Category Archives: M5s

I sondaggi politici elettorali dell’11 novembre 2019

Per la prima volta le forze di centrodestra sfondano il muro del 50%. Fdi cresce più della Lega, ma avanza anche il Pd. Tracollo M5s. La rilevazione Swg.

Per la prima volta i tre partiti di centrodestra superano il 50% nelle intenzioni di voto degli italiani. È questo il dato più significativo dell’ultimo sondaggio realizzato da Swg per il TgLa7, andato in onda la sera dell’11 novembre.

LEGA PRIMO PARTITO E ANCORA IN CRESCITA

Nella rilevazione pubblicata nel corso del telegiornale condotto da Enrico Mentana, la Lega raggiunge il 34,5%, Fratelli d’Italia il 9,5% e Forza Italia il 6,2%. per un totale del 50,2%, a cui potrebbe essere aggiunto l’1,3% di Cambiamo!, la lista del governatore ligure Toti.

Nel dettaglio, si conferma a crescita del Carroccio, che guadagna uno 0,4% rispetto al sondaggio della settimana precedente. Fa meglio ancora il partito di Giorgia Meloni, cresciuto dello 0,6%, mentre Fi resta stabile.

IL PD GUADAGNA OLTRE UN PUNTO, CROLLA IL M5S

Avanza, un po’ a sorpresa, anche il Partito democratico, che guadagna oltre un punto percentuale, dal 17,5% al 18,6%. Consensi erosi, forse, all’alleato di governo, visto che il Movimento 5 stelle un punto lo lascia sul terreno, passando dal 16,8% al 15,8%. Svanisce l’effetto novità per Italia viva: il partito di Matteo Renzi scende al 5,6% dal precedente 6%. MdP, Verdi e +Europa flettono dello 0,3% ciascuno.

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Scontro tra Italia viva e M5s sul futuro di Conte

Renzi: «Il primo ministro resta se l'esecutivo funziona». Ma i pentastellati avvertono: dalla sua permanenza dipende la prosecuzione della legislatura.

Il M5s blinda il premier Giuseppe Conte dagli attacchi di Matteo Renzi, leader di Italia viva che è parte della maggioranza ma che non perde occasione per “picconare” la manovra dell’esecutivo giallorosso.

In un’intervista al Messaggero, Renzi ha dichiarato: «Italia viva ha fatto un lavorone per evitare i 23 miliardi dell’aumento dell’Iva e l’aumento di tasse su cellulari, gasolio, casa. Ora c’è bisogno di eleminare i tre principali errori rimasti: le tasse su zucchero, plastica e soprattutto auto aziendali, che sono un’inspiegabile mazzata alla classe media». Quanto alla tenuta del governo, l’ex premier ha lanciato un avvertimento: «A me sta a cuore il futuro dell’Italia, non quello di Conte. Il primo ministro resta se l’esecutivo funziona».

Nel pomeriggio è arrivata la replica del M5s, con un post ufficiale su Facebook: «Non esiste futuro per questa legislatura se qualcuno prova a mettere in discussione il presidente Conte con giochini di palazzo, immaginando scenari futuri decisamente fantasiosi. Lo stesso vale anche se si continua a indebolire quest’esecutivo attraverso messaggi che fanno male al Paese e che lo mettono continuamente in fibrillazione».

Il governo, si legge ancora nel post, «è forte se lavora unito e compatto». Poi la conclusione: «Tutti dobbiamo lavorare seguendo la stessa strada, perché non esistono scorciatoie. L’accordo sulla legge di bilancio è stato raggiunto da tutte le forze politiche di maggioranza. Ora andiamo a meta e miglioriamo la qualità della vita degli italiani».

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I sondaggi politici elettorali del 30 ottobre 2019

La Lega si conferma sopra il 30% dopo le Regionali in Umbria. Calano sia il Pd che il M5s. In crescita Fratelli d'Italia. La rilevazione di Ixè.

Dopo le elezioni in Umbria, la Lega si conferma il primo partito con il 30,9% dei consensi, in crescita dello 0,4% rispetto alle rilevazioni della precedente settimana.

CALANO SIA IL PD CHE IL M5S

In calo il Partito democratico che passa al 19,5% dal 19,8 e il Movimento 5 Stelle che scende al 19,2% dal precedente 20,8%. Le Regionali umbre danno vantaggio a livello nazionale ai partiti del centrodestra, tranne Forza Italia, e penalizzano la maggioranza di governo, tranne Italia viva di Matteo Renzi, che dal 3,5% passa al 3,7%.

CONTINUA L’AVANZATA DI FRATELLI D’ITALIA

Le stime sono contenute nel somndaggio Ixè condotto per la trasmissione Cartabianca in onda su RaiTre. I dati del sondaggio evidenziano che Fratelli d’Italia sale al 9,5% dall’8,7 %, mentre Fi dall’8,1% passa al 7,7%. In calo ancora +Europa, che passa dal 2,1 all’1%.

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Dopo il 1992 a sinistra non c’è nulla da salvare

Da quando è prevalsa la linea che dice che per vincere bisogna distruggere il proprio passato si è sempre perso. Il Pd si liberi di questa subalternità culturale.

Matteo Salvini ha avuto una seconda investitura dal voto reale e dal voto virtuale. La prima volta ha fallito clamorosamente. Questa seconda volta proverà a limitare le sciocchezze ma nessuno può giurare che non ne abbia in serbo molte altre.

