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Sanremo senza idee prova a ispirarsi ai Festival degli Anni 70

Basta guardare la lista dei cantanti e degli ospiti: richiamati in servizio per rievocare un'Italia dove canzoni e artisti erano, tutto sommato, migliori di quelli di oggi. Almeno nella capacità di immaginario, in un divismo popolare meno pretenzioso ma più solido.

Albano e Romina, i Ricchi e Poveri. Al completo. Non avevamo capito che Sanremo 70 si riferiva non tanto al compleanno del Festival quanto all’età media degli ospiti. Nulla di male, per carità, ma questo ricoagularsi di coppie, o doppie coppie, nell’arte e/o nella vita appositamente per l’occasione lascia un po’ di languore, una nostalgia più desolata che canaglia. Sanremo 70, come 1970 e dintorni.

Come quando la televisione era in bianco e nero e così la musica che era quella della seconda ondata melodica, la risacca dopo i Claudio Villa, i Narciso Parigi (rip, a proposito), le Nilla Pizzi e i pizzi e merletti e trini dei primi Festival ingessati; arrivavano i Nicola Di Bari, i Ricchi e Poveri, i Carrisi che quanto a melodismo strappalacrime, strappacore e strappamutande non erano poi tanto diversi, giusto una rinfrescata negli arrangiamenti, nei testi ma quanto a rispecchiare i tempi, fumosi, violenti, incazzosi, rivendicativi, bollenti, ce ne correva.

Gli stessi Gianni Morandi e Massimo Ranieri (altro ospite del Sanremo settantino), più che di amori più o meno fortunati, non trillavano: uno voleva stare per sempre in ginocchio davanti alla sospirata – e nessuno che sospettasse una pulsione sadomaso -, l’altro era pronto a salvarla nel caso, sfigato ma improbabile, che «bruciasse la città»…

UN FESTIVAL TRASFORMATO IN PEGGIO DA POLITICA E MEGAMANAGER

Diciamo la verità: erano piuttosto patetici già allora, mentre Lucio Battisti in splendida solitudine rivoluzionava armonie e melodie con la complicità testuale di Mogol; mentre un’altra canzone, quella di protesta, già “impegnata”, si poneva, coi Gaber, cogli Area, col peraltro pallosissimo Nuovo Canzoniere Popolare, il cui acronimo poteva ricordare una formazione estremista, con le Giovanna Marini, e presto sarebbero saliti i De Gregori, i Venditti, i Finardi, lo stesso De André, in posizione un poco più eccentrica, come di sponda. E ci fu l’esempio, radioso ma episodico, di Ugolino, la cui Ma che bella giornata infilava d’incontro una protesta anche drammatica ma scintillante di rock demenziale.

Ci vorranno i Ravera e gli Aragozzini (e i Baudo, questo non andrà mai dimenticato) per rilanciarlo, il Festivalone nazionapopolare, al sorgere degli Anni 80

Ugolino fu, volendo, il fragile anello di congiunzione tra contrapposizioni canzonettistiche, dunque politiche, dunque sociali, quant’altri mai; in breve, lo stesso Festival ne avrebbe risentito, inabissandosi sempre pù nel gusto popolare, che vuoi non vuoi mutava, e di conseguenza nell’attenzione mediatica, in quella della Rai che finiva per confinarlo alla radio, a una sola striminzita diretta finale, al nulla. Ci vorranno i Ravera e gli Aragozzini (e i Baudo, questo non andrà mai dimenticato) per rilanciarlo, il Festivalone nazionapopolare, al sorgere degli Anni 80 in sapor di riflusso, con gli eterni melodici affiancati da una nuova generazione canterina, quella dei Ramazzotti, dei Fogli che pure veniva da trascorsi lunghi coi Pooh, perfino da qualche provocatore strambato come Vasco Rossi, melodico, almeno a Sanremo, ma incazzato.

Amadeus presenta il 70esimo Festival della Canzone Italiana.

Era già un’altra Italia, apparentemente almeno: il resto sarà grandeur, sempre più pomposa, sempre più sterile, Sanremo dopo edizioni omeriche perderà il suo conduttore-anfitrione, proprio Baudo, che accentrava su di sè larga parte del potere ma con l’enorme merito, fra gli altri, di concentrarlo, di organizzarlo e identificarlo. Dopo di lui, un diluvio di conduttori imposti dalla politica del momento e così i cantanti, nel disfacimento delle case discografiche compensato dallo strapotere, sempre più sfrontato, dei megamanager, nel senso di megalomani: i Lucio Presta, i Beppe Caschetto, i Ferdinando Salzano, e poi, a giro, si ricomincia.

