Category Archives: Economia

Chi è Lakshmi Mittal, il Paperone indiano che vuole lasciare l’Ilva

Il Ceo del colosso anglo-indiano ArcelorMittal è tra i 100 uomini più ricchi al mondo. Profilo dell'imprenditore originario del Rajastahan in fuga da Taranto.

È l’uomo che sta dando del filo da torcere al governo Conte nella partita per l’Ilva di Taranto. Ma chi è esattamente Lakshmi Mittal, il paperone che viene dal Rajasthan? Classe 1950, sposato e padre di due figli, vive a Londra (Kensington) ed è Ceo di ArcelorMittal, di cui detiene il 37,39%. Il gruppo è il più grande produttore di acciaio: possiede impianti in oltre 60 Paesi, siti industriali in 18 e fattura quasi 80 miliardi di euro l’anno. Numeri che chiamano altri numeri: ArcelorMittal ha 209 mila dipendenti in tutto il mondo e vanta una produzione dichiarata (nel 2018) di 96,42 milioni di tonnellate di acciaio (a fronte di una capacità produttiva di circa 118 milioni di tonnellate).

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MITTAL FONDÒ LA PRIMA AZIENDA A 26 ANNI

Mr Mittal, al 91esimo posto nella classifica 2018 dei super ricchi stilata da Forbes con una ricchezza di 13 miliardi e 600 mila dollari, è un “figlio d’arte”. E la sua storia con l’acciaio parte da lontano. Nel 1960, si trasferì con la famiglia a Calcutta dove suo padre Mohanlal gestiva un’acciaieria. La stessa in cui Mittal mosse i primi passi nel settore. Dopo la laurea, appena 26enne, si mise in proprio. Fondò un’azienda in Indonesia e nel 1989 acquisì l’Iron & Steel Company, uno stabilimento siderurgico sull’orlo del fallimento a Trinidad e Tobago (Stato dell’America centrale). La formula si rivelò vincente. In un solo anno Mittal raddoppiò la sua produzione e cominciò a comprare in tutto il mondo acciaierie (soprattutto statali) in forte crisi.

LA NASCITA DEL COLOSSO ARCELORMITTAL

Nel 2006 la Mittal Steel Company acquisì con un’offerta pubblica Arcelor (nata a sua volta nel 2002, dall’unione della spagnola Aceralia, con la francese Usinor e la lussemburghese Arbed), dopo il fallimento dell’accordo tra Arcelor e la russa Severstal. Fu così che nacque ArcelorMittal. Un gigante che attualmente copre il 10% della produzione globale di acciaio. Il quartier generale del gruppo si trova in Lussemburgo ed è quotato nelle Borse di Parigi, Amsterdam, New York, Bruxelles, Lussemburgo e Madrid. Mittal lo gestisce insieme al figlio Adyta da Londra. L’uomo dell’acciaio dal 2008 siede anche al tavolo del Consiglio d’amministrazione della Goldman Sachs.

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IL “TAJ MITTAL” DI KENSINGTON

Sposato con Usha, Lakshmi Mittal, oltre a Adyta ha una figlia: Vanisha. Per dare un’idea della ricchezza di cui dispone basta ricordare che la residenza di famiglia a Kensington Palace Gardens è una reggia di 5 mila metri quadrati, ed è talmente sontuosa da essersi guadagnata il soprannome di Taj Mittal. Al momento dell’acquisto, 10 anni fa, con i suoi 120 milioni di euro risultava l’abitazione più costosa del mondo. Al suo interno conta 12 camere da letto, una piscina al coperto, bagni turchi e un parcheggio per 20 auto. Mittal non ha badato a spese nemmeno per il matrimonio della nipote, Shrishti Mittal: tre giorni di festa costati circa 50 milioni di sterline. Ulteriori dettagli non si conoscono. I 500 invitati hanno infatti dovuto firmare accordi di riservatezza.

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Come funzionano gli sgravi per le aziende che assumono chi ha il reddito di cittadinanza

Entro il 15 novembre lì'Inps pubblicherà i moduli per la richiesta e da questo mese si potrà chiedere lo sconto sui contributi.

Le aziende che assumono beneficiari di reddito di cittadinanza potranno da novembre chiedere lo sgravio contributivo collegato a questa misura. Entro venerdì 15 l’Inps – secondo quanto annunciato in un messaggio – pubblicherà i moduli per la richiesta e da questo mese si potrà chiedere lo sconto sui contributi per queste assunzioni recuperando nel caso in cui l’assunzione ci sia già stata anche le mensilità precedenti.

TETTO MASSIMO DI 780 EURO AL MESE

L’agevolazione che si chiamerà “Srdc” (Sgravio reddito di cittadinanza) consente alle imprese che assumono titolari di reddito di avere l’esonero dei contributi previdenziali (non di quelli Inail) nel limite dell’importo mensile del Rdc percepito dal lavoratore all’atto dell’assunzione. Il tetto massimo sarà di 780 euro al mese e lo sgravio si potrà percepire per un periodo pari alla differenza tra 18 mensilità e le mensilità già godute dal beneficiario stesso (ma comunque per almeno cinque mensilità). Il datore di lavoro che è interessato ad avere l’incentivo dovrà inviare la domanda telematica per il riconoscimento dell’agevolazione con l’indicazione dell’importo e della durata.