Se gli dovesse andar male, la destra lo potrebbe sostituire con Giorgia Meloni che, come una passista, sta macinando metro su metro e ormai sta diventando leader di un medio partito. Se dovesse fallire anche lei ci sarebbe mister X o miss X a prendere la guida della destra.

Tutto ciò accade perchè la destra in Italia è una cosa vera e forte ed è largamente radicata. Negli anni si è liberata dai propri complessi di inferiorità. Non le importa più se le dicono «fascista», non ha paura di pensieri atroci e feroci. È riuscita persino a prendere il posto della sinistra nei quartieri popolari. È una destra onnivora – e questo potrà essere il suo errore capitale – che vuole smontare tutto, lo Stato, la sinistra, il Vaticano. Si sente sicura di sé, ha inventato una narrazione della storia italiana per cui sembra che non ci sia mai stata una Dc al governo ma che il potere sia sempre stato saldamente nelle mani dei comunisti.

IL PARTITO DEMOCRATICO SOFFRE DI SUBALTERNITÀ CULTURALE

Questo lavoro culturale è un regalo dell’intelligenza laico-radicale e dei commentatori di grandi giornali che a furia di voler dirigere la sinistra distruggendone la storia hanno creato il mostro. È la storia dell’apprendista stregone che si è ripetuta in queste settimane con La Repubblica che festeggia, come Salvini, il fallimento del governo in Umbria. La sinistra non ha leader, non ha popolo.

Si poteva uscire in tanti modi dalla storia del Pci, ma uscirne con una cultura servile è stato un brutto finale d’opera

Non ha idea di sé. L’ultima trovata, quella di nominare il popolo grillino come proprio popolo, è il frutto malefico di decenni di subalternità culturale. Si poteva uscire in tanti modi dalla storia del Pci, ma uscirne con una cultura servile è stato un brutto finale d’opera. Oggi è giusto che i leader che ci sono si arrabbattino a cercare un rimedio per i giorni che verranno. Il peggiore rimedio è far sopravvivere un governo che non è amato e con un premier che avrebbe potuto svolgere un ruolo terzista ma che nel caso Usa-Servizi si è rivelato inadeguato.

IL GOVERNO CONTE E L’ALLEANZA PD-M5S PAIONO ORMAI FALLITI

Il Pd, e quel che rappresenta anche del passato, dovrebbe liberarsi da quello spirito ancillare per cui sente come suo compito quello di mettere riparo alle crisi per impedire che esplodano. Questa volta è bene che esplodano. Credo che il tentativo Conte fosse necessario visto che tanti sostenevano che non aver giocato la carta dell’alleanza Pd-M5s era stato l’errore capitale. L’alleanza c’è stata ed è fallita. Per i cinque stelle è stata anche una tragedia. Non è colpa di Luigi Di Maio: se la destra è figlia della società italiana e di una sua parte essenziale, il grillismo è stato un episodio, un foruncolone, niente che potesse durare. Di Maio, dopo aver detto tanti vaffa, se li è trovati tutti in faccia e si è perso nel rumore di chi, dopo averlo osannato, ora lo detesta.

LA SINISTRA PER SCIOGLIERE I SUOI NODI DEVE SCIOGLIERSI

La sinistra da anni vive subendo il ricatto di forze moderate insignificanti elettoralmente. Non voglio aggiungere problemi a problemi, ma da quando a sinistra è prevalsa la linea che dice che per vincere bisogna distruggere il proprio passato si è sempre perso. Credo che la classe dirigente di sinistra che ha guidato i partiti dopo l’89 ha affrontato impegni gravosissimi, ma non ha capito, e non lo capisce tuttora, che c’è un momento in cui si saluta a centrocampo e si lascia che la squadra si riorganizzi con altri allenatori, altri calciatori, preferibilmente giovani, purchè si mantenga la stessa maglietta. Salvini potrà durare molto o capottare in parcheggio un’altra volta. La sinistra deve sciogliere i suoi nodi, cioè sciogliersi. Ciò che si può recuperare per il futuro è quel passato che scavalca la Seconda Repubblica. Dopo il 92 non salverei nulla.

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La crisi M5s-Pd dopo l’Umbria e il rischio di voto

Giallorossi in fibrillazione per la sconfitta alle Regionali. Ma Di Maio, col Movimento agitato, non può sfasciare tutto. I dem vogliono evitare le urne in sessione di bilancio. E Renzi non ha ancora testato la sua Italia viva. Così si resta al governo. Manovra e "contratto" permettendo.

E ora, come ripartire? Dopo la sconfitta alle elezioni regionali in Umbria, il campo dei giallorossi è ancora minato. Gelidi i rapporti tra Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, che si ritrovano senza una strategia comune. Il premier guida il fronte della responsabilità, che nel governo annovera Dario Franceschini e Roberto Speranza. Si tratta del fronte di chi non vuole trasformare ogni voto in un test per l’esecutivo e pensa che solo un’alleanza politica possa dare radici al governo.

I CINQUE STELLE VOGLIONO METTERE BANDIERINE

Ma il capo del Movimento 5 stelle, che tra i grillini si gioca la leadership, vuole poter sbandierare tagli alle tasse e altre “battaglie di bandiera”: propone di tornare al “contratto” per segnare il patto tra diversi. Cosa farà il Parito democratico? Dice un dem: «È lampante che si sta insieme per costrizione, non per convinzione. Così il governo non dura».

