Category Archives: MENA – Medio Oriente e Nord Africa

I segreti dei Navy seal italiani in missione in Iraq contro l’Isis

I militari feriti erano parte di un contingente ristretto altamente selezionato. In missione per il training e l'assistenza ad azioni antiterrorismo non convenzionali. Cosa c'è dietro le operazioni contro i talebani e l'Isis e l'impenetrabilità sui loro ingaggi.

La Task force 44 degli incursori della marina (Goi) e dell’esercito (Col Moschin) colpita dall’attentato in Iraq, nell’area settentrionale tra le città di Kirkuk e Suleymania, è tra i contingenti italiani più enigmatici dell’estero. Al di là dell’incarico ufficiale di «mentoring e di training delle forze di sicurezza irachene impegnate nella lotta all’Isis», precisato nella nota della Difesa sull’accaduto, nulla si saprà nel dettaglio sulle operazioni affidate ai cinque italiani feriti nel Nord dell’Iraq il 10 novembre 2019. Fino a che punto in particolare l’assistenza ai militari del Paese, iracheni e curdi, si spinga a interventi sul campo e di che natura sia questa assistenza, è no comment.

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NON ADDESTRATORI DI ROUTINE

Si può ragionevolmente ipotizzare, sulla base delle missioni, che è emerso (da inchieste giornaliste o da ammissioni ex post, degli stessi governi) dalla Task force 44 in Iraq, negli anni precedenti, o della Task force gemella 45 operativa in Afghanistan contro i talebani, che i militari italiani feriti dall’ordino artigianale esploso (Ied) non fossero a sminare l’area. Un compito fin troppo elementare, come anche l’addestramento di base dei peshmerga curdi e della fanteria irachena, che l’Italia istruisce e allena con la missione Prima Parthica. Come parte della coalizione internazionale Inherent Resolve, costituita nel 2014 contro l’Isis e a guida americana.

GLI INVISIBILI DI PRIMA PARTHICA

Il centinaio di unità di elité stimate nella Task force 44 sono una parte molto ristretta dei 1.100 militari italiani (scesi poi di alcune centinaia) mandati in Iraq per contrastare l’Isis a partire dal 2014. Soprattutto sono una parte sconosciuta, non palesata all’approvazione delle missioni all’estero in parlamento. Unità impiegate semmai per formare corpi di élite antiterrorismo iracheni. Che vuol dire anche guidarli e assisterli, come avveniva nell’Operazione Sarissa in Afghanistan della Task force 45, in esplorazioni speciali, azioni talvolta dirette contro terroristi. Operazioni di cosiddetta guerra non convenzionale. Anche per trovare materiale utile per l’intelligence italiana e le alleate.

Le missioni affidate alle unità speciali italiane degli incursori sono per definizione coperte dal segreto militare

L’ASSISTENZA IN AZIONI COPERTE

Le missioni affidate alle unità speciali italiane degli incursori (anche di corpi scelti dei carabinieri e dell’aeronautica, presenti in task force di questa natura in Medio Oriente) sono per definizione coperte dal segreto militare: contingenti di élite, militari bravissimi in special modo sembra gli italiani, considerati i migliori addestratori al mondo e voluti per lavorare a stretto contatto soprattutto con i corpi scelti americani. Impegnati quest’ultimi in operazioni antiterrorismo, anche in Libia contro al Qaeda ma più platealmente e di recente in Iraq, che i loro vertici non avrebbero mai palesato se non a missione compita. Con la morte per esempio del capo dell’Isis Abu Bakr al Baghdadi.

Gli incursori del reggimento d’assalto Col Moschin (Wikipedia).

OBIETTIVO: NEUTRALIZZARE I TERRORISTI

La richiesta di una task force per l’Iraq di unità di questo tipo dall’Italia fu rivelata nel 2015 da un’inchiesta de l’Espresso che parlò di un gruppo di «pochi uomini delle forze speciali che colpiscono con discrezione ed efficacia estrema», e di «tanti istruttori, pronti però anche a combattere spalla a spalla con i soldati che addestrano». Dagli accordi di mentoring siglati – per la «neutralizzazione di bersagli di alto valore», si scriveva – , dopo l’Afghanistan che è stato un laboratorio per questo tipo di missioni antiterrorismo, erano pronte secondo indiscrezioni a essere dislocate forze simili in Somalia e in Iraq. Un anno dopo il Fatto Quotidiano tornò a raccontare della «guerra segreta dell’Italia» all’Isis.

Nel 2016 la Task force 44 fu in azione in Iraq durante le offensive contro l’Isis, allora nell’Al Anbar

L’OPERAZIONE CENTURIA

Operazioni militari condotte in Iraq dalle «forze speciali e decise dal governo all’insaputa del parlamento». Da «autorevoli fonti militari», il quotidiano aveva appreso di azioni della «Task force 44» nell’area che nel 2016 era teatro delle principali offensive anti-Isis. Un contingente selezionato, secondo le fonti, ridotto di un centinaio di unità rispetto a quello analogo in Afghanistan, come lasciava intendere anche il nome della nuova operazione Centuria. Degli italiani in azione tra Falluja e Ramadi ne parlavano allora anche i marines, per una missione inquadrata nell’intervento internazionale legittimato dall’Onu del quale è parte anche Prima Parthica. Ma «cosa ben diversa» si specificava da essa.