SGRAVIO RIDOTTO IN CASO DI TRASFORMAZIONE IN PART-TIME

L’Inps verificherà che il datore di lavoro abbia comunicato la disponibilità dei posti vacanti (vacancy) alla piattaforma digitale dedicata al Rdc presso l’Anpal, calcolerà l’ammontare del beneficio e verificherà che per quel datore di lavoro vi sia possibilità di riconoscere aiuti de minimis (200 mila euro il tetto di aiuti per un’unica impresa). L’ammontare dello sgravio sarà pari alla minor somma tra il beneficio mensile del Rdc spettante al nucleo familiare, il tetto mensile di 780 euro i contributi previdenziali e assistenziali a carico del datore di lavoro e del lavoratore calcolati con riferimento al rapporto di lavoro a tempo pieno. Chiaramente in caso di assunzione a tempo pieno e successiva trasformazione in part-time l’importo dello sgravio sarà ridotto. Bisognerà indicare nella domanda se l’assunzione del beneficiario di reddito di cittadinanza riguarda un’attività lavorativa coerente con il percorso formativo seguito in base al patto di formazione. In questo caso il datore di lavoro avrà un beneficio ridotto perché una quota dell’incentivo viene riconosciuta, sempre in forma di sgravio contributivo, anche all’Ente di formazione che ha riqualificato il lavoratore assunto. I controlli sull’effettiva sussistenza dei presupposti per la fruizione dello sgravio sono in capo all’Inps, all’Anpal e all‘Ispettorato del lavoro. Con la domanda di novembre sarà possibile in caso di assunzioni di beneficiari del reddito fatte nei mesi scorsi recuperare l’incentivo relativo ai mesi di competenza da aprile a ottobre 2019.

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La polemica su Milano tra Provenzano e Sala

Per il ministro del Sud «la città restituisce meno di quanto attrae» e «attorno si è scavata un fossato». Ma il sindaco non ci sta.

Milano restituisce meno di quanto riceve. È questo il senso delle parole del ministro del Sud Giuseppe Provenzano, protagonista di un botta e risposta a distanza col sindaco Giuseppe Sala. «Tutti decantiamo Milano, ma non è la prima volta nella storia d’Italia che è un riferimento nazionale. A differenza di un tempo, però, oggi questa città attrae, ma non restituisce quasi più nulla di quello che attrae. Intorno a essa si è scavato un fossato: la sua centralità, importanza, modernità e la sua capacità di essere protagonista delle relazioni e interconnessioni internazionali non restituisce quasi niente all’Italia. È la sfida che dovremo provare a cogliere».

«MILANO RESITITUISCE QUANTO LE VIENE CHIESTO»

Milano «restituisce nella misura in cui ci viene chiesto e nella misura in cui veniamo messi in condizione di farlo», è stata la risposta del sindaco. «Per esempio, le ex municipalizzate milanesi sono un esempio di buona gestione. Vogliamo trovare una formula per cui allargano il loro raggio di azione anche altrove? Parliamone».

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Scadenza al 2 dicembre per 1,8 milioni di italiani che cercano la “pace fiscale”

Partono i servizi online dell'agenzia delle Entrate per mettersi in regola col fisco. La scadenza è stata spostata al 2 dicembre per tutti, anche per quelli che hanno ritardato anche a pagare la prima rata della rottamazione ter.

Un esercito di circa 1,8 milioni di cittadini che ha l’ennesima possibilità di mettersi in regola col fisco: sono i contribuenti che hanno aderito alla rottamazione-ter e al saldo e stralcio delle cartelle e che entro il 2 dicembre dovranno versare la rata prevista dal loro piano dei pagamenti.

I SERVIZI ON LINE DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE

Per loro partono i servizi online dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione. Sul sito si può richiedere copia della ‘Comunicazione delle somme dovute‘, la lettera già inviata con il conto degli importi da pagare e i relativi bollettini. Con “ContiTu“, si potrà quindi scegliere quali degli avvisi o cartelle contenuti nella “Comunicazione” si vogliono effettivamente pagare.

NUOVE SCADENZE PREVISTE DAL DECRETO FISCALE PER I RITARDARI

La scadenza riguarda il pagamento della prima rata di circa 385 mila contribuenti che hanno aderito al saldo e stralcio e di circa 267 mila ritardatari della rottamazione-ter, cioè chi ha usufruito della riapertura dei termini fino al 31 luglio 2019 per presentare la domanda (la scadenza iniziale era fissata al 30 aprile 2019). A questa platea si aggiungono circa 1 milione 170 mila contribuenti che hanno aderito alla rottamazione-ter entro il 30 aprile, compresi coloro che hanno mancato l’appuntamento della prima rata fissato allo scorso 31 luglio. Per questi ultimi, infatti, il decreto fiscale prevede la possibilità di rientrare nei benefici previsti dalla rottamazione saldando prima e seconda rata proprio entro il 2 dicembre. Alla stessa data è fissato il termine per il pagamento della seconda rata della rottamazione-ter per i contribuenti che hanno versato la prima entro lo scorso 31 luglio.