OPERAZIONE AMARCORD PER SANREMO 70

Festival senza identità, senza carisma, affogati nella noia (fidatevi, ve lo scrive uno che c’è stato per anni e chi ostenta interesse, divertimento, mente: tutti, in quel manicomio, si fanno due palle così), capaci di lanciare meteore nel buio di una galassia sonora che non ha più niente da offrire, meteore quasi sempre aspirate dai talent, ed è tutto dire. E allora pare quasi fisiologico, se non fatale, riscoprire una certa idea di Festival: mediocre, medioborghese, la televisione massiccia nella sala bella, la pianta di ficus, la colf a ore, la berlinetta di media cilindrata che simboleggiava un benessere di facciata, la società della crisi che s’illudeva di restare tuttora nel boom e i suoi cantori, i Ricchi e Poveri, gli Albano e Romina, le Orietta Berti e tutti gli altri che salivano all’Ariston per dire: ma sì, fin che la barca va, va tutto bene, non farci caso e tira a campare.

Adesso c’è un’Italia sola, fatta di innumerevoli frammenti, ma una sola, che si trascina sul Festival per inerzia

A Campari invece tiravano i delusi, i disadattati, gli alcolizzati della vita agra, quelli senza pianta di ficus, quelli di ringhiera che magari si specchiavano nei deliri colti di Jannacci, di Cochi e Renato. Due Italie, una con festival, l’altra senza. Adesso c’è un’Italia sola, fatta di innumerevoli frammenti, ma una sola, che si trascina sul Festival per inerzia, ogni anno, bombardata dalla macchina mediatica della Rai, che ci spende l’impossibile per non lasciar pensare, per convincere che quei quattro cantanti sono il futuro e il presente di uno stato dell’arte che non c’è. E, ospiti, i profeti del come eravamo e come saremo.

Massimo Ranieri durante uno show del 2019.

Ma che gli vuoi dire se si ricoagulano per una sera, se riaffiorano tra un rieccolo alla Elodie o Irene Grandi che sarà più giovane di loro ma è come loro, e un rapper all’amatriciana che vuole squartare l’amica ma poi si pente, chiede perdono, lui è un duro ma sensibile, va in chiesa, si preoccupa per i cambiamenti climatici e non vuole far male a nessuno, un rapper alla buona, un rapper all’italiana? E se li richiamano in servizio la ragione, semplicissima, è che quegli anni della nostra vita furono migliori e, tutto sommato, migliori furono i cantanti. Almeno nella capacità di immaginario, in un divismo popolare meno pretenzioso ma più solido. E allora, signore e signori, ecco a voi Sanremo 70: Ricchi e Poveri, Albano e Romina, Rita Pavone già concorre, perché non ripescare pure Iva Zanicchi, fresca ottantina, Dino Drusiani, Gianni Nazzaro e Donatello. Il futuro ha un’ugola antica.

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Chi è Jader Bignamini, nuovo direttore dell’orchestra di Detroit

Originario di Crema, 43 anni, è stato scelto da una delle più antiche orchestre sinfoniche d'America. Prenderà il posto del decano Leonard Slatkin.

Da Crema a una delle più antiche orchestre sinfoniche d’America: l’italiano Jader Bignamini è stato nominato nuovo direttore della Detroit Symphony Orchestra. Bignamini, 43 anni, è attualmente anche direttore residente dell’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi. A Detroit prenderà il posto del decano Leonard Slatkin, costretto a ritirarsi per un’operazione al cuore nel 2018. Il suo contratto durerà sei anni.

«Scegliere un direttore d’orchestra noto soprattutto per l’opera e non molto conosciuto negli States», scrive il New York Times dando la notizia della nomina, «è abbastanza un rischio per questa orchestra. La Detroit Symphony ha iniziato l’ultimo decennio con un doloroso sciopero e da allora ha lavorato per risollevarsi, così come la città che la ospita. Ma negli ultimi tempi la stella di Bignamini sta crescendo».