I NAVY SEAL ITALIANI

Del Comando interforze per le operazioni delle forze speciali (Cofs) italiane fanno parte gli incursori del 9° reggimento d’assalto della Folgore (Col Moschin), della Marina (Comsubin-Goi), del 17° stormo dell’aeronautica e il Gruppo di intervento speciale (Gis) dei carabinieri, affiancati spesso dai parà di ricognizione (185° reggimento) della Folgore e dai ranger alpini (4° reggimento). Il Gis fu creato negli Anni 70 per sconfiggere il terrorismo in Italia. In questi mesi e ancor più dalla morte di al Baghdadi, le intelligence segnalano una recrudescenza degli attacchi jihadisti nel Nord dell’Iraq, soprattutto nell’area di Kirkuk (oltre 30 solo nella prima metà di ottobre) e un aumento di cellule dell’Isis.

DINAMICA E ZONA INCERTE

I militari del commando italiano colpiti dalla bomba artigianale avanzavano a piedi: nel convoglio c’erano anche blindati, ma un pattuglia era a terra. In una zona non ancora identificata con precisione. Da fonti proprie, l’agenzia Ansa ha riportato che si tratterebbe della zona di Suleymania, dentro la Regione autonoma del Kurdistan iracheno. Altre fonti indicano invece l’area a Sud-Ovest di Kirkuk, sul confine interno con la regione, dove avrebbe ora sede la Task Force 44, proprio con il compito di addestrare corpi scelti iracheni di antiterrorismo e forze speciali curde. A la Repubblica più ufficiali dei peshmerga hanno smentito un coinvolgimento curdo nelle operazioni dell’attacco agli italiani.

Fino a che punto l’assistenza antiterrorismo a corpi scelti iracheni può diventare aiuto in scontri e battaglie?

I reparti antiterrorismo Gis dei carabinieri.

CON I CORPI SCELTI DI BAGHDAD?

I connazionali si sarebbero invece trovati in una zona dove erano attive le forze di Baghdad. Sunniti, non è escluso anche sciiti sostenuti dai reparti speciali all’estero dei pasdaran iraniani. E fino a che punto la formazione e l’assistenza antiterrorismo a corpi scelti iracheni può diventare aiuto in scontri e battaglie contro cellule o gruppi dell’Isis? Al confine con il Kurdistan iracheno sarebbe entrata in azione anche l’aeronautica. Un contingente di addestratori italiani molto specializzati, del corpo dei carabinieri, opera poi anche a Baghdad con gli agenti della polizia federale da dislocare nelle zone liberate dall’Isis. La maggioranza dei militari di Prima Parthica (circa 350) si trova invece a Erbil.

LA RIVENDICAZIONE DELL’ISIS

Nella capitale del Kurdistan iracheno si addestrano di routine i peshmerga. A scanso di equivoci, la Task force 44 non ha mai fatto parte neanche della brigata di fanteria Friuli in missione, fino al marzo 2019, a presidio della diga di Mosul dopo la liberazione della capitale irachena dei territori dell’Isis. L’attacco in Iraq agli italiani, rivendicato dall’Isis, è avvenuto alla vigilia dell’anniversario della strage di Nassiriya il 12 novembre 2003. Ma si ritiene che non avesse come target gli italiani. Piuttosto genericamente chi combatte sul campo i terroristi islamici, come il primo ottobre per la bomba al convoglio militare in Somalia. Dove opera un’altra task force speciale italiana contro gli al Shabaab.

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La lettera inedita di Trump a Erdogan sulle sanzioni per gli S-400 russi

Dopo il messaggio sulle operazioni in Siria, il presidente Usa ha mandato una seconda missiva minacciando contromisure relative al sistema missilistico di difesa.

Il presidente americano Donald Trump ha mandato una seconda lettera all’omologo turco Recep Tayyip Erdogan dopo quella trapelata a metà ottobre in cui lo ammoniva riguardo all’operazione nel Nord della Siria. Nel secondo messaggio, che risale a una settimana fa, Trump ha avvisato Erdogan che avrebbe imposto sanzioni alla Turchia per l’acquisto del sistema anti-missilistico S-400 dalla Russia. Lo fa sapere il quotidiano online Middle East Eye in esclusiva. Il tycoon si sarebbe anche detto disposto a riammettere la Turchia nel programma F-35 a patto che Ankara tenga spenti i sistemi difensivi russi. Il 13 novembre i due si incontreranno a Washington, e il tema degli S-400 sarà al centro del bilaterale insieme alle operazioni turche in Siria.

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L’Isis ha ucciso due sacerdoti nel Nord-Est della Siria

L'agguato è avvenuto nella regione di Deyr el-Zor, controllata dalle forze curdo-siriane. Pubblicata la foto del documento d'identità di una delle due vittime.

Due sacerdoti cristiani sono stati uccisi nel Nord-Est della Siria in un agguato rivendicato dall’Isis. Due sicari hanno aperto il fuoco contro l’auto su cui viaggiavano. Secondo i media locali il duplice omicidio è avvenuto nel distretto di Busayra, nella regione di Deyr el-Zor, controllata dalle forze curdo-siriane.

LEGGI ANCHE: La Turchia ha avviato le espulsioni dei foreign fighter dell’Isis

Il gruppo terroristico ha pubblicato un messaggio sui social network con la foto del documento d’identità di uno dei due preti: si tratta di Ibrahim Hanna Bidu, appartenente alla Chiesa armena cattolica della regione orientale siriana della Jazira. Non si conosce l’identità del secondo prelato e non è chiaro se l’altra vittima fosse effettivamente un prete o un accompagnatore.