I contribuenti possono quindi chiedere una copia della “Comunicazione” sul sito www.agenziaentrateriscossione.gov.it, accedendo all’area riservata del portale con le credenziali personali. “ContiTu” consente invece di scegliere quali degli avvisi o cartelle ammessi al pagamento agevolato si vogliono effettivamente pagare e ricalcolare l’importo dovuto. Ad esempio, chi ha chiesto di rottamare 7 cartelle, ma si rende conto che potrà pagarne soltanto 4, può scegliere i debiti che intende definire e “ContiTu” fornirà un nuovo totale e i relativi bollettini. Per i restanti debiti la definizione agevolata non produrrà effetti e l’Agente della riscossione dovrà riprendere le azioni di recupero

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Ecco quanto il governo incasserà e perderà dalla manovra

Due miliardi dalle microtasse, destinati a raddoppiare nel 2021. A farla da padrone è la plastic tax.

Il lungo lavoro di taglia e cuci all’interno del governo è terminato. La manovra è stata ‘bollinata’ dalla Ragioneria dello Stato. La nuova versione della legge di bilancio verrà inviata a breve in parlamento. Il testo è composto da 119 articoli ed è lungo 90 pagine. Uno dei primi interventi riguarda la sterilizzazione delle clausole Iva. Ecco cosa prevedono le tabelle di sintesi allegate al testo della legge di bilancio.

2 MILIARDI DALLE MICROTASSE

Dalle nuove tasse introdotte aumenteranno nel 2020 il prelievo fiscale per oltre 2 miliardi. Ma l’anno successivo l’incasso raddoppia a oltre 4 miliardi. A guidare i prelievi sarà la tassa sulla plastica, che vale 1,079 miliardi nel 2020, visto che si applica da metà anno, e 2,192 miliardi nel 2021. Quest’ultima norma alleggerirà la tasche dei contribuenti di circa 868 milioni Il prelievo sale ancora nel 2021 se si considera la stretta sulla flat tax ora esistente fino a 35 mila euro: vale 824 milioni e porterebbe il maggior esborso fiscale tra due anni a sfiorare i 5 miliardi. Non va dimenticato però che la prima voce della manovra blocca 22,6 miliardi di aumenti Iva e 400 milioni di incassi di accise che sarebbero scattati automaticamente a gennaio come ‘clausole di salvaguardia’.

224 MILIONI DALLA SUGAR TAX

Il ‘congelamento’ della cedolare sugli affitti concordati, che doveva passare al 15% e che invece rimane al 10%, porta invece un risparmio sulle tasche degli italiani di 201 milioni. Il ‘piatto’ fiscale del 2021 conta anche 233,8 milioni di incassi dalla tassa sulle bevande zuccherate, 88,4 dalle accise sui tabacchi, 30,6 dall’imposta su cartine e filtri delle sigarette, 108 milioni dall’arrivo della web tax, 25 milioni dall’esenzione dell’imposta di bollo sui certificati penali, 332,6 milioni dalla stretta sui finge benefit aziendali, 51,3 milioni per la revisione dei limiti di esenzione dei ticket restaurant aziendali.

DETRAZIONI SOLO SU PAGAMENTI TRACCIABILI

La stangata del 2021, oltre che dalla plastic tax, arriva anche dai paletti messi alle detrazioni fiscali, che saranno riconosciute in gran parte solo se i pagamenti sono stati fatti l’anno precedente in modo tracciabile: gli italiani – calcola il governo – avranno 868 milioni di ‘sconti’ in meno e in pratica di tasse in più da pagare. L’anno successivo il maggior esborso si assesta a 496 milioni.

894 MILIONI DALLA STRETTA SULLE PARTITE IVA

La stretta sul forfait al 15% per le partite Iva vale 894 milioni nel 2021 e 568 milioni nel 2022. Il paletto più ‘pesante’ è quello sul divieto di cumulo per chi ha altri redditi da lavoro dipendente o assimilati superiori a 30 mila euro, che vale 593,8 milioni nel 2021 e 350 milioni nel 2022. Con lo stop alla flat tax sopra i 65 mila euro che doveva scattare dal 2020, invece, lo Stato ‘risparmia’ 154 milioni nel 2020, ma ben 2,5 miliardi nel 2021 e 1,5 miliardi nel 2022 quando la norma entrava a regime.

BONUS BEBÈ INTERO PER UN TERZO DEI BENEFICIARI

Circa un terzo dei beneficiari del bonus bebè riceverà il massimo dell’assegno, 160 euro al mese, perché il nuovo nato arriverà in famiglie con Isee sotto i 7 mila euro. I nuovi nati del 2020 vengono indicati in 440 mila di cui 140 mila in famiglie povere. La metà degli assegni sarà comunque maggiorato del 20% perché andrà a figli dal secondo in poi.