Nato a Crema nel 1976, Bignamini ha iniziato la sua formazione musicale studiando clarinetto al Conservatorio di Piacenza. Negli ultimi anni la sua carriera ha fatto un salto con una serie di lavori alll’estero, a partire dalla Metropolitan Opera fino alla Vienna State Opera e alla Dutch National Opera. Amante del jazz, ha fatto sapere di volerne esplorare la scena nei locali della città nel Nord degli Usa. «C’è stato amore a prima vista con l’orchestra», ha commentato il maestro in un dichiarazione per la stampa. Stephen Molina, un bassista membro del comitato di selezione per il nuovo direttore, ha confermato che «la connessione immediata con i musicisti è stata unica».

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X Factor 2019, le pagelle della finale

La puntata migliore. Perché è stata l'ultima. E così è finito questo talent che ha perso appeal e spettatori. O si fa un lifting o si chiude. Inadeguati i giudici, bene solo Davide e Sofia. Ma la vincitrice dovrà crescere.

Ma quella lì sarebbe la piccola Luna? Dio mio come si è trasformata in appena un anno, sembra una influencer, sembra già rifatta a 17. Questo sarebbe il magico mondo dello spettacolo oggi? Qualcosa che ti cancella l’anima più che rubartela? Persa ogni freschezza, nell’AnteFactor invita il pubblico a fare «un grande casino» per la finale che sta per partire. E la finale è la puntata migliore. Perché bene o male sforna un vincitore (cui verrà rimossa l’anima), ed è la vincitrice annunciata, almeno da noi, se un vanto è concesso, ed è, in fondo, la più meritevole. E così, in extremis, capisci che X Factor no, non è Canzonissima, non è La Corrida. È Miss Italia, che dopo 12 mesi non la riconosci più, la ragazzina di tremule ambizioni non esiste più e c’è una donna, donna, donna dimmi: cosa vuol dir, sei una popstar ormai? C’è da tremare pensando a cosa diventerà la tenera, ingenua Sofia, che già ci cambia sotto gli occhi.

L’IMMARCESCIBILE CATTELAN CI SARÀ SEMPRE

E l’ultimo taglio è più più profondo: tutto si dissolve nel presente già passato ed è già tempo di spingere sull’acceleratore del successo. Mentre tutto si sbaracca a Milano, il Forum di Assago si svuota e il pubblico lento sfila via, i giudici spariscono sulle loro auto nere e difficilmente verranno confermati in una 14esima edizione già annunciata dall’immarcescibile Alessandro Cattelan che ci sarà sempre, stagionerà qui a Xf, ormai è parte del processo, ha legato il suo nome a questo talent, chissà se a gioco lungo gli converrà. Ma forse ha ragione lui, forse la sua dimensione è questa.

TALENTI CHE NON SARANNO MAI TALI

Si smorzano i clamori di X Factor, che quest’anno ha rotolato respirando male come non mai, ha perso appeal e spettatori, formula vecchia: fare un lifting o chiudere proprio? Formula risaputa e cervellotica, estenuante, puntate che non finivano mai, inzuppate nella noia, eliminazioni con ballottaggi difficili da capire, da seguire, e su tutto quell’aria di posticcio, di talenti che non saranno mai tali, che balleranno, forse, un anno solamente.

QUANTE CRISALIDI MAI SBOCCIATE IN FARFALLE

Magari non tutti, magari Sofia o Davide ce la faranno, ma la strada di X Factor è costellata di crisalidi mai sbocciate in farfalle. Che rimane di questi tre mesi? Poco, una gran fatica, un profondo senso di stanchezza, la sensazione di una impotenza insormontabile. L’ultima puntata è stata la migliore. Perché è stata l’ultima, perché è finita.

ALESSANDRO CATTELAN 6

Ammazza, ma suona pure il piano. Molto andante. Era meglio il vecchio Pippo. Anche in questo. Arrivederci all’anno prossimo, tu sei l’unico che non ha bisogno di bootcamp, sei l’inesorabilità del talent.

MARA MAIONCHI 4

Quest’anno li ha persi tutti, i suoi, e fa numero, fa tappezzeria. Che mestizia. Sarò cattivo, sarò pazzo, ma a me ha ricordato Peo Pericoli, il personaggio di Teocoli. Triste, solitaria y final.