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. (Ansa)

MA SUL “CONTRATTO” IL PD FA MURO

Proprio la parola “contratto” ha fatto rabbrividire gli alleati: è come un avviso di sventura. Da Palazzo Chigi in serata è filtrato che Conte non ha avuto modo di leggere la proposta di Di Maio che chiede di dettagliare in un contratto come quello gialloverde il programma di governo. Ma da quel modello aveva preso le distanze alla nascita del “Conte 2”. E lo stop del Pd è totale: «Per noi non cambia nulla, abbiamo detto no al contratto dall’inizio e non è che, come sulla manovra, a ogni occasione si mette in discussione tutto».

LA SUGGESTIONE DI DRAGHI A PALAZZO CHIGI

Tra l’altro nel giorno dell’addio di Mario Draghi alla Banca centrale europea è tornata a circolare l’idea di un suo approdo a Palazzo Chigi, ma appare poco più di una suggestione. Ora c’è da affrontare la manovra: un vertice di governo, tra martedì 29 e mercoledì 30, dovrebbe servire a trovare l’intesa politica sui nodi ancora aperti nel testo, dalle partite Iva alla famiglia, dalle microtasse al cuneo fiscale, che Di Maio chiede di ridiscutere. La riunione però rischia di assumere i toni di una “verifica” dell’alleanza.

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Mario Draghi.

NON C’È ALTERNATIVA AL FRONTE COMUNE

Le Regionali in Emilia-Romagna a fine gennaio 2020 rischiano di diventare un nuovo test letale. Ma, come spiegato anche da Franceschini agli alleati di governo, non c’è altra prospettiva che far fronte comune, per battere la destra. E farlo cercando un’intesa per volta sulle cose da fare, litigando semmai in silenzio e non sulla scena, perché fa perdere voti. Matteo Renzi promette di fare nuovi proseliti in parlamento, magari anche tra Forza Italia, e continuerà a marcare le sue battaglie.

QUELLA SPINA CHE NON SI PUÒ STACCARE

Intanto il percorso della manovra in parlamento rischia di diventare un calvario di richieste e litigi. Può davvero precipitare tutto fino al voto anticipato? Il Pd, che evoca le urne, si può permettere di aprire la crisi in sessione di bilancio. Tantomeno possono farlo Di Maio, in piena bagarre M5s, o Renzi, che ancora non ha “testato” il suo partito nelle urne. Ecco perché alla fine resteranno tutti insieme forzatamente, un po’ come in quella foto di Narni.

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I flussi umbri dicono che gli elettori Pd-M5s hanno punito l’intesa

Il primo motivo che nelle Regionali 2019 ha spinto i cittadini a "scaricare" dem e grillini rispetto alle Europee è "la non approvazione dell'accordo giallorosso". Al secondo posto "l'insoddisfazione per l'azione del governo Conte". Dietro il voto, secondo l'analisi di Swg, c'è una logica nazionale.

Aveva o no una valenza nazionale questa tornata delle elezioni Regionali in Umbria? Secondo le opposizioni del centrodestra, uscite vincitrici dalle urne, ovviamente sì. Per il premier Giuseppe Conte no: troppo poco rappresentativo il giudizio di 700 mila persone per infliggere un contraccolpo all’esecutivo. Eppure, stando all’analisi dei flussi elettorali condotta da Swg, azienda specializzara in sondaggi politici, la “fuga” degli elettori di Movimento 5 stelle e Partito democratico sembra motivata da logiche nazionali più che regionali.

Il 76% di chi aveva votato il Pd alle Europee ha confermato la sua scelta, solo il 61% degli elettori grillini ha fatto altrettanto

Secondo il report, rispetto alle Europee 2019 il 76% di chi aveva votato il Pd ha confermato la sua scelta, mentre solo il 61% degli elettori grillini ha fatto altrettanto. Alla domanda di Swg rivolta a chi non ha replicato il voto delle Europee, le risposte sono in parte analoghe tra dem e pentastellati. Per entrambi gli elettorati la prima motivazione che li ha indotti alla “fuga” è stata la non approvazione dell’accordo Pd-M5s: 38% dei casi nel Pd e il 54% nel M5s.

NON CONVINCE L’AZIONE DEL GOVERNO CONTE

Al secondo posto c’è “l’insoddisfazione per l’azione del governo Conte“: il 18% nel Partito democratico e il 17% tra i cinque stelle. Come terza motivazione c’è la non conoscenza del candidato governatore Vincenzo Bianconi (12% nel Pd e 2% nel M5s), mentre al quarto si trova il non apprezzamento verso Bianconi (10% nel Pd e 6% nei grillini).

QUALCUNO DELUSO ANCHE DAL PD UMBRO

Tra i mancati elettori dem il 2% si dice deluso dal Pd umbro, e il 4% indica altri motivi, come tra gli ex elettori di M5s. Non risponde il 22% degli ex elettori del Pd e il 25% di quelli ex M5s.

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Di Maio chiude alle alleanze locali con il Pd

Renzi spara a zero sui giallorossi dopo la sconfitta in Umbria. Franceschini ci crede ancora, ma il capo politico pentastellato torna sui suoi passi: «Strada impraticabile, manovra da chiarire». E Zingaretti alza la posta: «Svolta riformista del governo o elezioni».

Matteo Renzi spara a zero su M5s e Pd dopo la pesante sconfitta alle elezioni regionali in Umbria. Mentre il premier Giuseppe Conte resiste e guarda ancora all’orizzonte del 2023, senza pensare a passi indietro. E Luigi Di Maio, incalzato dai suoi, chiude a eventuali riedizioni dell’intesa giallorossa sui territori: «Era un esperimento e non ha funzionato, si è rivelato una strada impraticabile. Dobbiamo dirci che il Pd ci fa male come la Lega, ma al governo siamo alleati perché da soli non abbiamo il 51% e così possiamo ottenere dei risultati». L’esecutivo, ha poi aggiunto su Facebook, «deve agire con una voce univoca che non crei dubbi e perplessità tra la gente. Per fare questo vanno chiarite il prima possibile tutte le misure in manovra».