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Ex 007 inglese trovato morto a Istanbul: addestrava i Caschi Bianchi

Il cadavere dell'ex agente britannico James Le Mesurier rinvenuto nel centro della capitale turca. Con la sua ong appoggiava il famoso gruppo di soccorritori siriani.

Un ex agente dei servizi segreti inglesi e fondatore di una ong che addestrava i gruppi di soccorritori dei Caschi Bianchi in Siria, James Gustaw Edward Le Mesurier, è stato trovato morto stanotte vicino alla sua casa nel centro di Istanbul. Le autorità turche hanno fatto sapere di aver aperto un’inchiesta sulla sua morte. Ex ufficiale dell’esercito britannico, Le Mesurier aveva fondato la Mayday Rescue, con sedi a Istanbul e Amsterdam e finanziamenti dall’Onu e da vari governi. Nei giorni scorsi, la Russia lo aveva accusato di essere una spia camuffata da operatore umanitario.

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La Turchia ha avviato le espulsioni dei foreign fighter dell’Isis

Il primo miliziano a essere rimpatriato è stato un cittadino americano. Nelle prigioni di Ankara ci sono 1.200 terroristi.

La Turchia ha espulso il primo foreign fighter dell’Isis detenuto nelle sue carceri. Si tratta di un cittadino americano, secondo quanto riferito dal portavoce del ministero dell’Interno. Altri sette jihadisti tedeschi del Califfato saranno espulsi giovedì.

«Un terrorista straniero americano è stato espulso dalla Turchia dopo che tutti i passaggi» burocratici «sono stati completati», ha spiegato il portavoce di Ankara, Ismail Catakli. Entro oggi saranno espulsi anche «un terrorista foreign fighter tedesco» e uno danese, che si trovavano in centri di detenzione per stranieri, ha aggiunto il portavoce, che non ha fornito altre informazioni per identificare i jihadisti.

L’intenzione del governo di Recep Tayyip Erdogan di avviare i rimpatri, anche di miliziani che sono stati privati della cittadinanza dai loro Paesi, era stata anticipata nei giorni scorsi. Nelle prigioni turche ci sono 1.200 combattenti dell’Isis, tra cui diversi occidentali ed europei. Altri 287 jihadisti del Califfato, in gran parte stranieri, sono stati catturati da Ankara dopo la sua offensiva lanciata il 9 ottobre contro i curdi nel Nord Est della Siria.

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Chi sono gli shabbiha, i paramilitari fedelissimi agli Assad

Ex trafficanti e criminali, negli Anni 70 vennero inquadrati dal regime di Damasco come forze di sicurezza da utilizzare nella repressione degli oppositori. Squadroni della morte che si sono macchiati di ogni atrocità. E ora combattono a Idlib. La scheda.

Bashar al-Assad il 22 ottobre scorso ha incontrato le truppe governative impegnate in prima linea, nella città di Hbeit, nella provincia di Idlib dove ancora sono intensi i combattimenti tra l’esercito di Damasco e le forze ribelli appoggiate dalla Turchia. Al fianco delle truppe siriane, utilizzate come teste di ponte nei combattimenti c’erano anche milizie paramilitari.

LEGGI ANCHE: Con la guerra turca ai curdi la Siria torna nel 2011

Non certo una novità. In Siria esiste infatti un esercito “fantasma” formato, almeno in origine, da ex detenuti, trafficanti di droga e armi, malavitosi: sono gli shabbiha. Parola che probabilmente in origine significava proprio fantasma ma che in Siria è da decenni sinonimo di criminale, teppista. Le stime parlano di 50 mila combattenti, presenti in tutti governatorati del Paese e reclutati dai servizi di sicurezza siriani. Si dice vengano addestrati sotto la supervisione di Hezbollah, quindi armati e impiegati nelle operazioni di polizia e dell’esercito.

Hafez al-Assad, ex presidente siriano padre di Bashar.

GLI SGHERRI DEL CLAN ASSAD 

A organizzare queste squadre di mercenari furono Rifaat e Namir al Assad, rispettivamente fratello e cugino dell’ex presidente Hafez, padre di Bashar, che prese il potere con un colpo di Stato nel 1970. In un primo momento la loro azione si concentrò a Latakia, Banias e Tartous, sulla costa mediterranea. Poi si diffusero in modo capillare nell’intero Paese. Gli shabbiha erano utilizzati come milizie di sicurezza, ma anche come sicari per eliminare gli oppositori del regime. Si stima che fossero dalle 9 alle 10 mila unità, tutti appartenenti alla minoranza alawita (una corrente esoterica dell’islam sciita) la stessa della famiglia al Assad, che rappresenta il 10% della popolazione siriana. Con la morte di Hafez nel 2000 e l’arrivo sulla scena di Bashar, gli shabbiha o squadroni della morte hanno ampliato il loro raggio di azione. Il nuovo presidente infatti li ha ampiamente sfruttati per reprimere rivolte e manifestazioni.

Ribelli siriani con un presunto shabbiha catturato (Damasco, 2012).

