l’1 e il 17 gennaio

Contenere l’epidemia, i malati, mantenerli confinati in aree ad altissimo isolamento, fu per i medici e le strutture sanitarie cinesi e di Hong Kong, una sfida sovrumana. Spesso persa in partenza, visto il numero – altissimo – delle vittime che si registrarono proprio tra il personale sanitario. Per questo in queste ore, di fronte al micidiale nuovo focolaio di coronavirus iniziato nella città cinese continentale di Wuhan, ormai entrato nella fase di trasmissione tra famiglie e ospedali, facendo un passo avanti verso un’epidemia in piena regola, è proprio dagli esperti della comunità scientifica di Hong Kong che vengono i pareri più accreditati e gli allarmi più fondati. L’ultimo avvertimento è arrivato dopo che uno studio dell’Università di Hong Kong (Hku) ha stimato che il virus si sia già diffuso in altre 20 città continentali cinesi, tra l’1 e il 17 gennaio, suggerendo che la situazione sia anche peggiore di quanto riportato ufficialmente.

IL CAPODANNO CINESE PUÒ ESSERE UN VOLANO PER IL CONTAGIO

Il professor Yuen Kwok-yung, uno dei massimi esperti di malattie infettive alla Hong Kong University, ha affermato che la trasmissione del coronavirus è entrata nella sua «terza ondata». E le parole del professor Yuen non lasciano nessuno spazio al dubbio: «Ora possiamo vedere le infezioni trasmesse tra i membri delle famiglie e negli ospedali. Ciò di cui siamo maggiormente preoccupati è un improvviso dilagare dell’epidemia nella comunità: un’eventualità temibile, che può causare una situazione come quella che abbiamo vissuto durante la Sars e forse anche peggiore». Il rinomato microbiologo, appena tornato a Hong Kong dopo un viaggio di accertamento a Wuhan, ha chiesto la governo dell’ex colonia e alle autorità sanitare mondiali ulteriori misure per affrontare l’escalation della crisi e frenare la diffusione del virus.

Controlli in aeroporto.

E la crisi non sarebbe potuta arrivare in un momento peggiore, poiché le vacanze del Capodanno cinese vedono la più grande migrazione di massa di persone sul pianeta, con centinaia di milioni di lavoratori cinesi delle città che ritornano a trovare i loro parenti nelle campagne. Tutti possibili portatori ignari del nuovo e sconosciuto virus letale. Un modello sviluppato dagli esperti del Centro di ricerca per l’epidemiologia e il controllo delle malattie infettive dell’università ha utilizzato i dati sui viaggi e i movimenti delle persone per creare una mappa ritenuta attendibile della diffusione del contagio. Il centro medico dell’Università di Hong Kong ha anche previsto che almeno 10 nuovi casi emergeranno in cinque grandi città della terraferma entro il 31 gennaio, il settimo giorno del Capodanno lunare.

Con efficaci misure preventive la forza dell’infezione si può ridurre del 75%

La stima relativamente prudente per Pechino, Shanghai, Chongqing, Guangzhou e Shenzhen si basa su diversi presupposti, tutti da verificare: che la forza dell’infezione si possa ridurre del 75% mettendo in atto efficaci misure preventive; che Wuhan sia l’unica fonte dell’epidemia; e che non vi sia stata alcuna super diffusione del virus attraverso singoli pazienti – i cosiddetti super-untori – in grado di trasmettere il virus a un numero molto elevato di persone. Ma restano ipotesi e speranze. Mentre le notizie sul progredire dell’epidemia si susseguono in continuazione e lo scenario sembra farsi sempre più preoccupante, richiamando alla memoria vecchi fantasmi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Cinquanta farmaci non oncologici sono efficaci contro il cancro

Medicine sviluppate per curare il diabete, stati infiammatori, la dipendenza da alcol e persino l'artrite nei cani si sono rivelate capaci di uccidere le cellule tumorali lasciando intatte le altre. I risultati sorprendenti dello studio pubblicati su Nature Cancer.

Una cinquantina di vecchi farmaci non oncologici, sviluppati per curare il diabete, stati infiammatori, la dipendenza da alcol e persino l’artrite nei cani, si sono dimostrati capaci di uccidere le cellule tumorali in laboratorio. Lo studio è stato condotto da scienziati del Mit, dell’Università di Harvard e del Dana-Farber Cancer Institute ed è stato pubblicato sulla rivista scientifica Nature Cancer.

I ricercatori hanno analizzato migliaia di farmaci e ne hanno trovati 49 in grado di sviluppare un’attività anticancro. I sorprendenti risultati dello studio aprono adesso nuovi scenari per la produzione di farmaci oncologici innovativi e per il riutilizzo in quest’ottica di farmaci già esistenti. Lo screening ha interessato oltre 4.500 molecole, che sono state testate su 578 cellule tumorali appartenenti a 24 tipi diversi di cancro. Gli scienziati hanno così scoperto che 49 farmaci non oncologici riuscivano, di fatto, a uccidere alcune cellule tumorali, lasciando intatte le altre.

«Prima di iniziare, pensavamo che saremmo stati fortunati se avessimo trovato anche un singolo composto con proprietà anticancro. Siamo rimasti molto sorpresi di averne trovati così tanti», ha spiegato Todd Golub, uno degli autori dello studio, direttore del Cancer Program presso il Broad Institute del Mit. Alcuni farmaci hanno agito con meccanismi non comuni, ovvero non inibendo una proteina, ma attivandola. E la maggior parte dei farmaci che ha ucciso cellule tumorali lo ha fatto interagendo con un bersaglio molecolare precedentemente non riconosciuto. Ad esempio il Tepoxalin, farmaco veterinario sviluppato per il trattamento dell’osteoartrite nei cani.

«Lo studio è molto interessante», ha commentato Stefania Gori, presidente della Fondazione Aiom e direttore del Dipartimento di Oncologia dell’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria, «si tratta tuttavia di una valutazione effettuata in laboratorio e i risultati non sono al momento traducibili nella pratica clinica per i nostri pazienti. È solo l’inizio di un campo di ricerca che si svilupperà in futuro, per valutare nuovi e inaspettati possibili meccanismi di azione contro le neoplasie».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Istat: in Italia un minore su quattro è in sovrappeso

Sono due milioni e 130 mila bambini e adolescenti che pesano troppo e sono concentrati soprattutto al Sud. Lieve miglioramento rispetto a dieci anni fa, ma la media è doppia rispetto a quella europea

Powered by WordPress | Designed by: diet | Thanks to lasik, online colleges and seo