SOLO 8 MILIONI LORDI PER LE PENSIONI

Sono solo 8 milioni lordi (6 milioni al netto delle tasse) i fondi destinati alle pensioni fino a quattro volte il minimo (2.052 euro lordi al mese) la cui rivalutazione in modo pieno (100%) è prevista dal 2020. Circa 3 euro lordi in più all’anno (25 centesimi al mese) per i 2,8 milioni di pensionati beneficiati secondo la Cgil.

IL RINNOVO DEI CONTRATTI COSTA 5,7 MILIARDI

I 3 miliardi e 175 milioni per il rinnovo del contratto degli statali, che entrerà a regime nel 2021, corrispondono ad aumenti in busta paga del 3,5%. Quello per il settore non statale, compresi Comuni ed enti locali, vale 2,53 miliardi, sempre a regime, di cui dovranno farsi carico i bilanci dei territori. La somma totale per il rinnovo di tutto il pubblico impiego, quasi 3,3 milioni di dipendenti, ammonta così a 5,7 miliardi di euro. E il rialzo del 3,5% vale anche per la sanità.

LO STOP AL SUPERTICKET COSTA 185 MILIONI

L’abolizione del superticket sanitario da settembre peserà sulle casse dello Stato per 185 milioni di euro nel 2020. Dal 2021, il minor gettito sarà di 554 milioni di euro.

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Siamo poveracci con portafogli (quasi) pieni

Pochi nel cosiddetto primo mondo si rendono conto di appartenere alla percentuale più fortunata del Pianeta. Questa errata percezione unita alla disuguaglianza crescente ci condanna al caos. E in un mondo globalizzato anche le proteste lo sono.

Il neo-liberismo nasce e muore in Cile. È una scritta comparsa sui muri di Santiago, che ricorda come dopo il putsch militare contro il presidente Salvador Allende, la dittatura di Pinochet fu il primo banco di prova delle teorie di Milton Friedman e dei suoi Chicago boys, un gruppo di giovani economisti cileni chiamati dal governo a liberalizzare l’economia del Paese. Laissez-faire, monetarismo, taglio delle tasse ai ricchi, privatizzazione di previdenza e sanità sono stati i loro capisaldi teorici.

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«Miracolo cileno» lo defini l’economista neo-liberista che ispirò poi altri Paesi e leader negli Usa (Ronald Reagan) e in Europa (Margaret Thatcher). Ora quel miracolo si trova nel pieno di una rivolta sociale scoppiata con incredibile velocità e forza. E la cui principale causa è spiegata in un tweet dell’altro giorno di Branko Milanovic che segnala come «il Cile batta la Russia per ricchezza detenuta dai miliardari sulla percentuale rispetto al Pil nazionale (Forbes 2014). Il Cile, sotto quest’aspetto, è attualmente il Paese più ineguale al mondo».

PERCHÉ LA RIDISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA È NECESSARIA

Milanovic, autorevole economista serbo-statunitense nel saggio del 2017  Ingiustizia globale, migrazioni, diseguaglianze e il futuro della classe media segnalava come la crescente diseguaglianza e concentrazione delle ricchezze in poche mani rendesse indispensabile la ridistribuzione dei redditi da parte del capitale. Pena il precipitare nel più generale scatenamento di criminalità diffusa, proteste di piazza, permanenti tensioni e conflitti sociali. Sostanzialmente quel sta accadendo un po’ in tutto il mondo. E che segnala due grandi disattenzioni. Una evidente a tutti, ma alla quale non si riesce a porre concreto rimedio, l’altra invece non considerata, anche se la sua azione produce idee e convinzioni errate, dunque soluzioni illusorie

APPARTENIAMO AL 5% E NON CE NE RENDIAMO CONTO

La prima riguarda il permanere di un’abissale sperequazione, riassunta  dall’1% di ricchi contrapposto al 99% di poveri, che è stata la bandiera della protesta di Occupy Wall Street scoppiata però più 10 anni fa. La seconda si riferisce al fatto che quasi nessuno in Italia, come nel resto dell’Occidente sviluppato, è consapevole di appartenere, anche se non miliardario e nemmeno milionario, a una frazione minima della popolazione mondiale benestante. Ossia di essere non l’1% però ben dentro il 5%. Se volete verificarlo andate sul sito globalrichlist.com e digitate il vostro reddito. Scrivete per esempio 20 mila euro, che possiamo considerare un reddito medio-basso: dopo un rapidissimo conto scoprirete di fare parte del 2,26% di popolazione mondiale più ricca. Ora questo giochino è funzionale a una bella iniziativa di charity marketing la cui filosofia è riassunta nel messaggio che lancia e che ci dice: «Vedi che sei molto più ricco di quel che credevi….allora tira fuori i soldi, fai un offerta per una buona causa».