GLI ORRORI DURANTE LA GUERRA CIVILE

È infatti con lo scoppio della rivoluzione siriana, nel febbraio 2011, che gli shabbiha hanno assunto un ruolo centrale nel contenimento delle proteste. Questi paramilitari hanno cominciato ad affiancare anche polizia e servizi durante la cattura e gli interrogatori degli oppositori. Testata sul campo la loro terribile efficacia, il regime li ha poi impiegati anche al fronte, anche come cecchini. 25 maggio 2012 furono loro a entrare a Houla, a nord di Homs, aprendo di fatto la strada all’esercito nella città ribelle. Quel venerdì di proteste si trasformò in un bagno di sangue: le milizie massacrarono 108 civili, tra i quali 49 bambini e 20 donne. Gli squadroni della morte hanno combattuto accanto alle truppe governative a Hama, Daraa, Homs, Damasco e Ghuta al Sharqya e sono state utilizzate come rinforzo alle Tiger Forces, le forze speciali guidate da Suhail Al Hasan, accusato di crimini da Human Rights Watch e nella black list di Stati Uniti ed Europa. E proprio in Europa alcuni di questi miliziani, come raccontato da Al Arabya, sarebbero arrivati mescolandosi tra i richiedenti asilo.

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Perché la politica in Libano è ostaggio dei soliti clan

La piazza chiede la rimozione totale della classe dirigente. Ma non c'è alternativa ai partiti degli ex guerriglieri, dei magnati e dei loro eredi. Di padre in figlio, gli Hariri, i Gemayel e le altre dinastie si spartiscono il Paese dei cedri.

Il premier libanese Saad Hariri ha rassegnato le dimissioni, per placare la popolazione in rivolta. Per il passo di lato ha citato il padre milionario Rafiq, assassinato nel 2005 per mano ancora ignota: «Nessuno è più grande del proprio Paese», una promessa di democrazia attraverso il richiamo alla memoria. E una buona dose di retorica: Hariri è consapevole di essere in un «vicolo cieco» non solamente per le manifestazioni incontenibili. Il ricambio politico preteso dai libanesi non può compiersi con un sistema partitico interamente costruito, come avviene nel Paese dei cedri, su base familistica ed ereditaria. Il premier uscente ne è la prova provata, e anche le altre forze politiche libanesi si tramandano di padre in figlio. Separate tra le componenti politico-religiose stabilite nella ripartizione del potere amplifcata dagli accordi di pace di Taif, nel 1989, che misero fine a 15 anni di guerra civile. Ma già fissata nella Costituzione dell’indipendenza nel 1943.

Libano proteste clan politico
Supporter del presidente libanese Michel Aoun, ex generale di brigata nella guerra civile. Getty Imaes.

IL CAMALEONTICO LEADER DRUSO JUMBLATT

Non ci sono alternative alla ragnatela di partiti controllati dagli ex signori della guerra e dai loro discendenti. In Libano non esistono leader trasversali di movimenti dal basso, anche nascenti, per scardinare il sistema. Il capo dei drusi Walid Jumblatt, per esempio, rappresenta dalla morte del padre nel 1977 i circa 200 mila libanesi (circa il 7% della popolazione) di questo ramo particolare dello sciismo. Socialista, nella guerra civile fu un alleato della Siria e dell’Olp palestinese contro le falangi dei cristiano-maroniti, combattendo anche contro l’attuale capo di Stato ed ex generale Michel Aoun. Ma dall’omicidio di Hariri è diventato un nemico giurato del regime degli Assad, passando dalla parte della coalizione sunnita del 14 marzo del premier uscente, finanziata dai sauditi. Così per i libanesi Jumblatt, 71enne, è il «camaleonte», a capo di una delle più antiche dinastie. L’erede designato è il figlio Taymour, al quale lo scorso anno ha ceduto il seggio parlamentare.

Sul presidente Aoun, 84enne garante delle istituzioni e della stabilità nelle crisi politiche, si fa leva per formare un nuovo esecutivo in Libano

AOUN, IL CRISTIANO CON GLI HEZBOLLAH

Anche a guidare i cristiano-maroniti restano le grandi famiglie Aoun, Geagea, Gemayel e Frangieh. Insanguinate e divise, durante e dopo la guerra, ma saldamente alla spartizione del potere. Presidente del Libano dal 2016, Aoun è stato il protagonista di un altro spettacolare cambio di schieramento, del percorso opposto a Jumblatt: contro l’occupazione siriana fino alla fine della guerra civile, dal ritorno dall’esilio nel 2005 ha finito per appoggiare la coalizione sciita dell’8 marzo guidata dagli ex nemici di Hezbollah. Per il suo ruolo di ponte con le forze filo-iraniane, oggi più armate e potenti del Libano, nell’investitura è stato appoggiato anche dagli Stati Uniti di Barack Obama. E su Aoun, 84enne garante delle istituzioni e della stabilità nelle crisi politiche, si fa leva per formare un nuovo esecutivo. Suo delfino è il genero Gebran Bassil, 49enne ministro degli Esteri e dal 2018 capo del suo movimento politico.

Sami Gemayel, tra gli eredi dei presidenti falangisti Bachir e Amin Gemayel. Getty Images.

FRANGIEH E I FALANGISTI GEAGEA E GEMAYEL

Contraltare di Aoun è Samir Geagea, 66enne e suo rivale da candidato alla presidenza del blocco filo-saudita di Hariri. Ma soprattutto ex capo milizia cristiano delle Forze libanesi, reduce da 11 anni in isolamento per i crimini commessi durante la guerra. Unico leader dei guerriglieri a finire in prigione, Geagea ha pagato per l’intransigenza che mantiene, tra i pochi, contro il Partito di Dio degli Hezbollah. Resta il personaggio più divisivo, sebbene quest’anno abbia fatto notizia per aver stretto la mano, «in segno di unità nazionale», al capo dello schieramento rivale nella comunità maronita, Sleiman Frangieh. Dalla parte dei siriani e accusatore di Geagea per il massacro della famiglia nel 1978, a Ehden. L’altra dinastia di maroniti segnata dal sangue e ramificata in politica sono i Gemayel: Sami Gemayel, 38enne, è figlio del leader falangista Amine, il presidente del Libano durante la guerra civile che seguì al fratello Bachir, assassinato nel 1982. Il figlio 37 Nadim, come il cugino Sami, è stato eletto in parlamento.

