Category Archives: MENA – Medio Oriente e Nord Africa

Libano, il nuovo governo non placa la piazza

Scontri davanti al parlamento all'indomani della nascita dell'esecutivo. Il premier Diab: «La situazione è catastrofica».

Violente proteste a Beirut, nel primo giorno di lavoro del nuovo governo libanese. Nel pomeriggio del 22 gennaio i manifestanti si sono scontrati con le forze di polizia nel centro della capitale davanti al parlamento. Già in mattinata, all’indomani dell’annuncio della formazione del nuovo governo guidato dal premier Hassan Diab, diverse strade nel Paese erano bloccate a causa delle proteste anti-governative in corso. Il ministero degli Interni ha riferito che le strade a Nord, a Sud e a Est della capitale Beirut sono state interrotte da manifestanti. Il clima nel Paese, dunque, resta tesissimo. E il nuovo esecutivo non pare soddisfare la richiesta di cambiamento dei manifestanti, in piazza da ottobre per protestare contro il carovita a la corruzione.

UN PREMIER VICINO A HEZBOLLAH

Il Libano è sull’orlo della bancarotta. Lo stesso Diab ha detto che il Paese si trova di fronte a una vera «catastrofe» e le sfide che attendono il nuovo governo sono immense. Diab, accademico di 61 anni vicino agli Hezbollah filo-iraniani, alla sua prima riunione di governo – dopo una notte intervallata da violenze in diverse città – ha promesso di affrontare la «sfida senza precedenti» che lo attende. «Siamo di fronte a un punto morto finanziario, economico e sociale», ha riconosciuto Diab. «Stiamo affrontando un disastro e dobbiamo alleviare l’impatto e le ripercussioni di questo disastro sui libanesi. Le sfide sono immense, i libanesi sono stanchi delle promesse e dei programmi che non vengono rispettati», ha sottolineato il nuovo premier di Beirut.

Questo è un governo che rappresenta le aspirazioni dei manifestanti

Hassan Diab

Il 21 gennaio, ufficializzata la nascita del nuovo governo, Diab aveva detto: «Questo è un governo che rappresenta le aspirazioni dei manifestanti che si sono mobilitati in tutto il Paese per più di tre mesi. [L’esecutivo] si adopererà per soddisfare le loro richieste di un potere giudiziario indipendente, per il recupero di fondi sottratti, per la lotta contro guadagni illegali».

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Berlino non risolve le divisioni nell’Ue sulla Libia

Tripoli accusa Parigi di bloccare la dichiarazione contro Haftar. Mattarella: «Italia con Sarraj, no alla presa del potere con le armi».

La Conferenza di Berlino non sembra aver risolto i contrasti tra i Paesi che sostengono le diverse fazioni in Libia. Secondo Ashraf Shah, un esponente di spicco vicino all’esecutivo del premier Fayez Al-Sarraj, «la Francia sta bloccando l’emissione di una dichiarazione congiunta dei Paesi occidentali che condanni la chiusura di porti e campi petroliferi» imposta dal generale Khalifa Haftar «e che chieda che siano riaperti immediatamente». «Perciò i Paesi emetteranno dichiarazioni individuali che esprimono la loro posizione», ha aggiunto su Twitter l’ex-consigliere politico della presidenza dell’Alto consiglio di Stato libico.

L’UE PUNTA A RIMODULARE L’OPERAZIONE SOPHIA

Il presidente italiano Sergio Mattarella, da parte sua, incontrando a Doha l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani ha dichiarato: «Sosteniamo la legittimità del governo di al Sarraj ma dialoghiamo con tutti. Non è possibile che in Libia si prenda il potere con le armi». Nel frattempo, l’Unione europea ha convocato una riunione straordinaria del Comitato Europeo per la Politica e la Sicurezza (Cops) sulla Libia, per venerdì 24 gennaio. Secondo quanto si apprende da fonti diplomatiche europee, si inizierà così a lavorare sul mandato del consiglio per la rimodulazione dell’operazione Sophia, che dovrà essere profondamente rivista per indirizzarla sul monitoraggio dell’embargo di armi, non solo via mare ma anche via aria e auspicabilmente via terra.

