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Le Iene, come ti uso la disabilità per fare share

Il servizio sulla relazione d'amore tra uomo con disabilità cognitiva e una donna affetta da sindrome di down è buonista e pieno di stereotipi. Il giornalismo dovrebbe offrire una corretta informazione, non alimentare pregiudizi.

Raramente guardo la tivù ma penso che ogni tanto valga la pena farlo. Ciò che viene trasmesso corrisponde a quel che piace e colpisce i telespettatori.

È una questione di share, di business. Puntare allo “stomaco” delle persone o al loro sistema limbico, dove si dice risiedano le emozioni, è lo scopo di molti programmi perché raggiungere e ammaliare il nostro cervello emotivo è la giusta ricetta per ottenere un buon indice di ascolti. Gli ideatori dei programmi vogliono ottenere questo, ad ogni costo e con ogni mezzo.

La trasmissione Le Iene è una vera campionessa nell’emozionare il suo pubblico. Non sempre invece, a mio parere, nell’offrire un prodotto di qualità. Ne ho avuto prova seguendo il servizio a puntate di Nina Palmeri L’amore e la sindrome di Down: il matrimonio non s’ha da fare, non ancora concluso.

QUEGLI STEREOTIPI CHE MACCHIETTIZZANO I DISABILI

La “iena Nina” racconta la tormentata storia d’amore tra Alberto, uomo con disabilità cognitiva, e Alessandra (nome di fantasia), donna con sindrome di Down. I due si sono conosciuti e fidanzati durante l’estate. Alessandra è orfana, ha un tutore ma vive in un istituto di suore. La loro relazione, secondo il resoconto di Alberto, sarebbe ostacolata dalle religiose che, in “perfetto accordo” con lo spirito cristiano ma anche il senso civile, impedirebbero alla coppia di vedersi e persino parlarsi al telefono.

Se davvero così fosse, si tratterebbe di una gravissima discriminazione oltreché un’inaccettabile limitazione della libertà personale e quindi sarebbe doveroso denunciarla. Ma c’è modo e modo di presentare una storia di vita, come vedremo a breve. Dopo aver raccontato com’è iniziata questa relazione e il brusco modo in cui è stata interrotta, la voce fuoricampo di Nina commenta: «[…] come si può annegare e ostacolare un amore appena nato?». Poi prosegue: «[…] un amore puro, innocente…». Ho avvertito un primo, violento crampo allo stomaco.

Un abbraccia tra Alberto e durante il servizio de Le Iene.

Cara Nina, secondo te, esistono amori impuri e colpevoli? Non penso proprio, non si chiamerebbero amori. Immagino che con queste parole non ti riferissi nemmeno alla castità della coppia visto che Alberto poi ti confiderà il suo (sano) desiderio di fare l’amore con la sua compagna, intenzione che potrebbe benissimo diventare realtà se la loro relazione avrà un seguito. Non crederai anche tu che le persone disabili, comprese quelle con disabilità cognitiva, siano tutte innocenti, vero? Ti concedo il beneficio del dubbio sulla residenza di Babbo Natale ma, ti prego, riponiamo nel cassetto il falso mito sulla nostra presunta purezza. È demodé.

UNA STILE DA TELENOVELA LATINO-AMERICANA

Ma procediamo. Il video prosegue mostrandoci una fotografia che ritrae la coppia, mentre purtroppo anche la nostra voce fuori campo continua a commentare: «[…] L’inizio di una storia d’amore che avrebbe avuto tutti gli ingredienti per un lieto fine e che invece è stata bruscamente interrotta». Secondo crampo.

Dove li hai visti, Palmieri, gli ingredienti per un lieto fine? Al supermercato? Non ti pare un tantino prematuro dare per assodato il «per sempre felici e contenti»?

Ricapitoliamo: i due si sono conosciuti pochi mesi fa e, da quel che possiamo dedurre, hanno trascorso insieme un tempo molto limitato per poter dire vicendevolmente di conoscersi a fondo. Dove li hai visti, Palmieri, gli ingredienti per un lieto fine? Al supermercato? Non ti pare un tantino prematuro dare per assodato il «per sempre felici e contenti»? Per carità, gli amori a prima vista che poi si trasformano in legami duraturi esistono ma io ci andrei coi piedi di piombo prima di lanciarmi in certe affermazioni.

Alberto intervistato da Nina Palmieri.