Lo sciita Nabih Berri, capo del parlamento dal 1990, è il leader della milizia di Amal dal 1980

I DOLORI DI BERRI E IL POTERE DI NASRALLAH

Per mandato costituzionale il capo di Stato del Libano è di confessione cristiano-maronita (il 35-40% della popolazione). Il primo ministro è un leader della comunità sunnita (circa il 20%) e il presidente del parlamento è un rappresentante degli sciiti (34%). Così se il 49enne Hariri, già premier dal 2008 al 2011, incarna – come nelle dinastie maronite – una continuità con il padre anche negli affari, l’81 enne sciita Nabih Berri è capo del parlamento dal 1990. Leader della milizia di Amal dal 1980, è in carica dalla fine della guerra civile ed è considerato un milionario corrotto: perciò il suo movimento, come quello di Hariri, arretra per gli scandali. Ma il più potente nell’alleanza dell’8 marzo è il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, privo di incarichi politici ma il più armato del Libano. Con Amal è parte dell’esecutivo di Hariri e ha mandato miliziani contro i manifestanti: Hezbollah potrebbe ottenere la rimozione totale del governo che chiedono i dimostranti. Ma con la forza. 

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Le proteste in Iraq che uniscono sciiti e sunniti

Come in Libano, la società si unisce contro il governo. Le manifestazioni hanno contagiato tutti. E a Baghdad migliaia tra studenti e dipendenti pubblici sfidano i cecchini delle milizie. Il quadro della ribellione.

Migliaia di iracheni aspettano le dimissioni del premier Adel Abdul Mahdi, spinte dal parlamento ma ancora ritardate. Sfidano il coprifuoco, radunandosi nella piazza Tahrir di Baghdad, diventata il simbolo della Primavera irachena. Anche se stavolta l’Iraq è più simile al Libano: si sfila in tutte le città, da Bassora e Nassiriya nel meridione sunnita, alle città sante sciite di Kerbala e Najaf, nonostante le pallottole sparate dai miliziani e gli oltre 250 morti. Un’unità nelle proteste che, come nel Paese dei cedri, non si vedeva da anni. Grandi manifestazioni sono attese per tutto il fine settimana contro una «classe politica da eliminare». Il motore delle contestazioni, che possono segnare una nuova svolta dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003, è il pessimo stato economico del secondo produttore di petrolio dell’Opec. Mancano i servizi di base e il lavoro per una popolazione per oltre il 60% è di giovani: gli introiti statali (per il 90% dal greggio) vengono redistribuiti tra le élite corrotte che, come in Libano, si spartiscono settariamente gli incarichi di potere.

Iraq proteste Tahrir
Studentesse in chador alle manifestazioni di Kerbala, Iraq. (Getty).

DAI CENTRI SUNNITI ALLE CITTÀ SANTE

La gente chiede «indietro tutti i soldi» che hanno preso, vuole «l’Iran fuori dal Paese». Le dimostrazioni si sono propagate il primo ottobre, dalle periferie della capitale e verso il centro e il Sud dell’Iraq, grazie al tam tam su Facebook contro la rimozione del numero due dell’antiterrorismo Abdul Wahab al Saadi, internazionalmente riconosciuto come il generale che ha sconfitto l’Isis in Iraq, sciita ma cresciuto a molto apprezzato nelle zone sunnite. L’atto del governo Mahdi è stato interpretato come l’ennesimo gesto di sudditanza verso l’Iran: un giogo che sta esasperando anche aree come Kerbala e Najaf, storicamente il cuore della religione e della cultura sciita in Medio Oriente. Dopo i centri sunniti, anche le due città sante si sono ribellate: nelle proteste del 24 ottobre, almeno 18 manifestanti sono rimasti uccisi, secondo fonti mediche e della sicurezza, negli scontri iniziati nella notta. Ma la durezza delle milizie sciite che aprono il fuoco contro di loro non ferma i giovani sciiti che stanno  diventando la maggioranza tra i dimostranti.

LA SOCIETÀ CONTRO LA CORRUTTELA

Tra loro ci sono ex paramilitari delle brigate sciite mandate in Siria a combattere l’Isis che «poi non hanno avuto niente dal governo». Donne in chador protestano a Kerbala per i figli senza lavoro (al 25% la disoccupazione giovanile nell’ultima statistica nazionale rilasciata nel 2017). I dipendenti pubblici per gli stipendi bassissimi. A Baghdad migliaia di studenti hanno interrotto le lezioni nelle scuole e all’università, per accamparsi a Tahrir. Come in Libano si cantano anche versioni di Bella Ciao e spuntano cappelli di Che Guevara. Invocando le dimissioni di Mahdi, centinaia di ragazzi hanno occupato la torre abbandonata tra la Green Zone istituzionale e piazza Tahrir, dove i cecchini delle milizie sciite erano appostati per sparare sulla folla. L’antiterrorismo a proteggere gli edifici sensibili da «elementi indisciplinati» nega l’uso di armi da fuoco contro i civili, come fanno a Kerbala le autorità. La responsabilità viene scaricata sulle milizie filo-iraniane Khorasani e Badr. Nella Green zone sarebbero arrivate anche «unità dei Guardiani della rivoluzione» dei pasdaran.