L’INVITO AL DIALOGO DEL PRESIDENTE ALGERINO

Un invito al dialogo tra le parti in Libia è arrivato poi dal presidente algerino Abdelamadjid Tebboune, che si è offerto di ospitare ad Algeri un tavolo al fine di favorire i negoziati, stando a quanto ha reso noto l’agenzia di stampa ufficiale Aps dopo la partecipazione del presidente algerino alla Conferenza di Berlino. «Siamo chiamati a redigere una tabella di marcia con contorni chiari, che è vincolante per le parti, volta a stabilizzare la tregua, a fermare la fornitura di armi alle parti al fine di rimuovere lo spettro della guerra da tutta la regione» , ha detto Tebboune chiedendo «l’incoraggiamento dei partiti libici a sedersi attorno al tavolo per risolvere la crisi attraverso il dialogo e mezzi pacifici, evitando così slittamenti con conseguenze disastrose».

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L’Italia non dica no a una nuova missione Sophia

Abbiamo dato l’immagine di un Paese preoccupato molto di più della pressione migratoria che della stabilizzazione della Libia. Sarebbe un peccato che ripetessimo lo stesso errore. Il rischio è di essere ancora una volta lasciati da parte dalla comunità internazionale.

Chi ha vinto e chi ha perso a Berlino? Domanda mal posta per una Conferenza internazionale sulla Libia dove il meno che si possa dire è che è in corso un complesso intreccio di ambizioni locali, regionali e internazionali che non può essere ridotto al risultato di una partita di calcio. Cominciamo a dire che la Conferenza è nata sulle macerie di tentativi improduttivi posti in essere a Parigi, a Dubai, a Palermo e da ultimo a Mosca a opera di Vladimir Putin e di Recep Tayyip Erdogan che si è chiusa con la non-firma del cessate il fuoco da parte di Haftar.

Si può sostenere che questi tentativi sono stati utili per arrivare a Berlino? Certamente sì, nella misura in cui hanno in qualche modo preparato il terreno per il cessate il fuoco concordato da Putin ed Erdogan che ha esibito un’aspirazione “ottomana” invisa alla gran parte dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo e preoccupante per gran parte delle altre potenze regionali. Per la sua mano rapace sulla piattaforma continentale per i suoi contenuti energetici; per incarnare una visione islamica, quella della Fratellanza islamica che dal Cairo agli Emirati è vista come il fumo negli occhi. Non dimentichiamoci al riguardo del colpo di Stato con cui l’attuale presidente egiziano ha deposto il presidente Mohamed Morsi, legittimamente eletto, e dopo aver messo al bando la Fratellanza ha avviato una sua crociata contro le sue bandiere tenute alte proprio da Erdogan anche all’estero, a cominciare dalla confinante Libia.

Non dimentichiamoci neppure della prospettiva di un ingresso vittorioso di Haftar in Tripoli suscettibile di aprire una spaventosa fase stragista dopo ben nove mesi di marcia per la conquista della capitale che doveva durare solo un paio di giorni, un tempo che la dice tutta sulla abilità militare di questo personaggio. E non dimentichiamo neppure che Erdogan ha posto la sua mano sulla Libia perché a ciò richiesto da un Serraj (Tripoli) lasciato sostanzialmente solo da quella stessa Comunità internazionale che lo aveva riconosciuto e posto a capo dell’attuale governo libico. Lo stesso Serraj se ne è lamentato, giustamente.

PRIMI PASSI VERSO UN PROCESSO DI STABILIZZAZIONE

La Conferenza di Berlino ha premiato la Germania – che nel 2011 aveva deciso di non partecipare alla missione anti-Gheddafi – e la capacità della cancelliera Angela Merkel di fare da sponda con i principali attori internazionali e alcuni regionali con l’obiettivo di coinvolgerli tutti in un esercizio diplomatico di proclamazione di un cessate il fuoco sotto l’egida delle Nazioni unite al quale «non potevano sottrarsi». E su tale premessa di ottenere che anche i due nemici locali fossero presenti anche se non partecipanti diretti all’esercizio. Recuperata in quest’esercizio anche l’Unione europea, l’Unione africana e la Lega araba. L’obiettivo di fondo era il cessate il fuoco e l’accoglimento di una maglia politico-concettuale-operativa in forza della quale farlo evolvere in un processo di stabilizzazione e, auspicabilmente, di pace. Un primo passo si dirà, ma un passo che solo una decina di giorni prima sembrava molto difficile realizzare.