Voglio iniziare questo post facendo i complimenti a Donatella Tesei, neo presidente della regione Umbria.Grazie anche a…

Posted by Luigi Di Maio on Monday, October 28, 2019

Di Maio ha citato come esempio Quota 100, che i renziani di Italia viva vorrebbero abolire: «Come ho avuto modo di ribadire nei giorni scorsi questa misura rimarrà intatta. Ma in svariate circostanze è stata messa in discussione, generando confusione anche tra la gente».

LA «GENIALATA» DELLA FOTO DI NARNI

Renzi, da parte sua, non ha usato mezzi termini: «La sconfitta in Umbria era scritta ed è figlia di un accordo sbagliato nei tempi e nei modi. Lo avevo detto, anche privatamente, a tutti i protagonisti. E non a caso Italia viva è stata fuori dalla partita. In Umbria è stato un errore allearsi in fretta e furia, senza un’idea condivisa, tra M5s e Pd. E non ho capito la genialata di fare una foto di gruppo all’ultimo minuto portando il premier in campagna elettorale per le Regionali».

RENZI CONTRO IL PREMIER E I SUOI CONSIGLIERI

Quanto a Giuseppe Conte, ha aggiunto Renzi, «evidentemente nello staff di Palazzo Chigi c’è qualcuno che pensa che Conte possa fare miracoli, intervenendo in campagna elettorale e cambiando i risultati. Ignorano, questi signori, che i sondaggi sulla fiducia nei leader non si traducono mai in voti. La percentuale di gradimento ti dice quanto sei simpatico, non quanto sei votabile. E non sempre le due cose coincidono. Nella storia repubblicana leader con un altissimo livello di fiducia personale non sono riusciti a trasformarli in consensi elettorali. Perché è quella che si chiama fiducia istituzionale. Gratifica l’ego, ma non incide alle elezioni».

LEGGI ANCHE: Conte difende il governo dopo la sconfitta in Umbria

FRANCESCHINI RILANCIA LE INTESE LOCALI

Opposto il parere di Dario Franceschini, capo delegazione del Pd al governo: «Non mi sembra particolarmente acuta l’idea che poiché anche presentandoci insieme abbiamo perso l’Umbria, è meglio andare divisi alle prossime regionali. L’onda di destra si ferma con il buon governo e con l’allargamento e l’apertura delle alleanze, non di certo ridividendoci». Sulla stessa linea il governatore dell’Emilia-Romagna, il dem Stefano Bonaccini, che correrà per un secondo mandato: «La sfida in Emilia-Romagna era e resta apertissima. La vittoria della destra in Umbria è netta, ma quella era un’altra partita e io resto fiducioso». E anche il leader di Liberi e uguali, Roberto Speranza, la pensa così: «L’impegno comune tra centrosinistra e M5s per me è la strada giusta».

MA IL M5S NON VUOLE PIÙ SAPERNE

Eppure anche il M5s sembra averci già ripensato. Un post sul Blog delle stelle, apparso dopo le prime proiezioni, ha sconfessato la linea che era stata dettata per l’occasione da Di Maio: «Il patto civico per l’Umbria lo abbiamo sempre considerato un laboratorio, ma l’esperimento non ha funzionato. Il M5s nella sua storia non aveva mai provato una strada simile. E questa esperienza testimonia che potremo davvero rappresentare la terza via solo guardando oltre i due poli contrapposti». Lo stesso Di Maio, come detto sopra, ha successivamente escluso future alleanze con il Pd a livello locale, ma ha difeso il governo: «Sto lavorando affinché l’esecutivo porti a casa il programma nei prossimi tre anni, ma deve essere migliorato e innovato. Poi il voto arriverà e sarà il momento in cui valutare se abbiamo fatto bene o male».

Facciamo prima di tutto i nostri migliori auguri di buon lavoro alla nuova presidente della Regione Umbria Donatella…

Posted by MoVimento 5 Stelle on Sunday, October 27, 2019

ZINGARETTI: «SVOLTA RIFORMISTA O ELEZIONI»

Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, da una parte ha provato a salvare il salvabile, dall’altra ha alzato la posta: «Va rilanciata in fretta una visione del futuro e un profilo riformista e di rinnovamento del governo. Va fatto insieme. L’alleanza ha senso solo ed esclusivamente se vive in questo comune sentire delle forze politiche che ne fanno parte, altrimenti la sua esistenza è inutile e sarà meglio trarne le conseguenze. Una maggioranza non può esistere per paura di Salvini, per evitare il voto dei cittadini o aspettare le nomine degli enti per occupare poltrone».

In Umbria abbiamo subito una sconfitta ed esce confermata la forza dell’alleanza della destra italiana radicata nel…

Posted by Nicola Zingaretti on Monday, October 28, 2019

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Il disastro in Umbria dimostra che l’alleanza strategica M5s-Pd non esiste

Il Conte bis aveva senso se avesse liberato forze desiderose di fermare l’avanzata della destra. Non è accaduto. È stata solo una scorciatoia che ha portato al burrone. Ora a Zingaretti non resta che rifondare un partito di sinistra e socialista. Dall'opposizione.