Iraq proteste Tahrir
Medici e farmacisti protestano per i salari pubblici in Iraq. (Getty).

AL SADR TRASCINA GLI SCIITI

Un ufficiale di intelligence del ministero dell’Interno reputa la «reazione così dura perché l’Iran non vuole minacce»: dal primo ottobre si stimano circa 250 morti, 8 mila feriti e altre migliaia di arresti in Iraq. Ufficialmente il governo Mahdi ha condannato le violenze contro i civili ed è stata aperta un’inchiesta. Ma in Iraq sono soprattutto i paramilitari delle brigate sciite ad aver combattuto l’Isis, guidate dai pasdaran. E alle stesse si deve la sicurezza in diverse zone. Come i predecessori, il premier Mahdi è vincolato alle direttive di Teheran: le responsabilità non saranno appurate e la repressione non si fermerà. A Kerbala i testimoni hanno raccontato sotto anonimato di aver visto sparare di uomini a volto coperto, temendo ritorsioni. La società protesta anche contro la mollezza e l’impotenza degli ultimi governi, e con gli iracheni – contro Mahdi – si è schierato il leader sciita Moqtada al Sadr. Il religioso, ex capo milizia vincitore (senza maggioranza) delle ultime elezioni con il suo movimento nazional-populista Sairoon agita le folle sciite, spaccando il fronte che l’Iran vorrebbe unito.

Senza una nuova legge elettorale il premier Mahdi sarà rimpiazzato da un altro come lui

SPARTIZIONE ETNICO-RELIGIOSA

A Najaf anche alcuni giovani chierici sono scesi in strada. Nella Tahrir di Baghdad i manifestanti arrivano da centri a centinaia di chilometri di distanza. Dei cortei hanno marciato, respinti dai lacrimogeni, verso i centri di potere nella Green zone e al parlamento. Chiedono, come in Libano, una  «nuova legge elettorale» prima che «nuove elezioni». Altrimenti «anche Mahdi sarà rimpiazzato da un altro come lui». L’ultimo premier iracheno, ex ministro delle Finanze e del petrolio, sciita ma indipendente, è diventato capo del governo a 76 anni nel 2018, dopo mesi di consultazioni dalle Legislative. Nel post Saddam, il sistema politico che si imposto dall’invasione americana prevede un capo di Stato curdo (tra il 15% e il 20% della popolazione), un premier sciita (il 60% degli iracheni) e un capo del parlamento sunnita (il 15%-20%). Ogni blocco etnico-religioso si spartisce entrate e prebende tra l’establishment. Le comunità – tutte – restano senza servizi e welfare. Per Transparency l’Iraq è il 12esimo Paese più corrotto al mondo.

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Le tensioni tra Israele e Giordania e gli arresti incrociati

Amman ha ritirato l'ambasciatore da Tel Aviv per protestare contro la detenzione di due cittadini. Fermato anche un israeliano nei pressi della Valle del Giordano.

A pochi giorni dai 25 anni del Trattato di pace, Israele e Giordania sono in piena crisi diplomatica. Amman ha annunciato il richiamo in patria per consultazioni dell’ambasciatore Ghassan al-Majali in protesta contro la detenzione «numana e illegale» nello Stato ebraico di due cittadini giordani, Heba Labadi e Abdulrahman Miri. Il ministro degli Esteri hashemita, Ayman Safadi, ha detto che questo è «un primo passo» e che la Giordania ritiene «Israele pienamente responsabile delle vite dei nostri cittadini».

LE CONDIZIONI DI SALUTE DEI DUE DETENUTI

Labadi – 32 anni e di discendenza palestinese – è agli arresti amministrativi in Israele (detenzione senza formali accuse) dallo scorso 20 agosto quando fu fermata al valico di frontiera di Allenby. Lo scorso ottobre lo Shin Bet (sicurezza interna di Israele) ha detto che la ragazza è trattenuta «nel sospetto del suo coinvolgimento in gravi violazioni della sicurezza» ma senza ulteriori precisazioni. Labadi è in sciopero della fame nel carcere di Haifa da 36 giorni e – secondo il ‘Club dei prigionieri’, organizzazione palestinese che si occupa dei detenuti – la sua salute si è deteriorata al punto da essere stata ricoverata varie volte in ospedale. Anche per l’altro detenuto, Abdulrahman Miri, fermato lo scorso settembre sempre al valico di Allenby, la Giordania ha denunciato condizioni di salute precarie.

FERMATO UN CITTADINO ISRAELIANO NELLA VALLE DEL GIORDANO

Il ministro Ayman Safadi ha annunciato anche che è stato arrestato un cittadino israeliano «entrato clandestinamente nel territorio» del regno nella Valle del Giordano. Lo riporta l’agenzia ufficiale Petra. Il portavoce del ministero Sufian al-Qudah ha sostenuto che le autorità stanno indagando per poi inviare l’uomo «alle autorità competenti per le necessarie misure legali».

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Le domande ancora aperte sulla morte di al Baghdadi

Perché era nascosto nell’area di influenza turca di Idlib? Che fine faranno gli 11 bambini tratti in salvo? Quanto Russia e Siria hanno collaborato con la Cia? Tutti i dettagli che vanno chiariti dopo la fine del capo dell'Isis.