CI SENTIAMO POVERACCI, MA NON LO SIAMO

Certo bisogna tenere ben presente che a un impiegato o un operaio che sta a Como, Bologna, Livorno o Bari non interessa sapere cosa guadagna un suo pari grado in Bangladesh, in Vietnam o in Senegal. Anche perché i livelli di consumi non sono comparabili e ognuno di noi fa i conti con la situazione e il caro-vita del Paese in cui vive. Ma è altrettanto vero che il povero (relativo) italiano è relativamente molto più ricco di tre quarti di umanità. Però non ci pensa o non ne è consapevole, perché non guarda chi sta peggio, ma chi sta meglio. E questo sguardo non agli ultimi e penultimi, ma ai primi e addirittura primissimi, lo fa sentire un poveraccio, ancor più miserabile di quel che è in realtà.

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COSA DICONO I NUMERI DELLA RICCHEZZA ITALIANA

«Siamo indigenti perché non siamo poveri», scriveva Famiglia Cristina nel 2008, nel momento in cui stava partendo la Grande Depressione e dopo che l’anno prima il 74% degli italiani, secondo l’annuale Rapporto Censis aveva dichiarato «di sentirsi povero». Un sentimento che in questi anni in Italia e in tante altre zone d’Europa è cresciuto, ben più e anche a dispetto di quel che certificano le statistiche sui patrimoni, sui redditi, sui consumi. Certo sono 20 anni che il Paese cresce poco, però è cresciuto. I confronti internazionali dicono che la ricchezza nazionale è meno dinamica di quella nord-europea, tuttavia quella lorda delle famiglie dal 1990 al 2010 è cresciuta mediamente del 5% annuo. Nel 2015, secondo dati Istat Eu-Silc, il reddito delle famiglie era cresciuto dell’1,8% rispetto all’anno precedente. Negli ultimi 3 anni, 2016-18, è sempre I’Istat a dirci che «il potere d’acquisto degli italiani è in qualche misura migliore rispetto a un paio d’anni fa». 

ABBIAMO UNA IDEA OSSESSIVA DI CRESCITA

La grande questione, che non riconosciamo più, è che viviamo in una società dominata da un’idea ossessiva di crescita, di moltiplicazione esagerata dell’offerta quotidiana di nuovi prodotti, pratiche ed esperienze. Insomma di tutto e di più, sin che si può e ce ne sta. Perché l’adsl è superveloce e illimitata, non c’è prodotto che non sia easy&simple e il salotto nuovo Poltrone &Sofà te lo dà subito e lo paghi quando vuoi. Per essere brutalmente sintetici tutti noi abbiamo maturato attese eccessive. Ma i nostri desideri e voglia di gratificazioni si infrangono contro una realtà che ci ricorda, ogni giorno e in concreto, che la quotidianità è mediamente dura per tutti e poco o per niente straordinaria, come invece raccontano la pubblicità, i magazine di gossip e vipperia varia, le immagini di Instagram, le imprese delle star del web.

QUEL GIUSTO EQUILIBRIO TRA ASPETTATIVE E OPPORTUNITÀ

Le teorie classiche sostengono che una società funziona quando il sistema delle attese personali viene validato da un’adeguata offerta e da una possibilità di soddisfacimento. Ossia quando aspettative e opportunità, ma anche sogni e desideri, possono realizzarsi in misura diversa, però ritenuta equa, ragionevole, giusta. Cosa questa che comporta non solo il buon funzionamento dei poteri pubblici e delle politiche governative. Ma anche che persone, utenti, cittadini che abbiano una percezione adeguata della realtà, ovvero un realistico e ragionevole senso delle proporzioni e dei limiti.

L’ERRORE È RISPONDERE IN MODO SEMPLICE A INTERROGATIVI COMPLESSI

Purtroppo e per ripetere il concetto ci troviamo invece a fare i conti con una situazione che è squilibrata e fuori controllo su entrambi i lati. Con aggravante ulteriore che gli squilibri, i disallineamenti sono presenti un po’ ovunque e che le criticità più forti sono proprio in settori cruciali e strategici. Disagio economico e conflittualità esasperata, guerre commerciali e rivendicazioni nazionalistiche, disastro ambientale e climatico stanno agendo infatti in modo concomitante.

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È questa la novità assoluta segnalata dalle teorie acceleranti di Raymond Kurzweil e del saggio di Youvel N.Harari XXI secolo, che disegnano scenari potenzialmente disastrosi. Ancor più tragici se a tutti questi problemi complessi si risponde in modo semplice. Autoritario. Attaccandosi al passato, alla tradizione, anziché aprirsi al futuro. E in caso di idee diverse e avverse, reprimerle anche brutalmente. Come sta avvenendo, appunto in Cile, ma anche a Hong Kong, a Beirut, in un succedersi sempre più incalzante di proteste e violenze che dagli indipendentisti della Catalogna ai gilet gialli francesi ci dicono che nel mondo globale anche le proteste e le violenze di piazza lo sono. E che il passaggio epocale che stiamo vivendo, la transizione che ci si sta profondamente cambiando, sarà nient’affatto facile, veloce e tranquilla. Ma al contrario lunga, dura e turbolenta.