L’obiettivo di fondo era il cessate il fuoco e l’accoglimento di una maglia politico-concettuale-operativa in forza della quale farlo evolvere in un processo di stabilizzazione

Dunque, un passo positivo che tra l’altro ha già comportato il ritiro dell’occupazione dei terminali petroliferi messo in atto in concomitanza con la Conferenza da una tribù affiliata a Haftar. Quale sarà il secondo? L’avallo del documento finale della Conferenza da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu e poi una Conferenza intra-libica, cioè con tutti i pezzi del mosaico libico a Ginevra, e più o meno in contemporanea la riunione dei membri della commissione militare paritetica (cinque di Serraj e cinque di Haftar) incaricata di monitorare il rispetto del cessate il fuoco. Infine il Comitato internazionale dei seguiti (International Follow-Up Committee) formato da tutti i Paesi e organismi presenti a Berlino chiamato a riunirsi una volta al mese per fare stato dell’andamento del post Conferenza. Seguiti richiamati nei 55 punti della Dichiarazione finale in cui mancano, è vero, le sanzioni per gli inadempienti. Ma sarebbe stato troppo sperare.

L’ITALIA PARE INTERESSARSI SOLO DELLA PRESSIONE MIGRATORIA

Tra pochi giorni dunque sapremo se e in quale misura la Conferenza di Berlino potrà cominciare a portare i primi risultati sperati e a fronteggiare i primi prevedibili ostacoli che incontrerà. L’Italia dovrà fare la sua parte facendo tra l’altro dimenticare il tempo, troppo lungo, nel quale ha dato l’immagine di un Paese preoccupato molto di più della pressione migratoria che della stabilizzazione della Libia che della pressione migratoria è la matrice. Per anni abbiamo fatto di tutto, e rumorosamente, per farlo sapere e ne abbiamo visto le conseguenze in termini di ruolo. Sarebbe un peccato che ripetessimo lo stesso errore anche adesso rifiutando, ancor prima che divenga un’ipotesi di lavoro, una riedizione dell’operazione Sophia arricchita del compito del controllo dell’embargo delle armi; e ciò nel timore che essa possa in qualche modo propiziare la ripresa della pressione migratoria di tre anni fa. Potremmo ancora una volta essere lasciati da parte. La riunione dei ministri degli Esteri dell’Ue del 20 gennaio non ha dato un segnale positivo al riguardo.

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Il nuovo presidente dell’Algeria Tebboune stretto tra militari e proteste

Ex primo ministro di Bouteflika e leale al capo delle Forze armate Salah, è stato eletto in una votazione boicottata dal popolo. Ora si trova tra l'incudine dell'esercito e il martello delle manifestazioni.

Dal febbraio del 2019 l’Algeria ha visto il susseguirsi settimanale di una lunga teoria di manifestazioni di protesta contro Abdelaziz Bouteflika, il suo “cerchio magico” diremmo noi, e l’intero sistema politico, militare, ed economico che è andato impossessandosi delle leve del potere del Paese dal 1962, ingabbiandolo in una camicia di forza che la crisi degli ultimi anni ha reso intollerabile. Crisi politica dunque ma anche economico-sociale, l’una e l’altra strettamente intrecciate in una soffocante corruzione e spartizione della rendita energetica.

LA PROFONDA CRISI SOCIO-ECONOMICA DELL’ALGERIA

Non si può non sottolineare come l’Algeria si collochi tra i primi 10 produttori mondiali di gas e terzo produttore africano di petrolio; che gli idrocarburi rappresentano ancora oggi il 95% delle entrate dell’export e il 65% del bilancio dello Stato e soffre chiaramente di una monocultura industriale, quasi esclusivamente votata allo sfruttamento energetico e di conseguenza dipendente dall’andamento del prezzo di quelle risorse nel mondo con ricadute di forte criticità sociali come in questi ultimi tempi. Non stupisce certo che in questa dinamica sia andato fermentando un diffuso scontento soprattutto nel segmento più giovane del Paese nel quale il 55% del totale ha meno di 30 anni.

LE DIMISSIONI DI BOUTEFLIKA

Serviva solo una scintilla perché si producesse l’incendio e l’entourage di Bouteflika lo ha offerto su un piatto d’argento con la presentazione della ri-candidatura di Bouteflika per un quinto mandato. Inesorabile l’onda delle proteste la cui parola d’ordine spiegava chiaramente quale fosse il bersaglio cui si puntava e se dunque era del tutto prevedibile che le dimissioni di Bouteflika rassegnate all’inizio di aprile non sarebbero bastate a fermare la protesta popolare, si doveva ad una robusta miopia del regime di cogliere la profondità strutturale della protesta (Hirak).

Proteste ad Algeri nel giorno delle elezioni, boicottate dalla maggior parte della popolazione (GettyImages).