In Umbria la sconfitta è nettissima e non si tratta solo di un voto locale. L’onda di destra è ancora più forte di prima, persino delle cazzate estive di Matteo Salvini.

Il dato impressionante è il calo drammatico dei 5 stelle che non rimpolpa il Pd che a sua volta perde voti. Fra le ragioni che avevano giustificato l’alleanza di governo, oltre all’obiettivo di mandare a casa il leader della Lega, c’era l’idea che il popolo grillino sarebbe stata la nuova base di una sinistra in crisi. Non è così. Il popolo grillino abbandona Luigi Di Maio e Giuseppe Conte e la base del Pd non si allarga né il concorrente principale, cioè Matteo Renzi, sulla base dei sondaggi sembra aver guadagnato granché. Tecnicamente è un disastro strutturale.

DA PD E M5S SEGNALI DI IRRESPONSABILITÀ

I primi commenti di dem e grillini (pochi), ma soprattutto di Conte rivolti a dire che non cambia niente dopo il voto dell’Umbria sono segnali di irresponsabilità. Il moijto deve essere diventata una abitudine di chi sta al governo. Mi dispiace per gli amici che avevano immaginato come strategica l’alleanza fra Pd e 5 stelle.

La maggiorparte dell’elettorato che si è espresso vuole nettamente riportare al governo la destra tutta intera. Nel campo avverso non c’è una sola ipotesi strategica che stia in piedi

C’è una parte di italiani, cioè quelli che seguono i 5 stelle, che con il Pd non vogliono prendere neppure un caffè. E questo avviene mentre la parte maggioritaria dell’elettorato che si esprime vuole nettamente riportare al governo la destra tutta intera. Nel campo avverso non c’è una sola ipotesi strategica che stia in piedi. Il voto concreto penalizza dem e 5 stelle, il voto virtuale dà poco spazio a Renzi oggi molto avverso a quella alleanza di governo che ha fortemente voluto per poter fare con comodo la scissione.

La neoeletta presidente della Regione Umbria Donatella Tesei festeggia l’esito delle elezioni con il leader della Lega Matteo Salvini a Perugia.

SALVINI È UN POLITICO INCONTENIBILE MA NON UN FASCISTA

Siamo in una di quelle situazioni in cui una classe dirigente si affida due volte al popolo. Gli si affida perché scelga quale proposta preferisce e quali leader vuole che lo rappresentino. Gli si affida perché non si intestardisce a rinviare il voto politico irritando in via definitiva una destra che si sente, giustamente, già vincitrice.

Il governo Conte aveva un senso se avesse liberato forze desiderose di fermare l’avanzata della destra. Non è successo. È stata una scorciatoia che ha portato al burrone

La paura di Salvini non è certo passata dopo questi pochi mesi con Conte che si è buttato a sinistra. Ma Salvini, lo ripeto ossessivamente, non è un fascista, è solo un uomo politico incontenibile che può fare danni. Lo vogliono al governo? Vada al governo. Il governo Conte aveva un senso se avesse liberato forze desiderose di fermare l’avanzata della destra. Non è successo. È stata una scorciatoia che ha portato al burrone. Ora si può fare un passetto più in avanti e si precipita definitivamente o si può provare a salvarsi.

CONTE HA ROVINATO L’IMMAGINE CHE SI STAVA CREANDO

Pd e 5 stelle possono fare anche molte altre alleanze elettorali, ma il tema dell’alleanza strategica non esiste. L’idea dei due popoli che si fondono, cioè di un popolo che cerca capi veri o capi occulti nelle file dei piddini o ex piddini più esperti è una pia illusione. Conte ha commesso l’errore drammatico della vicenda Usa-servizi segreti che ne ha rovinato l’immagine che si stava creando. Ora, come accade ai perdenti, altri scandali intralceranno la sua via. Che fare?

ZINGARETTI DEVE RIFONDARE UN PARTITO DI SINISTRA E RIFORMISTA

Nicola Zingaretti ha un partito che dovrebbe sciogliere e rifondare su una base di sinistra perché l’avanzata della destra, e che destra!, apre una strada a una sinistra radicale e riformista. Non rifiuti neppure il nome, non si combatte la destra con nomi ormai consumati come il Pd o con nomi inventati. Questa roba da rifondare deve essere di sinistra e socialista in modo esplicito. Renzi può giochicchiare quanto vuole ma deve aver capito che non prende voti da Forza Italia. Chi scappa di lì va da Giorgia Meloni. La scissione se voleva dare una scossa al Pd è riuscita, se voleva provocare un sommovimento elettorale è già fallita.

OCCORRE CONVINCERE DRAGHI A DARE UNA MANO AL PAESE

Una sinistra rifondata può fare una proposta di programma, su temi sociali, a quel che diventerà il movimento 5 stelle. Le prime scelte del  governo attuale attorno al cuneo fiscale indicano primi passi programmatici rivolti a parlare ai ceti più indifesi. Un piano straordinario di lavori può fare il resto.

Matteo Renzi può giochicchiare quanto vuole ma deve aver capito che non prende voti da Forza Italia. Chi scappa di lì va da Giorgia Meloni

Bisogna bere l’amaro calice e andare al voto. Bisognerà combattere per non farsi ridurre al lumicino proponendo al popolo di sinistra una forza che mostri di aver imparato dal passato perché è tornata a sinistra e perché ha volti nuovi. Poi si farà opposizione, una opposizione come si deve, a Salvini. Quest’ultimo fallirà per la seconda volta. Nel frattempo una coalizione democratica potrà cercare di convincere Mario Draghi a dare una mano al Paese. Ci vorrà tempo. 