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Il Tar ha annullato le multe a Ryanair e Wizz per le regole sul bagaglio a mano

Il tribunale amministrativo ha ribaltato la decisione dell'Antitrust che aveva inflitto sanzioni da oltre 3 milioni di euro contro le due compagnie.

Sono annullate le multe di tre milioni e un milione di euro inflitte nel febbraio scorso dall’Antitrust a Ryanair D.A.C. e Wizz Air Hungary Airlines Ltd, per pratica commerciale scorretta in relazione alle modifiche apportate alle regole di trasporto del bagaglio a mano grande. L’ha deciso il Tar del Lazio con due sentenze con le quali ha accolti i ricorsi proposti, nelle parti in cui contestavano il provvedimento sanzionatorio, la cui istruttoria nacque sulla base di segnalazioni delle associazioni di consumatori e di singoli utenti.

LA BATTGLIA SUL TROLLEY IN CABINA

La ‘policy’ sui bagagli a mano adottata prevedeva, per le prenotazioni effettuate a partire del primo settembre 2018 e per voli da effettuarsi dopo l’1 novembre 2018, l’inclusione nella tariffa ‘standard’ di una sola ‘borsa piccola’, mentre, per il ‘bagaglio a mano grande’ (trolley) sarebbe stato richiesto sempre il pagamento di un supplemento. Nelle due sentenze, il Tar ha innanzitutto sostenuto la non irragionevolezza delle dimensioni imposte dai vettori aerei per il bagaglio ‘a mano’. «Non si individua», si legge, «quale normativa impedisca al consumatore la libera scelta tra pagare un biglietto ‘standard’ di costo leggermente maggiore, per consentirsi la ‘comodità’ di uscire dall’aeroporto subito dopo lo sbarco al Terminal e non attendere le inevitabili e più complesse operazioni di scarico dei bagagli dalla stiva, e quella di pagare un biglietto di costo minore, adeguandosi ad attendere qualche in minuto in più nei pressi del ‘nastro trasportatore’ per attendere il secondo bagaglio ‘grande’».

PER I GIUDICI LE PROCEDURE DI ACQUISTO SONO TRASPARENTI

Alla luce di tutti gli elementi raccolti, per il Tar «non si riscontra la carenza di diligenza professionale contestata dall’Agcm, in quanto le offerte appaiono chiare nell’indicare fin dal ‘primo contatto’ con il consumatore le dimensioni del bagaglio ‘a mano’ consentito», né «si rileva che il consumatore sia stato costretto a complesse operazioni ‘logico-matematiche’ per individuare il corretto prezzo finale del suo biglietto, risultando pienamente illustrate tutte le (semplici) modalità di calcolo del medesimo in relazione all’imbarco anche di un secondo bagaglio ‘grande’, al momento stesso della prenotazione, successivamente o al momento dell’imbarco».

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Deutsche Bank: rosso di 942 milioni nel terzo trimestre

L'istituto tedesco ha riportato una perdita in contrasto coi 130 milioni di utile registrati nello stesso periodo del 2018.

Tornano ad addensarsi le nuvole nere sopra il cielo di Deutsche Bank, una delle prime banche mondiali e colosso del credito tedesco. DB ha chiuso il terzo trimestre con una perdita netta attribuibile agli azionisti di 942 milioni di euro contro i 130 milioni di utile dello stesso periodo del 2018 a causa degli oneri di ristrutturazione mentre i ricavi netti scendono a 5,5 miliardi. Il Ceo Christian Sewing ha notato comunque come «malgrado la ristrutturazione più ampia da vent’anni registriamo utili nei nostri quattro core business durante il trimestre e un aumento degli impieghi (di 12mld)» e di 5 miliardi di afflusso netto di capitali. In Borsa il titolo scende del 4%.

PERDITA SUPERIORE ALLE PREVISIONI

In particolare i risultati sono i primi dopo la decisione del vertice di uscire dal trading di equities allo scopo di ridurre i rischi e tagliare la forza lavoro. La perdita netta è però superiore a quanto stimato dagli analisti consultati da Bloomberg, che prevedevano un rosso di 714 milioni di euro. La CRU, l’unità creata a luglio 2019 per smaltire asset non core, ha registrato perdite pre-tasse per 1 miliardo, dovute all’uscita da business non strategici. Da segnalare l’accordo con BNP Paribas per la vendita della piattaforma di Prime Finance ed Electronic Equities. Il gruppo segnala «progressi significativi nella riduzione di asset a rischio (calati di 9mld nel trimestre e di 16 miliardi nell’anno). L’indice di patrimonio CET1 è stabile al 13,4%.

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Per il dopo Boccia il Veneto prenota due vice: Bauli e Piovesana

La Confindustria locale si limita a chiedere poltrone di seconda fila. Mentre per la presidenza oltre alle ambizioni di Bonomi sfidato da Pasini, si comincia a fare strada Orsini di Federlegno e da Roma si spinge per la discesa in campo di Garrone.

A che punto è la corsa per la successione di Vincenzo Boccia alla guida di Confindustria? Messa in ombra dalle vicende della politica (la manovra, il voto umbro) la partita tra gli industriali che ambiscono alla sua poltrona è continuata sotterranea. 