In un blitz quasi in presa diretta che farà molto comodo a Donald Trump per le Presidenziali del 2020, le forze speciali americane hanno costretto al suicidio il ricercato numero uno Abu Bakr al Baghdadi. Un’operazione seguita il 27 ottobre 2019 «come un film» dal presidente, nella situation room della Casa Bianca del Consiglio di sicurezza riservata a queste occasioni, come accadde con Osama bin Laden. Per quanto Trump avesse sconfessato nel 2011 i meriti di Barack Obama, è cosa buona e giusta festeggiare lui: l’Isis ha mille teste, come al Qaeda, e avrà un nuovo capo, ma con al Baghdadi è scomparso l’artefice del Califfato e il terrorista più pericoloso. Proprio a riguardo alcuni elementi sulla sua intercettazione e sul blitz non possono essere derubricati a dettagli vaghi, e anziché celebrati andrebbero chiariti. Per focalizzare le responsabilità passate (e in prospettiva futura) sul terrorismo islamico. E chiarire il rapporto tra potenze anche rivali in Medio Oriente.

IL RIFUGIO? UN COVO TRA I RIBELLI SIRIANI

Il primo aspetto sul quale riflettere è il luogo del rifugio di al Baghdadi. Il percorso della sua fuga sarebbe stato ricostruito grazie al racconto all’intelligence irachena, cruciale per mettersi sulle tracce dell’ideologo dell’Isis, di una delle mogli catturate e di alcuni suoi ex aiutanti. Poi dalla testimonianza, altrettanto chiave, ai vertici curdi delle Forze siriane democratiche (Sdf), di un informatore dell’Isis. Dall’ultimo bastione di Baghouz, nell’Est della Siria, al Baghdadi non si era spostato nel deserto tra la Siria e l’Iraq, come riteneva la gran parte degli analisti. Ma era riuscito a raggiungere la roccaforte dei ribelli siriani di Idlib: nel dettaglio il villaggio di Barisha al confine con la Turchia. L’autoproclamato califfo si sarebbe trovato lì, con mogli, figli e fedelissimi, almeno dal maggio 2019.

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Il sito di Al Baghdadi in Siria distrutto dal blitz degli Usa.

COME STANNO I FRONTI JIHADISTI? L’ISIS RICONTAGIA AL QAEDA

Nell’area di Idlib è si è continuato a combattere per tutto il 2019. Tra le forze di Bashar al Assad e russe e l’ultima coalizione dei ribelli siriani, che da anni è finanziata dai turchi e include gruppi salafiti legati ad al Qaeda come Hayat Tahrir al Sham (Hts, l’ex fronte al Nusra). A Idlib sono asserragliati anche gli scissionisti di al Nusra di Hurras al Din e di altre frange jihadiste come Ansar al Tawhid, facenti capo alla nuova sigla dei Guardiani della Religione e formalmente sempre sotto l’ombrello di al Qaeda. Da diversi mesi ci sono scontri anche i due fronti qaedisti: gli Hts in particolare svolgono operazioni anti-Isis contro gli ex alleati. Alla fine di agosto anche gli Usa hanno condotto raid a Idlib contro i Guardiani della Rivoluzione. E dei loro membri sono stati uccisi nel blitz contro al Baghdadi a Barisha.

DA ANKARA NESSUNA INFO? AL BAGHDADI ERA A 20 KM DALLA TURCHIA

La filiale di al Qaeda in Siria origina dallo stesso nucleo dell’Isis, anche se dalla scissione a Raqqa i due gruppi si sono aspramente combattuti. Finché gli affiliati dell’Isis in rotta dal 2018 non hanno raggiunto anche Idlib: lì si è temuto un nuovo cartello di al Qaeda, con la saldatura di cellule di al Baghdadi. Dagli antefatti è probabile invece che soffiate su al Baghdadi siano arrivate anche da al Nusra. Ma gli interrogativi sulla Turchia, che certamente ha concesso lo spazio aereo ai mezzi delle forze speciali Usa, restano aperti. L’intelligence di Ankara (parte della Nato) non aveva rilevato, quantomeno come sospetto, il covo di al Baghdadi a 20 chilometri dalla frontiera? Da mesi, e in una zona di sua influenza? Nessuna informazione era arrivata ai turchi dai gruppi jihadisti addestrati?

BAMBINI SOTTRATTI: CHE FINE HANNO FATTO?

Uno squadrone di otto elicotteri americani ha attaccato per circa due ore il Nord della provincia di Idlib. La segretezza sulle rapide analisi per identificare poi il corpo di al Baghdadi e sulla sua dispersione in mare alimenterà sempre illazioni sulla sua morte. Ma era una procedura scontata e, come con bin Laden, inevitabile. E se meritano pochi approfondimenti anche i dettagli coloriti e le iperboli del racconto di Trump sull’operazione, è lecito invece pretendere di sapere cosa ne sarà degli «11 bambini portati via dal rifugio». Sempre l’inquilino della Casa Bianca ha riferito di «tre dei suoi figli trascinati da al Baghdadi con lui nel tunnel, a morte certa». Almeno parte dei minori rimasti in vita (le due mogli presenti sarebbero state uccise) erano figli di al Baghdadi? Dove sono stati trasferiti?

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Il resto di un mezzo con jihadisti vicini all’Isis colpiti nei raid Usa a Idlib. (Getty).

IL GIALLO SULLA FAMIGLIA BIN LADEN: QUALE DESTINO?