Ancor meno di riuscire a “leggere” il suo carattere anomalo, mai scaduto in violenza neppure al momento in cui la data delle elezioni, rinviate ben due volte sotto la pressione del Hirak, sono state fissate al 12 dicembre. Pacifico dunque ma fortemente determinato a denunciarne l’inaccettabilità e dunque a promuoverne il boicottaggio contro una consultazione giudicata al servizio esclusivo del potere costituito.

IL POTERE NELLE MANI DEL CAPO DELL’ESERCITO

E ben poco ascolto è stato dato alle rassicurazioni del Comandante delle forze armate, il generale Ahmed Gaid Salah, considerato l’uomo forte del sistema assieme al Presidente ad interim Abdelkarem Bensalah, che poteva vantare a suo merito l’aver convinto/costretto Bouteflika alle dimissioni. Lo stesso Gaid Salah che aveva da ultimo smentito con forza la notizia che le forze armate stessero sponsorizzando uno dei candidati alla presidenza, bollandola come «propaganda» propalata per delegittimare le elezioni. Lo stesso Gaid Salah che aveva definito «giusta punizione inflitta a certi elementi della gang in sintonia con l’urgente e legittima attesa del popolo» la condanna a 15 anni di prigione inflitta a Said Bouteflika, il fratello del deposto presidente, e altri due alti ufficiali dello spionaggio algerino per complotto contro lo Stato. La ragione? Il diffuso convincimento che si trattasse di prese di posizione finalizzate a lucidare la propria immagine, renderla più accettabile e con ciò posizionarsi meglio anche all’interno del «sistema Bouteflika», e non di veri convincimenti riformistici.

I CANDIDATI TUTTI LEGATI A BOUTEFLIKA

La lista dei cinque candidati alla presidenza, del resto, ne era specchio fedele dato che ben quattro di loro (Abdelmajid Tebboune, Ali Benflis, Azzedine Mihoubi e Abdelaziz Belaïd) erano già stati parte di governi del ventennio di presidenza di Bouteflika, il quinto, Abdelkader Bengrina, essendo un outsider di stampo islamista impegnato in particolare in una personale battaglia contro il celibato femminile.

LE ELEZIONI BOICOTTATE

Con queste premesse, non ha stupito la modesta affluenza alle urne al 41%, più bassa di dieci punti di quella del 2014 e comunque la più bassa di sempre.

Non ha stupito che la giornata fosse scandita da una dimostrazione di massa che chiedeva a gran voce di non andare a votare.

Ancor meno ha stupito che la giornata fosse scandita da una dimostrazione di massa da parte del movimento protestatario che chiedeva a gran voce di non andare a votare e represso spesso in modo brutale dalla polizia che, a sua giustificazione ha potuto stigmatizzare alcuni tentativi di blocco dei seggi elettorali.

TEBBOUNE ELETTO PRESIDENTE

Da segnalare che nell’attesa dei risultati vi è stata una prima rivendicazione di vittoria da parte di Tebboune, già primo ministro di Bouteflika nel 2017, che come era facile ipotizzare ha fatto subito scattare la risposta di Hirak improntata al rifiuto dell’esito elettorale e alla promessa di un nuovo ciclo di manifestazioni di protesta settimanale. Si è trattato di una rivendicazione che aveva una solida base di riferimento visto che è proprio questo 74enne dirigente e politico algerino a risultare il nuovo presidente dell’Algeria con un consistente 58% dei voti. Nessuna necessità di ballottaggio dunque e una mera formalità l’attesa dei risultati che saranno comunicati dal Consiglio costituzionale entro una decina di giorni.

IL NUOVO CAPO DI STATO STRETTO TRA MILITARI E PROTESTE

Amicizie trasversali, nessuna tessera di partito, aveva iniziato la sua campagna affermando di essere stato un precursore del movimento Hirak in quanto convinto sostenitore della necessità di un processo di riforma del sistema e dalla lotta alla corruzione. Un figlio in carcere con l’accusa di traffico di stupefacenti. Si trova tra l’incudine del potentato militare che certo cercherà di salvaguardare il suo ruolo, sostanzialmente decisorio, e il martello di una diffusa sfiducia popolare di cui il vero Hirak è portabandiera e di cui si attendono le reazioni, ciò che lo pone in una posizione complicata e per di più appesantita dalla crisi economico-sociale che sta attraversando il Paese, nonché dall’incombente minaccia del terrorismo. I suoi primi giorni daranno il termometro della sua capacità di imprimere una rotta costruttiva al suo mandato. Intanto si è saputo che il primo personaggio che gli ha fatto visita è stato l’ambasciatore statunitense; un segnale tutt’altro che trascurabile a livello politico-economico.

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