LE AMBIZIONI DI BONOMI

Dopo la sontuosa assemblea di Assolombarda alla Scala agli inizi di ottobre, impreziosita dalla presenza di Sergio Mattarella e dove Carlo Bonomi, che della più forte territoriale di Confindustria è il numero uno, pur senza dichiararlo ufficialmente ha fatto capire una volta di più quanto forti siano le sue ambizioni di insediarsi a viale dell’Astronomia, è toccato agli altri fare qualche mossa. Niente di eclatante, in attesa che la corsa entri nel vivo con l’inizio del nuovo anno, però i corridoi del palazzone all’Eur riferiscono quanto segue. 

LA CORSA DISCRETA DI ORSINI

Il presidente di Federlegno, Emanuele Orsini, forte del sostegno di una categoria che è tra le punte di diamante del made in Italy, ha cominciato discreto la sua corsa. Con qualche preoccupazione da parte di Bonomi più grande, dicono i suoi fedelissimi, di quella che gli provoca Giuseppe Pasini, l’imprenditore del ferro bresciano che dalla guida gli industriali della locale associazione (una delle più forti d’Italia) gli ha apertamente lanciato la sfida.

IL VENETO PUNTA A DUE VICE

Tace invece il Veneto, se non per far sapere che, chiunque sia il futuro presidente, chiede che due dei vice siano suoi, ovvero il veronese Michele Bauli e la trevigiana Maria Cristina Piovesana, titolare dell’azienda del mobile Alf Uno. Infine, da Roma, continuano le pressioni perché Edoardo Garrone, oggi presidente del Sole 24 Ore, fughi le sue molte perplessità e scenda in pista vestendo i panni dell’anti-Bonomi.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Trattative tra Fca e Psa per una possibile fusione

Secondo il Wall Street Journal, Fiat Chrysler avrebbe aperto un tavolo con il gruppo che controlla Peugeot. Si creerebbe un gigante da 50 miliardi. Il 30 ottobre il cda del colosso francese.

Dopo qualche mese di silenzio tornano le voce di un matrimonio per Fiat Chrysler Automobiles. Ancora in Francia. Questa volta, però, il possibile partner è Peugeot-Citroen (Psa). A ipotizzare una fusione, dalla quale potrebbe nascere un gigante automobilistico da 50 miliardi di dollari (circa 45 miliardi di euro), è il Wall Street Journal. Secondo il quotidiano americano la discussione è in corso e la fusione non è l’unica opzione sul tappeto.

ELKANN PRESIDENTE DEL NUOVO GRUPPO, L’AD DI PSA CEO

L’amministratore delegato di Peugeot, Carlos Tavares, diventerebbe ceo della nuova società, mentre il presidente di Fca, John Elkann, manterrebbe la carica attuale. Non solo voci, visto che già domani pomeriggio è convocato il consiglio di amministrazione di Psa in via straordinaria proprio per esaminare il progetto. Apprezza il mercato americano: il titolo del gruppo guidato da Mike Manley vola a Wall Street con un balzo del 7,48%. Torna così a sorpresa l’ipotesi di un accordo in terra francese, dove Elkann, numero uno anche della holding Exor, aveva lanciato a maggio un’offerta per fondersi con la grande rivale di Peugeot, Renault. Un tentativo naufragato a causa delle resistenze dei giapponesi di Nissan, partner di Renault, ma soprattutto del mancato sostegno all’operazione del governo francese, azionista della casa automobilistica, che ha puntato l’indice sul rischio di cannibalizzazione dei marchi e sui timori per l’occupazione.

LE APERTURE DELLA CASA FRANCESE

La ripresa della trattativa è rimasta a lungo una possibilità anche per le aperture dei vertici e della casa francese. Bisogna però anche dire che Psa – con cui Fca ha una collaborazione per i veicoli commerciali alla Sevel in Abruzzo fino al 2023 – è sempre rimasto tra i partner papabili. Le voci sui colloqui tornano a intervalli regolari. Diversi anni fa è stato Tavares a proporre un accordo tra le due case automobilistiche ventilando anche la possibilità, si racconta, di fare il numero due di Sergio Marchionne, allora amministratore delegato di Fca, pur di evitare problemi di governance in caso di nozze. La possibilità di un’intesa è tornata anche a marzo di quest’anno, quando il gruppo italoamericano avrebbe respinto le avances del ceo di Psa. Per la casa francese l’alleanza aprirebbe le porte al mercato americano, mentre Psa porterebbe in dotazione le piattaforme sull’elettrico e la più radicata presenza sul fronte asiatico.

SAREBBE IL QUARTO GRUPPO MONDIALE

Fca e Psa insieme hanno venduto complessivamente lo scorso anno 8,7 milioni di auto: a tale livello sarebbero la quarta casa automobilistica al mondo, davanti a General Motors con 8,4 milioni di auto. Volkswagen ha venduto 10,8 milioni di vetture, una cifra simile a quella dell’alleanza Renault – Nissan – Mitsubishi. Toyota ne ha vendute 10,6 milioni. «Per la Fiom le priorità sono rilanciare sviluppo e produzione in Italia e tutelare l’occupazione», commenta subito Michele De Palma, segretario nazionale Fiom-Cgil.