ORA SERVONO INTELLIGENZA, TRASPARENZA E LAVORO

Un consiglio finale: cari compagni di sinistra, smettiamola di dire che bisogna metterci l’anima e altre cose poetiche. È sufficiente metterci intelligenza, trasparenza e tanto lavoro. Salvini si è battuto palmo a palmo tutta l’Umbria i 5 stelle vincevano quando facevano la stessa cosa. Il Pci l’ha sempre fatto. La Dc pure. Da casa si possono fare tante belle cose ma non vincere le elezioni. Ovviamente non ce l’ho con Zingaretti che va viceversa ringraziato perché si è trovato in mano un governo e una alleanza che non voleva e con l’autore dell’operazione che è fuggito. Per fortuna che si è portato via Maria Elena Boschi e Teresa Bella(Razzi)nova, le due voto-repellenti. 

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L’analisi della sconfitta in Umbria di Pd e M5s

Nota dei grillini: «Era un laboratorio, l'esperimento non ha funzionato». I dem: «Riflessione sulle coalizioni senza contenuti». Ma il governo (per ora) dovrebbe tenere.

Non solo la “tipica” analisi della sconfitta a sinistra. Quella umbra è un po’ diversa per un inedito intruso nella coalizione battuta dal centrodestra: il Movimento 5 stelle. Che ha preso meno della metà dei voti dei dem ed è arrivato dietro persino a Fratelli d’Italia. Un post del M5s su Facebook ha provato a spiegare così la débâcle: «Il patto civico per l’Umbria lo abbiamo sempre considerato un laboratorio, ma l’esperimento non ha funzionato. E questa esperienza testimonia che potremo davvero rappresentare la terza via solo guardando oltre i due poli contrapposti».

DI MAIO RISCHIA DI TORNARE NEL MIRINO

È stato assicurato, comunque, che al governo «si rispetteranno gli impegni». Ma il rischio è che subito il capo politico Luigi Di Maio torni nel mirino dei malpancisti, dagli ex ministri come Barbara Lezzi a Giulia Grillo a chi non ha mai digerito il Conte 2 a chi, infine, vorrebbe una rivoluzione nella leadership. E in Calabria ed Emilia-Romagna è molto difficile che il M5s accetti un nuovo patto con il Pd.

DA ZINGARETTI FRECCIATA A RENZI

Già, e i democratici? Il segretario Nicola Zingaretti ha detto: «È una sconfitta netta, ma il risultato conferma, malgrado scissioni e disimpegni, il consenso delle forze che hanno dato vita all’alleanza». E cioè: il Pd rispetto alle Europee ha tenuto e nonostante la fuoriuscita di Matteo Renzi. E Zingaretti ha frenato anche le polemiche interne al governo, facendo implicito riferimento al M5s. «Rifletteremo molto su questo voto e le scelte da fare, voto certo non aiutato dal caos di polemiche che ha accompagnato la manovra economica del governo».

Il capogruppo dem al Senato, Andrea Marcucci, ha parlato di sconfitta che «non ha ripercussioni sul governo ma impone una riflessione sulle alleanze costruite all’ultimo minuto e senza contenuti». Un k.o. che rischia di essere (già) la pietra tombale sull’alleanza giallorossa.

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Zingaretti ha aperto all’alleanza col M5s

Un'intesa futura? Secondo il segretario dem è da verificare. Per contrastare le destre. Intanto il governo va avanti «per i prossimi tre anni».

Il governo andrà avanti. E magari non si fermerà nemmeno al termine di questa esperienza. Le parole pronunciate dal segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti in chiusura dell’assemblea dei sindaci e degli amministratori dem aprono a possibili scenari futuri decisamente imprevedibili prima dell’estate: «Governiamo insieme, sapete che avevo dubbi, ma adesso vogliamo farlo per i prossimi tre anni», ha detto Zingaretti, «va avanti fino a quando riesce a dire e fare qualcosa di utile per il Paese, altrimenti perde di senso».

SI VALUTA ANCHE UN’ALLEANZA FUTURA

E poi, dopo questi tre anni? Niente esclude che lo strano matrimonio tra Pd e Movimento 5 stelle possa proseguire. «Non possiamo non porci il problema», ha detto Zingaretti, che pure aveva nutrito non pochi dubbi sulla coalizione di governo attuale. «Se il 45-48% di Italia si è unito intorno a una rappresentanza politica, l’altro 45-48% che governa insieme ha l’obbligo morale non di fare accordicchi sottobanco di nascosto e non restare fermi a contemplare le divergenze ma trovare punti di convergenza» per verificare «un’alleanza» che non ha importanza, definire o meno «strategica». I partiti che la comporranno, ha aggiunto, «non sono tutti uguali: ci sarà una competizione interna».

«UNA PROPOSTA MIGLIORE DELLA DESTRA»

Il Pd deve costruire un polo che sia «un’alternativa, una proposta migliore della destra con un’idea possibile di sviluppo del Paese», ha proseguito. «Dobbiamo essere una forza nazionale unita, unitaria, plurale. Una forza a vocazione maggioritaria, che parla al Paese, ma non isolata. Di qui l’importanza dei sindaci. Lotteremo per non gettare la spugna e mantenere anche nella nuova legge elettorale lo spirito maggioritario». Intanto ci sono gli impegni di governo: «Dobbiamo condurre una battaglia di verità sulla manovra, che è stata accompagnata da un irresponsabile e sbagliato equivoco, con polemiche nella maggioranza che non le hanno fatto bene», ha detto Zingaretti. «La manovra e i suoi contenuti non solo evitano l’aumento dell’Iva, ma propongono un’idea di futuro possibile per questo Paese fondato su tre parole: crescita, giustizia sociale e green economy», Per Zingaretti «serve una nuova narrazione, sarà il Pd a farla emergere».