Con la famiglia del super terrorista ci sarebbero stati alcuni aiutanti. Trump e i funzionari statunitensi non hanno ancora specificato la parte terza che ha preso in carico i bambini tratti in salvo. Sul destino delle mogli e dei figli di Bin Laden non c’era stata trasparenza, è stato difficile tracciare il loro percorso, attraverso gli Stati mediorientali. Il passato a piede libero del delfino 30enne Hamza, ucciso a settembre tra l’Afghanistan e il Pakistan in un’altra operazione americana, è un capitolo oscuro. Ma anche aver segregato i quadri di al Qaeda in regimi di carcere duro come Guantanamo a Cuba o Abu Ghraib in Iraq – luoghi di torture – ha provocato gravi recrudescenze. Al Baghdadi fu tra gli internati della prigione irachena di massima sicurezza di Camp Bucca, considerata il vivaio dell’Isis.

INTELLIGENCE STRANIERE: CHE RUOLO HA AVUTO LA RUSSIA?

L’ultima nota è sul groviglio di collaborazioni tra intelligence per la cattura di al Baghdadi. Trump è stato sincero sulle «informazioni molto utili dei curdi», sulla collaborazione dei turchi a «sorvolare parte del loro territorio», sul supporto dell’Iraq, del regime siriano e della Russia sua alleata e di Assad che «ci ha aperto alcune basi per l’operazione». Per il gioco delle parti il Cremlino poteva solo negare, mettendo in dubbio la ricostruzione americana e la morte stessa di al Baghdadi. L’ammissione di aver informato Mosca e non il Congresso dell’operazione espone Trump anche al fuoco di fila dei democratici. Ma nella guerra all’Isis, dai raid dell’Amministrazione Obama nei territori occupati dai jihadisti la Cia condivide protocolli di intelligence anche con la Russia e con l’apparato di sicurezza di Assad.

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La maxiquotazione Aramco è alle porte: le cose da sapere

Il 3 novembre dovrebbe arrivare l'annuncio dell'Opa della compagnia petrolifera saudita continuamente rinviato. Bin Salman punta a raccogliere 40 miliardi. Sarebbe il collocamento più grande di sempre. Il calendario.

Tre anni di stop and go, ma alla fine la mega-quotazione in Borsa da decine di miliardi di dollari della società petrolifera saudita Aramco è alle porte. Le indiscrezioni arrivano dalla tv Al Arabiya, secondo cui la trattazione in Borsa delle azioni del colosso partirà l’11 dicembre, mentre l’annuncio ufficiale è atteso per domenica 3 novembre. Ci sono voluti oltre tre anni per mettere a punto quella che potrebbe rivelarsi come la più grande Opa (Offerta pubblica di acquisto) della storia, anche superiore al collocamento con cui nel 2014 il colosso cinese dell’e-commerce Alibaba raccolse sul mercato 21,77 miliardi di dollari, che diventarono oltre 25 miliardi includendo il possibile esercizio delle opzioni.

IN BORSA TRA L’1% E IL 3% DEL CAPITALE

Il governo saudita, con in testa il principe Mohammed bin Salman che è il grande sostenitore dell’operazione, ha infatti lavorato a lungo per convincere gli investitori che il valore della società non è inferiore a 2 mila miliardi di dollari: stando alle ultime indiscrezioni, però, le banche al lavoro sul collocamento avrebbero optato per una valutazione decisamente inferiore e pari a non più di 1.500 miliardi. In ogni caso la quotazione, che dovrebbe riguardare tra l’1% e il 3% del capitale, sarà un affare colossale: nelle intenzioni dei sauditi addirittura 40 miliardi. Del resto la società, malgrado il settore nel quale opera così soggetto a oscillazioni del prezzo di natura geopolitica difficili da prevedere, gode di ottima salute: ha chiuso il 2018 con un utile netto di 111 miliardi di dollari, che può essere archiviato senza dubbio come il bilancio più profittevole del mondo. Anche i primi sei mesi del 2019 non sono stati da meno, con un utile che si è attestato a oltre 46 miliardi di dollari contro i 32 dello stesso periodo dell’anno precedente.

CARDINE DEL PROGRAMMA DI RIFORME DI BIN SALMAN

La parziale privatizzazione di Aramco è al centro di Vision 2030, il piano di riforme che il principe Bin Salman ha lanciato per sostenere la graduale riconversione economica del Paese e renderlo in prospettiva autonomo dallo sfruttamento petrolifero. Dopo il primo annuncio fatto dal re Salman in tv nel 2016, in base al quale sembrava che l’operazione potesse concludersi già l’anno successivo, le difficoltà non sono però mancate, a partire dalla ‘resistenza‘ degli analisti nell’accettare la valutazione da 2 mila miliardi. E così i tempi si sono dilatati e il collocamento, ad agosto del 2018, è stato sospeso.

IL CALENDARIO DELLA QUOTAZIONE

Negli ultimi mesi, però, l’attività è ripresa con vigore, coinvolgendo le più grandi banche d’affari del globo, attratte da commissioni che potrebbero arrivare a sfiorare mezzo miliardo di dollari. Adesso il nuovo calendario, secondo indiscrezioni riportate dal Financial Times, dovrebbe prevedere dopo il via dell’operazione il 3 novembre, l’annuncio del prezzo il 17 novembre e l’inizio della vendita delle azioni il 4 dicembre. Per poi cominciare, dall’11 dello stesso mese, lo scambio sulla piazza saudita Tadawul.

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