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Del Vecchio sorpassa Ferrero nella classifica dei più ricchi d’Italia

Nella graduatoria di Forbes aggiornata quotidianamente mister Luxottica si piazza al 39esimo posto su scala globale. Tra i Paperoni del nostro Paese Armani saldo al terzo posto.

Non solo il testa a testa tra Jeff Bezos e Bill Gates. C’è un duello tutto in salsa italiana nella classifica in tempo reale aggiornata ogni 24 ore dalla rivista Forbes, quella degli uomini più ricchi al mondo. Da qualche giorno si è infatti consumato il sorpasso di Leonardo Del Vecchio nei confronti di Giovanni Ferrero.

MISTER LUXOTTICA È IL PIÙ RICCO D’ITALIA

È il patron di Luxottica che si appresta a diventare il nuovo Paperone d’Italia, con una patrimonio personale che ammonta a circa 24,2 miliardi di dollari. Uno sprint delle ultime settimane che lo ha portato a scalare posizioni su posizioni, dalla 50esima alla 39esima, scalzando il re della Nutella che invece è scivolato al 46esimo posto con nel portafoglio 21,9 miliardi di dollari. È ancora presto per dire se nel 2019 lo scettro passerà definitivamente nelle mani di Del Vecchio, 84 anni, ai danni dell’erede della famiglia Ferrero, 55 anni: per saperlo bisognerà aspettare la classifica 2019 di Forbes, che verrà pubblicata nel prossimo mese di marzo. Ma i presupposti per cambio di vertice ci sono tutti.

ARMANI TIENE IL PASSO A FATICA

Tiene il passo, ma a fatica, lo stilista Giorgio Armani, 85 anni, attualmente in 139ma posizione e terzo uomo più ricco d’Italia con un patrimonio personale pari a 11,2 miliardi di dollari, mentre al 152esimo posto troviamo l’imprenditore Stefano Pessina,78 anni, con 10,4 miliardi di dollari. Silvio Berlusconi si conferma per ora il sesto più ricco del Belpaese, con 7 miliardi di dollari, sopra personaggi come il banchiere Ennio Doris, l’imprenditore Giuseppe De Longhi, i Benetton, i Prada, Massimo Moratti e Diego Della Valle. In cima alla classifica di Forbes è una sfida ormai all’ultimo dollaro tra il guru di Amazon Jeff Bezos, con 110,3 miliardi di dollari di ricchezza personale, provenienti anche dalle sue tante altre attività, come quella di editore del Washington Post. Il fondatore di Microsft Bill Gates, dedito oramai quasi esclusivamente alla filantropia, è a ridosso a quota 106,4 miliardi di dollari. Seguono il re del lusso Bernard Arnault con 101,2 miliardi, l’investitore Warren Buffett con 83,8 miliardi e il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg con 70,6 miliardi.

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Unicredit, compromessi i dati di 3 milioni di clienti nel 2015

Individuato un accesso non autorizzato. L'istituto: «Coordinate bancarie e dati sensibili sono al sicuro».

I dati di 3 milioni di clienti di Unicredit sono stati compromessi. Il team di sicurezza informatica dell’istituto ha identificato un caso di accesso non autorizzato a dati relativo a un file generato nel 2015. Questo file conteneva circa 3 milioni di record, riferiti al perimetro italiano, e risultava composto solo da nomi, città, numeri di telefono ed e-mail. Lo si legge in una nota della banca.

AVVIATA UNA INDAGINE INTERNA

Nell’accesso non autorizzato al file, precisa Unicredit, «non sono stati compromessi altri dati personali, né coordinate bancarie in grado di consentire l’accesso ai conti dei clienti o l’effettuazione di transazioni non autorizzate». L’istituto ha immediatamente avviato un’indagine interna e ha informato tutte le autorità competenti, compresa la polizia.

L’incidente ha una data ben specifica che è il 2015, evidentemente in questa data anche in regimi di ‘data protection’ erano diversi

Ranieri de Marchis, co-chief operating officer di Unicredit

«Ci siamo accorti venerdì scorso» dell’accesso non autorizzato, ha detto all’Ansa il co-chief operating officer di Unicredit Ranieri de Marchis, sottolineando che «l’incidente ha una data ben specifica che è il 2015, evidentemente in questa data anche in regimi di ‘data protection’ erano diversi». «La sicurezza dei nostri clienti è la nostra prima priorità e agiremo di conseguenza, benché i dati oggetto di questo incidente siano non bancari, era importante per noi avviare una comunicazione tempestiva sui nostri clienti», ha aggiunto de Marchis. «L’incidente si riferisce a dati estratti nel 2015, chiaramente il tema della cyber security e degli attacchi informatici è un tema non solo del 2015 ma è un tema che è presente per tutti gli operatori e richiede azioni decisive e molto strutturate».

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