Indubbiamente però lo stile “telenovela latinoamericana” fa molta presa sul telespettatore medio e lo share è assicurato. Che la “sparata” sia verosimile passa in secondo piano. Poi Nina per fortuna si riprende e accenna all’utilità di fare un passo per volta vista la complessità di argomenti come il matrimonio e il sesso ma è una frase di contorno che non riesce a scalfire l’immagine della coppia perfetta, ostacolata da streghe cattive. Ci confida anche che «Albi» è un «romanticone» e di come l’amore nella sua vita abbia avuto sempre un ruolo cruciale (esattamente come in quella di moltissimi altri esseri umani, ma questo è un dettaglio trascurabile e trascurato, ndr).

QUELL’ODIOSO PIETISMO DI CHI SI SENTE PIÙ FORTUNATO

Ora è Alberto a parlare. Ci racconta di sentirsi diverso dagli altri e di non aver mai vissuto una storia d’amore, di non avere mai avuto una fidanzata proprio a causa di questa sua diversità. Istintivamente la mia coinquilina, seduta con me in divano, esclama: «Poverino!». Ecco, appunto. È la tipica reazione che una storia del genere suscita nello spettatore medio ed è l’obiettivo che probabilmente le Iene volevano raggiungere: nutrire il pietismo di chi guarda, quell’insano sentimento di chi si sente più fortunato e chiaramente superiore.

La vicenda dovrebbe provocare rabbia e indignazione, non pietà

Ma una vicenda del genere, se effettivamente vera, dovrebbe provocare solo rabbia e indignazione perché riguarda un caso di (presunta) discriminazione e diritti negati. L’intervistatrice accenna al diritto di tutti ad amare ed essere amati e che tale diritto non dovrebbe essere soggetto ad alcuna restrizione ma il valore di queste parole si perde dentro la melassa buonista e piena di luoghi comuni di cui è intriso tutto il servizio.

Nina Palmeri de Le Iene.

«Tu l’amore non lo conoscevi e adesso dell’amore hai conosciuto anche quest’altro aspetto, la sofferenza», dice la Iena all’uomo, «però non ti sentire solo perché tutti noi soffriamo per amore!». Mal comune, mezzo gaudio, insomma. Consolazione ineccepibile, Nina, un cervello rubato alla psicologia!

I GIORNALISTI DOVREBBERO SFTARE I LUOGHI COMUNI

La vicenda continua ma penso che questi esempi siano sufficienti per capire la pessima qualità del servizio. Le Iene dice di essere un programma di approfondimento che propone inchieste e reportage ma il giornalismo è una cosa seria e richiede una grande responsabilità che non sembre i suoi autori dimostrano di avere. Come viene riportato un fatto, una storia, può influenzare poi la percezione che l’opinione pubblica si costruisce apprendendo la notizia. I giornalisti dovrebbero anche contribuire a sfatare e distruggere gli stereotipi e i luoghi comuni che, ahinoi ,purtroppo ancora gravano sulle persone appartenenti alla categorie socialmente più tipizzate. In questo caso poi una presunta vicenda di discriminazione sociale è stata trasformata quasi in una fiaba, tanto è vero che, quando Alberto e la Palmeri si recano presso l’istituto dove vive Alessandra, la voce fuori campo di Nina si chiede: «La nostra Rapunzel sarà lì, nella torre?».

L’ESEMPIO DEL PROGETTO CASA AL SOLE A PORDENONE

Come descrivereste una persona con sindrome di Down o disabilità cognitiva dopo aver guardato questo servizio? Probabilmente come una persona buona, indifesa, romantica, pura e sfortunata. Esattamente come la pensa il 90% degli italiani. Ma questo è solo un pregiudizio, un preconcetto falso, infondato e buonista. Gran bell’apporto che hanno offerto al cambiamento delle teorie di senso comune sulle persone con disabilità. Guardate ora quest’altro video. Racconta di Casa al sole, un progetto di vita indipendente rivolto a persone con sindrome di Down a Pordenone. Anche in questo caso c’è una storia che, sebbene sia finzione, ha lo scopo di presentare gli inquilini della casa e mostrare come gestiscono le loro giornate. La seconda parte del girato, invece, riprende alcune scene della loro reale vita quotidiana. Dopo averlo visto com’è cambiata la vostra immagine delle persone con disabilità cognitiva e sindrome di Down? Care Iene, guardate il video anche voi. Magari vi offrirà qualche spunto utile a presentare in modo meno stereotipato e più realistico i protagonisti con disabilità delle storie che raccontate.

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