MALIKA AYANE 4

Da questa esperienza esce conclamata nell’antipatia, nell’affettazione sciocca, una della quale ci si chiede: sì, ma questa che ha mai fatto, dopotutto, in carriera? E la risposta, amici, soffia nel vento.

SFERA EBBASTA 4

Alzi la mano chi l’ha trovato preparato, o carismatico, o adeguato. Va bene, ha vinto anche lui con Sofia, ma in realtà Sofia ha vinto da sola. Una faccia da schiaffi, ma lo sapevano, e tutto il resto… non c’è. Svegliatevi ragazzi, vi stanno prendendo per il coso.

SAMUEL 4

Il nostro “Umarell” torinese, con ragionieristico piglio, ne porta due in finalissima, scandalosamente, ma è la legge del menga: chi più vende (si spera), il pubblico se lo tenga. Come giudice, come personaggio, latitante. Lo truccano, lo pitturano, ma finisce per somigliare curiosamente a Gilberto Govi. Morale: una band finita, i Subsonica, genera una band che mai comincerà, i Booda. Corsi e ricorsi sonici…

BOODA 4

(Heart Beat, Nneka; 212, Azealia Banks; Hey Mama, David Guetta ft Nicky Minaj). La scandalosa finalissima di questa cosa strampalata fin dal nome induce domande esistenziali: che sono questi? Che vogliono? Che fanno? Una band no, giovani no, il pestone ai tamburi ha 40 anni, la cantante pare Cristina d’Avena che canta la canzone dell’Orangutang, quella degli scout. Sembrano più tre tipi che un giorno si dicono: dài, proviamoci; e se poi ci va dritta? Per chi scrive restano una Boodanada, ma forse proprio per questo restano l’ideale di Xf.

SIERRA 4

(Le acciughe fanno il pallone, Fabrizio de Andrè; 7 Rings, Ariana Feande; Dark House, Katy Perry). Terzi, arrivano. Terzi. Su decine e decine di aspiranti. Questi di strada ne faranno, perché il piccolo provinciale music business all’amatriciana ha un bisogno disperato di sempre nuovi coatti da lanciare: una rapperia tappetara, che prima o poi finirà, ma non domani. Auguri.

DAVIDE ROSSI 7

(How Long Has This Time Going On, George Gershwin). Vergogna su di voi, chiunque voi siate: il più talentuoso in assoluto, lo segano in finale; e umilia anche il bolso Robbie Williams. L’ex bambino grasso della Clerici resta l’incognita più grande, un talento che non sapranno assolutamente come gestire. Sarebbe da dirgli: fallo da solo, fatti da solo, ma come si fa? Non sono più i tempi, oggi a 20 anni Satisfaction non la scrive più nessuno e anche col talento di un Davide non esci; non c’è nessuno che te lo riconosce. Auguri, con una stretta al cuore, perché meriti il meglio.

SOFIA TORNAMBENE 7

(Fix You, Coldplay; Papaoutai, Stromae; C’est la Vie, Achille Lauro). Adesso che ha vinto, possiamo pure farle un po’ di pulci. Brava, sì, in tutto: ma dovrà perdere quel non so che di caramelloso, dolciastro, trasognato di provincia. Insomma dovrà crescere, in fretta. Il punto è come: non lo sappiamo, c’è da rabbrividire, creta in ciniche mani, sorde mani che non rispettano la musica, che corrono dietro al soldo facile… La aspettiamo tra un anno, senza illusioni.

ROBBIE WILLIAMS 4

(The Christmas Present: Time for change/Let it snow). Ammazza quant’è scoppiato, pare il fratello anziano di Eros Ramazzotti. In apertura riesce a cantare peggio di tutti, perfino di Cattelan. Uno dei tanti bluff di questi tempi buffi.

ULTIMO 5-

(Tutto questo sei tu). Un po’ Tiziano, un po’ Antonello, un po’ di questo, un po’ di quello. Dicono che è un genietto, un fuoriclasse; lo dicono, e intanto il nuovo singolo, Tutto questo sei tu, clona Gente di mare di Tozzi/Raf (1988). E se invece fosse la costruzione di un atomo?

LOUS AND THE YAKUZA 5

(Gore: Dilemme) Si leggono meraviglie di costei, principalmente per «la sua storia difficile», ci crediamo per carità, solo che questa lagna super patinata e facile facile non va oltre la milionesima variazione, poco variata, sul solito tema world…

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