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Cosa sapere delle elezioni regionali in Umbria

Il 27 ottobre la regione scossa dallo scandalo Sanitopoli va al voto. M5s, Pd e Iv sostengono insieme Vincenzo Bianconi. Il centrodestra unito punta sulla leghista Donatella Tesei. Guida a una tornata elettorale locale dal sapore nazionale.

Le elezioni in Umbria di domenica 27 ottobre non sono solo le prime Regionali della tornata 2019 dopo la caduta del governo gialloverde ma presentano, a livello locale, la stessa maggioranza che sostiene il nuovo esecutivo. Da un lato ci sono dunque Movimento 5 stelle e Partito democratico e dall’altro un centrodestra a tre punteLega, Fratelli d’Italia e Forza Italia) – che, suggellata l’alleanza con la piazza romana del 19 ottobre scorso, prova a essere più coeso di quanto non sia stato finora.

Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti.

L’INEDITA ALLEANZA PER L’UMBRIA

La disponibilità di correre assieme al Pd alle Regionali umbre è arrivata da Luigi Di Maio lo scorso 15 settembre. Mentre l’ex alleato, Matteo Salvini, dal palco di Pontida arringava il popolo padano, a Roma il neo ministro degli Esteri provava a oscurarlo proponendo al segretario dem Nicola Zingaretti una inedita alleanza locale, pur senza mai nominare il Pd, come del resto aveva già fatto nei discorsi delle consultazioni al Quirinale di agosto. «Tutte le forze politiche di buon senso», fu l’invito di Di Maio, «facciano un passo indietro e lascino spazio a una giunta civica».

SANITOPOLI E GLI ATTACCHI DEL M5S AL PD

Si tratta di un’apertura inattesa, non solo perché avanzata da Di Maio in persona, tra i pentastellati moderati finora più scettici sulla nuova maggioranza, ma anche perché in Umbria la Giunta Pd è implosa sotto lo scandalo “sanitopoli.

L’ex governatrice umbra Catiuscia Marini.

L’esperienza governativa per la Giunta uscente si è infatti conclusa anticipatamente e nel peggiore dei modi, con le dimissioni della presidente della Regione, Catiuscia Marini indagata per il caso dei concorsi truccati nelle Asl umbre e un partito allo sbando commissariato da Roma, con la nomina di Walter Verini. In aprile Di Maio, rimarcando la differenza tra 5 stelle e democratici, diceva: «Il Pd ha usato in questi anni la sanità umbra come bancomat del partito. Le dimissioni della governatrice sono il minimo». In un’altra occasione aveva dichiarato: «La sanità umbra è eccellente ma derubata dal Partito democratico che faceva passare le tracce dei concorsi nelle sue sedi».

IL CANDIDATO GIALLOROSSO È VINCENZO BIANCONI

Di Maio non poteva certo sapere che di lì a poco Salvini avrebbe strappato l’alleanza gialloverde. Mentre sa benissimo che il Movimento 5 stelle finora non è riuscito a espugnare alcuna regione e resta assai debole sul territorio. Da qui l’idea di unire due debolezze (considerato il modo con cui il Pd ha archiviato l’esperienza amministrativa umbra, non è certo dato per favorito) nella speranza di farne una forza politica che si coagulerà attorno alla figura di Vincenzo Bianconi.

Regionali: Umbria; Bianconi
Vincenzo Bianconi, il candidato Pd-M5s

Potrebbe essere difficile convincere la base grillina che si possa siglare una “alleanza per il cambiamento” con chi ha governato per anni la Regione e ne è uscito inseguito dalle inchieste della magistratura. Per questo Di Maio, che nel frattempo su Rousseau ha incassato il “sì” del 61% circa degli attivisti alla coalizione umbra (21.320 scrutini favorevoli rispetto ai 13.716 contrari) continua a ripetere che Bianconi è un candidato «senza tessere di partito in tasca».

LA POLEMICA SUI FONDI DELLA RICOSTRUZIONE

Presidente di Federalberghi Umbria e dell’associazione no profit per la rinascita dei territori colpiti dal sisma I love Norcia, Bianconi è un imprenditore di 47 anni, a sua volta figlio di imprenditori, rampollo di una famiglia di albergatori da sei generazioni. Proprio i suoi hotel sono finiti al centro di una recente inchiesta pubblicata sul Corriere dell’Umbria legata ai finanziamenti per la ricostruzione e a un possibile conflitto di interessi in caso di elezioni. Accuse che Bianconi, le cui attività sono state colpite gravemente dal sisma, ha respinto con sdegno: «Nell’area del cratere su 35 hanno fatto domanda in 19 e 11 hanno ottenuto il contributo quindi non sono solo le mie aziende ad averli ricevuti». Quanto al possibile conflitto di interessi, Bianconi, che in un primo momento aveva replicato con una provocazione («Allora un qualsiasi terremotato non può candidarsi?»), ha promesso: «Se dovessi diventare presidente mi terrei lontano anni luce dal dossier terremoto e da qualsiasi cosa che mi potrebbe riguardare».

A SOSTEGNO DEL CANDIDATO GIALLOROSSO ANCHE RENZI

Andrea Fora, il precedente candidato del Pd che per ordini di scuderia ha fatto un passo indietro per permettere la candidatura dell’attuale esponente giallorosso, si è invece dimesso da Confcooperative Umbria per correre nella lista a sostegno Bianconi per l’Umbria – Patto civico.

Andrea Fora e Vincenzo Bianconi.

Con Bianconi anche Europa Verde e Sinistra civica verde, entrambe riconducibili all’universo della sinistra extraparlamentare. Sciolto anche il rebus di Italia viva. Matteo Renzi, che aveva espresso la volontà di non correre alle Regionali, ha infatti detto che appoggerà il candidato giallorosso.

DONATELLA TESEI, FRONTWOMAN LEGHISTA DEL CENTRODESTRA

La favorita (anche se gli ultimi sondaggi danno Bianconi in costante avvicinamento) è invece l’avvocato 61enne Donatella Tesei. Già senatrice in quota Lega e presidente della commissione Difesa, è stata per 10 anni sindaca di Montefalco.

La candidata per il centrodestra alla presidenza della Regione Umbria, Donatella Tesei.

Matteo Salvini l’ha imposta mesi fa – appena il Pd umbro ha iniziato a scricchiolare per Sanitopoli – a Fratelli d’Italia e Forza Italia. Considerato il successo riscosso dalla Lega alle ultime Europee (oltre il 38%), gli alleati – che a stento a quella tornata hanno raggiunto il 13% assieme – non hanno avuto nulla da obiettare. Donatella Tesei sarà sorretta anche dalle liste civiche Tesei presidente e Umbria civica. Specularmente a quanto accade in casa giallorossa, qui l’incognita – se di incognita si può parlare – è rappresentata da un altro convitato di pietra: Giovanni Toti. Cambiamo, al pari di Italia viva di Renzi, non correrà, ma Toti ha dato indicazioni di sostenere la candidata ufficiale del centrodestra.

L’EX CANDIDATO DEL CENTRODESTRA CORRE DA SOLO

In Umbria correrà anche un candidato ufficioso. Il vero ago della bilancia potrebbe essere Claudio Ricci, che corse per il centrodestra alle Regionali del 2015. Rispetto al democratico Andrea Fora, Ricci non ha preso altrettanto bene l’ordine arrivato da Roma di fare un passo indietro a favore della candidata di coalizione e ha scelto di correre senza vessilli di partito. Lo sosterranno tre liste: Proposta Umbria, Italia civica e Ricci presidente. Nel 2015 prese il 39,27% (contro il 42,78% del centrosinistra), ma all’epoca Ricci poteva contare sui voti di una Lega Nord al 14%, Forza Italia all’8,53% e Fratelli d’Italia al 6%. La lista Ricci presidente prese il 4,49%. Oggi Ricci è dato tra il 5 e il 6%, voti che potrebbe sottrarre alla candidata di Salvini facendo un favore all’esponente giallorosso.

GLI ALTRI IN CORSA: DA POTERE AL POPOLO AI GILET ARANCIONI

Sembrano invece destinati a raccogliere meno del 2% gli altri candidati in corsa: Emiliano Camuzzi di Potere al Popolo, già candidato a sindaco di Terni; Rossano Rubicondi, operaio della Fbm e per anni in Cgil, del Partito comunista di Marco Rizzo; Martina Carletti, che su Twitter si definisce «sovranista costituzionale» per Riconquistare l’Italia; Antonio Pappalardo alla guida dei Gilet arancioni, ex militare dal 2016 è alla guida del Movimento Liberazione Italia che fa riferimento al Movimento dei Forconi.

Antonio Pappalardo con il simbolo del ‘Movimento dei gilet arancioni’.

E Giuseppe Cirillo, sessuologo, psicologo e consulente sentimentale leader del Partito delle buone maniere che il 24 ottobre ha rivelato alla Zanzara di avere fatto sesso con una suora invitando gli ascoltatori a vedere il video su YouPorn.

Giuseppe Cirillo leader del partito delle buone maniere.

QUANDO E COME SI VOTA

I seggi dei 92 comuni umbri si aprono domenica 27 ottobre (si vota dalle 7 alle 23). Con l’entrata in vigore della legge regionale 23 febbraio 2015, n. 4, l’Umbria si è dotata di una nuova normativa elettorale. L’Assemblea legislativa, composta da 20 membri, oltre al presidente della Giunta regionale, è eletta contestualmente al presidente, tramite un’unica scheda, in un unico turno con criterio proporzionale mediante riparto dei seggi tra coalizioni di liste e liste non riunite in coalizione, concorrenti. L’elettore può esprimere uno o due voti di preferenza. Nel caso esprima due preferenze, devono riguardare candidati di genere diverso della stessa lista, pena l’annullamento della seconda preferenza.

TRE POSSIBILITÀ PER GLI ELETTORI

Ciascun elettore può:
votare solo per un candidato alla carica di presidente della Giunta regionale tracciando un segno sul relativo rettangolo. In tale caso il voto si estende a favore della lista non riunita in coalizione ovvero a favore della coalizione di liste collegate al candidato. Votare per un candidato alla carica di presidente, tracciando un segno sul relativo rettangolo e per una delle liste collegate, tracciando un segno sulla lista. Votare a favore di una lista regionale tracciando una X sul contrassegno; in tale caso il voto si intende espresso anche a favore del candidato presidente collegato. Non è invece ammesso il voto disgiunto: il voto espresso per un candidato e per una lista diversa da quelle a lui collegate è nullo così come è nullo il voto espresso per più liste collegate a candidati diversi.

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